Annunci

Archivi tag: New Deal

Dissesto idrogeologico, il Piano di Renzi fa acqua

Alluvione, di Alfred Sisley

Alluvione, di Alfred Sisley

Anna Lombroso per il Simplicissimus

…l’onda spaventosa, dal cataclisma biblico, che è lievitata gonfiandosi come… Sì come un immenso dorso di balena, ha scavalcato il bordo della diga, è precipitata a picco giù nel burrone, avventurandosi, terrificante bolide di schiuma, verso i paesi addormentati. E il tonfo nel lago il tremito della guerra, lo scrole dell’acqua impazzita, il frastuono della rovina totale, coro di boati stridori, rimbombi, cigolii, scrosci, urla, gemiti, rantoli, invocazioni, pianti? E il silenzio alla fine, quel funesto silenzio di quando l’irreparabile è compiuto, il silenzio stesso che c’è nelle tombe? L’apocalisse del Vajont descritta da Dino Buzzati per il Corriere della Sera, il giorno dopo la catastrofe che costò duemila vittime, recita: Un sasso è caduto in un bicchiere colmo d’acqua e l’acqua è traboccata sulla tovaglia. Tutto qui. Solo che il bicchiere era alto centinaia di metri e il sasso era grande come una montagna e di sotto, sulla tovaglia, stavano migliaia di creature umane che non potevano difendersi.

Non sono bastate l’Aquila, l’Emilia a chi ritiene che l’adozione di criteri antisismici sia un molesto costo aggiuntivo che riduce il bottino del malaffare. Così non è bastata quell’apocalisse agli smaniosi delle Grandi Opere. Perché la diga voluta dalla Sade proprio là, malgrado  denunce di pericolo degli abitanti, additate come bubbole di ignoranti, malgrado l’allarme degli esperti, uno dei quali veniva addirittura da un geologo figlio del progettista e autore dell’opera, ing. Semenza, frutto della stessa hybris che anima i nostri profeti del “fare”, è ancora il simbolo anticipatore della stessa smania, anche se la diga, che allora era la  più alta del mondo a doppio arco,  ha resistito, è ancora là, vanto avvelenato di una ingegneria  che si esprime nella sua geometrica potenza dimostrativa, proterva e indifferente alla sua nefasta pressione sull’ambiente, sul suolo, sul territorio.

I disastri, i morti, le colpe non servono e non insegnano nulla. Anzi, si direbbe che siamo andati peggiorando se l’ultimo a tentare di programmare con un piano organico le strategie e le misure contro il dissesto idrogeologico, nell’ormai lontano 2012, fu un ministro, poi in odor di scandali, quindi rimosso perfino dalla memoria, se il dicastero dell’Ambiente fu successivamente espropriato di gran parte delle competenze in materia, passare a un organismo alle dirette dipendenze di Palazzo Chigi affidato a figure improbabili, una delle quali ben presto passata a carriera giornalistica altrettanto poco brillante. E se adesso il titolare Galletti, noto solo per disinvolte dichiarazioni sul rischio industriale e sugli altri morti di sviluppo illimitato, si delizia per le magnifiche sorti e progressive  di quel Grande Piano  contro il dissesto idrogeologico 2015-2020 da 9 miliardi che il padroncino un anno fa non si peritò di definire una rivoluzione copernicana, ma che finora, malgrado un magniloquente e fiero annuncio al suono di grancassa al pesto, durante un immancabile appuntamento referendario a Genova, ha impegnato unicamente  una spesa  di 70 milioni, stanziati dal sereno predecessore, per il Bisagno.

Ma siccome il Galletti che canta nel pollaio di Renzi,  è benevolo e comprensivo dei problemi che deve affrontare il collega del Tesoro,  ha dato il suo ragionevole e pragmatico contributo dal bilancio del ministero dell’Ambiente insieme al  Fondo di sviluppo e coesione, per trasformare il Grande Piano in pianini stralcio, del modico costo di 1, 3 miliardi finalizzati alla realizzazione di “interventi di mitigazione del rischio alluvionale nelle aree metropolitane”, ripartiti in 666,31 milioni di euro al Nord, 116,2 al Centro, 280,96 al Sud; nessun intervento previsto in Calabria e circa il 50% delle somma stanziato per le aree metropolitane di Genova e Milano.

Mai contenti, direte voi. È che anche quella cifra è annunciata come nei costumi del governo, e virtuale, perché, informa il Tesoro, “la scarsità delle risorse disponibili per il triennio 2016-18 non ha consentito a questa amministrazione di effettuare una programmazione strutturata per la mitigazione del dissesto idrogeologico”, passando la mano alle promesse: dopo i soldi del Bisagno, arriveranno altri quattrini pochi e nemmeno subito, una sessantina di milioni per  il  piano di gestione del rischio alluvioni da completare entro l’anno, e altri  350 milioni da qui al 2018,anche quelli stanziati da Letta nel 2013, 150 quest’anno, 50 nel 2017 e 150 nel 2018, che c’è da temere vadano a finanziare soltanto la redazione dei progetti esecutivi, previsti per l’avvio delle procedure di affidamento dei lavori, in forma di “aperitivi”.

Altro che Ponte, altro che Mose, altro che Tav, altro che Olimpiadi, altro che autostrade inutili e passanti deserti. Non gli sono bastate le alluvioni di Sarno e Quindici, non gli sono bastati i morti di Genova,  Benevento, della Calabria ionica e del Cadore, non gli sono bastati gli allarmi di organizzazioni “contigue” come Legambiente che ha denunciato nel suo rapporto 2016 come 7 milioni di cittadini siano esposti al pericolo frane e alluvioni,  le previsioni dell’Ispra altrettanto inquietanti, secondo le quali il totale dei comuni italiani interessati da aree con pericolosità da frana e/o idraulica risultano 7.145, pari all’88,3%, mentre i comuni non interessati da tali aree risultano solamente 947,  i conteggi dei consorzi di bonifica che hanno calcolato che occorrono almeno 8 miliardi per la sola “messa in sicurezza”.

I richiami alla ragione di chi chiede che al posto dei progetti tossici delle grandi opere, in nome di un’occupazione dequalificata ed effimera, si dia forma a un New Deal di interventi distribuiti sul territorio di tutela, custodia, salvaguardia e prevenzione, capace di creare posti di lavoro non a termine e specializzati, vengono derisi come ubbie di parrucconi e misoneisti. In compenso, coerentemente con la pratica compassionevole della beneficenza a spese nostra tramite elargizioni e mancette, una delle generose majorette  del premier si è presa cura di promuovere uno stanziamento di 800 milioni per il risarcimento di chi è stato colpito da calamità naturali: agli immobili privati   fino all’80% dei danni; alle aziende fino al 50% per gli edifici e 80% per i macchinari, anche quelli sulla carta da agosto quando l’annuncio ha riguardato le prime formalità relative a macchinose procedure per le istruttorie. Perché risarcire è più conveniente che prevenire. E se poi si può contare su una momentanea sospensione della decantata semplificazione, grazie a iter complessi e magari ispirati da una certa discrezionalità allora meglio ancora. E se poi i soldi, invece di erogarli si rivelano come un vaticinio, allora è proprio una cuccagna.

Che tanto ormai per noi la pacchia è restare vivi, asciutti, incazzati.

 

 

 

Annunci

Cervelli in fuga, ma il Cretino resta

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Tra il 1901 e il 1923 emigrarono in America 4 milioni 711 mila italiani, 3 374 000 dei quali provenivano dal Mezzogiorno. Si ammassavano nei bastimenti per terre assai lontane (v ricorda qualcosa?), era gente povera e analfabeta (la Regione che diede il massimo contributo all’esodo fu la Basilicata la cui popolazione nel 1911 si ridusse del 3,5%), destinata ai bassi ranghi del sottoproletariato urbano. Partono soprattutto dall’ “acerba” montagna, dove la terra non dà niente, osteggiati dallo Stato che invita i prefetti a impedire l’emigrazione clandestina e a disincentivare quella lecita. Scrive allora Nitti, “mentre si scrivono libri, si pronunciano discorsi, si compilano leggi, i contadini meridionali trovano la soluzione  da sé silenziosamente, partono a creare quei capitali che sono necessari per fecondare la terra del loro paese”.

Oggi ci informa  il rapporto «Migrantes», della Cei, la nuova emigrazione  sarebbe   “sempre più giovane e qualificata”. In 10 anni si registra un +55% di italiani residenti all’estero: in totale sono 4,8 milioni. 107 mila se ne sono andati nel 2015 (+6,2% in un anno): per il 50% giovani, per il 20% anziani.  Sono in forte aumento le partenze da Veneto e Lombardia mentre diminuiscono le percentuali del Mezzogiorno. E a differenza di quei migranti di inizio ‘900 e dei 5 milioni di italiani che sono emigrati in Germania nel dopoguerra – per il 90%  rientrati in patria-  chi parte oggi non tornerà, “in assenza di nuove opportunità”.
Dagli anni ‘70 non c’è fila alla cassa del supermercato, non c’è cena del sabato in pizzeria, non c’è dialogo tra sconosciuti in treno nei quali non risuoni il mantra: potessi, me ne andrei. Allora e per molto tempo si aggiungeva: aprirei un chioschetto in una spiaggia, una spaghetteria a Cuba, adesso sono diminuite aspettative e velleità e i laureati alla Bocconi che non discendono da stirpi reali, che non appartengono a dinastie baronali la pizzeria non l’aprono, accontentandosi di fare i “manager del food” servendo ai tavoli da Pappagone a Londra.

Sappia Salvini che nessuno li aiuterà a casa loro, cioè nostra. E suona oscena la reazione del premier alla pubblicazione dell’indagine della Cei, venuta buona per un altro immancabile spot per il Si:  “La notizia mi ha fatto male ed è per questo che dobbiamo rendere il Paese più semplice. I ragazzi che vogliono andarsene hanno tutto il diritto di farlo, noi dobbiamo creare un clima che permetta loro di tornare”. Magari era meglio favorire le condizioni perché non se ne andassero, proprio come si poteva evitare la cosiddetta emergenza dei barconi: bastava non scaricare bombe, non depredare territori e risorse, così come era sufficiente favorire occupazione, salvaguardare garanzie e diritti, promuovere istruzione, ricerca e innovazione, condizioni indispensabili per incrementare la decantata competitività, per esaltare talenti e vocazioni. Magari era meglio non rafforzare quella mitologia  delle formazioni “utili”, quelle cioè funzionali unicamente a un mercato del lavoro tarato solo sulle esigenze di azionariati che hanno dismesso ogni investimento legato alle produzioni, all’economia reale  e all’innovazione.  Se a ridosso di un sisma catastrofico, mentre sono in crescita le iscrizioni a università private “acchiappacitrulli” e a master/parcheggio che prolungano indefinitamente la permanenza in uno status di dipendenza adolescenziale, mentre pare abbiano una singolare attrattività facoltà di filosofia, forse per via della nuova moda di dotare aziende di un consulente filosofico un tanto al chilo, l’Istat comunica che tra le  lauree che faticano più di altre a trovare sbocchi lavorativi figurano, insieme a  Scienze biologiche e  Scienze naturali,  anche quelle di Scienze geologiche.

Così  se è improbabile che l’evocazione del Ponte sullo Stretto porti all’accreditamento di carriere nel settore dell’ingegneria, il sensato proposito di stringere un’alleanza con il territorio per dare concretezza a un New Deal che veda lo Stato investitore general manager e contractor per il risanamento e la salvaguardia, come anche per la tutela del patrimonio artistico, culturale e paesaggistico, viene equiparato a un’uggiosa esercitazione di parrucconi e disfattisti.

No, non ci aiuteranno a casa nostra. E il motivo è semplice. Dietro a pregiudizi e ideologie, interessi e ideali che partecipano al coro con concetti e slogan disparati:  difesa dell’identità e sicurezza minacciata, necessità di promuovere multiculturalismo, cosmopolitismo globalista o arroccamento nelle fortezze imperiali, quello che resta ben saldo è il contributo che l’immigrazione dà al sistema capitalistico nella sua ultima aberrazione, quella finanziaria. Una considerazione realistica della quale anche noi avanzi della sinistra ci vergogniamo un po’, temendo l’annessione obliqua al fronte xenofobo, razzista o semplicemente europeo.

Il fatto è che muri, recinti, rifiuto, respingimento attuati dall’impero e dai suoi consoli regionali, nascono dalla difficoltà di gestione spicciola da un lato, dal timore che comunque masse di disperati non qualificati non possano essere assorbiti e pesino sul bilancio degli stati, ma dall’altro dalla vocazione del pensiero unico a creare diffidenza, risentimento, divisione per meglio comandare. Ma dietro agli steccati, alla repressione, esiste concreto il perseguimento di un disegno di “crescita” di un padronato che insegue la creazione di un esercito mobile, senza patria e radici, senza storia e memoria, da spostare qua e là come il dio mercato vuole. E con un effetto non secondario che consiste nella “concorrenza” interna esercitata da quei lavoratori temporanei, necessariamente disposti a accettare un salario più basso, la rimozione di diritti e garanzie,  tale da abbassare fisiologicamente anche gli standard remunerativi, come quelli legati a sicurezza, conquiste e  prerogative della forza lavoro locale, abbattendo così ogni speranza che si coaguli e esprima un potenziale unitario dei lavoratori.

Nell’era del saccheggio, della spoliazione, siamo tutti prede e bottini. La ricetta qui e altrove, a casa e fuori, sarebbe diventare “classe” unita, consapevole e solidale, retta da fini elevati ben oltre la sopravvivenza in una nuda vita, ma c’è da temere che togliendoci la facoltà di sperare e sognare, abbiano cancellato anche quella di  lottare.

 

 


Te lo do io il sogno americano

Quando ero ragazzo, l’apice della retorica liberal democristiana, l’argomento principe, era che bisognava far andare i lavoratori in Urss per dissuaderli dal votare comunista. Non sarebbe stato male ribaltare il ragionamento  e invitare la sterminata piccola borghesia conservatrice ad andare in Usa per rendersi conto delle cose al di là dell’immagine patinata del cinema e della televisione. Tutte le volte che vedo un telefim americano mi chiedo dove le vadano a trovare le strade così lisce visto che gran parte delle highway è pessimamente rattoppata, come mai non compiano le sterminate cittadine fatte da roulottes, perché di New York o di Chicago non si vedono mai i quartieri davvero degradati, ampiamente utilizzati invece nei film del dopo bomba Eppure la conoscenza dell’America deriva proprio da questo bombardamento senza fine di immagini prive di realtà mentre il 99% dei fortunati che oltre atlantico ci sono andati davvero limita la sua conoscenza ai centri delle città e dei luoghi più noti.

Ancora più singolare è che questa “notizia” delle distorsioni dell’immagine americana appaia nella sua chiarezza proprio su Il Giornale, sia pure nel blog di Marcello Foa, di certo non allineato con i betullini di via Gaetano Negri. Ma uscendo dal campo dell’immagine e dell’immaginario ci sono due docenti della New York University che si sono incaricati di sgretolare l’apparenza del Paese più ricco e potente del mondo, utilizzando statistiche diffusissime, di facile reperibilità, spesso tratte dal fact book della Cia a dimostrazione che il complesso  narrativo e autonarrativo della fiction americana si propone una forma di narcolessia globale rivolta all’interno e all’esterno. Così Hershey H. Friedman e Sarah Hertz si sono incaricati di demolire il mito del numero uno, atto di fede imprescindibile negli Usa e anche presso le colonie.

Ci sono cose di grande interesse che vanno oltre lo studio stesso e costituiscono un evidente atto di accusa sugli ultimi 40 anni. Si comincia col con il cancellare l’idea che gli Usa siano la prima potenza economica. In realtà l’anno scorso sono stati superati dalla Cina: se si tiene conto del potere di acquisto Pechino ha un Pil di 17.632 miliardi e gli Usa di 17.416 miliardi, Costruita questa cornice il ritratto prende forma: per quanto riguarda il numero dei poveri assoluti gli Usa si situano al 35* posto ( si va dal meno al più) su 157 Paesi con 45,3 milioni di persone prive di qualsiasi risorsa. E’ interessante notare che durante gli anni ’50 e ’60, prima che il neoliberismo cominciasse a vagire, si era passati dal 20 al 12, 1% nel ’69. Adesso si è al 14, 5%, ma su una popolazione molto più numerosa. Dunque un arretramento, generale che però svela le sue dinamiche nei particolari: nel ’66 il 28,5% dei poveri era formato da anziani che avevano potuto sfruttare solo in parte gli avanzamenti sociali partiti col new deal e rafforzatisi dopo il conflitto mondiale. Oggi invece gli anziani indigenti sono solo il 9,1% proprio perché gran parte degli ultra sessantacinquenni hanno goduto della fase keynesiana dell’economia occidentale, mentre giovani e persone mature, sotto schiaffo del neoliberismo, costituiscono il grosso dei poveri. Non stupirà apprendere che su 35 Paesi gli Usa sono al penultimo posto per quanto riguarda il numero di bambini poveri: solo la Romania fa peggio del 25% statunitense.

Per quanto riguarda l’indice di diseguaglianza gli Usa si pongono agli ultimi posti: l’indice Gini misura 0, 501 per il Cile, 0,466 per il Messico, 0,411 per la Turchia, 0,380 per gli Usa, 0, 376 per Israele (dove lo ricordiamo un terzo della popolazione è palestinese con tutte le conseguenze del caso, eppure strappa qualcosa all’America). Nel 1992 il 10% per cento di popolazione più ricca aveva 20 volte i beni del 50% più povero. Adesso sempre quel 10 per cento possiede 69 volte i beni della metà più povera della popolazione. Secondo i repubblicani i poveri sono tali perché non si sforzano di lavorare e vogliono vivere facilmente alle spalle dello stato. Fesserie bottegaie di cui anche da noi si sente ogni tanto l’eco: in realtà le statistiche dicono che i poveri assoluti hanno quasi sempre un lavoro, spesso più di uno (naturalmente quanto mai aleatorio o in nero, ma sempre pessimamente pagato) mentre la maggioranza dei non lavoratori è costituito da ricchi nullafacenti. L’economista Robert Reich ha scritto  recentemente: i self made man, simbolo della meritocrazia americana sono ormai scomparsi: sei tra i dieci americani più ricchi sono in realtà solo eredi di immense fortune tanto che gli eredi Walmart possiedono da soli più del 48% degli americani più poveri”.

Così non può stupire che gli Usa siano al 27° ed ultimo posto per quanto riguarda la ricchezza media lorda (considerando gli introiti e il valore del beni di proprietà ) 38 786 dollari, contro -tanto per fare un esempio i 123.710 dell’Italia, caso particolare vista la diffusione degli immobili di proprietà. Del resto l’America si situa al 14° posto su 228 Paesi per pil pro capite, al 17° su 175 per corruzione percepita. Anche la scuola dal cui modello pendono i coglioni di governo non va affatto bene: gli Usa si collocano al 17° posto su 64 per la lettura, al 21° nelle scienze, al 26° nella matematica. Cosa questa che si riverbera anche negli studi universitari: nonostante i primati delle più note università della nazione, dovuti più che altro a criteri assurdi studiati per ottenere questa preminenza, solo il 18% degli studenti arriva a un livello sufficiente e internazionalmente comparabile.

Ma ci sono cose che stupiscono è che sono insospettabili se ci si riferisce al mito americano: per esempio gli Usa sono solo 16° su 34 Paesi Ocse per la velocità della banda larga che peraltro è anche la più cara e sono soltanto all’ 87° posto per l’uso dei cellulari. Per quanto riguarda la tutela della salute gli States sono al 44° posto su 145,  al 60° per mortalità infantile e al 55° per aspettativa di vita (l’Italia è all’11°). Anche la democrazia non sta molto bene, visto che si situano al 14° posto su 150.

Notissimo è il fatto che gli Usa sono la nazione con il maggior numero di detenuti: ce ne sono circa 2 milioni e 300 mila (più di quelli russi al tempo di Stalin) a cui si devono aggiungere altri 5 milioni di persone sottoposte a misure restrittive, un numero troppo alto per non dare da pensare sullo “stile di vita amwericano, anche se infinitamente sfruttabile a fine di film, telefilm, serie e quant’altro.

Però in una cosa gli Usa sono di gran lunga i primi: le spese militari. Esse sono più alte di quelle messe insieme di Cina, Russia, Francia, Gran Bretagna , Germania, Giappone, India e Arabia Saudita che come sappiamo si sta armando a livelli folli. Probabilmente questo basta e avanza alla piccola oligarchia di comando che attraverso lo strumento militare pensa di poter perpetuare il potere economico del dollaro e di esportare dovunque il neo liberismo. Proprio come gli imperi in decadenza.


Renzi’s Anatomy

renzi-mare-2Anna Lombroso per il Simplicissimus

Certo a vederlo in braghette, con quello sguardo vacuo, la boccuccia sempre semiaperta come i ragazzini di una volta che soffrivano di adenoidi, ma al tempo stesso quell’arietta furba alla Gasparri, di chi è stato persuaso dalla lotteria della vita di salvarsi sempre e di uscire indenne da ogni stronzata,  compresa l’acquata di propaganda a scopo benefico, il Renzi pare proprio un cretino.

Sappiamo che lo è meno di quel che sembra, che le misure messe in atto dal suo governo, come quelle annunciate o avviate dai governi precedenti, non sono frutto di insipienza,  incompetenza, inadeguatezza, impreparazione, ignoranza. O non sono solo questo. Ma che rispondono a una linea precisa, dettata nei luoghi dove da anni si è rotto il patto, fragile e aleatorio, tra capitalismo e democrazia, quel “contAnna ratto” che aveva addomesticato il conflitto tra sfruttamento e diritti, tra sopraffazione e dignità, sia pure solo in alcune aree ancora privilegiate del mondo, dove la disuguaglianza era mitigata dall’accesso a consumi, certamente, ma anche a servizi e conquiste.

E forse ha anche imparato a dar retta a gente pratica, almeno per quel che riguarda la comunicazione: a parte qualche scivolone da amico della De Filippi, da comparsa di Grease, per lui irresistibile, ha scelto il richiamo al coraggio, alla forza che il popolo italiano saprebbe esprimere nei momenti difficili, con qualche “appelletto” alla “nazioncina” che gli si sta sgretolando tra le mani. E che dalle lacrime e sangue di Churchill vorrebbe trasportarci nel New Deal di Roosevelt, appellandosi al James Stewart che c’è in noi, che rialza la testa, rimbocca le maniche più di Bersani,  si riscatta con il lavoro, la creatività, la tenacia, attingendo a quella provvista di principi e fondamenti domestici che ci avevano quasi salvato perfino da Berlusconi.

Peccato che non sia rimasto più nulla grazie al susseguirsi di inetti più o meno loquaci, di impotenti più o meno tracotanti. Finito il risparmio delle famiglie, ingoiato dai debiti, dalla disoccupazione, dalle tasse. Finita la possibilità di concorrere con prodotti di altri Paesi. Finita la speranza di competere grazie al patrimonio che pareva inestinguibile dell’arte, della cultura,del paesaggio. Finita perfino l’amara illusione che i sacrifici potessero redimerci dal relativo benessere del passato e salvarci pagando il prezzo tossico dell’austerità,  credendo alla fola della necessità inderogabile  del risanamento delle finanze pubbliche, quando qualsiasi amministratore di condominio, qualsiasi massaia di Voghera o qualsiasi “casalinga dello Schlewig-Holstein”, era in grado di sapere che gli  sforzi avrebbero dovuto essere focalizzati sulle politiche economiche per rilanciare la domanda e l’occupazione. Finita anche la solidarietà, ben collocata da secoli sui patti stretti tra generazioni, sostituiti da quello del Nazareno tra un vecchio e un giovanotto speculari e mossi dagli stessi istinti e dalle stesse ambizioni velenose. Finito lo stato sociale per non parlare di quello di diritto, che verrà seppellito da un contesto di misure volte alla derisione della legge uguale per tutti in favore dei più uguali.

Si forse sono anche cretini, governo e tutti quei medici che ci somministrano dosi da cavallo di una medicina che prima era inefficace oggi letale, quella del primato del privato  in grado di gestire qualsiasi attività con superiore efficienza (come hanno accertato i casi Ilva, Alitalia, Telecom), quella dei licenziamenti facili che promuovono occupazione, quella che elogia e vezzeggia i manager dell’auto quando la produzione di autovetture sul territorio nazionale è diminuita del 65 per cento, quella che ha condannato sei milioni di italiani a vivere sotto la soglia della povertà assoluta.

Non servono gli spin doctor per invertire una tendenza alla dannazione di un paese: Roosevelt creò lavoro per 4 milioni di disoccupati, investendo lo stato attraverso tre agenzie, promosse una legge alla quale si dovrebbe guardare, quella  legge Glass-Steagall che alzò un invalicabile  muro divisorio, da una parte le banche dedicate al credito per famiglie e imprese, dall’altra gli istituti che giocavano in borsa con i soldi degli investitori privati, costretti a assumersi il rischio di poter perdere tutti i propri soldi, senza alcun salvataggio dello Stato.

Non sappiamo se sono cretini, se lo è il capitalismo in questa fase storica nella quale sembra spirare a una spirale suicida, nella quale, inseguendo la cancellazione di sovranità statali e monetarie, lo smantellamento delle democrazie, si fa passare la crisi per un temporaneo incidente, un fenomeno naturale, di quelli che comportano vittime, è vero, ma inevitabili, come in certe guerre coloniali di ieri e di oggi, cadute sul fronte della crescita, del progresso, dello sviluppo.

Sarebbe consigliabile comunque non andargli appresso, siano cretini o aspiranti suicidi che la doccia gelata l’hanno preparata per noi. E farà molto freddo.
 


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: