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Primo Maggio

unoAnna Lombroso per il Simplicissimus

Ma quanto tempo è passato, che cosa è successo, da quando eravamo una delle “gemme” dell’Occidente, quando il “sistema Paese” poteva esibire le sue credenziali di potenza industriale, di “culla della civiltà” ricca di memorie, opere d’arte, monumenti e paesaggi che popolavano l’immaginario del mondo, quando c’erano ingegni e talenti creativi che ci invidiavano e che avevano costruito il mito del Made in Italy?

Sarà stato vero, o adesso ci tocca fare i complottisti a posteriori? e scoprire che quella era solo l’apparenza, una narrazione raccontata per farci sentire al sicuro nel migliore dei mondi possibili, dove bastava uniformarsi ai format esistenziali degli “arrivati” per raggiungere successo, bellezza, quattrini, notorietà, dove chi produceva si meritava di guadagnare, pretendere e spendere. Che se poi non ci riuscivi, voleva dire che era colpa tua, che non possedevi le qualità necessarie per sollevarti dalla condizione di sfigato.

Vuoi vedere che non ce ne siamo accorti? cullati dal mantra recitato dal Progresso con le sue promesse di onnipotenza: salute, scoperte spaziali, fine della fatica grazie ai robot, viaggi, parlarsi e vedersi con gente che sta agli antipodi, e addormentati dalla ninnananna della realtà parallela dello spettacolo: processi svolti in studi televisivi, simulazioni della vita e delle relazioni in case di cartapesta, gare, giudizi e voti virtuali, confessioni, lacrime, ricongiungimenti e anatemi letti sul gobbo, ostensione di dolore, nascite e morti in modo da separarci dalla vita esiliandoci nella finzione.

Ma intanto si preparava la resa dei conti: la  punizione per aver voluto troppo, le rimostranze e le pene per il reato di dissipazione di risorse e ricchezze, così avida e dissoluta da farci meritare il rancore delle generazioni a venire cui non abbiamo garantito il nostro “stile di vita”, il fantasma di disuguaglianze sempre più feroci, che da remote, si fanno sempre più vicine e presenti come una minaccia incombente che non vogliamo riconoscere sperando che così evapori.

Quel fantasma si è fatto via via sempre più materiale e concreto, e adesso scopriamo che la nuda vita, la sopravvivenza valgono più di tutte, di libertà, dignità, autodeterminazione, legittimando i sacrifici “morali” nostri, se apparteniamo alla cerchia di chi si difende stando a casa, rinunciando a spostamenti, affetti, istruzione, piaceri, e autorizzando perfino quello della vita degli altri se è vero che il pericolo è mortale e qualcuno, più essenziale, deve esporsi per assicurarci merci, prodotti, la corrente per il Pc, l’acqua, il gas per cuocere i rigatoni di cui abbiamo fatto incetta, per produrre le mascherine che non servono a niente se non come brand per speculatori eccellenti e come divisa unificante per il popolo della ricostruzione.

Così ci è stato rivelato che cosa è diventato il lavoro nel Paese che ha dato alla storia navigatori e poeti e quali sono le attività così essenziali da poter diventare fatali, più del solito se pensiamo al prima , al mese di gennaio nel quale sono state registrate le morti   di 52 persone in incidenti sul lavoro, otto in più rispetto alle 44 registrate nel primo mese del 2019, se la sua fine con la demolizione dell’edificio di conquiste e garanzie, dalla cancellazione dell’Articolo 18 alla Legge Fornero e al Jobs Act, imposti con la correità delle rappresentanze sindacali, ha ridotto questa giornata alla celebrazione della sua memoria officiata virtualmente sulle rovine.

In attesa che metro, bus, treni vengano dotati dell’apposita segnaletica relativa al distanziamento, che diventi obbligatoria la bardatura di maschere, guanti, separé, finora affidata all’arbitrarietà bonaria dei datori di lavoro grazie a un protocollo scellerato che concedeva alle imprese totale e volontaria discrezionalità, mentre si proibivano gli scioperi e le rivendicazioni di sicurezza e tutele, si è sancito che le mansioni e gli impieghi fondamentali e indispensabili per la tenuta del Paese, ex grande potenza industrializzata, sono i pony, i camionisti, i facchini, i magazzinieri, gli “scaffalisti” e le cassiere dei supermercati, e poi gli operai che ci avevano detto non esistessero più, retrocessi da aristocrazia del lavoro a pretenziosi parassiti che perdevano al concorrenza con omologhi e speculari in posti dove era favorevole la delocalizzazione, e oggi promossi a martiri.

E poi qualche elettricista dell’Enel, qualche  tecnico di Tim o della Vodafone sempre nel cuore del commissario così straordinario da poter dirigere la ripartenza da Londra per non perdere tempo con la nostra raffazzonata quarantena, i dipendenti delle aziende che producono armamenti, che finché c’è guerra c’è speranza, qualche bancario a rotazione impegnato nell’elargizione della carità pelosa sostitutiva del reddito di emergenza passato da 3 miliardi a due e poi a meno di uno, in qualità di piazzisti per prestiti a pronta restituzione.

L’impostura narrata di un futuro esente dalla fatica manuale grazie all’automazione si è concretizzato in forma distopica mettendo insegnanti, professionisti, consulenti all’opera davanti al pc, soli, disuniti, isolati, senza riconoscimento di classe, senza possibilità di rappresentanza e coscienza dei propri diritti. E spesso senza rete, sa la banda larga è tema caro all’immaginario dei clan della Leopolda o dei Casaleggio mentre invece in intere aree del paese la rete è inaccessibile o soggetta alle bizze delle divinità digitali.

E siccome la libertà è diventata un accessorio cui in presenza di situazioni di emergenza e stati di eccezione,  così come i diritti e lo stato di diritto, si rivedono i criteri che attribuiscono carattere di “indispensabilità” a certi mestieri, per autorizzare l’oltraggio e le violazioni legalizzate.

Così se servono braccianti per sostituire gli immigrati nel lavoro die campi, con la benedizione della ministra, del presidente di regione progressista e della sua coraggiosa vicepresidente, con il sostegno di buona parte dell’opinione pubblica più benpensante si propone il caporalato di Stato, proponendo che vengano impiegati  gli indegni beneficiari del reddito di cittadinanza   in modo  che così restituiscano  “un po’ quello che prendono” (ne ho scritto qui: https://ilsimplicissimus2.com/2020/04/19/lex-compagno-malaccini/ ) in attesa probabilmente della coscrizione obbligata, degli assoldamenti dei giovani poveri come ai tempi delle navi della marina inglese, una botta in testa e a bordo, in modo da non dover sottostare ai lacci e laccioli dei contratti, delle giuste remunerazioni, degli orari rispettosi di salute e sicurezza.

E d’altra parte anche prima della “guerra” dichiarata, pare, anche per garantire che la ricostruzione riconfermi la bontà delle disuguaglianze, il primato di avidità e accumulazione per pochi e delle rinunce doverose per tanti, si era già ripristinato il cottimo.

e infatti altro non è che cottimo, quello dei “lavoretti” ormai diffusamente definiti “alla spina”, quelli che si crede di scegliere in forma estemporanea e provvisoria e che garantirebbero una certa libertà, perché il padrone non si vede, si ha licenza di determinarsi orari e percorsi della distribuzione delle pizze, della produzione della ricerca commissionata 5 euro a pagina, della consegna dei pacchi in bici, della conversione delle due camere dei fratelli sposati e di casa dei nonni al paesello in B&B, da mesi vuoto senza speranza, del pilotaggio di droni, del part time delle casalinghe che scoprono sui sociale come di può diventare ricche da casa, né più né meno come le guantaie campane, le magliaie venete, che fecero la fortuna dei distretti. Tutte quelle attività insomma che nutrono l’illusione di una indipendenza che è solo un altro modo per chiamare la precarietà più crudele, il nuovo eufemismo per definire la servitù.

Ci sono produzioni, mansioni, vocazioni, talenti, professioni che verranno spazzate via non dall’epidemia ma dalla sua gestione insensata e illogica, che farebbe preferire fosse dettata da un disegno cospirativo del quale potremmo chiedere ragione, perché supera addirittura la smaniosa volontà speculativa e smodata del “mondo di impresa”, senza un piano di investimenti, reso impossibile dall’accettazione delle parole d’ordine imperiali: maggiore liquidità, maggiore indebitamento, egemonia bancaria, a fronte dell’impotenza a agire e spendere, agitata da governo come alibi per l’incapacità e l’indole alla soggezione a chi comanda davvero.

Ma il fucile spianato perché si scelga tra sopravvivenza  e vita, tra salute e salario, pare abbia vinto, c’è poco da sperare nel riscatto davanti alle serrande dei forni. Anche se sempre di più per mantenersi sani, come per accedere a diritti sempre più rarefatti, serviranno quattrini per pagarsi l’affiliazione alla sanità dei fondi, delle assicurazioni, delle polizze consigliate dai patronati, delle cliniche e dei luminari in prestito dai talk show.

Attenti a dire buon primo maggio, se fino a poco tempo fa era un vecchiume retorico, adesso è una bestemmia.

 

 


Grande virus, grandi speranze

arc 1 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Hanno cominciato le anime belle, i contemplativi incantati dalla bellezza ritrovata delle città deserte, del silenzio rotto dal suono dei rari passi di fantasmi, usciti dai ricongiunti di Hoffmansthal e che si specchiano nei canali ora chiari e trasparenti, come i viaggiatori in Italia, deliziati dall’immersione di una Arcadia recuperata grazie alla pestilenza.

Poi sono arrivati i professionisti dell’ecosocialismo, che avevano già apprezzato la riduzione di consumi effetto della crisi del 2008, che confidano che il dopo virus, contro ogni ragionevole previsione, induca una pacifica rivoluzione ambientale, e che la pandemia arrivi dove non è riuscita Greta: persuadere le popolazioni a consumi più sobri e razionali, “che permetta a tutti di ridurre gli sprechi e le ingiustizie …condizione  indispensabile per salvare la vita umana sul pianeta Terra” (cito da uno dei più condivisi in rete) e le industrie e i governi a produzioni e normative più sostenibili.

La piccola utopia prodotta dal coronavirus disegna un domani più equo e responsabile, grazie alla rivelazione sia pure un bel po’ cruenta,  “ che si può vivere bene con l’essenziale, o poco più; disporre di più tempo per sé e per gli altri, dare spazio alla solidarietà e, se e quando potrà tornare in strada, avere aria pulita, ritmi meno frenetici e spazi sgombri per incontrarsi”.

Insomma insieme a Volare e a Fratelli d’Italia  alternato con Azzurro, si leva un nuovo e originale inno alla decrescita felice, cui concorre un pubblico di censori del tribunale popolare che lancia l’anatema contro i costumi dissipati, inteso a reprimere l’anelito alla Wilderness di corridori nei parchi e nelle spiagge.

Viene da dire quindi che agli ammaestramenti della  scuola di pensiero di Latouche  bisognerebbe aggiungere quel tanto che ci vorrebbe di luddismo, perché il puntiglioso monitoraggio effettuato dalle aziende telefoniche è improbabile sappia distinguere i cambiamenti repentini di celle degli sportivi irresponsabili (salvo i calciatori che rientrano a viva forza nel conteggio delle vittime degli effetti collaterali), delle uscite di cani reiterate,  degli acquisti compulsivi, dagli spostamenti di tutti i lavoratori cui si impone un doveroso sacrificio in nome dell’interesse generale ad avere gli scaffali pieni, la consegna di pacchi e merci, la produzione di pneumatici e di montature di occhiali, la lavorazione di metalli e acciaio,  la fabbricazione  di schede di test per i colossi dell’elettronica o di rubinetti, dai quali pare che tutti, e non solo i padroni, si aspettino abnegazione e spirito di servizio, in cambio della oculata somministrazione di mascherine e guanti, con il vincolo tacitamente sottoscritto che quando il Paese vivrà il sollievo per il passato pericolo si tornerà alle abituali sottrazioni di responsabilità e alla diffusa insicurezza che permette di attribuire le “morti bianche” a errore umano dei dipendenti.

Adesso sappiamo che per loro non vale il “tutti a casa”, grazie anche a una iperproduzione di provvedimenti normativi circostanziati a intermittenza, che entrano in particolari ininfluenti e grotteschi come ci si può aspettare da avvocati degli italiani prestati all’emergenza: pizza bianca si, margherita no, per trasmettere la percezione di una attenta e efficiente azione di governo della crisi esplosa in tutti i settori, con evidente predilezione per l’arbitrarietà, tanto che proprio come la morte, è ormai evidente che nemmeno il virus è una livella, e neppure i modi scelti per combatterlo, anche grazie all’applicazione di misure securitarie e repressive di governi deboli alla domanda di uomini forti che verrebbe da un paese impaurito e confuso.

Anche a me piacerebbe che apprendessimo la lezione della storia, che si moltiplicassero gli eretici dell’Europa dopo che altri hanno trovato il loro Martin Lutero e la loro Avignone, che una democrazia responsabile si sottraesse a imposizioni autoritarie riconquistando la sovranità rubata, che governi si ribellassero allo stato di impotenza ingiunto da fuori e accettato per sfuggire al dovere di agire nell’interesse popolare, per obbedire a quello di assecondare appetiti padronali, invertendo   magicamente la tendenza a  privatizzare i beni e i servizi comuni, che si indirizzassero gli investimenti profusi per armamenti e grandi opere verso il ripristino delle condizioni di tutela della salute pubblica, spendendo in ospedali, rivedendo la pratica  e le procedure degli appalti per la fornitura di apparecchiature, dispositivi, medicinali, oggi terreno di scorrerie di predoni celesti e non.

Anche a me piacerebbe che finalmente si applicasse la Costituzione più bella del mondo invece di farne carta straccia, difendendo l’unità nazionale messa in pericolo da pretese autoritarie e secessioniste, che hanno dimostrato come l’ideale federalista rispondesse a una potenza centrifuga, intesa a svuotare lo Stato e il Parlamento per estendere competenze e facoltà condizionate da lobby locali e corporative.

Anche a me piacerebbe che la bellezza di città svuotate implicasse la restituzione agli abitanti, che chi si è affiliato all’economia di risulta sommersa e opaca della conversione del patrimonio immobiliare privato in B&B, case vacanze e alberghi diffusi, imparasse dalla pedagogia del virus che è meglio preservare il tessuto abitativo e commerciale della citta e la sua vocazione, affittando a residenti, artigiani, piccoli commercianti. Anche a me piacerebbe che menti che pensano di essere illuminate non si facessero contagiare da narrazioni consolidate secondo le quali il turismo di massa è democratico perché permette a tutti di stare malamente schiacciandosi e pigiandosi nello stesso posto e nello stesso momento, mentre quello dei ricchi consente il godimento esclusivo di luoghi e piaceri.

Anche a me piacerebbe che se   la gestazione del Covid-19 è avvenuta a margine di processi produttivi  agro-industriali che hanno devastato  interi ecosistemi,  inducendo una proliferazione di patologie trasmesse direttamente o indirettamente dagli animali all’essere umano, o abbassando la qualità dell’aria, delle risorse naturali, dell’abitare, allora si presentasse l’occasione di rivedere il modello di sviluppo che sta conducendo alla catastrofe ambientale, favorita anche in questo caso dalla globalizzazione, dalla circolazione di merci e persone, dall’urbanizzazione selvaggia che costringe a ridurre e confinare spazi e relazioni.

E anche a me piacerebbe che fosse vera la retorica consolatoria, tra recupero dell’identità patria, riscoperta dei valori “miti” della nazione grazie a ritrovata gentilezza con l’eclissi ahimè temporanea di icone negative, e rinnovato senso di domestica solidarietà, rotta solo da isolati delatori, che l’isolamento coatto faccia ricordare e ricercare il valore della libertà personale e pubblica, già fortemente contenuta, controllata e mortificata dallo stato di necessità ancor prima della stato di eccezione di questi giorni, che da anni opera  una censura grazie all’austerità, alla industria della incertezza e della paura alimentate dalla precarietà, all’insicurezza nutrita dalla percezione dei pericoli che gravano sul poco di beni che ci restano, minacciati dall’altro, dalla competizione, dalla cancellazione della stato sociale, che ci obbliga a destinarli all’autotutela, con i fondi, le assicurazioni e pure con la pistola su comodino.

Il fatto è che la decrescita è come il male minore, che siamo sollecitati a scegliere dimenticando che si tratta di un male. Così vogliono persuaderci che si vivrà meglio, sopravvivendo al virus, pagandone i costi con una maggiore severità, un maggiore contenimento di libertà, autonomia, desideri, così impariamo a averla scampata.

 

 

 


Mazziate con le mimose

mim Anna Lombroso per il Simplicissimus

E bravo Zingaretti, sembrava così torpido e invece alla vigilia dell’8 marzo ecco uno scatto di furbizia democristiana:  ringrazia per l’incontrastato successo della sua candidatura a segretario del Pd le “femministe”.

Altro che mazzolino anemico di mimose da appuntare sul bavero della giacca da operatrice di call center, su quella di precaria della scuola, sulla divisa di commessa della Coop al lavoro di domenica, sulla maglietta di bracciante a cottimo, subito si leva un fervido applauso di quelle che si fregiano del patentino di appartenenza alla corporazione di genere grazie, c’è da supporre, alla strenua militanza contro il Ddl Pillon e l’immondo sciocchezzaio del ministro Fontana. Che, si direbbe, hanno il merito di risvegliarle da un non sorprendente letargo durante il quale  non si erano sorprendentemente accorte che i suddetti Pillon o Fontana si sono semplicemente incaricati di apporre il sigillo “morale” e il marchio ideologico della “concezione patriarcale” e del rispetto della tradizione cristiana, la stessa peraltro delle comuni radici europee, sull’opera di distruzione della civiltà e della democrazia incompiuta, effettuata definitivamente grazie al Jobs Act, alla Legge Fornero, alla Buona Scuola, alle privatizzazioni, in primo luogo dell’assistenza, della quale il neo-segretario  del Pd è stato operoso sacerdote nella sua regione, lo stesso che ora rivendica la paternità della sentenza del Tar contro la presenza nei consultori dei movimenti di propaganda contro una legge dello Stato, quando gli eventuali obiettori potranno trovare ottima accoglienza e riparo morale e economico nelle cliniche dei cucchiai d’oro impenitenti, che si giovano di nuove prebende.

Eh si quei due che hanno alzato l’allarme contro il nuovo fascismo dilagante, proprio come Salvini, infilano i frutti velenosi di un pensiero e di una pratica – che condannano prima di tutto le donne a una condizione di servitù, nel lavoro che non c’è come in famiglia nella quale ridiventano dipendenti con le stesse disposizioni ingiuste e inespresse che regolano il volontariato nelle sottoccupazioni giovanili o femminili, alla rinuncia della più elementare espressione di aspettative di carriera, retributive o di talento, che sanciscono irrevocabilmente le disuguaglianze perfino nel mestiere più antico del mondo, forse prossimamente disciplinato per quanto riguarda la sfera del “lusso”, per ristabilire la differenza con  le schiave del raccordo o dell’Aurelia colpevoli e condannate due di irregolarità e illegalità, per etnia e miseria – nella confezione ideologica dell’etica del capitalismo, che doveva persuaderci che certe garanzie e certi diritti erano stati conquistati, che si poteva passare ad altri optional, secondari e accessori ma pronti per esser erogati al minimo sindacale o ridotti in qualità di prodotti di seconda scelta, marginali o alla meglio ausiliari e complementari. Che tanto se li limiti o li aggiungi poco cambia al fatto che si stanno cancellando quelli che parevano inalienabili, che si sono stabilite delle gerarchie e delle graduatorie così se ne levi uno a qualcuno illudi gli altri di averne di più, meglio e per sempre.

E sempre in previsione dell’8 marzo che “festeggia” le donne in nome di una tragedia di classe oltre che di genere: un incendio nel  quale sono morte 129 operaie, il neo eletto ha nominato in quota rosa il suo numero 2, Paola De Micheli,  politica e manager (cito Wikipedia) già assessore al Bilancio e al personale del Comune di Piacenza dal 2007 al 2009, Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dal 23 settembre 2017 al 1º giugno 2018 e commissario straordinario per la ricostruzione nel cratere del sisma del Centro Italia, funzione che non ha lasciato un’impronta né operativa né di genere, che le terremotate hanno continuato ad esserlo in hotel sulla costa, in casa di parenti, nelle casette di legno recenti ma già promosse a archeologia di emergenza, nelle roulotte. Una investitura accolta con giubilo dalle femministe auto-patentate e grate pari sia pure a scartamento ridotto a quello che in tempi ormai remoti  aveva accompagnato la candidatura di Hillay Clinton, della quale una delle più apprezzate opinioniste del Manifesto ebbe a scrivere che incarnava la dimostrazione “che non ci sono limiti al desiderio di qualunque donna”, disinteressata al fatto che la moglie comprensiva fosse l’espressione delle grandi lobby finanziarie, delle multinazionali burattinaie dell’imperialismo, dell’apparato militare-industriale, la mandante della guerra contro la Libia,  la fedele esecutrice della politica di Brzezinski mirata alla destabilizzazione delle geografie che occupano  le aree dall’Asia Centrale all’Africa, con la distruzione degli arcaici stati nazionali per affidarli a prestanome sanguinari su base etnica e confessionale.

Come allora l’importante è che una donna vada in un ruolo chiave, si chiami De Micheli, Boschi, Fornero, Lagarde, Marcegaglia, come allora la si insignisce dell’onore di contrastare con le sue virtù genetiche muliebri la volgare rozzezza maschilista dei Tycoon con il parrucchino di qua e di là dell’oceano, più delle loro velleità imperiali e golpiste, come allora le si delega la rappresentanza del donnismo che autorizza l’adesione a  un’emozione umanitaria e una coscienza progressista che non intende mai mettere in discussione il sistema totalitario economico, finanziario e sociale dominante, chiamandosi fuori dalle corresponsabilità condivise tra maschi  e femmine di aver accettato, sopportato e a volte approfittato delle dinamiche di potere e di dominio che impongono i loro  archetipi e i loro stereotipi, i ruoli e  le collocazioni nel personale e nel politico.

Ormai il femminismo vero è un tabù, sostituito da quello che sarebbe più corretto chiamare donnismo che devia l’attenzione dell’opinione pubblica dalle grandi problematiche di classe – impoverimenti dei ceti popolari, mancanza di lavoro e dequalificazione di quello femminile, disuguaglianze crescenti, cancellazione dello stato sociale – per spostarla verso tematiche di genere o superficialmente umanitarie contribuendo a disinnescare il potenziale conflitto sociale, che  promuove divisione sostituendo il potenziale di lotta di classe con quella di sessi, che depista la collera femminile indirizzandola verso il maschio  e con il sistema dominante, il padrone uomo o donna che sia, le banche, la finanzia, i colossi industriali e commerciali, l’informazione al loro servizio.

Non so voi ma io in questo 8 marzo per caso, ma da prima e dopo, come non mi accontento di un antifascismo d’occasione meglio se celebrato il Giorno della Memoria che il 25 aprile, purché sia attualizzato per l’occasione contro gli ultimi birilli da mirare con la palla da bowling, non posso compiacermi di un femminismo elargito e concesso, a condizione che io sia femminista sì, ma non comunista, né socialista, né italiana, che sennò sconfinerei nello sconsiderato sovranismo, neppure cittadina, che rischierei l’assimilazione al deplorevole populismo, nè tantomeno una persona, categoria ormai non autorizzata in quanto beneficamente sostituita da robot, merci e servitori muti.

 

 


Cortigiani vil razza dannata

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

E ci sono quelli che: “ma tanto io vado in vacanza in Alto Adige”, come se il mare non fosse un bene comune ma un grande liquido in riva al quale stendere il telo e aprire la sdraio, possibilmente proprio nelle domeniche del voto.

E ci sono quelli che: “ma così si perdono posti di valoro”, magari quelli generosamente offerti dal Jobs Act, o quelli nelle camere a gas dell’Ilva, nei forni della Thyssen.

E ci sono quelli che: “ci preoccupiamo del nostro ambiente, ma poi perforiamo, inquiniamo, sfruttiamo altri paesi”, come se ci fosse un imperativo morale che impedisce di volere, scegliere e agire per impedire gli effetti naturali dei vecchi e nuovi imperialismi in tutti i “terzi mondi” esterni ed interni.

E ci sono quelli che: “ma tanto non serve a niente, avete visto cosa è successo con l’acqua”, come se proprio questa considerazione amarissima non dovesse sollecitare a svolgere opera di vigilanza e azione di contrasto a scelte imposte tramite decretazione, voti di fiducia, plebisciti da un premier mai eletto e da un parlamento incostituzionale.

E ci sono quelli che: “è una cerimonia inutile e costosa, imposto da anime belle a nostre spese”, come se fosse casuale stabilire una data differente per le consultazioni alle porte, e come se fosse gratuito l’altro referendum, quello di ottobre, accreditato come incoronazione del piccolo napoleone.

E ci sono quelli che: “ma il quesito è mal posto, non  si capisce, nel dubbio sto a casa”, come se non fosse diventato il più efficace test di verifica fare il contrario di quello che vuole obbligarci a sostenere il bullo a Palazzo Chigi, autore su suggerimento ma con protervia aggiuntiva, di alcuni dei più infami provvedimenti di cancellazione di democrazia, istruzione, territorio, lavoro, legalità, libera informazione.

E ci sono quelli che: “non voglio prestarmi a questo gioco infernale di contrapposizioni ideologiche, quando in realtà il problema è tecnico”, come se tecnica, tecnologia e scienza fossero isole romite e inviolabili dalle pressioni del profitto, del mercato, dello sfruttamento e come se non vivessimo nella colonia dove si sperimenta inimicizia, rifiuto, sospetto e conflitto per consolidare disuguaglianze e differenze.

Voglio tranquillizzarli tutti. Non è vero che siete quelli che hanno scelto l’apatia, gli indifferenti, i demotivati, gli indolenti, gli accidiosi. Al contrario, ieri avete votato eccome, vi siete espressi eccome, paradossalmente avete detto si, quasi come noi, eleggendo per la prima volta Renzi Premier, dandogli la vostra preferenza e il vostro consenso. Lo spaccone ha offerto alla maggioranza silenziosa il coraggio di essere attiva stando ferma, di dargli appoggio senza dirlo e senza mostrarlo, senza nemmeno fare la fatica di andare al seggio e senza neppure quella di dover pensare.

Vi dobbiamo un ringraziamento, da una parte ci siete voi con lui, dall’altra ci siamo noi e non siamo pochi. Da una parte ci sono i suoi figuranti immaginari, operai del Pd? E ingegneri laureati in filosofia, e lobby del petrolio, e brand della corruzione, e business del commercio di interessi opachi, e azionariati che giocano al casinò della finanza, dall’altra ci siamo noi cittadini. Da una parte c’è l’assoggettamento, la paura di un ignoto magari difficile ma forse buono, in favore di un conosciuto gramo e irresponsabile, dall’altra la seppure confusa aspirazione ad altro. Da una parte c’è chi crede alla legge della necessità, dell’ineluttabilità, della rinuncia ragionevole, dall’altra chi ha  dentro la vergogna di piegarsi e la dignità di dire no, anche attraverso un si, che altri hanno incautamente reso simbolico.

Ve ne dobbiamo anche un altro di ringraziamento: ancora una volta vi siete rivelati e ci permettete di non dovere dire “noi”, accomunandoci a voi, di non dover spartire come un male e un carico comune le vostre responsabilità, a cominciare dall’incapacità di vivere e esprimere la libertà, perché è proprio vero che ci è stata regalata, che è duro mantenerla, che è arduo estenderla, che quindi non è roba per voi.

 

 

 

 

 

 


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