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I cori della quarantena

cori ep Anna Lombroso per il Simplicissimus

Chi mi conosce attraverso i post che pubblico su questo blog sa che di volta in volta sono accusata di essere velleitaria, frustrata, invidiosa, anarcoide e poi ribellista, snob, schizzinosa, sofisticata, sguaiata. Retorica se parlo di riscatto e di uguaglianza, cinica se non mi unisco al coro di Fratelli d’Italia affacciata al balcone.

Per via della mia idiosincrasia a farmi arruolare in una delle tifoserie che fanno finta di contrastarsi con le sciabolone di legno come i pupi in commedia, sarei ovviamente salviniana se non mi accontento di Carola Rackete e invece mi interrogo sulle correità personali e collettive che hanno fatto accettare guerre di conquista e sfruttamento. E probabile simpatizzante della destra se non mi basta cantare Bella Ciao perché sono convinta che il fascismo è una declinazione del totalitarismo che oggi si manifesta come supremazia dell’economia finanziaria.

Ah, dimenticavo, sarei populista se mi piacerebbe che fosse restituita al popolo partecipazione non solo in forma di quel consenso coatto e manovrato che si chiama voto, sovranista quando manifesto il mio   dissenso per l’espropriazione di poteri e competenze, avocate a sé da una entità sovranazionale che ha apertamente rivendicato il suo intento di limitare l’area di influenza e di decisione delle democrazie nazionali, ree di essere nate da guerre di liberazione.

L’elenco sarebbe lungo, mettiamoci anche che non sono una fan della povera Greta oggi oscurata da altra emergenza, portavoce di una propaganda che affida alla collettività e ai singoli individui la salvezza tramite azioni volontarie, comportamenti di ecologia domestica, consumi già peraltro forzosamente  più ragionevoli e sobri per il consolidamento di una crisi di sistema, nutrita dalla fine dell’economia produttiva, dall’eclissi dell’egemonia occidentale, dalle fortune della roulette globale, e che ci racconta la favoletta  della realizzazione di  una transizione industriale virtuosa e “responsabile”, “light”, “equa” e “sostenibile”, con meno CO2, ma più tolleranza per tutti gli altri inquinanti e veleni.

E nemmeno sono soddisfatta che a rompere il soffitto di cristallo della cultura patriarcale sia la fionda della meccanica sostituzione nei posti chiave di donne al posto dai maschi, che le piazze vuote quando è stata adottata una controriforma intesa a cancellare i diritti e le garanzie del lavoro, quando si è umiliata l’istruzione pubblica per convertire le scuole in fabbriche di esecutori  specializzati in obbedienza, si siano riempite per deplorare maleducazione come se invece fosse garbato, gentile e mite la pratica dello sfruttamento, della consegna a potentati e della frattura dell’unità nazionale.

Non può mancare l’estrema offesa sempre di moda: radical chic.  Insieme a supponente se cerco di non contribuire al processo di infantilizzazione in corso nel paese, tramite scuola affidata a manager che cercano di fare scouting di delfini di riccastri pronti a contribuire per conquistare una corsia preferenziale verso il successo die loro rampolli, informazione e intrattenimento necessariamente indissolubili, linee guida dell’università della strada indicate dai social network, e cerco di mettere a frutto anni di studio e di buone letture, cui si sono sdegnosamente sottratti esponenti del ceto dirigente che condannano la rozzezza dei plebei professando l’ignoranza dei signori.

Adesso però si è aggiunta una nuova accusa fresca fresca, la stessa che viene mossa quando muore un potente e subito salta su qualcuno che chiede silenzio, implora pietas, rinviando i giudizi della storia e pure della cronaca all’indomani, e peccato che l’indomani non arriva mai, perché si stende una pudico coltre di oblio, in modo che non si ricordi che il “povero” taldeitali è stato votato, lusingato, blandito, assolto da tribunali del popolo pronto pure a intitolargli una strada.

Così in questi giorni è sciacallo chi invece di avviarsi su per gli impervi sentieri della medicina, della virologia, della statistica applicata  all’epidemiologia, si interroga sugli effetti venefici della limitazione di libertà imperniate sulla disuguaglianza: profilassi e prevenzione per tutti salvo i pony, i metalmeccanici, gli operai delle fabbriche irrinunciabili, diventati eroi dopo essere stati parassiti.

È sciacallo chi non si stupisce che l’informazione delle autorità scientifiche sia contraddittoria, confusa, alla lunga inaffidabile, se anche in quel contesto fanno la parte del leone le star molto presenti sui media più che nei laboratori.

E’ sciacallo chi non è estasiato e commosso per le cavatine di tenori respinti dai teatri dell’opera, affacciati sul poggiolo, per i cori da ubriachi che si levano dalle finestre sul cortile che suscitano l’appassionato consenso del giornalismo investigativo impegnato a riferirci le cronache dall’interno 11. E’ sciacallo perché sa bene che questi  riti consolatori, che non comprendono mai l’aggiunta pepata della collera per la devastazione dei sistema sanitario, quella si causa prioritaria dei decessi, per l’impoverimento delle attività di ricerca e sperimentazione universitaria e pubblica, sono favoriti perché aiutano a persuadere la gente impaurita che è meglio il coraggio privato all’audacia di scegliere, criticare, opporsi.

E’ sciacallo chi si premette di criticare l’anatema lanciato contro la cittadinanza indisciplinata che fa rifornimento al supermercato, mentre non si condannano gli speculatori che in Borsa, in Europa, nelle imprese, nel mercato fanno profitti con l’aggiotaggio, l’accaparramento, il ricatto.

E’ sciacallo chi è preoccupato del passato, è preoccupato del presente, ma è ancora più preoccupato del futuro quando il sollievo del passato pericolo spingerà a far tornare tutto come prima, anzi peggio di prima, più gente a spasso ma nell’altra accezione anche se i parchi e i centri commerciali saranno riaperti, più alti i prezzi delle merci, più passivi in bilanci familiari e statali, messi alla prova dallo stato di necessità, che impedirà di realizzare le promesse fatte durante la crisi.

Si tornerà come prima, perché l’aspetto positivo dei comandi superiori e esterni è che esonera i governi dall’agire, per mancanza di quattrini e di potere decisionale. Anzi, peggio di prima perché ospedali al collasso, personale sfinito e umiliato, collettività sfiduciata concorreranno al successo di quelle pretese di autonomia e di consegna al privato rivendicate da regioni cui, alla prova dei fatti, occorrerebbe togliere le competenze.

E’ sciacallo chi stando a casa, con la rete che va e viene perché è molto frequentata, la fibra è peggio del rame, la banda larga è uno slogan della Leopolda, alla faccia dello smart work della telescuola, dei recapiti a domicilio delle major al collasso, fino a  ieri denigrate oggi promosse a Onlus, non si sente orgoglioso e fiero di essere italiano proprio come chi si è ingoiato la perdita di beni, diritti, garanzie, lavoro, istruzione, in cambio di promesse di ordine e ordini.

Vuoi vedere che sciacallo è solo il sinonimo di critico, raziocinante, indipendente?

 


I tuguri di regime costano come attici di lusso

pm-l-aquila-e-ancora-emergenza-su-casette-legno-29712.660x368-500x279Come probabilmente saprete a un anno mezzo dal terremoto in Centro Italia, sono arrivate meno della metà delle quasi 4000 casette promesse e che dovevano arrivare in pochi mesi anche perché indispensabili a permettere la prosecuzione della attività agricole e di allevamento che sono la principale economia dei luoghi colpiti, peraltro conosciuti in tutto il mondo proprio per le specialità alimentari. Ma non bisogna adirarsi con i cialtroni  che ci governano ( vista la situazione si tratta dopotutto di un complimento): invece di semplici ed essenziali casette di fortuna, sono stati forniti sontuosi palazzi. Oddio non fanno questa impressione a chi ci entra: strutture progettate con i piedi (persino il boiler sul tetto in modo da farli esplodere) e non coibentate, montate ancor peggio, fatte di materiali pessimi, il più delle volte prive di acqua e luce, afflitte da sporcizia indicibile, infissi scadenti, bagni non montati, umidità da caverna, ma il prezzo è superiore a quello di un normale appartamento nell’ area interessata dal sisma: 1100 euro a metro quadro. E questo è niente perché in alcune realtà come Bolognola  le opere di fondazione e urbanizazione sono costate la bellezza – tenetevi – di 250 mila euro a casetta, portando il totale a livello di attici di lusso nelle più belle città italiane: 6200 euro a metro quadro. Ed è più o meno così dappertutto.

La cosa non stupisce più tanto se si tiene conto che della partita delle casette fa parte anche uno degli sciacalli che ridevano al terremoto de L’Aquila, il ridanciano Vito Giuseppe Giustino la cui azienda, anche se dislocata ad Altamura fa parte di quel consorzio di 200 coop sedicenti rosse che si sono accaparrate l’esclusiva di questo affarone e che lo difendono con le unghie, con i denti e con i carabinieri: è nota l’ inqualificabile vicenda della vecchietta di 95 anni sloggiata dalla casetta prefabbricata, ma decente che i suoi figli avevano comprato per lei: in pratica è come se avesse derubando il consorzio cooperativo dei 300 mila euro che guadagna con uno dei suoi tuguri prefabbricati, gli unici a poter essere montati.

Ricordo che subito dopo il terremoto ci furono aziende specializzate che offrirono casette prefabbricate e ben coibentate  a 450 euro al metro quadro più 3000 euro per fondazioni e urbanizzazione, dunque a un costo medio 11 volte inferiore. Sarebbe bastato che le coop riunite nel Consorzio Nazionale Servizi, dopo aver ricevuto questo bel regalino dalla Consip, ovvero dal centro acquisti dipendente dal ministero dell’economia, avessero semplicemente fatto lavorare le aziende serie, per dare a tutti in meno di un anno  la loro casetta decente e per regalare un enorme risparmio dello Stato, anche a fronte di un eventuale pizzo del 30 o 40 per cento richiesto in qualità di lasciapassare. Invece l’avidità più stupida e cieca ha preso il sopravvento, spingendo il consorzio ad occuparsi di cose per le quali non aveva competenza o esperienza e nemmeno un sentimento di impegno civile, causando così un grave danno diretto ai terremotati e indiretto per tutti i cittadini di questo disgraziato Paese.

Forse si potrebbe persino parlare di associazione a delinquere politica visto che i controllori ovvero la Consip e il consorzio delle coop appartenevano e appartengono alla medesima area politica dominata dal renzusconismo e anche per il fatto che l’assegnazione senza gara del compito di costruire le casette si basa su un precedente contratto tra Consip e Consorzio coop per la pulizia delle scuole, ottenuto grazie a trucchi che sono oggi all’esame dell’Antitrust: si voleva far credere che in qualche modo il contratto per gli abituri da terremotati fosse già in essere. Ma anche lasciando perdere l’abiezione etica nel quale si sta dissolvendo il Paese, si vede chiaramente come le coop che negli anni ’70 e ’80 erano centri di produzione coi fiocchi si siano ridotte a centri speculativi che invece di affrancarsi dalla tutela politica, ne costituiscono l’aspetto parassitario più scandaloso. Semmai il cambiamento ha riguardato le logiche del lavoro che ovviamente hanno seguito i massacri delle politiche nazionali, peraltro messe a punto da un ex cooperatore amante delle cene. Proprio questo elemento mostra meglio di tante analisi cosa è successo e sta succedendo al Paese.

Di tutto questo però l’informazione di regime si è occupata pochissimo e quando lo ha fatto ha fornito un panorama della situazione edulcorato, magari frazionato in maniera che sia difficile ricomporre l’intero quadro, ma in ogni caso completamente diverso dalla realtà. Anche adesso che esiste un esposto prodotto dai Cinque stelle alle procure interessate, all’Anac e alla Corte dei conti per i costi folli, giornali e telegiornali si occupano di altro e anzi a maggior ragione cercano di tenere sotto silenzio uno scandalo di propozioni gigantesche: a marzo si va a votare e non si possono sputtanare così le forze di governo. Fanno benissimo, sarebbe davvero troppo populista mostrare le nudità più infime del potere, anzi, diciamolo pure, immorale.


Il terremoto non è un pranzo di gala

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Di questi tempi chiunque si accinga a fare qualsiasi cosa, viene invitato perentoriamente a metterci il cuore, si tratti di una performance culinaria a Masterchef, di una depilazione (giorni fa una estetista raccontava la sua indimenticabile prestazione d’opera presso vip di un’isola o una casa), di un’attività di servizio ( il cuore è preferito alla coscienza chiamata in causa solo per obiettare). A dir la verità sarebbe meglio che tutti  – arrivo a dire, estetista compresa, ci mettessero la testa, a cominciare da un ceto politico che ha sempre rivendicato invece di metterci la faccia, con gli esiti che conosciamo e che se si parla di sede ideale dell’anima, evocano tutt’al più una inanimata libbra di carne.

È che si tratta di un richiamo interessato quello al sentimento, all’emotività, alla pietas per scucire oboli  o, peggio ancora, per esigere comprensione quando le cose si mettono male o per reclamare l’obbligatorietà di ricorrere a maniere forti in nome di un malinteso stato di necessità, a misure d’emergenza,  a deleghe in bianco a regimi d’eccezione,  compresa la nomina di commissari, anche quelle ispirate ai buoni sentimenti più che all’accertata competenza, dando preferenza alla nomea di “brave persone” che a curricula e referenze, se a gestire la ricostruzione nel Centro Italia è stato nominato lo stesso che ne era stato incaricato in Emilia, dove un numero imprecisato di persone vive in strutture provvisorie, si è votato nei container. E dove si è data facoltà ai cittadini di “arrangiarsi”, prediligendo, come si legge nel rapporto redatto dalla Regione, l’erogazione di contributi per l’autonoma sistemazione e l’affitto, mentre le imprese hanno potuto beneficiare di “esenzioni fiscali”, o di benevoli “cofinanziamenti” assicurativi,  tanto che perfino le gazzette di Governo sono costrette a dar ragione al Sole 24 Ore che ha denunciato come alla scadenza del flusso delle pratiche Sfinge, delle domande cioè per il contributo per fabbriche, macchinari, scorte, delocalizzazione, appena il 18% degli investimenti effettuati direttamente dalle imprese si è tradotto in moneta sonante.

Ah si servirebbe proprio molto cervello perché, tanto per fare un esempio, a chi non ha voluto rifugiarsi negli alberghi della costa, che si è preso del “testone” da sindaci muscolari, che hanno richiamato alla pragmatica priorità del salvarsi la vita, si comincia a restituire dignità oltre la condizione compassionevole della vita nuda di chi ha perso tutto e deve piegarsi all’accampamento o alla ragionevole lontananza fisica e morale da tutto, beni, memoria. Sicché perfino i talkshow del dolore a metro, sono costretti a intervistare contadini, allevatori che al lasciare crepare le bestie all’addiaccio e senza acqua, preferiscono il rischio della morte, aziende di acqua minerale, che sgorga sinistramente marron, le imprese alberghiere del circuito religioso.

Che sanno bene che è meglio restare là, vigilare anche a rischio della vita, perché gli sciacalli non sono mica solo quelli che vanno a fare bottino nelle case pericolanti, ma anche quelli che le rovine di quelle case sono pronti a comprarsele a prezzo stracciato nel mercato della paura e della disperazione, e così gli appezzamenti, il bestiame, le piccole imprese alimentari, le coltivazioni. E sanno bene che dopo qualche giorno di compianto, i giornalisti se ne vanno, i pellegrinaggi istituzionali si esauriscono, le visite pastorali si interrompono e si fanno i conti con l’inverno dello scontento, fatto di pericoli che tutti conoscono per esperienza passata e possono essere anche “locali” come all’Aquila, dove certe aziende indigene e sorridenti che si aggiudicavano gli appalti e si tenevano la stecca del 30% facendo fare i lavoro a altri in “outsourcing” malaffaristico, quello del nero, delle deroghe a  ogni requisito di sicurezza, dei materiali taroccati e della mafia.

C’è poco da stare tranquilli, se il mantra generalizzato di oggi è quello solito, esaltato dagli eventi, quello della semplificazione e della lotta alla burocrazia. Ne scriviamo di continuo in questo blog (l’ultima volta qui: https://ilsimplicissimus2.com/2016/10/31/baggianate-corruzione-s-p-a/) della loro semplificazione che serve a sollevare frettolosi polveroni, a sottrarre a controlli e sorveglianza trattative opache, che si avvale dello smantellamento protervo della rete delle verifiche, della vigilanza, dei collaudi non random.

C’è poco da stare sicuri, se la smania bonapartista del premier e della sua cerchia esercita il suo autoritarismo accentratore sulla pelle dei terremotati, applicando ciecamente i casi di insuccesso dell’Irpinia e del Belice, quelli che fecero mettere mani ai portafogli si, ma in previsione di grandi entrate, di carità in vista del banchetto, con gli industriali padani associati in cordate voraci, tecnici di “fiducia” convocati da tutta Italia e Confindustria autorizzata dal governo a far aprire ai  suoi soci aziende con un finanziamento al 100 per cento senza niente in cambio. Mentre per circa un ventennio successivo i g9oevrni pensano loro a rifinanziare perenni e infinite tranche di ricostruzione.

E se ci tocca rimpiangere Zamberletti, le sue roulotte piuttosto delle new towns del Cavaliere e dei container delle coop, la decisione di espropriare per poi restituire secondo criteri non iniqui, se il Parlamento tramite la legge 219 affidò un’ampia delega agli enti locali, che prevedeva ingenti finanziamenti destinati non solo alla ricostruzione, ma anche alla crescita economica delle aree terremotate. Se per il Friuli lo Stato ha complessivamente impiegato per lo sviluppo e la ricostruzione delle aree colpite dal sisma del 1980 circa 50mila miliardi di lire, mentre all’Aquila, città di 70 mila residenti, non bastano 10 miliardi di euro  e 7 anni.

Oggi è il 2 novembre, meglio far sapere che i cimiteri non rendono se non ci arrendiamo a essere anime morte che ricompaiono quando fanno fa soldi o quando devono votare per dire Si, sissignore.


Io sciacallo, loro carogne

Fino a meno di un anno fa il nucleare italiano era gestito da un ministro che non sapeva nemmeno chi gli aveva comprato casa. E questo è certamente qualcosa di molto rassicurante riguardo alla sicurezza futura delle nostre centrali. Ma  l’incidente di Fukushima che, ora dopo ora, svela la sua gravità, invece di far riflettere, spinge chi vive già oggi sul progetto nucleare italiano, a reazioni scomposte.

Così a cominciare da Chicco Testa, per finire a politici e ministri della corte dei miracoli, la parola d’ordine, la password dell’ipocrisia e degli interessi nascosti, è di dare dello sciacallo a chi  teme che non tutto il bello del nucleare sia vero.

Semmai un certo sciacallaggio lo fanno loro, visto che chi si attiene al principio di precauzione senza essere foraggiato e stipendiato, vuole evitare possibili disastri collettivi. Però sono disposto ad accettare l’offesa. Si sa che gli sciacalli mangiano carogne e questa gente è il loro cibo ideale.


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