Archivi tag: New Deal

Calenda? ha fatto il militare a Cuneo

toto Anna Lombroso per il Simplicissimus

Come siamo caduti in basso, signora mia! direbbe il compianto Arbasino, nel vedere che dagli appelli degli intellettuali dalla A di Asor Rosa alla Z di Bauman con in calce, siamo precipitati giù, alla lettera aperta di una rosa di superbi sfrontati, da Calenda (che rivendica il ruolo di ispiratore) a Brugnaro, da Toti a Gori.

E par di sentirli, proprio come Totò e Peppino, mentre si rivolgono  a quella Malafemmina della Germania: Signorina, veniamo noi con questa mia a dirvi…., per raccomandarle  di prendere la «decisioni giuste», senza andare al seguito dei «piccoli egoismi nazionali», emersi a sorpresa con l’emergenza sanitaria.

Il Sole 24 Ore che si fa proprio pescare all’amo come il pesce boccalone, è talmente entusiasta dell’iniziativa, che lascia correre sul fatto che i firmatari invece di acquistare uno spazio in casa confindustriale, si siano addirittura tassati per comprare una pagina della Frankfurter Allgemeine Zeitung, per la  pubblicazione della fiera e dolente invocazione.

È proprio una supplica la loro,  e viene definita spericolatamente “bipartisan”, come se ci fossero delle differenze di fronti tra Toti e Bonaccini, tra Brugnaro e Sala, come se Bonaccini non fosse a pieno titolo nel terzetto di punta che pretende l’autonomia supplementare in materia sanitaria proprio come uno Zaia o un Fontana qualunque perfino adesso, o tra i propugnatori delle Triv e delle Tav, come se  i sindaci in calce non fossero primi cittadini del cemento, autori delle più proterve operazioni di “gentrificazione” tramite l’espulsione dei residenti dalle città per favorire le speculazioni dei predoni immobiliari.

Eppure con una improntitudine insolente il promotore, da ricordare più per le sue candide e infantili interpretazioni televisive, che per le performance manageriali, tutte segnate da proverbiali flop, o per quelle di ministro, firmatario già allora, ma di infami patti stipulati con aziende criminali, insieme all’augusta accolita di marpioni, sigla l’ennesima pretesa di innocenza per il passato e il presente, in qualità di crociati per un’Europa equa e solidale, che a loro quelli di Ventotene gli spicciano casa, rammentando ai tedeschi e agli olandesi,  accusati di boicottare i cosiddetti «coronabond», come dovrebbero comportarsi “i grandi Paesi in occasione di una emergenza”.

Così grazie a un veloce ripasso su Wikipedia (non sono più i tempi del Bignami), alla voce Ue,  hanno fatto una scoperta eccezionali: partner favoriti, come l’Olanda – “un esempio di mancanza di etica e solidarietà”, e la Germania, che pure  anche grazie all’Italia ha potuto evitare il default con il dimezzamento dei debiti di guerra, starebbero  “sottraendo da anni risorse fiscali a tutti i Paesi europei….e a farne le spese sono i nostri sistemi di welfare e dunque i nostri cittadini più deboli, quelli che oggi sono più colpiti dalla crisi”, costringendo gli Stati membri alla rinuncia “a costruire istituzioni forti e politiche sociali e di sicurezza comuni

E dire che qualcuno ha pensato che l’epidemia avrebbe lasciato solo macerie, miseria, indigenza e costi economici e morali, dopo il passaggio dei suoi cavalieri dell’apocalisse, che sarebbe servita ai soliti noti, speculatori, accaparratori e borsaneristi, quelli insomma che dichiarano guerra per poi profittare dei benefits della ricostruzione. Macché ecco qua che come un’araba fenice risorge un’utopia europea che potrebbe appagare l’aspirazione ideale di far convergere in un’unica entità etica e organizzativa, equa e solidale come il cacao, le diverse sovranità statali, alla pari.

A essere maliziosi ci sarebbe da sospettare che sia solo per la sua proverbiale mancanza del più elementare bon ton che in calce all’appello, dietro il quale si intuisce l’immancabile fantasma della Bonino, non ci sia anche la firma di Salvini, a conferma che perfino il sovranismo più bieco e il populismo più ignorante possono essere sdoganati quando arriva l’ora di dare una mano al sistema bancario, alle imprese che si fregano le mani, dopo essersele lavate, in attesa di spartirsi la beneficenza compassionevole dello Stato, alla finanza post creativa che si accinge a nuove bolle, nuovi fondi,  a cominciare da quelli sanitari promossi perlopiù dalle aziende multinazionali che così sfruttano due volte i dipendenti in qualità di lavoratori e di assicurati.

Ci sta bene un po’ di linguaggio bellico per questi signorini della guerra mossa contro di noi, dei molti in trincea obbligata e oggetto di leggi marziali in caso di diserzione o sciopero, che anche così sperano di essere promossi da attendenti a colonnelli sotto la guida del generale della Provvidenza, indicato da tutta la politica italiana, dal Pd alla Lega agli esponenti della critica keynesiana, incantati dalle oscene baggianate esibite per accreditare il suo nuovo corso rooseveltiano.

Il new deal della ricostruzione (è stato nientepopodimeno che Franco Bernabè  a galvanizzarci promettendo che «il virus darà l’opportunità di fare l’Europa» invocando una nuova Bretton-Woods europea) che annovera ovviamente il lancio di “helicopter money”, senza dire che poi le banconote del loro Monopoli le dovremo restituire insieme al conto del carburante, del pilota, del noleggio dell’elicottero, inevitabilmente prevede lo Stato debba assorbire le perdite del settore privato – cancellandone i debiti – nei suoi bilanci, e incrementando il debito pubblico, mentre restano vigenti, o, bontà loro, temporaneamente sospesi, i vincoli dei trattati.

Come i prestigiatori delle fiere di paese credono di imbonirci con le gabole delle tre carte, con l’illusionismo dell’elargizione pelosa dell’aiuto condizionato, erogato eccezionalmente e subordinato a una restituzione maggiorata, pretesa con altri colpi di accetta alle garanzie e alle prerogative dei lavoratori, con altri tagli alle risorse disponibili per la spesa pubblica e le politiche sociali, con altri e più pesanti ricatti alla forza lavoro, sempre più intimorita e precaria per permettere l’ormai consolidata pratica del racket comunitario: la privatizzazione dei profitti a fronte della socializzazione delle perdite.

Alla stregua dei cravattari ci concedono generosamente il prestito.

Ma poi, sotto minaccia, lo dovremo restituire tutto. E con gli interessi della moneta in corso nell’impero, i soldi certo, ma anche i talleri della cessione definitiva dei poteri e della democrazia, della cancellazione dello stato sociale e di diritto, per garantire la salvezza dei rentiers, dei gamblers della finanza, dei croupier della roulette, delle banche assassine,  e la sommersione di chi non era ancora annegato e merita un salvagente già sgonfio.

Altro che helycopter money, sappiamo noi cosa e chi dovrebbe essere scaraventato giù. E, per favore, senza restituirli.


Svendita per fallimento

zeta Anna Lombroso per il Simplicissimus

L’assalto ai forni, convertito nel presente in forma di saccheggio dei supermercati, potrebbe essere la prima scena del trailer del dopo emergenza, quando la crisi economica succederà a quella sanitaria.

C’è chi, come Draghi, l’alchimista del Fiscal Compact, con tutte le probabilità ormai richiesto a gran voce anche da gran parte della compagine governativa che non si sente abbastanza ardimentosa per fronteggiare il disastro prevedibile, decisionista su coprifuoco ma indeterminata sulla “guarigione”, che affida le sorti dei sopravvissuti all’austerità al virtuoso sistema bancario, comprensivo di casse venete, Mps e babbo Boschi?, ma c’è anche chi si aggrappa alla tradizione del marchesato del Grillo, quando i rampolli dissipati avevano fatto fuori il patrimonio e toccava vendere i gioielli di famiglia.

Con una spettacolare insipienza pari solo alla sfrontatezza parassitaria di chi ha sempre potuto tenere l’aristocratico  culo al caldo, Luigi Zanda, capogruppo Pd al Senato, avanza la  proposta di utilizzare il nostro vasto patrimonio pubblico come garanzia per finanziare la ricostruzione, comprese le sedi istituzionali:   palazzo Chigi e Montecitorio.

Un’occhiata troppo rapida al suo brillante curriculum, dalla presidenza del Consorzio Venezia Nuova (si potrebbe suggerirgli l’aggiunta del Mose al pacchetto, ma quello nessuno lo vuole, nemmeno in qualità di sfarzoso monumento alla corruzione e al malaffare)  a quella di Lottomatica, da quella dell’Agenzia per il Giubileo a quella della Fondazione Palaexpo, che suggerirebbe di far tesoro delle sue competenze, si, ma in qualità di cinico curatore fallimentare,  potrebbe trarvi in inganno.

L’ha detto con l’autentica sofferenza di chi patisce una privazione e un sacrificio, perché intendono così i beni comuni quelli che a forza di starci dentro hanno maturato il convincimento che i palazzi siano loro proprietà, come d’altra parte le coste della sua isola concesse benevolmente agli emiri in cambio di un nosocomio per i loro famigli in gita in Costa Smeralda che giustamente non si fidano della nostra sanità, o le vaste aree sarde occupate militarmente dalla Nato per effettuare esercitazioni e test micidiali. Un patrimonio “personale” della cerchia “superiore” che è necessario alienare in cambio di protezione, ammissione alla tavola dei grandi, mantenendosi   possibilmente auto blu, spiaggetta privata, bunker antiatomico o anticontagio.

D’altra parte come insegnerebbe anche la Costituzione che il suo partito voleva “aggiornare”, anche la salute dovrebbe essere un bene comune e infatti anche quella è stata trascurata, svenduta ai privati, ridotta a aspirazione estetica di corpi ben levigati e allenati,  in modo da potenziarne il valore sul mercato, e del quale ci si accorge quando è minacciato.

Basta pensare al numero di morti attribuibili a patologie respiratorie aggravate dalla concomitanza con il Covid 19, ai decessi in stato di abbandono nelle corsie ridotte a lazzaretti, ai pazienti selezionati secondo criteri d’età e pubblica utilità, per la carenza di strutture di terapia intensiva, alla mancanza di respiratori, del costo ormai di un migliaio di euro, a fronte dei milioni dilapidati in operazioni di malaffare, cattiva gestione, vacanze premio di governatori, per capire che la salute in ogni luogo della società è diventata un lusso per pochi, che la ricerca è confinata nelle fortezze delle aziende farmaceutiche, che la tecnologia è più redditizia se la applichi ai bombardieri che ai dispositivi salva-vita.

Negli ospedali certo, ma anche nelle scuole, che crollano, che devono attingere a compassionevoli contributi delle famiglia e dove pare basti  garantire la presenza di cassette di pronto soccorso, il cui contenuto minimo è previsto nell’allegato 2 del decreto 15 luglio 2003, n. 388 “da integrare sulla base dei rischi, delle indicazioni del Medico Competente e del Sistema di Emergenza del Servizio Sanitario Nazionale”, nelle fabbriche e negli uffici dove magnanimamente Confindustria ha acconsentito a concordare procedure di sicurezza, volontarie e temporanee in modo che dopo si possa  perire di normali e abituali “morti bianche”, nelle palestre e nei campetti di calcio che qualche ammirevole sponsor una tantum dota di defibrillatori, nelle città dove lo smog si contrasta a suon di domeniche ecologiche invece di incrementare il trasporto pubblico, nel mondo tutto dove la lotta all’inquinamento dovremmo combatterla noi con costumi morigerati e raccogliendo lattine la domenica.

Quando il dopo pandemia fa capolino come una minaccia invece che come la promessa di uscire dalla paura, si capisce che l’auspicio di tanti,  che cioè questo evento segni un nuovo tempo più attento ai bisogni e ai diritti, perfino l’incipit di un new deal della sanità pubblica e della riappropriazione di poteri e competenze da parte dello Stato, dopo il conclamato fallimento delle privatizzazioni allestite nelle cucine secessioniste delle regioni che rivendicano l’autonomia, è vano e illusorio.

Ricorrentemente qualcuno che non aveva eseguito l’atto di fede europeista (oggi ci tocca anche l’abiura di Prodi e le rilevazioni di Noto/sondaggi che accerta che perfino al fiducia dei fan più accesi sarebbe crollata del 25%  e non basta certo la promessa di elargire dall’areo come volantini pubblictari della sua beneficenza la promessa dei miliardi  della Bce), aveva ripetuto che per sapere come sarebbe andata a finire l’Italia bastava stare seduti a guardare con tanto di pop corn il film della Grecia.

Non c’è stato bisogno del pugno di ferro senza guanto di velluto della Troika, di referendum proibiti comunque per timore degli improbabili assembramenti non sono stati paventati, abbiamo già la moria di anziani, le chemio sospese, le file davanti ai bancomat e l’assalto ai supermercati, per caso i bambini non svengono per la fame in classe solo perché sono chiuse le scuole. Abbiamo già avuto la svendita di immobili di pregio e la cessione di coste e isole, proprio come là, altre vengono “promesse” per farci intendere che è uno dei modi obbligati per contribuire tutti alla ricostruzione dopo questa strana guerra, nella quale tutti abbiamo rischiato di essere condannati se non a morte, al carcere duro e alle pene per diserzione, multati e esposti alla gogna.

È sicuro che il virus non sia il prodotto di laboratorio di un Dottor No che voleva imporre la sua egemoni col terrore, ma è altrettanto certo che sta segnando le nuove frontiere del controllo economico e sociale, durante e dopo l’emergenza, cui seguirà una crisi  devastante, per i mancati introiti di milioni di lavoratori, per la chiusura di imprese e esercizi piccoli e grandi, per la cancellazione dai bilanci della voce “turismo”, per una carestia perfino di generi alimentari incrementata dalle limitazioni alle coltivazioni ortofrutticole, e che induce già e indurrà sempre di più  a chiedere “aiuti” che ci ridurrà definitivamente, in qualità di paese di serie B,  allo status di colonia, incapace e impotente.

Non sarebbero bastate le migliaia di morti annuali di influenze meno apocalittiche, quelle accertate attribuibili a infezioni ospedaliere per costringerci alla resa, è stato necessario il potente canovaccio della tragedia epocale, che ci sta facendo rinunciare a diritti e garanzie, se non vale più nemmeno il dilemma “o la borsa o la vita”.

 


Casino Royale

caAnna Lombroso per il Simplicissimus

Chi ti dice che sia una disgrazia, chi ti dice che sia una fortuna, verrebbe da dire oggi, quando tutti se ne escono con una massima da saggezza popolare die nostri vecchi, quelli che morivano di morte naturale e non di concomitanza di pandemia, cancellazione del diritto di cura, patologie pregresse: nulla sarà come prima!

Certamente sarebbe una disgrazia:  perché è stato il “prima” che ci ha fatto precipitare in un accadimento a lungo preparato dall’orgia neoliberista, dal processo di globalizzazione che ha fatto circolare liberamente armi destinate alla imprese di conquista e sfruttamento, i capitali da investire nel casinò finanziario, una “etica” del merito che deve convincere che sono degni di ottenere beni, rispetto e tutele solo quelli che “servono” al profitto,  che socializza malattie, inquinamento, milioni di lavoratori senza garanzie sradicati dai loro luoghi nativi, immiserimento delle classi subalterne, mentre privatizza a beneficio di pochi formidabili risorse economiche e gli strumenti politici, tecnologici e mediatiche per assicurarne  il controllo e il possesso.

Certamente sarebbe una disgrazia, perché se è evidente che la pressione della malattia e le morti sono da imputare allo smantellamento del Welfare,  agli effetti dei decenni di privatizzazioni e di tagli alla spesa pubblica che hanno colpito con particolare severità le strutture e le risorse professionali,  delle quali solo oggi si riconosce l’esigenza,  del sistema sanitario, è altrettanto chiaro che tutto non sarà come prima, sarà peggio di prima perché la collettività che si è vista negare assistenza e cura, sarà chiamata a pagare di tasca propria i costi della crisi “virale”,  proprio come ha “risarcito”  le speculazioni criminali delle banche, i fallimenti e gli assassinii di aziende svendute e la loro scia di sangue.

Certamente sarebbe peggio di prima, perchè  significa non solo dismettere la legittima aspettativa che si dia avvio a un new deal, a una fase di ricostruzione del sistema sociale, con investimenti indirizzati verso le infrastrutture, la tutela del territorio, la ricerca, ma affrontare le tremende conseguenze economiche della paralisi delle attività: aziende chiuse, artigiani a spasso, negozi che non fanno parte del circuito delle grandi catene, soffocati da affitti, tasse, sempre vigenti malgrado l’inattività, il tutto combinato con i vincoli esterni che impongono la rinuncia alla difesa  degli interessi nazionali richiesti dalle frattaglie di una Europa  a conduzione franco-tedesca priva di ogni legittimazione democratica.

Certamente potrebbe essere una fortuna se davvero si imparasse la lezione della storia, se davvero il sollievo di essere sopravvissuti all’evento epocale sapesse rendere tutti più consapevoli della obbligatorietà di riconquistare l’autodeterminazione che ci è stata consegnata dalla resistenza e messa per iscritto dalla Costituzione, respingendo la pressione che viene dagli enti regionali che rivendicano maggiore autonomia, quando abbiamo provato cosa significa il mancato coordinamento tra Stato e  periferia, quando si è avuto conferma che il federalismo ha coperto di una coltre ideologica l’aspirazione a sottrarre risorse al settore pubblico per beneficare soggetti privati, nell’assistenza come nell’istruzione scolastica e universitaria.

Certamente potrebbe essere una fortuna se uscissimo dal terrorismo culturale che è stato esercitato nei confronti del ruolo della partecipazione democratica retrocessa a populismo e della funzione dello Stato centrale, arretrata a sovranismo, per ristabilire quei principi di sovranità economica, monetaria, politica, abiurati per compiere l’atto di fede nei confronti dell’Europa e rinnovare continuamente la manifestazione di ubbidienza e uniformità al contesto atlantico, come addirittura succede in questi giorni, quando non è prevista la quarantena per l’attività industriale del polo di Carneri di produzione degli F-35.

Potrebbe essere una fortuna se davvero saranno serviti gli scioperi degli operai che non vogliono essere condannati alla trincea in fabbrica senza le condizioni minime di sicurezza, se sarà servita la collera che suscita la Ministra in forza a Italia Viva che predica sulla inopportunità della protesta, se ci ricorderemo dopo del patto osceno stretto da Confindustria, governo e parti sociale che non prevede obblighi vincolanti da parte del padronato nel rispetto dei criteri per la tutela della salute nei posti di lavoro,  per reclamare che requisiti di salvaguardia siano indispensabili e inderogabili, per contrastare la peste sempre attiva  dello sfruttamento.

Potrebbe essere una fortuna  se gli inni alzati dalle finestre e sulla rete per celebrare il sacrificio di chi produce e lavora alimenti, o li consegna, di chi procura che esca l’acqua dai rubinetti, si accenda la luce se premiamo l’interruttore, ci fa parlare su Skype coi parenti lontani, insomma la gente come noi, non le major della spesa online, non i gigante delle telecomunicazioni, non i manager delle multinazionali,  davvero si traducessero nel rifiuto alla cancellazione dei valori, delle conquiste e dei diritti del Lavoro, oggetto di “riforme” che hanno magnificato e realizzato la rinuncia alla dignità, alla difesa delle prerogative maturate e meritate,  che hanno costretto alla scelta, salario o salute, a subire il ricatto, fatica o tutele.

Il fatto è che dipende solo da noi che niente sia come prima, o peggio di prima. Non dipende dalla fortuna o dal fato avverso, nemmeno dai tenutari del Casinò: chi vuole la libertà di scelta, il rispetto della dignità, la consapevolezza e la tutela dei diritti, deve saper dimostrare di guadagnarseli, conquistarseli e conservarli.


Dissesto idrogeologico, il Piano di Renzi fa acqua

Alluvione, di Alfred Sisley

Alluvione, di Alfred Sisley

Anna Lombroso per il Simplicissimus

…l’onda spaventosa, dal cataclisma biblico, che è lievitata gonfiandosi come… Sì come un immenso dorso di balena, ha scavalcato il bordo della diga, è precipitata a picco giù nel burrone, avventurandosi, terrificante bolide di schiuma, verso i paesi addormentati. E il tonfo nel lago il tremito della guerra, lo scrole dell’acqua impazzita, il frastuono della rovina totale, coro di boati stridori, rimbombi, cigolii, scrosci, urla, gemiti, rantoli, invocazioni, pianti? E il silenzio alla fine, quel funesto silenzio di quando l’irreparabile è compiuto, il silenzio stesso che c’è nelle tombe? L’apocalisse del Vajont descritta da Dino Buzzati per il Corriere della Sera, il giorno dopo la catastrofe che costò duemila vittime, recita: Un sasso è caduto in un bicchiere colmo d’acqua e l’acqua è traboccata sulla tovaglia. Tutto qui. Solo che il bicchiere era alto centinaia di metri e il sasso era grande come una montagna e di sotto, sulla tovaglia, stavano migliaia di creature umane che non potevano difendersi.

Non sono bastate l’Aquila, l’Emilia a chi ritiene che l’adozione di criteri antisismici sia un molesto costo aggiuntivo che riduce il bottino del malaffare. Così non è bastata quell’apocalisse agli smaniosi delle Grandi Opere. Perché la diga voluta dalla Sade proprio là, malgrado  denunce di pericolo degli abitanti, additate come bubbole di ignoranti, malgrado l’allarme degli esperti, uno dei quali veniva addirittura da un geologo figlio del progettista e autore dell’opera, ing. Semenza, frutto della stessa hybris che anima i nostri profeti del “fare”, è ancora il simbolo anticipatore della stessa smania, anche se la diga, che allora era la  più alta del mondo a doppio arco,  ha resistito, è ancora là, vanto avvelenato di una ingegneria  che si esprime nella sua geometrica potenza dimostrativa, proterva e indifferente alla sua nefasta pressione sull’ambiente, sul suolo, sul territorio.

I disastri, i morti, le colpe non servono e non insegnano nulla. Anzi, si direbbe che siamo andati peggiorando se l’ultimo a tentare di programmare con un piano organico le strategie e le misure contro il dissesto idrogeologico, nell’ormai lontano 2012, fu un ministro, poi in odor di scandali, quindi rimosso perfino dalla memoria, se il dicastero dell’Ambiente fu successivamente espropriato di gran parte delle competenze in materia, passare a un organismo alle dirette dipendenze di Palazzo Chigi affidato a figure improbabili, una delle quali ben presto passata a carriera giornalistica altrettanto poco brillante. E se adesso il titolare Galletti, noto solo per disinvolte dichiarazioni sul rischio industriale e sugli altri morti di sviluppo illimitato, si delizia per le magnifiche sorti e progressive  di quel Grande Piano  contro il dissesto idrogeologico 2015-2020 da 9 miliardi che il padroncino un anno fa non si peritò di definire una rivoluzione copernicana, ma che finora, malgrado un magniloquente e fiero annuncio al suono di grancassa al pesto, durante un immancabile appuntamento referendario a Genova, ha impegnato unicamente  una spesa  di 70 milioni, stanziati dal sereno predecessore, per il Bisagno.

Ma siccome il Galletti che canta nel pollaio di Renzi,  è benevolo e comprensivo dei problemi che deve affrontare il collega del Tesoro,  ha dato il suo ragionevole e pragmatico contributo dal bilancio del ministero dell’Ambiente insieme al  Fondo di sviluppo e coesione, per trasformare il Grande Piano in pianini stralcio, del modico costo di 1, 3 miliardi finalizzati alla realizzazione di “interventi di mitigazione del rischio alluvionale nelle aree metropolitane”, ripartiti in 666,31 milioni di euro al Nord, 116,2 al Centro, 280,96 al Sud; nessun intervento previsto in Calabria e circa il 50% delle somma stanziato per le aree metropolitane di Genova e Milano.

Mai contenti, direte voi. È che anche quella cifra è annunciata come nei costumi del governo, e virtuale, perché, informa il Tesoro, “la scarsità delle risorse disponibili per il triennio 2016-18 non ha consentito a questa amministrazione di effettuare una programmazione strutturata per la mitigazione del dissesto idrogeologico”, passando la mano alle promesse: dopo i soldi del Bisagno, arriveranno altri quattrini pochi e nemmeno subito, una sessantina di milioni per  il  piano di gestione del rischio alluvioni da completare entro l’anno, e altri  350 milioni da qui al 2018,anche quelli stanziati da Letta nel 2013, 150 quest’anno, 50 nel 2017 e 150 nel 2018, che c’è da temere vadano a finanziare soltanto la redazione dei progetti esecutivi, previsti per l’avvio delle procedure di affidamento dei lavori, in forma di “aperitivi”.

Altro che Ponte, altro che Mose, altro che Tav, altro che Olimpiadi, altro che autostrade inutili e passanti deserti. Non gli sono bastate le alluvioni di Sarno e Quindici, non gli sono bastati i morti di Genova,  Benevento, della Calabria ionica e del Cadore, non gli sono bastati gli allarmi di organizzazioni “contigue” come Legambiente che ha denunciato nel suo rapporto 2016 come 7 milioni di cittadini siano esposti al pericolo frane e alluvioni,  le previsioni dell’Ispra altrettanto inquietanti, secondo le quali il totale dei comuni italiani interessati da aree con pericolosità da frana e/o idraulica risultano 7.145, pari all’88,3%, mentre i comuni non interessati da tali aree risultano solamente 947,  i conteggi dei consorzi di bonifica che hanno calcolato che occorrono almeno 8 miliardi per la sola “messa in sicurezza”.

I richiami alla ragione di chi chiede che al posto dei progetti tossici delle grandi opere, in nome di un’occupazione dequalificata ed effimera, si dia forma a un New Deal di interventi distribuiti sul territorio di tutela, custodia, salvaguardia e prevenzione, capace di creare posti di lavoro non a termine e specializzati, vengono derisi come ubbie di parrucconi e misoneisti. In compenso, coerentemente con la pratica compassionevole della beneficenza a spese nostra tramite elargizioni e mancette, una delle generose majorette  del premier si è presa cura di promuovere uno stanziamento di 800 milioni per il risarcimento di chi è stato colpito da calamità naturali: agli immobili privati   fino all’80% dei danni; alle aziende fino al 50% per gli edifici e 80% per i macchinari, anche quelli sulla carta da agosto quando l’annuncio ha riguardato le prime formalità relative a macchinose procedure per le istruttorie. Perché risarcire è più conveniente che prevenire. E se poi si può contare su una momentanea sospensione della decantata semplificazione, grazie a iter complessi e magari ispirati da una certa discrezionalità allora meglio ancora. E se poi i soldi, invece di erogarli si rivelano come un vaticinio, allora è proprio una cuccagna.

Che tanto ormai per noi la pacchia è restare vivi, asciutti, incazzati.

 

 

 


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: