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Illusioni di seconda mano

im verAnna Lombroso per il Simplicissimus

Un giovane animale metropolitano torna a New York con la sua garrula e ambiziosa fidanzatina conosciuta nel remoto college dove ha deciso di relegarsi, alla quale vuol regalare le emozioni che ha trasmesso, come una pedagogia emozionale, la città a un giovane Holden più di sessant’anni dopo: la pioggia insistente e insinuante, quei bar intimi e bene illuminati, come li definiva Hemingway, la colonna sonora  che già accompagnava gli ultimi fuochi e le feste dove splendevano le fanciulle gardenia, l’incanto di luoghi segreti da rivelare perché diventino il palcoscenico di incontri e l’epifania di sorprendenti affinità.

Capiamo appena lo conosciamo che  Gatsby, così si chiama il protagonista di Un giorno di pioggia a New York, è un indigeno degli attici di Manhattan, una seconda generazione di rampolli cresciuta nel delfinario dei privilegiati o meglio nell’acquario di Wall Street dove si divorano i padri. Ma pare essere poco affetto dalle patologie professionali e ereditarie: avidità, dissipata smania di accumulazione,  indole allo sfruttamento e alla speculazione spregiudicata ed anche da quella assillante bramosia di riscatto che segna chi ha compiuto con successo una ardua scalata sociale. E questo grazie ad una madre che ha convertito la sua origine e il suo trascorso di professionista del mestiere più antico del mondo, in un potente e gentile affrancamento sociale e culturale.

Insomma deve a lei quella educazione che lo ha portato a conseguire il risultato promesso da Keynes, quando si augurava che progresso tecnico andasse ormai tanto avanti da permettere agli uomini di  procurarsi tutti i beni necessari alla sopravvivenza e al loro comfort, persuadendo i ricchi della bontà del dismettere le loro smanie dissipate e feroci per dedicarsi tutti al dolce riposo, alle cose più belle e serie, come l’amore e la cultura, a quelle cioè che definì le delizie della vita, meritandosi così la definizione data di lui da un  famoso economista più disincantato e tanghero:  “Keynes è uno che piscia profumo”.

Oggi la radiosa visione di Keynes sembra sempre più improbabile, le delizie della vita si sono ridimensionate per i ricchi, che preferiscono beni rifugio, paradisi fiscali, la conta dei profitti che derivano dal gioco d’azzardo finanziario e la traduzione di  cultura e bellezza in spese detraibili. E ai poveri sempre più poveri è proibito ormai anche l’investimento virtuale in desideri e aspirazioni, occupati a scendere e salire le scalette delle loro gabbie per topolini, alle prese con mutui, scadenze, tasse, bollette, prestiti, grazie all’imposizione   ormai evidente di una restrizione dell’immaginario oltre che dei bisogni censurati da quando è invalsa l’ideologia del rigore che vorrebbe farci rimpiangere e soprattutto pentire non solo di quello che abbiamo avuto, sempre troppo, pare, ma anche quello di che abbiamo sconsideratamente vagheggiato.

E infatti in questi giorni abbiamo assistito all’ostensione delle pretese al minimo sindacale dei diritti della “comunicazione” redatte dalla scrematura generazionale di una cerchia che non si arrende ad essere diventata classe disagiata, nella veste di giovani ambiziosi e arrivisti che limitano i loro propositi e i loro obiettivi collocandoli nell’ immaginario del “fare cose” divertenti, creative, artistiche, social come Facebook,  dove la libertà si esprime nello svolgere quei lavori che vengono definiti “alla spina”, dove gestisci il tuo tempo da precario, scrivendo a comando sulla bontà del progresso e della tecnologia che buca e trivella, scegliendo in autonomia l’orario di consegna dei cartoni di Foodora, immaginando che la precarietà sia una forma di libertà proprio come il cottimo e il volontariato all’Expo.

Si vede che nessuno vuole arrendersi alla realtà accertata che nella pancia risieda il secondo cervello:  così se è piena permette di immaginare e volere, perfino pretendere, benessere, allegria, amore, affermazione di sé, conoscenza, viaggi, scoperte. Se è vuota,  non ci concede che cupa malinconia, orizzonti angusti che non permettono di guardare oltre rissose periferie, dove i poveri si meritano brutture aggiuntive, sotto forma di brutte case, avvilenti servizi, conferimento di rifiuti anche umani, quelle vite nude imposte ai sans dents e dalla  sono esentati quelli con le pance piene, che li incrociano occasionalmente in tute da lavoro, grembiuli, camici da inservienti.

Eppure  da giorni ci tocca, come se non bastasse, la manomissione del pensiero di una intelligenza illuminata, ad opera dei soliti lettori e interpreti dei risvolti di copertina  o di wikiquote, per contrapporre le passioni festose e felici della bella gioventù benedetta dalle istituzioni, dai partiti e dai movimenti invidiosi e desiderosi di emulare il talento non nuovo di mobilita adunate non sediziose come vogliono decennali misure di rodine pubblico, alle “passioni tristi” del popolaccio affidatosi al populismo, consegnato alle maniere e al linguaggio becero degli arruffa- plebe, contaminato  dai batteri del razzismo, autorizzato come è noto solo in chi si è scelto l’incarico di promuovere la emarginazione dei brutti sporchi e cattivi. Che è obbligatorio condannare  all’anatema del politicamente corretto che colpisce chi non dimostra le qualità per emergere, per affiorare dal fango della maleducazione e della miseria, chi non è perciò all’altezza di far parte del consorzio civile.

E dire che basterebbe scorrere il Bignami dell’Etica di Spinoza. Basterebbe quello per essere informati che il filosofo annovera tra le “passioni tristi” la speranza, che  può produrre l’ effetto iniquo di ottenebrare la ragione, di nutrire anime e menti del gas dell’illusione e delle chimere, di spegnere la collera e perfino l’odio anche quando l’odio è giusto, contro i sopraffattori, quando vuole contrastare l’accidia degli indifferenti. Come d’altra parte sosteneva qualcuno – è la frase che circola con più successo sui social –   che dopo essere stato condannato da un tribunale fascista, è stato condannato una seconda volta dall’Europarlamento e minaccia di esserlo una terza volta dai giudici dell’ideologia del politicamente corretto che vuole annegare consapevolezza di sé, libertà e autodeterminazione nel giulebbe, comminando sanzioni e pene a chi rivendica di odiare l’ingiustizia, lo sfruttamento, la menzogna, la repressione, armi che con l’elargizione di mancette e miraggi, sono di proprietà  esclusiva dell’esercito dei padroni e dei loro soldatini di stagno.


La Coca cola produce il manifesto del globalismo

Coca colaLa Coca cola è stato forse il primo prodotto globale e dopo la seconda guerra mondiale è diventato anche il simbolo dell’egemonia imperiale, la promessa di uno stile di vita gassoso e dolciastro, di edonismo a buon mercato in cambio di atarassia politica. Ed è quindi ovvio che proprio dalla Coca cola e in contemporanea con i rinnovati riti apotropaici dell’oligarchia europeista, venga una campagna pubblicitaria che potremmo definire il manifesto del globalismo nella sua forma neo populista, ma anche più vera, l’inno al più vacuo cosmopolitismo. Nel presentare la bevanda come adatta ad ogni cucina del mondo, come sostanza universale (leggi americana) che lega ogni sapore la Coca cola non si ferma al cibo, ma esprime la filosofia di fondo dei nostri tempi: “quando il mondo segue solo la testa si divide” mentre ” quando ascoltiamo la pancia ci avviciniamo”

Sapete la cosa sembra uscita da un film di Cronenberg o da certa fantascienza che immagina gli uomini titanizzati da altre creature e felici di non dover più pensare e scegliere , ma sono pacificati per sempre da un solo volere: quelle tesi erano una specie di infantile e deformata visione del comunismo, ma ora, venuto meno il nemico, scomparso l’alieno ostile, certi cliché ritornano per definire paradossalmente  il cosmopolitismo neo liberista: pensare divide ed è quindi un male, la pancia invece unisce. Ora qualsiasi persona con un minimo di sale in zucca dovrebbe ritenere offensivo un tale spot, ma evidentemente non è così perché non solo è passato completamente liscio, ma è stato costruito apposta per ottenere consenso consumistico. Da tempo le ragioni della pancia hanno preso quelle cuore che per necessità economica si sono dovute restringere per avere un loro spazio solo in associazione con i vari dolcetti di San Valentino, ma l’invito di Coca cola ha un senso preciso che va oltre le miserabili intenzioni commerciali: pensare è mettere in discussione e il pensiero unico, rimasticato in una sorta di ossessivo conformismo planetario rifugge da questa sgradevole possibilità, la variabilità dei punti di vista e delle culture va bene solo negli ambiti più istintivi e arcaici della vita, ma adoperare il cervello è divisivo, coltiva il vizio del dubbio. Forse è per questo che ogni opinione contraria è criminalizzata come fake news, mentre i padroni del vapore possono manipolare qualsiasi dato di realtà. E quando non si può lanciare l’accusa di falso si arresta e si condanna chi denuda l’imperatore per aver violato segreti inconfessabili come è accaduto ad Assange. Ed è in questo senso che il liberale Bertrand Russel già 50 anni fa scriveva: «c’è nel complesso, molta meno libertà oggi di quanta ce ne fosse cento anni fa; e non c’è ragione di supporre che le restrizioni sulla libertà siano destinate a diminuire in un futuro prevedibile»

In effetti lo spot del bere scuro rappresenta a meraviglia il lento passaggio dallo sfruttamento all’emarginazione, dalla repressione alla comunicazione consumistica non nel senso che sfruttamento e repressione stiano scomparendo, ma che entrano in una diversa logica del potere. Che sia una multinazionale Usa  a portare questo messaggio è in quale modo ovvio: ad onta delle celebrazioni eucaristiche della democrazia americana quest’ultima è sempre stata guardata con sospetto dai suoi storici osservatori. Per Stuart Mill il destino era la massificazione, per Toqueville  avrebbe portato «una folla innumerevole di uomini simili ed uguali che non fanno che ruotare su sé stessi, per procurarsi piccoli e volgari piaceri con cui saziano il loro animo». Non sono citazioni che s’incontrano spesso nelle vulgate per la massa, ma sta di fatto che l’associazione tra paternalismo e comando sembra aver funzionato benissimo in un sistema di “servitù ben ordinata” come dice sempre Toqueville. Insomma una democrazia rituale che come scrisse all’alba degli anni ’70 il costituzionalista francese Maurice Duverger mostra «le due facce dell’Occidente: l’ambivalenza della soppressione dei privilegi aristocratici accompagnata dalla creazione di nuove oligarchie attraverso la cristallizzazione legalizzata delle ineguaglianze economiche».

Certo esiste sempre nelle elites di comando la paura del demos  che spinge i gruppi dominanti a tenerlo a bada privilegiando nel nostro tempo l’uso di strumenti comunicativi  per costruire un orizzonte del pensabile, cosa estremamente facilitata oggi con i nuovi mezzi di comunicazione – schiavizzazione. Coca cola vuole asserire che dobbiamo essere tutti dei Pangloss, convinti nel sistema migliore possibile e comunque l’unico pensabile ed è quindi molto meglio che sviluppiamo il cervello intestinale come garanzia di tolleranza universale nel non pensiero. Basta stappare la lattina per essere umani e non immaginiamo quanti si accontentino di questo,


5 marzo, vaghe stelle dell’Orsa….

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Anna Lombroso per il Simplicissimus

Da tempo – almeno dalle amministrative e pure da un referendum che aveva promesso svolte epocali ma che è stato risucchiato dal vortice delle ammucchiate di regime culminate in quella legge elettorale che ieri ha dato i suoi frutti perfino suicidi – ho esaurito la mia scorta di soddisfazione nel contemplare seduta sul divano le facce illividite, i ghigni amari e impaurite della sconfitta.

E ho smesso anche quella di essere una navigata cassandra; non mi piace vincere facile e gli esiti erano prevedibili anche per gli avventizi delle profezie. Come non bastasse la inaudita affluenza al voto annunciava i risultati in un paese ancora una volta troppo lungo, nel quale al nord vince la Lega, a sud i pentastellati e al centro si naviga tra i rottami, a dimostrazione che le politiche di governo hanno eroso perfino il patrimonio clientelare.

Mi resta solo quella di essere come al solito tra i gloriosi perdenti, dentro una minoranza onorevole quanto esigua, esiguissima,  che non poteva aspettarsi di più accontentandosi di una prima verifica, un PaP test insomma, dal quale adesso si dovrebbe dimostrare di saper partire per proseguire un lavoro di coagulo di forze sul territorio.

Gli opinionisti sono già all’opera per dimostrarci che dall’età della paura saremmo passati a quella del rancore. Meglio sarebbe stata quella della collera rivoluzionaria e creativa, ma c’è poco da sperare da una paese ricattato, intimidito, umiliato, strozzato da nuove o consolidate miserie. Sono già attivi per riconfermare stantie interpretazioni sul voto, rimpiangendo quell’astensionismo indifferente e accidioso che veniva letto come ragionevole delega, come prova di adulta maturità di popolo, oggi regredito a manifestazione di rumori e rimescolamenti intestinali espressioni della pancia ormai vuota di una marmaglia.

E comincia già l’esercizio rituale, quello delle ardite scommesse sulle alleanze e le associazioni temporanee di impresa, a riconferma – ve  ne fosse mai bisogno –  della distanza siderale della politica alta dalla politica bassa, quella insomma “della  vita”.

Non ho dubbi che i 5 stelle già piuttosto scaltriti vi si presteranno con il loro giovanile impeto. Avrebbero preso più voti se non avessero introiettato le modalità degli usi elettorali, mitigando concetti convinzioni e slogan, addomesticando il no all’Europea e all’euro, – l’hanno fatto perfino i “pazzi “ troppo poco visionari di Potere al Popolo, venendo a patti in sede di designazione dei potenziali ministri con i danni delle “riforme” renziane, proclamando la opportunità della ragionevole “revisione” di buona scuola e jobs act piuttosto della benefica e implacabile cancellazione.

Non hanno capito che il segreto del loro successo almeno all’inizio sarebbe la dimostrazione della volontà di essere il  “governo del disfare” rispetto a quel fare iniquo avido e pusillanime del passato, che la loro fortuna risiede nella capacità di rompere con gli usi e le infami adesioni a ideologhe e azioni fondate sullo sfruttamento di chi sta in basso, come sulle rendite e il privilegio di chi sta in alto, sulla clientela e il familismo, sulla speculazione e la corruzione. Che poi non è mica la rivoluzione,  magari, ma sarebbe il primo segnale dell’inversione di rotta che ci si attendeva a Roma tagliando il nodo gordiano che legava indissolubilmente interessi immobiliari e speculativi, bande di innominabili criminali, famiglie mafiose e diversamente tali e amministrazione e ceto dirigente

Perfino chi come me esige qualità del lavoro e della vita, tutela ambientale, uscita dalla fortezza europea e dai suoi delitti e dall’euro, e poi antifascismo quello vero, istruzione pubblica, fermo alle privatizzazioni, welfare e accorto sistema previdenziale – che  mica è la rivoluzione nemmeno questo! – intanto ricomincerebbe a sperare.

Ma la montagna di queste elezioni . una specie di sondaggio in grande stile ad uso  dell’impero per valutare lo stato di slaute di remote province – largamente inutili rispetto alle nostre esistenze e ai nostri diritti e bisogni, non poteva che partorire un topolino. E in fondo una soddisfazione l’abbiamo avuta i due sorci più ributtanti stavolta sono in trappola.


Lettera dalla pancia

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Sono la pancia del paese, quella cui tutti parlano, pretendendo di interpretarne appetiti e borborigmi, mentre la vuotano, per riempire quel vorace ventre incontentabile di pochi insaziabili.

Sono la pancia de paese, affamata e incazzata. Per questo non mi importa un granché delle espulsioni, quelle sgangherate dei 5stelle poco inclini a adempimenti ragionieristici in merito a stipendi così lauti da rappresentare un affronto per troppi, o quelle felpate del partito della Nazione, interessata invece come sono alla cacciata dal contesto “civile” delle ragioni di che non ha voce nei talkshow, di che per esprimere critica ha solo la piazza.

E ben poco mi avevano interessato le risse tra deputati, dei manrovesci dei questori, che dopo i lanci di mortadelle a sigillo di decenni di  occupazione dei palazzi istituzionali da parte di usurpatori del mandato elettorale, di incoronati senza nemmeno prerogativa dinastica, di scambisti dediti a vorticosi giri di poltrone.   Quando guardavo da quella parte ed ero di buonumore ne ridevo come di una baruffa al casin dei nobili, come di uno di quei duelli mimati tra malavitosi, attenti a non farsi male, messo in scena per darcela a bere che tra i contendenti esistesse una qualche differenza ideologica, ideale, morale. Se invece ero mal mostosa e irascibile, mi indispettivano almeno quanto le condanne perbeniste dei clan e dei circoli di affini, ipocritamente convinti che fossero, quelle offese al bon ton, i veri attentati alla democrazia e non ben altri oltraggi, ben altre espropriazioni, ben altre lesioni delle regole, della libera espressione, dei diritti, primo tra tanti quello a partecipare della vita pubblica e delle scelte. E, oggi, come se ci fossero differenze non solo formali tra gli espulsi dal gran maleducato e la soffice rimozione di Mineo, come se l’imposizione di figurine Panini in cima alle liste, sempre le stesse in un acrobatico “partito di giro”, fosse più democratica della nomina da parte di una ristretta cerchia di aficionados del web, come se la liturgia delle primarie – perfino quella ormai malvista dal dittatorello di Rignano e dalla sua compagnia – fosse più rispettosa della partecipazione e della democrazia delle consultazioni in rete. E come se fosse più grave non interloquire con il premier meno credibile degli ultimi 150 anni, che chiudere la porta in faccia alle rappresentanze, alla negoziazione e alla concertazione.

Sono la pancia del paese e ogni giorno di più sono incline a una certa diffidenza nei confronti del gioco delle parti, delle liti più o meno simulate, di chi fa la voce grossa coi deboli e quella querula coi forti. Ho imparato a attribuire il giusto valore alle intemperanze delle opposizioni: sono il minimo che si possa esprimere quando viene praticata una esclusione organizzata  dalla discussione parlamentare, con il martellamento di richiami all’ordine, con le ghigliottine, con il continuo ricorso alla fiducia, con la cancellazione, anche grazie a una presidenza venuta da Sel, dei meccanismi legittimi e legali di dissenso.

Sono il minimo e siccome sono diventata sospettosa, forse per la fame di pane, lavoro, ascolto, non mi basta. Perché i 5stelle pretendono anche loro di intercettare i miei umori, di rappresentarli e testimoniarne, ma hanno perso, se mai l’hanno avuto, il senso del m. E non possono arrogarsi la comprensione di quell’istinto di rivolta che ormai mi prende  di fronte alle disuguaglianze, né tantomeno di istituzionalizzarlo, legittimarlo e dirigerlo e governarlo dentro ai palazzi.

Se non è vero che questo avviene in ragione del fatto che sono una opposizione “distruttiva”, assimilabile ai gufi, a fronte di un partito unico, media altrettanto unici, tutti intesi a dimostrare indole “costruttiva”, soprattutto di opere inutili, di edilizia superflua, di riforme demolitrici della democrazia, la loro distanza è invece  ormai accertata, e proprio per l’incapacità non tanto a dare risposte pragmatiche, ma a immaginare “altro” da questo, a questa realtà e a questo presente, a reinventarsi la vita e la politica, a riconoscersi oltre al  generalizzato unanimismo intorno a parole d’ordine e slogan, pensate per compiacermi, per calmare la mia fame col vapore che esce da pentola nella quale bolle l’acqua con dentro i sassi, messi là per fare rumore.   Un borbottio che non sa nascondere posizioni cripto fasciste, piccole infamie razziste, la pochezza di pensieri nati in uno dei cortili italiani che paradossalmente ha lasciato spazio a un altro cortile, più radicato, più ingeneroso, capace di captare e catalizzare il marcio che la disperazione sa nutrire, il veleno che la miseria alimenta, l’abiezione che la paura fa affiorare e sdogana.

Ho ascoltato con stupita desolazione la Taverna gridare”non sono una politica, non sono una politica”, a discolpa sua e di un’organizzazione che invece dovrebbe reclamare di essere politico e in quanto tale agire in nostro nome e nel nostro interesse.

E, ormai disincantata, mi ritrovo a dire “sono tutti uguali”: si vede proprio che non esiste via virtuosa al potere, nemmeno quello mediocre per non dire miserabile, di qualche certezza, di qualche garanzie, di qualche puntello quando tutto cede alla rovina e crolla.

 

 


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