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Archivi tag: paradosso della debolezza

Sudditi contenti

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Anna Lombroso per il Simplicissimus

Non stupitevi se per una volta affermo che queste prossime lezioni europee hanno una loro importanza. Non politica, per carità: si tratta di un evento insignificante per le nostre esistenze di cittadini, nella loro qualità di ratifica notarile della resa e dell’assoggettamento,  garantito dalla cerchia di candidati che sono stracontenti dell’Europa così com’è e quelli – non più ammirevoli – che vanno a meritarsi lauto compenso e benefits per trastullarsi saltuariamente con un’altra Europa impossibile.

Mentre invece potremmo apprezzarle in quanto costituiscono un validissimo test per disegnare l’identikit perfetto del suddito ideale che, per dirla con Hannah Arendt, che purtroppo ha meno fan di Fusaro,  non è il nazista convinto o il comunista convinto, ma l’individuo per il quale la distinzione fra realtà e finzione, fra vero e falso non esiste più.  E per riconoscere quindi l’idealtipo che incarna le vittime volontarie del paradosso della debolezza, che accettano le regole e gli imperativi  imposti anche se illegittimi, sentendosi però libero perché gli viene concesso di deprecarli.

Sono quelli che abitano a buon diritto le geografie delle nuove classi disagiate, ma che si illudono si tratti di un temporaneo e breve incidente della storia e perciò di vergognano delle unghie sporche rappresentate da qualche segreta incursione nel populismo, in attesa di riaffermare la propria paternalistica appartenenza a ceti superiori, più acculturati e autorevoli, minacciati da una plebe di ignoranti e maleducati.

Sono loro che dopo che per secoli dai salotti di Diderot e Galli Della Loggia hanno decantato la bellezza della democrazia, la possibilità concreta di pensare con la propria testa e perciò contare con ognuno dei propri voti, oggi non proprio sommessamente guardano all’opportunità di  selezionare i target elettorali secondo svariate e ingegnose forme di discriminazione, laurea in testa, delimitando il diritto/dovere ai cittadini più “informati”, magari equipaggiati di diploma di neo-antifascismo, di neo-ambientalismo, di neo-antirazzismo, di neo femminismo e così via. In modo che si perfezioni l’ossimoro grazie al quale il suddito vota entusiasticamente per l’imperatore e per i suoi scherani, persuaso senza sollevare dubbi e obiezioni che la verità propinata da palazzo reale sia quella buona, contro le false verità contro le quali  i detentori delle forme innovative di relazioni umane e socialità decidono il doveroso ostracismo neanche la rete fosse l’Atene di Pericle, in maniera che a monte venga effettuata la necessaria selezione della balle da somministrare alla massa.

Non diversamente da Salvini e Borghezio si sono convinti o fatti persuasi di appartenere una civiltà superiore, contro i cinesi che ci hanno rubato l’idea degli spaghetti, che pure avevano tanto sorpreso già Marco Polo e Matteo Ricci, contro l’Islam incompatibile con i nostri valori di rispetto per le donne che non si toccano nemmeno con un fiore, contro gli sparatori nei cine di Aurora, magari con pistola Made in Italy, fatto salvo il diritto a tenere un’arma per legittima difesa.

E così quelli che deridono la non poi folta schiera di terrapiattisti, credono ciecamente  alla partita di golf sulla luna dei padri pellegrini dell’Apollo 11, quelli che mettono la foto di Impastato sul profilo votano il partito che ha tolto la presidenza dell’Ente Parco dei Nebrodi al suo tesserato sfuggito a un attentato della mafia per aver imposto i protocolli di legalità, quelli che stanno con Greta per l’ambiente ma anche con Calenda per le imprese e lo sviluppo, quelli che hanno votato per la sacca di resistenza contro i diktat europei e adesso non sanno più farne a meno, quelli che non vogliono sentirsi dire che sono radical chic ma hanno estratto al pashmina dalla naftalina insieme al progetto insensato di una “riforma” di quella autorità costituita con trattati internazionali che si sovrappongo alle costituzioni nazionali con l’intento di demolirle, che hanno votato No ma adesso votano Si a un’Unione che ha dichiarato fuori legge le Carte nate dalla resistenza, troppo intrise di arcaici valori e principi “socialisti” che ostacolano mercato e sviluppo.

Eh si sono quelli che sbraitano contro gli sbirri che menano i manifestanti No-Tav per risarcire il ministro orbato del pupazzetto di Zorro e dei militanti del Pd orbati del palco del Primo Maggio usurpato, ma danno la preferenza alle madamine che esigono la pronta consegna di Prime.  Quelli che canzonano i lettori degli oroscopi ma affidano il loro destino al Nostradamus della Bocconi, che fa previsioni sullo spread con algoritmi che hanno meno probabilità di prenderci delle lune e degli scendenti di Branko, perché non danno fiducia all’idraulico o al meccanico, ma continuano a riservarne ai “settemestieri” comunitari specializzati in crimini contro l’interesse generale. Quelli che mai rinuncerebbero alla libertà di passeggiare in centro, all’apericena nei dehors, al flash mob per sostenere Lucano e contro il ministro felpato di fuori e dentro di ferro, ma che si sono compiaciuti per la ragionevole difesa del decoro cittadino officiata dei sindaci Pd e dal loro mai abbastanza rimpianto ministro.

Ma anche quelli che pensano che tutto il bene può venire solo dal basso, dall’agire libero e spontaneo delle particelle elementari di cui è costituita la società, meglio se impreparate e inadeguate perché così sarebbero meno condizionate, meglio se profane e inesperte perché così dimostrerebbero di non essere esposte a contagi e corruzione, quando è dimostrato che bisogna essere attrezzati e armati fino ai denti di sapere, conoscenza, insieme all’indipendenza, per contrastare una concezione che colloca l’economia e il mercato al centro del mondo, subordinando alle loro esigenze l’intera gamma della vita sociale e imponendo lo status di merci liberamente scambiabili sul mercato alle persone, al lavoro, alla terra, alle creazioni artistiche, alla memoria, all’aspettativa del futuro, ai diritti.

Eccolo il suddito ideale, non occorre un test dell’Espresso per sapere se siete posseduti dal suo stesso virus.

Basta che vi chiediate se credete davvero che non si possa vivere e scegliere e volere qualcosa di diverso da questo che vi propongono, se pensate davvero che non c’è altro per voi e i vostri figli di lavori precari, dove diritti e garanzie si devono difendere in forma individuale in un corpo a corpo senza difese e speranze, dove la casa, la famiglia, l’espressione di talento, vocazioni e perfino desideri sono un lusso concesso a pochi, dove la cabina elettorale è diventata l’ufficio postale nel quale è obbligatorio timbrare la propria consegna a autorità imposte e indiscusse, cui delegare e offrire in pegno aspettative, garanzie e diritti in cambio di una imitazione della sicurezza e della sopravvivenza. Se da chi vi assicura che sta facendo tutto questo per voi non comprereste una macchina usata, non fatevi affibbiare la loro democrazia di seconda mano.

 

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L’ingiustizia è uguale per tutti

Allegoria della Giustizia di Bernini

Bernini: Allegoria della Giustizia

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Certo vedere i reprobi eccellenti in manette è una bella soddisfazione e anche accontentarsi di saperli agli arresti domiciliari. Purtroppo è un contentino  rispetto alla gratificazione di non vederli più, scomparsi in un cono d’ombra, negletti da talkshow e oscurati dagli opinionisti come meriterebbero, e ancora più a paragone del compiacimento per la loro eclissi definitiva post-elettorale.

Da anni ormai siamo abituati a pensare che se non siamo capaci di liberarci dell’abuso illegittimo della politica, del parlamento e della gestione della cosa pubblica da parte di un ceto che mostra un istinto ferino alla trasgressione, alla corruzione, all’impiego privato di ruolo, rendita e potere che ne consegue, possiamo contare sulla magistratura che prima o poi ci vendica. Si, auspicando  che ci riscatti e li castighi, e non faccia “giustizia”, perché negli anni forma e contenuto di questo “”valore” sono stati aggiornati, disperdendo o modernamente resettando la sua qualità morale e sociale, quella attinente al contrasto alle disuguaglianze, quelle suscitate della lotteria naturale e quelle determinate dallo scontro di classe.

Non a caso proprio da parte di un soggetto politico che ieri grazie a una liberatoria  non del tutto arbitraria è sfuggito alle sue maglie, viene continuamente richiamata la opportunità di valersi di un utilizzo privato della giustizia, sotto forma di pistola sul comodino. Niente di diverso da chi pensa che l’appartenenza a un ceto con tutto il corredo di principi e valori identitari: arrivismo, ambizione, indole alla sopraffazione e allo sfruttamento, familismo e clientelismo, autorizzi a una interpretazione personale delle regole, dileggiate in quanto ostacolo a libera iniziativa e imprenditorialità. Sicché l’ingresso a gamba tesa di un altro ceto, quello giudiziario, viene inteso come a una guerra intestina mossa per chissà quali opachi moventi o per segnare il territorio del quale vengono rivendicati l’occupazione e il possesso in comodato.

Eh si, ieri ne abbiamo avuto due rappresentazioni allegoriche.

La giunta per le immunità del Senato ha respinto la richiesta di autorizzazione a procedere del tribunale di Catania contro il ministro Matteo Salvini per il caso della nave Diciotti, con una decisione presa a maggioranza: 16 voti contro il processo e 6 a favore, un risultato  scontato dopo l’esito della consultazione online dei 5Stelle, una cerimonia officiata nel quadro dell’odierna imitazione della democrazia nella quale siamo costretti a vivere, da avventizi dell’oligarchia  incaricati di sperimentare l’occupazione della rete, in modo che cada anche uno degli ultimi baluardi di massa, sia pure con effetti francamente grotteschi.

È uno dei paradossi della nostra contemporaneità, la possibilità per il ceto politico di difendere i propri comportamenti illegali o illegittimi – anche se il caso in questione è opinabile perché le leggi non sono teoremi aritmetici da applicare con un approccio contabile –   grazie alla determinazione  e al lascito i padri costituenti e in particolare Lelio Basso, i socialisti e i Comunisti che vollero stabilire attraverso gli articoli 68 e 96 la tutela degli eletti dalle pressioni e dai condizionamenti di poteri forti, in modo che venisse tutelata “la libera esplicazione delle funzioni del Parlamento, contro indebite ingerenze” da parte della magistratura, certo, in un tempo nel quale la sua autonomia era ancora incerta.

E’ un’eredità quella che abbiamo difeso insieme a altri principi messi in pericolo da “riforme” volte a consegnare le istituzioni e noi all’ideologia neoliberista della deregulation, del dominio incontrastato e della supremazia del “privato”, del superpotere attribuito all’esecutivo. E si tratta infatti di quella cassetta degli attrezzi che utilizza per la sua propaganda difensiva l’altro co-protagonista sulla scena di ieri, quando (ne ha scritto il Simplicissimus qui: https://ilsimplicissimus2.com/2019/02/20/arcipelago-rignano/) ) riconferma  la sua “fiducia” inossidabile nella magistratura, purché tratti coi guanti gialli il suo asse dinastico, che in virtù del suo ruolo pubblico ha diritti inversi ai nostri in materia di privatezza, impunità, immunità, insindacabilità delle azioni e dei comportamenti.

C’è poco da dire, viviamo il paradosso della debolezza, ci è stata concessa la ”prerogativa”  di accettare i comandi, deprecandoli, di essere servi, lamentandoci, di ubbidire, ma brontolando. Perfino ci è stato sottratto il diritto libero di votare in virtù di leggi contraffatte, liste bloccate, differenti e disuguali condizioni di partenza dei candidati, impari mezzi profusi, permettendo la finzione di consultazioni virtuali su piattaforme di soggetti privati, che vale per le autorizzazioni a procedere o per i talent.

Vale anche per la giustizia, quando diritti duramente conquistati e che credevamo a torto  inalienabili, quelli “materialisti” (che ispiravano la ‘critica sociale’ e la lotta di classe) ormai  declassati  a gruzzolo micragnoso a disposizione di tutti e  garantito,  in favore di “valori post-materiali” più moderni e fashion. Sicché dando retta indirettamente a chi ha stabilito delle graduatorie, prima gli italiani, prima i maschi, prima gli eterosessuali, si instaurano delle contro-gerarchie  morali e etniche, che indicano i fronti di denuncia e militanza, prima gli immigrati, prima gli omosessuali, prima le donne, come se togliere qualcosa agli uni arricchisse gli altri.

Così l’amministrazione della giustizia segue le tendenze della moda e dello spettacolo, altro settore fortemente e irriducibilmente condizionato dal mercato. Ci elargisce qualche spot gratificante di potenti minacciati dalle catene, quando le nostre galere sono affollate di ladruncoli e piccoli spacciatori, mentre bancarottieri e corruttori entrano e escono dalle loro porte girevoli pronti a occupare altri posti in prestigiosi consigli di amministrazione. Quando a essere perseguiti con rigore sono i reati di strada, le condotte dei poveri, mentre gli illeciti commessi da chi può e sta in lato sono trattati con indulgenza e la comprensione che si riserva  a chi dà lavoro, a chi non deve essere ostacolato da lacci e laccioli, a chi è troppo impegnato per svolgere quelle moleste attività da straccioni: dichiarazione dei redditi, osservanza delle regole in materia di previdenza o edilizia.

Lo credo che chi sta su o non si rassegna a scendere ha fiducia della giustizia, mica è uguale per tutti.

 


La zingarata di Nemici miei

zin Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ieri una giornalista della Rai ha pubblicato un’accorata e lunga denuncia su Facebook:  aveva assistito a un pestaggio ai danni di una giovane rom accusata dai giustizieri della metro di Roma di aver tentato un borseggio e nella totale indifferenza dei viaggiatori. Il racconto era stato ripreso dalla stampa nazionale e era circolato in rete, commentato a pari merito da tifoserie antirazziste che vedevano nell’episodio una conferma del radicamento popolare della politica xenofoba del ministro Salvini, certamente ignaro che la maggioranza dei rom sono nativi e cittadini italiani. Ed anche da scettici che accusavano la narratrice di essere affetta da una specie di sindrome di Münchhausen, per criminalizzare la reazione legittima e giustificata di chi vede negli “altri” un rischio per i beni e la sicurezza di tutti: non ci sarebbero state infatti testimonianze dell’accaduto, filmati col telefonino che ormai non mancano mai  o peggio selfie con i gongolanti vendicatori dei nostri portafogli.

E oggi ci sarebbe da dar ragione agli increduli: la giornalista ha oscurato i suoi post, non ha presentato una denuncia se non quella virtuale, non sono apparse documentazioni o prove a conferma dei fatti narrati. E dunque se davvero si è trattato di una montatura, sarebbe grave.

Ma in realtà sarebbe più grave ancora se fosse tutto vero, oltre che verosimile. Se la giornalista pluri-insultata avesse deciso di eclissarsi perché soggetta a una campagna denigratoria, se davvero gli astanti non avessero filmato, perché indifferenti o occupati a applaudire la giustizia faidate su ferro, se, e non sarebbe una novità, il sostegno all’esuberanza dei picchiatori, interpreti della unanime sfiducia nelle istituzioni e nella giustizia,  fosse stato incrementato dalla etnia della ladruncola: quelli che sono soliti dire io non sono razzista, sono anche soliti aggiungere un ma a proposito dell’indole zingara alla trasgressione, al furto, all’imbroglio, che giustifica e autorizza da anni pogrom, razzie, incursioni intimidatorie, delocalizzazioni amministrative e poi con la forza pubblica in insediamenti popolati da generazioni di cittadini italiani cui sono stati aggiunti, non sorprendentemente, fastidiosi richiedenti asilo e profughi fuggiti da guerre alle quali abbiamo partecipato attivamente.

È che di questi tempi si parla tanto di crisi di autorità della quale soffrirebbero le élite, il ceto dirigente e i suoi  addetti alle relazioni con il pubblico. Mentre dovremmo parlare di crisi di autorevolezza generalizzata, per via della quale per accreditare ragione, critica, convinzioni c’è bisogno di metterle in scena sotto forma di spettacolo, evento, flash mob, esibizione muscolare, rappresentazione del proprio sé. E questo vale anche per i fenomeni che hanno fatto la loro comparsa non certo inattesa e nemmeno nuova sullo scenario del mondo: immigrazioni, cambiamento climatico, terrorismo, criminalità organizzata illegale o autorizzata per via di legge in Colombia, Italia o a Wall Street, soggetti privilegiati a Hollywood, Nuova Delhi, Napoli,

Questa possibilità di esprimersi è rimasta una delle ultime elargizioni erogate a gruppi sociali che hanno via via perso beni, garanzie, identità di classe e che sono passati dalla passività politica a una certa attività “rivendicativa” disorganica che rappresenta più che i loro interessi, il loro malessere. È la libbra di carne scaraventata dalla “dirigenza” sovranazionale che non ha saputo e voluto mantenere fede alle promesse del liberismo, alle visioni di benessere diffuso, di pari opportunità, di possesso, della casa prima di tutto, di guadagni facili e investimenti redditizi con la partecipazione al casinò globale, di una vecchiaia sicura acquisita attraverso fondi e assicurazioni.

Lo chiamano il “paradosso della debolezza” e consiste appunto nella accettazione di regole che è concesso magnanimamente deprecare.. e niente di più. Succede quando si sono dispersi o sono stati cancellati  i valori “materialisti” (che ispiravano critica e la lotta di classe) ma anche i valori “post-materiali” (la qualità della vita, l’ambiente, la realizzazione di talenti e vocazioni) e l’unica aspirazione che viene permessa è quella alla sicurezza, intesa come protezione data da autorità superiori in cambio della rinuncia alla libertà e alla democrazia.

Se fino ad un certo punto era stato possibile conquistare “riforme”, ordinamenti a difesa degli sfruttati, come lo statuto dei lavoratori, leggi che sancivano diritti, adesso ci si trova a difendere il poco, sempre meno, non da chi ce lo leva, ma da chi ci viene indicato come concorrente sleale. E per via di disposizioni e provvedimenti viene decretato che siamo autorizzati a questa miserabile sopraffazione, a un ragionevole sfruttamento, a una vantaggiosa speculazione di tipo “umanitario”, oggi ai danni degli stranieri, domani -ma è già cominciato- dei connazionali e concittadini che hanno mostrato debolezza, incapacità di tutelarsi, scarsa iniziativa.

Da sempre c’è qualcuno che sostiene che “il dispotismo è una forma legittima di governo quando si ha a che fare con barbari», siano essi i neri d’Africa da depredare, gli islamici da convertire e contro i quali è necessario muovere guerre persuasive della nostra superiorità, gli ebrei che non si sanno integrare, gli slavi feroci, gli zingari trasgressivi. E adesso, da noi, gli immigrati, che devono essere obbligati per legge al confino, allo status di clandestini, alla riduzione in schiavitù.

È proprio il trailer del film horror al quale ci stanno condannando, assimilandoci alla condizione di terzo mondo interno, di barbari in patria, per il fatto di essere sempre più impoveriti. Quando l’unica abbondanza che ci lasciano è di risentimento, di frustrazione, di paura e sospetto.

Poco importa se l’episodio miserabile del pestaggio in metro è vero, importa che sia verosimile, che sia uno dei tanti occorsi e documentati, importa che qualcuno che avrebbe l’incarico di informarci debba ricorrere allo “scandalo” autentico o contraffatto per suscitare interesse, sicché la verità viene sempre di più messa in ombra e velata da quel che si vuol fare apparire. Importa che abbiamo smesso di aspettarci che qualcosa cambi, come nella poesia di Kavafis, con l’arrivo provvidenziale dei barbari, perché i barbari siamo noi.

   


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