Archivi tag: Onlus

Post verità o Post Cia ?

images (1)Il 2007 da quale ci separano poco più di dieci anni sembrano già un altro universo. In quell’anno Le Monde Diplomatique, ancora per poco giornale di riferimento a livello europeo, pubblicò un lungo articolo pieno di interviste e di autorevoli citazioni in merito al cambiamento di strategia inaugurato dal presidente Reagan. Articolo che è possibile leggere qui nella sua versione integrale ma di cui facciò in questo post un riassunto stringato, : “lran, Cile, Nicaragua … Dal 1950, le guerre “sporche” condotte dalla Central Intelligence Agency (CIA) sono emerse regolarmente nelle cronache e a volte sono state tema di scandalo negli stessi Stati Uniti d’America. Suggerendo la creazione della National Endowment  for Democracy (NED) , il presidente Ronald Reagan ha conferito a Washington uno strumento meno visibile e meno controverso rispetto alla CIA, ma il cui obiettivo rimane lo stesso: destabilizzare, con il finanziamento delle loro opposizioni, i governi non amichevoli”. 

Intendiamoci sulla carta si tratta entità senza fini di lucro con obiettivi particolarmente virtuosi: promuovere i diritti umani e la democrazia. Ma già 8 anni dopo la creazione della Ned lo storico Allen Weinstein, primo presidente di questa piovra globale dichiarò al Washington Post: “Molto di quello che facciamo oggi, la CIA lo stava facendo clandestinamente venticinque anni fa.”  Del resto non era difficile capirlo visto che la Ned fin dal primo momento ha goduto di consistenti fondi (200 milioni nel 1984) del Congresso di Washington sotto forma di una sovvenzione concessa attraverso l’Agenzia di informazione degli Stati Uniti. Ma i finanziamenti semiufficiali che oggi arrivano a 800 milioni sono solo una parte dei fondi occulti che si riversano attarverso una fitta di rete di fondazioni fantasma e società che esistono solo sulla carta.

Nei primi anni la Ned si limitò a far parte dell’arsenale della Guerra Fredda e ad operare in questo campo con in primo piano la concessioni di enormi aiuti e finanziamenti a Solidarnosc, ma con la caduta dell’Urss cominciò la sua espansione globale e l’interferenza, grazie ai dollari, alle nascenti ong e ad alcuni “specialisti,  nei processi sociali, economici e politici di  novanta paesi in Africa, America Latina, Asia, Caraibi. Europa orientale. Come ha scritto nel dicembre del 2006 il ricercatore Gerald Sussman sul Montly Review  “la Ned e altre organizzazioni americane si presentano come partecipanti alla costruzione della democrazia, ma stanno agendo meno brutalmente della CIA mentre le forme di manipolazione elettorale in cui oggi si impegnano sono manifestazioni di messa in scena morale e drammaturgia politica”. Fare un elenco completo delle sole  “operazioni” di cui ci sono le prove certe sarebbe lunghissimo, ma vale la pena citare il coinvolgimento in Nicaragua in aiuto di Violeta Chamorro, candidata a Washington e proprietaria del quotidiano indipendente La Prensa , che diventerà presidente nel 1990, oppure i 36 milioni di dollari (una somma gigantesca per Haiti) distribuiti per sostenere il candidato Marc Bazin, ex funzionario della Banca Mondiale oppure, vicenda particolarmente attuale, le azioni “silenziose” messe in atto fin dal 1998 contro il Venezuela: l’avvocato statunitense Eva Golinger ha scoperto nei documenti ufficiali che tra il 2001 e il 2006 oltre 20 milioni di dollari sono stati donati da NED e Usaid a gruppi di opposizione e media privati ​​venezuelani e ancor prima, nell’aprile del 2002, il New York Times  aveva rivelato pochi giorni dopo il fallito colpo di stato contro il presidente Hugo Chávez, che il budget della NED per quel paese era quadruplicato alcuni mesi prima di questo tentativo di rovesciare il bolivarismo su ordine del Congresso americano. Questo per non parlare delle centinaia di milioni di dollari spesi per cercare di abbattere il regime cubano. E così per decine di altri posti e Paesi Italia compresa, vedi ad esempio la relazione conclusiva dei lavori della Commissione parlamentare d’inchiesta sul rapimento e la morte di Aldo Moro, presentata un mese fa e passata sotto unanime silenzio (qui per chi vuole i particolari).

Tutte queste considerazioni non le ho messe per dimostrare l’acqua calda, ma ad un o scopo ben preciso: dopo la fine dell’Urss la Ned capì due cose: che l’informazione  e il possesso dei suoi mezzi era vitale e che non si poteva sempre agire da fuori dando così l’impressione di voler interferire, ma che occorreva far nascere e far cresce nei vari Paesi organismi, fondazioni, think tank, onlus il cui scopo era agire ” in armonia con i bisogni e gli obiettivi fondamentali della globalizzazione economica e del nuovo ordine internazionale “ . Così la Ned decise di ospitare (è un eufemismo ovviamente)  la segreteria del Centro per l’assistenza internazionale ai media, ma anche di finanziare in maniera consistente alcune organizzazioni giornalistiche tra cui Reporters sans frontieres ( che ammette di essere così indipendete da essere finanziata persino da Center for a Free Cuba) e cominciò a sostenere la formazione di organizzazioni similari e gemelle anche altrove:  Diritti e democrazia in Canada, Westminster Foundation for Democracy in Inghilterra, lo Swedish International Liberal Center, la Fondazione Alfred Mozer in Olanda e quella ci interessa più da vicino la Fondazione Jean Jaurès in Francia. Si tratta di un network che comprende un grandissimo numero di organizzazioni apparentemente non governative, ma che fanno capo alla Ned, ovvero di un centro di controllo che per l’ex funzionario del dipartimento di stato William Blum, testimone a conoscenza dei fatti, serve a “trasferire le molte attività detestabili della CIA a una nuova organizzazione il cui nome suona bene. La creazione del NED è un capolavoro di politica, pubbliche relazioni e cinismo”.

Ora è da notare che la Fondazione Jean Jaures, creata nel 1992, è integralmente fake in tutto, persino nel nome che si rifà al socialismo di cui in realtà esprime il momento di dissoluzione ideologica, ma con i medesimi obiettivi della Ned, alla quale del resto è ufficialmente legata, ha recentemente pubblicato una sorta di indagine sul complottismo in Francia e sulla post verità esalatata dal medesimo le Monde che 11 anni fa pubblicava il pamphet che è stato riassunto nel post. Poca cosa: l’indagine non fa che ribadire nel modo più trito e banale le teorie sul “sentimento complottista” che sono spuntate come i funghi all’inizio della campagna contro le fake news e che in sostanza hanno la propria radice nell’ottusità conformista: la loro fallacia sarebbe dimostrata dal fatto che chi crede a qualche idea di complotto è tendenzialmente portato ad accreditare teorie alternative un po’ in tutti i campi, rivelandosi così in sostanza come un disadattato. E deve essere vero pensate un po’ che Galileo dava non solo credito a Copernico, ma persino aderiva ad ogni follia anti aristotelica sulla meccanica. Certo ci vuole un coraggio da leoni o una vigliaccheria di bronzo per farsi paladini di una verità che non può essere detta, pensando che le chiacchiere possono sormontare la memoria e la realtà.


La Grande Schifezza

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Farò come interessati, coinvolti, opinionisti. Farò come se questa seconda fase dell’inchiesta sul Mondo di Mezzo, con la reiterata emersione pubblica  di un fondale sommerso e avvelenato, fosse una bomba scoppiata a sorpresa, tanto che c’è da sospettare che quelli che non erano ancora stati tradotti a Rebibbia, quelli solo mezzi avvisati, quelli soltanto indagati abbiano continuato per un po’ a raccattare le ultime briciole, sistemare le ultime ragazze, lucrare sugli ultimi provvidenziali disperati.

Farò come i dirigenti e gli eletti del partitone della nazione, sconcertati per gli inattesi sviluppi, ancorché molto annunciati, che si auguravano forse che l’inchiesta si fosse  aggiustata sul comodo materasso delle lungaggini giudiziarie in attesa di un eterno riposo tramite prescrizione, fiduciosi che lo scandalo dopo sei mesi fosse stato assorbito pronto a diventare tema di uno sceneggiato di Raiset, tanto è vero che vigeva un pudico silenzio su Marino canonizzato messo là a officiare i riti del prossimo Giubileo in un Comune che potrebbe o meglio dovrebbe essere sciolto, con l’ipotesi non remota che non si veda la differenza vista la inefficienza, l’impotenza, l’incompetenza dimostrate.

Così mi concedo anche io qualche osservazione estemporanea. A cominciare da quel carattere “paesano” della cupola, confermato dallo stile delle intercettazioni, cui manca la gara di rutti e quella di chi piscia più lontano, una volta esaurita quella su chi ce l’ha più lungo, dall’impiego di un vernacolo che fa rimpiangere il Monnezza, per via di quella sindrome di  Tourette che affligge ragazzini problematici, adulti mal cresciuti e un personale politico selezionato tra i più brutti, sporchi e cattivi. E che malgrado la circolazione di molti soldi, l’abiezione del brand scelto per fare la grana, l’ampia cerchia di politici e amministratori soggiogati, manipolati, favoriti e prezzolati, il ricorso a metodi di intimidazione mutuati dalla  malavita, le cifre che attaccano  all’associazione a delinquere l’etichetta di organizzazione mafiosa, malgrado tutto questo non ha la oscena grandezza di altre alleanze criminali, che, in assenza di un Pignatone – magistrati locali influenti sono distratti da altre carriere –  non hanno avuto il riconoscimento, il marchio doc dell’appartenenza al sistema mafioso, ma che hanno esercitato una geometrica potenza, intridendo tutto il sistema sociale e economico di intere geografie, Mose, Tav, Expo, l’Aquila.

Perché la differenza sta nel fatto, ignobile finché si vuole, immorale finché si vuole, dissoluto finché si vuole, che, sia pure con grande sperpero di denaro pubblico mobilitato nella speculazione e nello sfruttamento di condannati alla dannazione eterna della miseria e dell’umiliazione,  mancano nel mondo di mezzo ben altri speculatori, ben altri sfruttatori, quelli del cemento, della rendita immobiliare, del sacco del territorio, di mega appalti truccati, delle emergenze abitative sempre riprodotte, delle Metro C, dello scavo dei canali, delle opere di “salvaguardia” e di ricostruzione, fatte per salvare profitti illeciti e ricostruire monumenti alla corruzione, impegnati in altre operazioni di formidabile portata e probabilmente compiaciuti della polvere negli occhi dietro la quale proseguono indisturbati nei loro formidabili  business.

Contenti loro e contenti i sacerdoti delle ideologie messi a tutelare i loro interessi. Quelli che a margine della riprovazione e del biasimo possono con soddisfazione  ripetere  la narrazione mediatica mirata a denunciare i vizi del sistema pubblico amministrativo,  di quello statale, contrapposti alle virtù della  gestione privata. Come se non ne fossero testimonial molto rappresentative le cooperative, organismi del terzo settore, agenzie, onlus, in prima linea nel battere la concorrenza usando tutti gli espedienti della slealtà commerciale  e tutte le  forme di controllo e di condizionamento del “mercato”, aggiudicandosi in regime di monopolio il brand dell’assistenza sociale a migranti e rom,  la manutenzione delle strade e dei parchi pubblici,  i servizi di pulizia degli enti pubblici, la raccolta dei rifiuti,  il “governo” dell’emergenza abitativa, grazie ad incarichi e appalti che ad un tempo peggiorano la qualità della vita di tutti e, aumentando i costi, incrementano il debito pubblico di città già strangolate.

Manovalanza di alto e basso livello, unita dal collante della corruzione, aveva ed ha tutto l’interesse a consolidare all’infinito qualsiasi situazione di crisi, per poter applicare quella cultura dell’emergenza che consente deregulation, regimi eccezionali, poteri speciali, licenze e deroghe. Ma anche per rispondere a un bisogno che riaffiora in tutte le intercettazioni, quello di assicurarsi un reddito fisso, una paghetta certa e regolare. Quelli che hanno fatto della mobilità dinamica, della flessibilità creativa, le loro parole d’ordine, quelli che hanno cancellato insieme al lavoro diritti e garanzie,   preferendo forme parassitarie erogate secondo criteri arbitrari, convertendo in elargizioni prerogative e  conquiste, li abbiamo visti là, come a suo tempo Ichino, preoccupati del loro futuro di precari d’oro condizionati dai capricci di un elettorato, fortunatamente, ma non abbastanza, reso marginale da leggi e riforme, a supplicare e piatire un posto fisso, un salario garantito, un radioso e certo 27 del mese a nostre spese, improvvisamente umili, gravi, seri, tra tante gomitate, battute salaci e risate, che purtroppo non li hanno seppelliti.

 


Selfie da Damasco

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Non so chi siano le due ragazze rientrate in Italia dopo una lunga “detenzione” in Siria.

So che sono giovani, molto giovani soprattutto in un Paese dove è considerato giovane, e giustificato ed amato a motivo di ciò, un leader sfrenatamente ambizioso, inguaribilmente bugiardo, tremendamente pasticcione, prepotentemente ignorante.

Capisco che sono molto influenzabili, in un Paese dove la maggior parte della gente è propensa a credere alle promesse di macabri  illusionisti che giocano con le loro esistenze e ad uniformarle secondo i loro dettami, convinti che imitandoli ci si garantisca benessere e beni.

È probabile che siano se non incoscienti, certo sprovvedute, ma non rappresentano certo un’eccezione in un Paese dove lo è, e criminalmente, il ceto dirigente che ritiene  la responsabilità un onere incompatibile con il potere, l’avventatezza una spigliata virtù moderna, l’imprudenza – soprattutto se è impudente, una delle qualità del piglio dinamico e  giovanile della cricca di amici al governo, incauti nelle promesse e nell’esposizione mediatica, quanto parsimoniosi nell’assunzione di obblighi e doveri.

Abbiamo visto che sono un po’ vanitose, un po’ fatue, ma anche loro sono venute su a selfie e esternazioni sui social network. Io poi sono sempre per la trattativa da Moro in poi, mi rode che si spendano soldi dello stato per ubbidire a un ricatto, ma anche a questo siamo abituati con la troika, l’Fmi, le banche.

È possibile che abbiano combinato spirito missionario con l’incauto schierarsi con una fazione, ma siamo colpevoli tutti di aver ridotto lo spirito d’avventura ad avventurismo, di aver convertito il confronto in inimicizia, di aver  limitato la visione del proprio futuro, concentrandola in istantaneità, in “situazionismo” sterile, di aver fatto dell’affermazione personale di indole, vocazione, inclinazione una sfida da esprimere in talent show, rischi spettacolari tramite jumping, o in nuove appartenenze folgoranti su inopinate vie di damasco.

Mi interessa invece  sapere di più delle tifoserie, dei pro e dei contro, di chi come Saviano le vuol vedere come figure allegoriche dello spendersi per gli altri, come immaginette contro corrente dell’impegno che invece che in politica tradizionale, si declina in integra comunanza con chi soffre, contro l’esercito degli spocchiosi indifferenti, della mediocrità accidiosa. Ma anche di quella maggioranza poco silenziosa che ripete il suo immancabile mantra: ma state a casa, ma andate a lavura’, ma spediamoli in miniera, davanti a loro come assistendo allo sfilare di studenti, precari, donne, senzatetto che protestano, condito del valore aggiunto di un po’ del pepe del sessismo.

È che nella totale latitanza della partecipazione alla cosa pubblica, volontaria o imposta, violata o disillusa, nel dileggio dell’impegno civile, impotente di fronte all’onnipotenza dell’interesse privato, nel quotidiano nutrimento offerto all’inimicizia, alla diffidenza, all’ostilità come irrinunciabile componente della competizione, è diventato uso comune delegare la solidarietà, dare mandato di fratellanza e perché no? di giustizia, ai professionisti del no profit, alle amministrazioni del volontariato, alle burocrazie della compassione, che facciano loro in modo da mettere a posto coscienze dimissionarie nel pubblico come nel privato, se pensiamo che il Veneto che guarda con rinnovato interesse alla Lega, c’è la più alta concentrazione di associazionismo no profit, dedicato anche all’accoglienza e all’assistenza dei non indigeni, gli stessi rifiutati, respinti, emarginati dal consorzio civile tramite leggi dello stato e ordinanze di sindaci, e lasciati in ricattatoria condizione di irregolarità da padroncini, padrone, datori di lavoro di ogni categoria, magari gli stessi che elargiscono elemosina e carità pelosa.

È che è più facile sostituire la beneficienza alla solidarietà, incaricandone anime più o meno belle, figurine più o meno credibili, dando loro credito anche quando sarebbe preferibile – per una volta – la cautela all’entusiasmo. Suscita più consenso offrire una larga platea a mani destre, anche se maldestre o sleali o solo vanitose, per farlo sapere ad altre mani  che così si liberano di sensi di colpa, soprattutto quella dell’accidia. Che tanto quello che conta non è fare, ma stare da una parte contro l’altra – non importa la causa, il fine – con le due ragazzine almeno imprudenti, con i marò probabilmente colpevoli,  con i benpensanti, almeno ipocriti, con quelli che menano i senzatetto, almeno sono nella legge, con  i valligiani, almeno badano ai loro interessi, con gli industriali, almeno finché ci sono danno lavoro, e contro chi vuole verità, sono gufi, contro vuole qualcosa d’altro, sono disfattisti, contro chi non è d’accordo, sono eversori.

È diventato solo questo essere “partigiani”, per questo stiamo perdendo la guerra.

 

 

 


L’ happy hour delle onlus

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Qualche giorno fa nel commentare i riti di passaggio che si stanno compiendo a San Patrignano, il Simplicissimus lo citava come rappresentativo modello di “business costruito sulla pelle dei sofferenti, emblema di carità pelosa e settaria, insomma un esempio di scuola delle sovrastrutture ideologiche del liberismo”.

Quello stesso giorno si aveva notizia della morte di Francesco Cardella avvenuta a Managua (Nicaragua) dove era riparato dopo che su di lui si erano addensati sospetti in relazione all’uccisione di Mauro Rostagno a Valderice. Rostagno era stato chiamato proprio da Cardella a Trapani nel 1981, per collaborare alla gestione di Saman, centro per il recupero di tossicodipendenti. E nelle campagne trapanesi era stato ucciso sette anni dopo con una fucilata. La sentenza che aveva discolpato Cardella, amico storico di Craxi, aveva lasciato irrisolti molti enigmi su questo discusso personaggio noto per aver gettato alle ortiche la vocazione al porno dopo l’incontro col santone Bhagwan Raynesh, per dedicarsi all’accudimento “di governo”. E non aveva fatto piena luce su quella esperienza, sulle misteriose commistioni, che avevano portato al delitto alla conclusione tragica della piccola utopia di Rostagno.

De Rita nell’indagare su miserie e fasti del volontariato e del terzo settore ha detto una volta che le esperienze sociali del dopoguerra si sono “spente” e hanno cambiato volto perché alla primordiale attenzione alla comunità si è sostituita l’attenzione allo sviluppo. Non mi permetto di fare un uso improprio di nessuna scienza nemmeno delle più inesatte e quindi invece di ricorrere alla sociologia, mi rifarò all’esperienza personale. Il crepuscolo delle militanze politiche tradizionali, di massa o minoritarie, il fallimento che ha sconfinato nella più disdicevole catastrofe corrotta e lottizzata della cooperazione allo sviluppo, ha portato tanti all’adesione a organizzazioni di volontariato e assistenza, come risposta di fronte ai dilemmi posti dai movimenti sociali che non avevano trovato soluzione e alla disfatta delle ideologie del Novecento. Così si è allargato e rinvigorito quel fenomeno, un tempo limitato a dame benefiche e anime belle, a beghine e eserciti della salvezza, passando dalla carità più o meno pelosa al no profit, con un impegno inizialmente ingenuo, disinteressato e coraggioso, di piccoli gruppi fortemente motivati nei confronti non più della cosa pubblica e dell’interesse generale quanto invece dei bisogni dei marginali, dei penalizzati dalle condizioni sociali e dal profitto, dall’ingiustizia e dalla sorte.

Eppure via via che la società aveva più bisogno di questi “sentimenti” e di queste azioni: i ricchi si fanno sempre meno numerosi e più ricchi dissipati avidi sconsiderati aggressivi distruttivi e egoisti e i poveri sempre più numerosi disperati rabbiosi come succede a chi non ha nulla da perdere, via via a fronte dlla coraggiosa resistenza di soggetti che ancora credono e operano nel “fare bene”, molte invece scivolano nella parodia della democrazia, nella burocratizzazione, del narcisismo. Diventano oggetti della cultura parassitaria dell’assistenzialismo oppure pezzi di ingranaggio del primato del business che tramite fondazioni, banche, Confindustria, Rotary dalla tasse, aziende sono andate all’arrembaggio per scaricare e da qualche coscienza non proprio innocente un debito sociale. Compromessi, clientelismo, presenzialismo, dominio dei funzionari, protezionismo delle buone cause e troppi illustri protettori, arbitrarietà hanno eroso credibilità, autorevolezza e potenza.

E se gli italiani si consolano della loro miseria già cominciata con qualche sbrigativa misura misericordiosa e compensativa, mandare un sms e scegliere tra i sempre più improbabili destinatari dell’8 o del 5 per mille, resta il malessere per l’occasione perduta o confiscata dal mercato che ha condizionato anche questo settore, dai media interessati solo alla pietà spettacolare, alla scuola disinteressata al rifornimento di buoni esempi, alla cultura preoccupata di scendere sul terreno retorico della compassione e intenta al suo apparire più che al suo essere e intervenire. Per non parlare della Chiesa che senza tentennamenti ha preferito alla teologia della liberazione il business dalla carità, sempre più esigua e sempre più condizionata dalla ricattatoria imposizione di modelli di comportamento o sottoposta alla pressione morale del suo monopolio salvifico.

Si era illusorio pensare che tra l’antico messaggio cristiano, la verde novella ecologista, tra le istanze della pace tra gli uomini e degli uomini col loro mondo, ci si salvasse dal non muoversi al ritmo del potere e del profitto, dalla tentazione di dedicarsi all’azione senza pensiero, dalla specializzazione senza visione della complessità, dal dinamismo senza strategia, dalla crescita senza sostenibilità.
E è tremendo che l’apocalisse della ragione, in questo mondo di fantascienza realizzata e di operosa barbarie intenta a attuare nuovi insondabili sistemi di dominio esercitati tra consumo e consenso dai paesi ricchi sui quelli poveri che soggiacciono in nome di una speranza illusoria o subiscono per impotente povertà, si è tremendo che sia così circoscritta e timida e marginale quella lucida,radicale generosità, contagiata da troppe risposte di consumo, vitalismo, approssimazione, a quelle poche antiche domande, sempre le stesse, che sono poi il sale della terra e l’alimento del pensiero.


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: