Annunci

Archivi tag: prosecco

Salvateci dall’Unesco

esult Anna Lombroso per il Simplicissimus

Io non mi scandalizzai più di tanto quando il comico Lino Banfi venne chiamato a far parte della Commissione italiana per l’Unesco.

Semmai a offendere avrebbe dovuto essere  la scelta di incaricare del ruolo di presidente Franco Bernabè, manager che ha inanellato  “successi” personali in leggendarie imprese fallimentari quasi alla pari con Montezemolo,  in Fiat, Eni, Telecom,  Istituto delle Banche Popolari, e nell’attività di  lobbista, membro dello steering committee del Gruppo Bilderberg, vezzeggiato dai potenti che hanno esaltato la sua poliedricità investendolo di responsabilità le più varie: alla testa di festival e musei, autorevole membro di fondazioni culturali, e perfino rappresentante del Governo per la ricostruzione in Kosovo, carica che la dice lunga sulla pervicacia con la quale anche noi  modesti  prestatori d’opera per le faccende sporche, pensiamo di espiare per i danni di imprese coloniali  mandando la croce rossa e investendo qualche soldo altrettanto sporco  nella provvidenziale riparazione, occasione d’oro per speculazioni e corruzione in grande stile. 

Ma si sa  l’Unesco è una di quelle organizzazioni di stampo mondialista, che ci offre una immagine edulcorata della globalizzazione travestendola da cosmopolitismo mostrandoci le magnifiche sorti di un pianeta interconnesso quindi più informato e più libero, dove con i flussi finanziari circola imprescindibilmente la tutela di arte e paesaggio affidata a sponsor  disinteressati e ricchi mecenati. E dove la promozione di un marchio, di un prodotto, di un monumento  non deve prescindere da quella degli interessi di mercato.

Ne abbiamo un esempio fresco fresco come un flute di bollicine: l’influente istituzione ha dichiarato le colline del prosecco patrimonio dell’umanità, per la gioia di Zaia che ha coronato il suo sogno e dei frequentatori delle apericene,  e per il disappunto di Spagna e Norvegia che l’anno scorso avevano bocciato la candidatura italiana.

E mica avevano torto: da anni si susseguono le denunce per il sacco di quei territori compiuto per appagare la crescente richiesta proveniente da tutto il mondo, Estremo Oriente compreso dove il prosecco è uno status symbol irrinunciabile.Ricerche dell’Università di Padova hanno accertato  che tre quarti del consumo di suolo nella  regione vinicola del Veneto  dove si produce la maggior parte dei  vini di Denominazione d’Origine Controllata e Garantita (DOCG),  (pari a 400.000 tonnellate di terreno ogni anno) è effetto della produzione di prosecco. Ogni bottiglia  determina dunque l’erosione e la perdita di 4,4 kg di terreno.

Esaminando  10 anni di dati riguardanti le precipitazioni, l’uso e le caratteristiche del suolo nonché le mappe topografiche ad alta risoluzione, i ricercatori  hanno confermato che l’industria del prosecco è responsabile del 74% dell’erosione totale del suolo della regione e denunciato come gli effetti della monocoltura intensiva si combinino con altri danni ambientali attribuibili all’uso dei pesticidi  e erbicidi  che caratterizzano la produzione delle colline del Trevigiano.

Da tempo indicano possibili “aggiustamenti”,  mantenere  l’erba tra i filari delle vigne per dimezzare  l’erosione totale, effettuare la piantumazione di siepi intorno a vigneti o incrementare la presenza di vegetazioni nei pressi di fiumi e torrenti, ipotesi che non sono state prese in considerazione perchè mentre le proprietà sono state accentrate in poche mani (non tutte pulite se è vera l’ipotesi che uno dei business innovativi della mafia molto presente anche tra quelle verdi colline sarebbe l’acquisizione di aziende in sofferenza o l’acquisto di vendemmie che non rispettano i crismi della qualità da commercializzare all’estero), la presenza degli organismi di controllo e vigilanza dipende da una molteplicità di soggetti e all’interno della zone di Denominazione di Origine Controllata e Garantita si contano 12 comuni e 31 frazioni interessate al brand.

Che l’Unesco abbia una visione particolare della tutela dei beni dell’umanità che si è incaricata di identificare e sui quali svolge la sua occhiuta azione di sorveglianza si evince da un’altra decisione che ci riguarda: sempre a Baku è stato espresso “vivo apprezzamento” per l’eventualità  di spostare il tragitto delle navi da crociera  con stazza superiore alle 40 mila tonnellate a Marghera, evitando il loro attraversamento nel Bacino di San Marco.

Se qualcuno si era illuso che il prestigioso organismo non sarebbe sceso a patti con i corsari, con  le multinazionali del turismo che grazie alla correità del Comune e della Regione stanno trasformando Venezia in un museo diffuso o in un luna park a imitazione della Serenissima, proprio come a Las Vegas,  con le imprese immobiliari che sempre grazie ai complici locali, perseguono la politica di svuotare la città dei suoi abitanti convertendoli in pendolari prestatori di opera in veste di camerieri, osti e facchini, per mettere a disposizione il suo patrimonio immobiliare di hotel, relais, case vacanza, adesso avrà capito che era meglio sospettare delle sue buone intenzioni. E dire che bastava dire di No per una volta, bastava  esigere dalla autorevole tribuna che a fronte di possibili incidenti, di un impatto ambientale formidabile, di una pressione insopportabile senza ragionevoli compensazioni economiche, si risparmiasse la città da quell’oltraggio. 

E’ che la valorizzazione dei nostri patrimoni, ridotti come siamo a remota provincia immeritatamente beneficata da un paesaggio ineguagliabile e da opere che inspiegabilmente sono state create da artisti locali dei quali si è persa l’impronta, non è diversa da quella auspicata per foreste amazzoniche condannate a fornire doverosamente  il legname per i parquet dei ricconi di Miami o degli sceicchi sempre più esigenti.

I dolci declivi veneti sono obbligati a contribuire a brindisi di ogni latitudine, Venezia deve prestarsi a fare da palcoscenico per i forzati delle crociere che la riprendono dall’alto per non mischiarsi ai pochi superstiti assediati da un turismo  autorizzato all’oltraggio, Firenze deve rinnovarsi perfino con i suo tunnel per assomigliare al modello disegnato dal suo nume appena morto e santificato di buen retiro per ricconi in cerca d’atmosfera, il Centro Italia devastato dal terremoto e svuotato di attività tradizionale dovrà essere pronto a diventare la disneyland del turismo religioso, magari combinato con percorsi gastronomici affidati a qualche norcino di chiara fama. 

E adesso datemi della populista e della sovranista se dico che non mi sta bene che “serva Italia” sia diventato il nostro slogan.

 

 

 

Annunci

Un Paese Pattumiera

paesedisc Anna Lombroso per il Simplicissimus 

Se ogni tanto viene da dire povero Paese, oggi possiamo dirlo due volte. Si chiama Paese infatti una località della pingue e godereccia Marca trevigiana ma che da anni è condannata a fare da pattumiera al Veneto, oggi alla ribalta per un fatto di cronaca che più nera e avvelenata non potrebbe essere: il sequestro di una cava dismessa al cui interno sono state rinvenute circa 200 mila tonnellate di rifiuti pericolosi trattati come “normali”.  Contaminati da rame, nichel, piombo, selenio e amianto, i materiali venivano diluiti con terre, calce, cemento eccetera per declassarli da pericolosi a speciali, quindi, con ulteriori miscelazioni, diventavano ‘ufficialmente’ inerti e   immessi sul mercato come materiali da costruzione, da impiegare per la realizzazione di sottofondazioni o rilevati stradali. Tanto che i giornali locali titolavano ieri “serpentoni di Tir carichi di scarti, una dozzina di case e 7 morti di cancro”.

Ancora una volta non si potrà dire che non si sapeva.

Che non si sapeva quello che aveva denunciato l’Arpav e che aveva fatto scaturire sei anni fa un’indagine della Procura:  centinaia di documenti, sette enti coinvolti, quattro diffide, la segnalazione di almeno  2.500 camion a scaricare rifiuti alla cava Campagnole, l’accertamento che nel sito di via Veccelli, incastrato tra i due stabilimenti della San Benedetto, in mezzo a almeno 50 mila metri cubi di rifiuti, ce n’erano almeno 5 mila contenenti amianto.

Che non si sapeva che  quei 5.000 metri cubi di rifiuti, suddivisi in ben tre lotti, due dei quali erano già sottoposti a sequestro penale dai Carabinieri forestali su mandato della Procura della Repubblica di Venezia, sequestri avvenuti per il primo lotto a ottobre 2015, per il secondo lotto a maggio 2016. Che non si sapeva quello che invece  sapevano bene i Carabinieri Forestali che lo avevano segnalato alla Provincia e alla Regione: l’arrivo spesso effettuato col favore delle tenebre di migliaia di camion coi loro carichi sospetti.

Che non si sapeva che dal maggio 2017 era stata avviata una indagine della Procura distrettuale antimafia, per individuare quali burattinai muovessero le file del traffico di veleni.

Eppure il Comune nel 2012, aveva segnalato la presenza di rifiuti, forse contenenti amianto e trasportati illecitamente proprio là, da due ditte, la Canzian e la Cosmo Ambiente che per questo verranno diffidate dalla Regione, facendo scattare quel primo sequestro, cui però non seguirà nulla per quattro anni. Finché nel 2016, la Regione si ricorda di quel provvedimento, si sorprende che non sia stato rispettato e ne trasmette un secondo al quale la ditta Canzian risponde che i materiali erano  stati rimossi, ma magicamente ne erano arrivati altri. Non tutti ci credono anche se alcuni autorevoli esponenti del governo regionale si lasciano andare al più fiducioso ottimismo e dichiarano alla stampa locale che i rifiuti nella discarica “potevano stare in un pacchetto di sigarette”,  forse senza la scritta sui rischi per la salute. E parte così una terza diffida che  ha come effetto altre indagini dell’Arpav e della Forestale quelle che culminano nelle rivelazioni e negli interventi di questi giorni.

Eppure il Comune, si, proprio il soggetto che aveva lanciato i primi allarmi, prende lo  scorso anno l’iniziativa di stipulare una intesa, “l’accordo cave”, proprio con la Canzian e la Cosmo Ambiente, che applica una variante al Pat, il Piano di assetto del Territorio, grazie alla quale viene cambiata la destinazione d’uso della zona autorizzando i partner privati, come recita la delibera in merito,  “ad urbanizzare parte della cava per realizzare un insediamento produttivo”. Con conseguente licenza, è ovvio, a  stendere un bello strato di cemento per seppellire l’incomodo passato.

Pare che tutto quello che non è Terra dei fuochi possa diventarlo. In questo caso si è evitato forse appena in tempo che succeda quello che è successo solo l’anno scorso in tante parti: a Grosseto, Follo, Pomezia, La Loggia, Pomezia, Bedizzole, Fusina, Malagrotta, Battipaglia, Angri, da nord a sud, dove fiamme purificatrici hanno “risolto”  situazioni divenute ingombranti o pericolose per le stesse imprese andate a fuoco, spesso immediatamente successive a ispezioni o sequestri  che fanno capo a persone già note per illegalità connesse al trattamento e alla raccolta dei rifiuti. Perlopiù all’origine degli “incidenti” c’è  la convenienza delle imprese che ricevono i contributi erogati dai consorzi obbligatori di settore  a incamerarli,  disfacendosi del materiale senza sostenere i costi che la sua lavorazione o lo smaltimento legale comporterebbero. Secondo i dati dell’ultimo rapporto Ecomafia di Legambiente, in Veneto sono stati accertati 171 reati nel settore dei rifiuti, che hanno portato all’arresto di 7 soggetti e alla denuncia di 323. Treviso appare la provincia più colpita, seguita da Venezia e Verona.

Con il tentativo di seppellire le magagne di Paese, si finisce per seppellire anche la leggenda del Nordest produttivo, dei suoi distretti all’avanguardia per knowhow, innovazione, sperimentazione. Già da tempo la narrazione mostrava le sue falle, quando  il trasferimento di tecnologie di è ridotto a delocalizzazioni in cerca di paradisi dove trovare manodopera a minor prezzo e dove inquinare più liberamente grazie a un’Europa a due velocità ambientali che ha permesso standard più indulgenti ai nuovi entrati. Quando in Slovenia, in Croazia, e altrove gli operai locali hanno appreso la lezione, si sono messi in proprio sfruttando le loro risorse e la loro imprenditorialità. Quando il Made in Italy ha perso il suo appeal perché i padroni hanno smesso di investire in brevetti, in creatività e pure in sicurezza, preferendo aspettare i profitti davanti alla roulette del casinò finanziario. E da quando a rispettare le regole si passa per “mone”, a rispettare le stagioni e la natura e la terra del proprio territorio si passa  per stupidi, che  l’importante è partecipare al grande business del prosecco che ha conquistato i palati dei nuovi Michele l’intenditore di tutto il mondo e fa niente se nel retrogusto c’è l’amaro sapore dei pesticidi o se per incrementare le coltivazioni di sbancano i dolci colli e si strappano terreni ai boschi di una regione benedetta dalla dea fortuna e castigata dal demonio dell’avidità.

 


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: