Annunci

Archivi tag: Rousseau

Il governo del Generale Interesse

generaleAnna Lombroso per il Simplicissimus

In trepida attesa di conoscere i nomi dei componenti del nuovo esecutivo frutto di una trattativa che assomigliava più a una gara di wrestling che a un negoziato democratico, in attesa di venire edotti delle necessarie competenze maturate dagli aspiranti ministri, come vuole Di Maio e come rivendicano i candidati riformisti che hanno già dato prova in passato di perizia e spirito di servizio, possiamo dedicarci al passatempo preferito e concesso agli “esclusi”, quello di criticare equanimemente tutti, anche perchè presto e in forma di legge ci toglieranno anche quello.

Viene infatti da sorridere allegramente a pensare a Salvini che chiama a raccolta le piazze immemore di aver adottato misure per le quali le sue pubbliche manifestazioni di dissenso potrebbero comportargli esiti penali. Viene anche da sorridere, amaramente,  a pensare a quelli che inalberano le immagini di Lucano e Carola soddisfatti che al posto del buzzurro espulso dal Viminale, arrivi quello dei patti scellerati con estemporanei despoti al servizio del colonialismo, quello delle disposizioni che negano agli stranieri i diritti alla difesa di cui godiamo noi, quello che ha normalizzato il sospetto e la paura dell’altro, grazie all’autorevolezza conferitagli da buone letture e buone maniere.

Viene da sorridere, amaramente, a pensare alle militanti che pensano di essersi liberate di Pillon quando il nuovo fervore mistico non promette nulla di buono per quanto riguarda l’esenzione di un numero elevato di medici obiettori di una legge dello stato cui si dovrebbe consigliare semplicemente di cambiare specializzazione o Paese, o a quelle che chiedono con veementi petizioni che vengano osservate quote in grado di garantire pari opportunità per le donne al governo, appagate dalla presenza della De Micheli tanto per fare un nome, che si era dimenticata le qualità di genere, attenzione, sensibilità, dedizione alla cura e alla solidarietà, in veste di  ministro e commissario straordinario per la ricostruzione in Centro Italia.

Purtroppo le due fazioni contendenti in temporanea e non poi troppo inattesa temporanea associazione di impresa, grazie alle quali il bipolarismo si è trasformato in polarizzazione, in guerra per bande di tifoserie e curve impermeabili alla ragione, al buonsenso e perfino all’istinto di conservazione hanno questa caratteristica in comune, quella di non dare ascolto per nessun motivo al popolo, nemmeno al “loro”, espropriato dei luoghi della rappresentanza e del confronto, quello dei militanti e degli elettori, compresi i molti che si erano conquistati quando alla democrazia si sono sostituiti la sfiducia e il disincanto e voti, consenso e sostegno circolano in forma occasionale mossi dal malumore e dall’istinto punitivo.

Gli antichi spazi assicurati alla decisione e alla partecipazione sono evaporati nella rete, la comunicazione politica e istituzionale ha da tempo scelto altre forme e altri strumenti, perendo volontariamente la necessaria autorevolezza, in modo da permettere manipolazioni, interpretazioni estemporanee, personalizzazioni e l’accreditamento di convinzioni e misure autoritarie, e ci si augura che il voto ridotto a liturgia formale possa convertirsi definitivamente in atto  da svolgere a casa secondo le modalità dei consumi e degli acquisti online.

E c’è una certa coerenza nell’aver chiamato Piattaforma Rousseau l’agorà digitale del movimento 5stelle, incaricata in questo caso di approvare punti programmatici e non le alleanze di governo. Perchè è congruo con una visione di democrazia concernente la partecipazione diretta che si esaurisce nella mera possibilità di approvare o respingere proposte formulate dall’alto, attraverso deliberazioni senza discussioni e con la pura e semplice espressione di assenso o dissenso rispetto a quanto sottoposto al vaglio dei “votanti”.

Che poi rispecchia quello che via via si è voluto avvenisse quando è stata ridotta a questo  la funzione delle camere chiamate, anche  con l’abuso della fiducia, all’approvazione notarile delle volontà dell’esecutivo, una trasformazione promossa dall’entità sovranazionale che ha avuto a cuore le restrizioni dei diritti e dei sistemi democratici degli Stati aderenti, e dai suoi servitori in divisa di tecnici, di navigati apparatčik di partiti resi talmente liquidi da scomparire per lasciare il posto a aziende, di nuovi arrivati che hanno scelto di adeguarsi alle regole della realpolitik piuttosto che a quelle dell’interesse generale.

Interesse generale che ormai si dovrebbe chiamare Generale Interesse, se è alla guida di un esercito di ufficiali e ufficialetti scesi in campo di tutelare le proprie prerogative eseguendo gli ordini dell’impero.

 

 

 

 

 

 

 

 

Annunci

Ceffi e ceffoni

carlo-calenda-quarto-stato-1125096Anna Lombroso per il Simplicissimus

Tra coniglietti, colombe, ovetti colorati abbiamo avuto modo di sapere che un padre ha spaccato il naso alla figlia curiosa che aveva aperto l’uovo in anticipo, che anche la sorella di Giuseppe stava per seguire la stessa sorte, ammazzata di botte dal patrigno. E che le maestre erano a conoscenza di quello che si consumava in famiglia, ma hanno taciuto forse per non lederne la privacy, minacciata da quell’intrigante di Assange, più pettegolo della portiera dello stabile della giornata particolare di Scola.

E abbiamo anche appreso  che Carlo Calenda ha appioppato un solenne schiaffone al figlio reo di aver offeso la madre, appena andato, probabilmente su commissione, a rendere il dovuto omaggio alla rock star dell’ambientalismo. La  performance dell’illustre esponente del partito riformista così impegnato sul fronte dei diritti civili come dell’istruzione, ha ricevuto poche reprimende:  e vorrei anche vedere che un esponente di una dinastia influente nel mondo della cultura venisse sottoposto al pubblico giudizio per la sua pedagogia, rivendicata sui social in risposta a una provocazione di Giuliano Ferrara, come in uno di quei duetti tra intelligenze che erano di moda dei salotti illuministi.

Ieri, scrive su Twitter il candidato di “più Europa” – come fosse Rousseau, quello di Emile, non quello della piattaforma  – riferendosi al figlio:  “per l’appunto si è beccato un bel ceffone per aver risposto male alla madre. E gli ha fatto un gran bene”.

Sia pure con un certo gap generazionale, i due neo-enciclopedisti gettano alle ortiche le belle medicazioni antiautoritarie, il bagaglio del ’68 che con tutta evidenza trattano come una paccottiglia polverosa e diseducativa, preferendo l’educazione, più corporale che “fisica”, che veniva impartita perfino per legge ai figlietti della lupa, alla scuola di militanza attiva ricevuta dai “pionieri”, che la domenica distribuivano l’Unità col babbo e non mancavano mai alle feste di piazza del 25 aprile, anche quello diventato una cianfrusaglia molesta e divisiva.

Si dice che i padri che menano sono figli di padri che menavano. Ben poco si sa di babbo Fabio, ma è lecito nutrire qualche dubbio che il piccolo Carlo abbia ricevuto “salutari” sberle dalla nota mammà così impegnata sul fronte della lotta alla recrudescenza fascista incarnata dal governo gialloverde. O che l’augusto fanciullino reduce dal set dove impersonava Enrico, abbia subito qualche cinghiata formativa dall’esimio nonno, proverbialmente attento ad ascoltare la voce dei bambini per diagnosticare i mali dei grandi, sì da volerla restituire e con il valore aggiunto della visibilità offerta dai social,  in modo che alla punizione corporale si aggiunga anche la istruttiva gogna.

In attesa del prossimo selfie che testimoni più delle assise di Verona l’impegno del Pd per la salvaguardia dei valori familiari e per la loro trasmissione giù per li rami, c’è da azzardare l’ipotesi che Calenda sia proprio così per indole, che ce l’abbia nel sangue di maltrattare gli inferiori, come si addice a un padre-padrone, che non gli basti esprimere la sua proterva e tracotante “supremazia”, nutrita nel delfinario dei salotti del generone, nei confronti dei dipendenti dell’Alitalia, degli operai dell’Ilva, dei cittadini di Taranto, dei pendolari condannati ai carri bestiame in favore dell’alta velocità,  facendo esercizio di sopraffazione anche nel tempo libero e tra le mura domestiche, per  erudire il pupo su chi comanda, indottrinamento necessario e doveroso da impartire per addestrare a fare lo stesso in futuro. E d’altra parte consiste in questo la tradizione  esemplare di quella civiltà superiore che tramanda di padre in figlio i capisaldi del colonialismo, della disuguaglianza, dell’autoritarismo, della repressione e dello sfruttamento come se fossero un codice genetico che non si deve tradire o dimenticare.

Il peggio  è che quello che in altri casi viene additato da Benjamin Spock in poi, come insano gesto, come violenza biasimevole di un adulto su un minore, ha riscosso un certo compiacimento soprattutto sulla stampa, visto come un segno  del ravvedimento di un esponente del progressismo, che dimostra di aver capito l’insegnamento, non delle sculacciate ma dello stillicidio voti, e abbia fatti propri e interpretati anche esemplarmente  quei valori della destra nel cui seno ha trovato riparo e identità.

E basta insomma far finta di stare con gli oppressi, a meno che non siano a Capalbio in cerca di introvabili giardinieri filippini, o con gli sfruttati, a meno che non si tratti di  madamine torinesi cui viene consegnata in ritardo la moutarde de Dijon, o con i dissanguati, a meno che non siano poveri evasori costretti a lunghe escursioni alla ricerca di paradisi fiscali sempre più frequentati da brutta gente, avventizi e parvenu, signora mia. Finalmente qualcuno mostra di che pasta è fatto il vero Pd, mica quel mollacchione di Zingaretti che riceve la risparmiatrice truffata, mica quei fighetta che fanno l’occhiolino a Tsipras, buono solo per vendere souvenir alla Plaka, mica quelle squinzie trombate che pensano di tornare in auge con l’autocritica, neanche fossero ai tempi del rinnegato Kautsky: è ora di mostrare i muscoli, di rivendicare di stare con chi comanda, nel mondo, in Europa, in Italia e in casa.

Proprio come succede purtroppo in tante famiglie politiche e non, quando  qualcuno frustrato, trattato male dal direttore, umiliato dal caporeparto, oppure deriso dai commissari, gabbato da Draghi, scaricato perfino da Mattarella, maltratta il sottoposto, prende il cacciavite e riga l’auto del vicino, alza le mani sulla moglie o sui ragazzini.

Tutto fa pensare che il povero figlio di Calenda, che martedì non vorrà tornare a scuola per non subire l’onta delle beffe dei compagni, non sia di certo Edipo, e che non ucciderà simbolicamente il padre: abbiamo capito che è già addomesticato dalle mode e dai conformismi politicamente corretti e pronto a servire la stessa causa del babbo manesco. Ma a voi non  viene voglia di vendicarlo, restituendo qualche sonoro e meritato manrovescio a papà suo?

 

 


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: