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Racconto di Natale

Dovremmo essere grati ai nostri carcerieri, ovviamente animati dalle migliori intenzioni, nonché trepidanti per la nostra salute, grazie alla quale i grand commis del sistema globale hanno intanto raddoppiato beni e profitti, mentre milioni di persone sono ridotte in povertà. Dobbiamo essere grati perché, consci dei disagi della prigionia pandemica, essi ci raccontano favole  per rallegrarci e per mostrarci come dopotutto sia felice la nostra condizione. Adesso  ci narrano che una bambina a Londra ha scoperto un messaggio in un biglietto di Natale al supermarket Tesco da parte di presunti detenuti stranieri della prigione di Shanghai che chiedono aiuto perché sono schiavizzati contro la loro volontà per fabbricare appunto cartoline natalizie. Come si vede in questa storia sono presenti tutti gli elementi romanzeschi e dobbiamo assolutamente  crederci per passare un Natale in santa armonia con la Verità di sistema. Certo bisognerebbe capire come mai questi signori delle favole comprimo cartoline fatte da detenuti in Cina: non è per caso per lucrarci sopra? Del resto è ben noto che nelle carceri private americane i detenuti sono costretti a lavorare per permettere ai loro carcerieri di fare dollari a palate, ma questo però è del tutto normale e virtuoso. Infatti noi siamo schiavizzati per nostra stessa volontà.

Ed è per questo che crediamo a qualsiasi cosa, anche a una storia come questa raccontata sul Sunday Times da un giornalista, tale Peter Humphrey, il quale peraltro si è indignato per la netta smentita della storia fatta da Pechino, anche se non porta assolutamente alcuna prova e dice che dopo aver visto  il messaggio ha “subito saputo dentro di sé che era vero” perché ha “riconosciuto la scrittura” ma non vuole rivelare l’identità del mittente, per paura di ritorsioni. Anche se poi ammette che nelle prigioni cinesi il lavoro non è obbligatorio. Questa sì che è stampa seria e documentata.  Chi ha lavorato anche solo una settimana nella redazione di un giornale riconosce a vista la balla, come sa riconoscere le false lettere al direttore e le false missive in generale. Non si può però dire che Humphrey non sappia nulla delle prigioni cinesi, anzi è un esperto e ha il dente avvelenato con la Cina perché nel 2013 è stato arrestato nell’ ex celeste impero quando svolgeva le funzioni di investigatore privato per il gigante farmaceutico GlaxoSmithKline, insomma faceva la spia industriale per non dire di peggio, la spia dei virus: non bisogna meravigliarsi è una tradizione del mondo anglosassone che le attività giornalistiche e spionistiche vadano di pari passo e si confondano in maniera inestricabile. Vuoi vedere che il detenuto del messaggio è proprio lui, visto che ha riconosciuto così bene la calligrafia?

Comunque signori miei spero che  questa storia vi abbia dilettato perché sapete che per tutti gli Scrooge di questo mondo, anche, anzi soprattutto se filantropi, Natale dura solo 24 ore, anzi quest’anno solo fino alle 22. Poi si ricomincia a guadagnare.

Auguri comunque a tutti gli amici che leggono queste pagine.


Ricambiamo gli auguri

Il ministro Boccia nella sua ben nota acutezza ha pensato bene di fare gli auguri dicendo che il prossimo Natale, ossia quello del 2021 molti italiani non ci saranno più. Bè un cretino è sempre un cretino da qualunque parte lo si rivolti e dunque questo è il modo con cui Boccia collabora ad attizzare la paura e dunque a premere sui vaccini che sono il grande affare del secolo e immagino prevedano laute mance a quei milieu politici e sanitari che hanno retto il gioco.  Ma superando il cattivo gusto e l’idiozia del ministro, possiamo scoprire uno dei sistemi di persuasione che abbiamo visto agire in questo anno disgraziato: in effetti molti italiani moriranno durante l’anno che intercorre tra questo Natale e il prossimo, anzi moltissimi, dai 620 ai 660 mila cifra che costituisce il naturale turn over di una popolazione di 60 milioni di abitanti con una vita media superiore agli 80 anni. Quindi Boccia dice una cosa assolutamente ovvia, indiscutibile, ma la vorrebbe attribuire al virus e non alle leggi naturali per così dire e in realtà tutta la vicenda pandemica è basata sulla drammatizzazione estrema di una quasi normalità: è bastato semplicemente mostrare mediaticamente il numero dei decessi che prima non venivano contati e trasferire alla nuova ” bestia” gran parte dei decessi prima attribuiti ad altre malattie per raggiungere il risultato terroristico, anche grazie a esami diagnostici meno significativi dei responsi astrologici . Dappertutto il Covid ha fatto sparire influenza, polmoniti ed altre affezioni dell’apparato respiratorio, nonché una buona parte di altre patologie spesso fatali, ma ha anche aggiunto dei decessi in più dovuti al panico stesso, alla carenza delle strutture sanitarie, a cure sbagliate  e strategie di intervento assurde. Insomma la narrazione pandemica è riuscita a rafforzarsi grazie ai suoi stessi effetti, Ed è proprio in questo letale effetto del panico che l’Italia ha un record mondiale assoluto.

Il fatto è che una volta instaurato un racconto della realtà esso si autoalimenta anche presso gli stessi professionisti che per suggestione (uno dei motori più potenti della natura umana) o per evitare di stonare nel coro generale possono vedere Covid dappertutto. E’ significativo per esempio che uno dei sintomi “tipici” del Covid sarebbe la perdita dell’olfatto quando invece l’anosmia è uno dei sintomi più caratteristici dell’influenza oltre che di riniti, sinusiti e raffreddori eppure in un battibaleno tutto questo è stato dimenticato semplicemente perché il meme del dramma è più forte delle precedenti cognizioni e della nostra stessa esperienza per cui alla fine si vede ciò che si vuole vedere. Del resto anche in altri campi funziona così: ad esempio la narrazione della maggiore efficienza del privato rispetto al pubblico è una balla grossa come un macigno, è stata persino smentita, dati alla mano, dalla Banca mondiale che è insieme all’Fmi un vero e proprio gangster planetario delle privatizzazioni. Eppure continuiamo a crederlo ciecamente adattando la realtà a questa cognizione, semplicemente perché la smentita argomentata fa parte di documenti che solo una piccolissima parte di persone va a vedere, mentre la balla è diffusa dovunque e quotidianamente. Ma c’è un altro fattore che gioca a favore delle narrazioni fasulle: esse sono per loro natura semplici e offrono la possibilità di scampare ogni analisi o ragionamenti complessi, costituiscono un accesso semplificato al mondo che risulta quasi sempre è vincente.  Soprattutto se esse vengono continuamente ribadite, soffocando col rumore di fondo tutte le altre tesi .

Per questo negli ultimi decenni man mano che si alzava il livello di artificialità e di manipolazioni nel racconto pubblico si è cercato di evitare in tutti i modi che tesi alternative e magari più coerenti con i fatti venissero espresse cominciando ad esercitare una pressione censoria che va dalle leggi ai meccanismi di esclusione tipici della rete, perché quando la distanza dalla plausibilità diventa  molto grande, l’efficacia delle tesi per così marginali aumenta in maniera esponenziale: in una soluzione soprassatura di bugie basta poco, magari anche solo una minima diminuzione di temperatura, perché avvenga la precipitazione in cristalli. Ed ecco perché Boccia ci fa gli auguri di morte, che noi caldamente e sinceramente ricambiamo.


Museo degli Orrori

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Sotto tutti i ministri addetti alla conservazione e promozione del nostro patrimonio artistico e culturale, quelli che nel vocabolario delle coglionate progressiste vengono definiti i nostri giacimenti aurei, il nostro petrolio denunciando che quindi vanno sfruttati in modo che producano anche se sono “vecchi”, ricorrentemente si è riproposta, o rinfacciata come si dice a Roma di un piatto indigeribile, l’ipotesi di tirar fuori dai sotterranei dei musei tesori dimenticati.

Ma non per trovare una collocazione che permetta a noi tutti di goderne, macché, per darli invece in comodato a mecenati che saprebbe tenerli con cura: banche, fondazioni, multinazionali ai quali dovremmo essere anche grati per la generosa ospitalità, che ci regala l’immagine di Ad e di presidenti di importanti istituti finanziari e imprese che la mattina passano il piumino da spolvero su qualche manierista, o  che si portano in trasferta qualche baccanale barocco per valorizzarlo in camera da letto o qualche scena di caccia per la foresteria.

In feconda e fantasiosa controtendenza, invece, quel geniaccio del direttore degli Uffizi, che non finisce mai di stupirci per le sue  simpatiche  trovate nazional popolari, quell’Eike Schmidt, noto per aver voluto come testimonial la bionda influencer in qualità di musa botticelliana e benevola promoter delle arti  in anticipo sui suoi fasti come persuasiva garante e divulgatrice delle misure anticovid dell’esecutivo, quello apprezzato per aver aggiunto a Dad e smartworking anche l’arte dal sofà realizzando Uffizi On Air, “un ambizioso progetto” per gite  virtuali nel museo comprensive di “trasposizioni online”  accessibili ogni martedì e venerdì, sul profilo Facebook (aspirando a contendere così il successo del competitor più cliccato e che vanta  “più follower al mondo”, il Prado),  ecco proprio lui, non ti è andato a pescare da una cantina prestigiosa un presepe per esibirlo nelle sale e nelle visite digitali, in occasione del Natale?.

Ingenuamente penserete che si tratti di una plastica rappresentazione della natività, magari settecentesca, magari portata alla luce da un ripostiglio di Capodimonte.

Vi sbagliate, la cantina era quella della Rai e il presepe è quello commissionato a un artista contemporaneo, Marco Lodola, da Nicola Sinisi, uno dei decani dei manager del servizio pubblico. Ma quando l’opera da oltre 30mila euro è arrivata in Viale Mazzini, pare che sia stato lanciato un feroce ostracismo  al pagamento e all’esposizione dell’opera, finita così a languire nei sotterranei della Rai finché Schmidt ha raccolto il grido di dolore del suo creatore offrendogli ricetto.

E difatti il gruppo della natività è già stato installato al primo piano dietro le vetrate del Verone e sarà visibile dal Ponte Vecchio, mentre il gruppo dei Magi  potrà essere ammirato dalla piazza degli Uffizi.

Grande il compiacimento espresso da Sgarbi, presente alla toccante cerimonia insieme al Sindaco Nardella, come ci fa sapere il Giornale, che encomia la scelta illuminata e “illuminante” del direttore del polo fiorentino di offrire lo spettacolo di son et lumière in modo che “domini e si rispecchi nell’acqua del fiume, e sia visibile dal Lungarno”. Insomma si tratterebbe “di una intuizione moderna e originale nel pensiero della tradizione e dei valori cristiani. Nelle Natività di Rubens il bambino è un bozzolo di luce. Qui la luce è l’idea stessa di Dio. Sotto la stella cometa che tutti ci unisce nel pensiero del Santo Natale“.

Ora va a sapere se l’iniziativa del direttore voglia configurare uno scisma della fede con l’esposizione del “presepe laico”, contro quell’interpretazione del Natale propagata anche via Dpcm dal Presidente del Consiglio fervido seguace di Padre Pio e di Di Maio, fervente custode del messaggio, stavolta allarmante, di san Gennaro, come festività di appartata testimonianza, riflessione e contemplazione.

 Va a sapere se anche l’opera del Lodola, non sia diventata materia di scontro politico tra impolverati chierichetti e innovatori che piacciono al Papa della gente che piace, tra servizio pubblico che non sa aprirsi alla modernità e progressisti rutilanti alla Drive in.

Va a sapere se invece non sia una di quelle operazioni fatte per épater qualche bourgeois, incarnato da Montanari, da quelli di PatrimonioSos.it, parrucconi e misoneisti, insomma una di quella provocazioni che spacciano paccottiglia di plastica e materiale da ferramento come prodotti  di una creatività   visionaria, irridente e ribelle,  che verrebbe penalizzata per il peccato di essere “troppo oltre”, troppo  d’avanguardia e troppo innovativa.

O va a sapere se invece il nostro Schmidt non sia invece e inaspettatamente un cultore dell’arte Pop, oltre che uno in cerca di rinnovare i famosi 15 minuti di notorietà cui tutti avremmo diritto come sosteneva Warhol, più che degli ormai noiosissimi e abusati Raffaello, Simone Martini, Piero o Pontormo, che ha voluto suscitare un benefico scandalo per risvegliare le coscienze dei molesti passatisti e appagare gusti e inclinazioni  meno retrograde con la sacra rappresentazione rutilante di luci stroboscopiche a evocare le discoteche ormai chiuse.

Se è così non è sicuro che l’iniziativa abbia avuto successo. La Natività di Sanremo, che di questo si tratta, con Lucio Dalla in veste di San Giuseppe, la Cinquetti di “Non ho l’età” come Maria, Freddie Mercury come pastorello e David Bowie come Angelo svolazzante e benedicente sarebbe più congruamente collocata nel contesto della riabilitazione del Kitsch, secondo la efficace  definizione di Gillo Dorfles che ne parlava come di uso improprio, estemporaneo e incoerente, come dell’imitazione “eticamente scorretta di ciò che è stato fatto prima e meglio”.

E se poteva aver ragione molti anni fa Walter Benjamin  per il quale si trattava di  “Una gratificazione emozionale istantanea senza sforzo psicologico, senza sublimazione”, oggi sembra non sia educato dare del “brutto” a qualcosa che appaga sentimentalismo, faciloneria e ignoranza, che  contribuisce a generare e accreditare  un gusto distorto o almeno riduttivo della bellezza, proprio come insegna il proverbio non è bello ciò che è bello, ma quel che piace, Torre di Pisa di pasta di zucchero, i villaggi turistici che copiano i trulli e le grotte die Sassi dai quali per secoli le popolazioni si volevano affrancare, i rosari fosforescenti e le magioni dei boss delle cerimonie che riecheggiano più che Versailles le ville del Cavaliere.

Che d’altra parte Schmidt fosse un appassionato del Kitsch lo aveva già rivelato la sua compulsione a innovare il museo con aggiunte estrose, combinando l’adeguamento allo spirito del tempo, come nel caso dello scalone, dei nuovi “collegamenti verticali”, della tettoia faraonica utile a proteggere gli “avventori” dalle intemperie, con gli obblighi di promuovere la profittevole commercializzazione del prodotto “bellezza” estendendo e razionalizzando lo spazio per lo shopping.

In attesa che a Luciano Pavarotti, Mina, Renzo Arbore, Rita Pavone, Max Pezzali, Caterina Caselli, come le figurine di San Gregorio Armeno, si aggiunga il 24 un Gesù Bambino dei discografici penalizzati dall’Avvento del digitale, magari il cantante Pupo? Cominciamo col chiederci se i fiorentini, anche quelli che non hanno votato Renzi e non votano Nardella si meritino l’umiliazione dei fresconi che si vendono gli affreschi, dei loro musei ridotti, mai come in questo caso, a Juke box e flipper.


Gli assassini di Natale

L’eterogenesi dei fini di questa pandemia narrata è forse più visibile proprio da noi, in un Paese ormai marginale, dove un governo di burattini dai fili così intrecciati da essere assurdo e prevedibile insieme, non fa altro che gonfiare i numeri del dramma per potersi inventare misure di segregazione e perpetuare un senso di paura che sono ormai l’unica cosa a tenerlo in piedi: nemmeno le feste comandate come il Natale si salvano e sul presepe non c’è più la cometa, bensì il simbolo di Amazon che del resto surroga efficacemente anche i Magi. Ma il fatto è che più i pubblici poteri alzano il numero delle presunte vittime del Covid e più questo governo, ma anche questo ceto politico – amministrativo e questa classe medica affonda nella sua stessa inconsistenza perché siamo il Paese  dove i lockdown e i distanziamenti sociali hanno colpito più duro, ma anche quello con il più alto numero di decessi attribuiti al Covid, anche grazie alla scomparsa virtuale di influenza, polmoniti e altre infezioni. Quindi ogni volta che si soffia sulla brace del dramma non si altro che scoprire tutta l’assurdità della situazione, ma anche la sua immoralità.

Nei giorni scorsi ho pubblicato un post nel quale mostravo che abbiamo avuto in rapporto alla popolazione un numero di vittime 180 volte superiore a quelle della Cina, 40 o 50 volte superiore a quello di Giappone e Corea, 10 volte quelle dell’India e così via, insomma siamo in testa alla classifica anche perché fin da subito il governo ha visto nella pandemia, la sua ancora di salvezza facendo di tutto lungo la scala gerarchica perché si attribuisse ogni decesso, in presenza di una positività spesso fasulla visto l’uso di tamponi gratta e vinci, della nuova sindrome influenzale. E adesso cerca di gonfiare i numeri della mortalità generale di cui vengono date cifre cifre sospette, mentre quelle finali e definitive, ci saranno solo fra mesi, quando sarà in pieno svolgimento l’azione vaccinatoria. Ma una cosa è certa ci saranno dei morti in più quest’anno sia perché questa è una tendenza demografica inevitabile in un Paese che invecchia, poi perché è abbastanza naturale che vi siano delle oscillazioni anche dovute all’incidenza delle malattie stagionali e il Covid certamente lo è, ma infine perché molta gente è stata letteralmente assassinata:

  1. dalla colpevole impreparazione di una sanità pubblica privata negli anni  delle risorse per poter fornire  un’assistenza decente, per l’opera al limite dell’opaco delle burocrazie di sostegno e di una classe medica che punta al privato
  2. per la strategia drammaticamente errata di concentrale le persone a rischio esponendole al contagio invece di evitarlo
  3. per le cure insensate cui non è stato possibile porre rimedio in tempo a causa del divieto di autopsia, quasi che la strage la si volesse
  4. per il collasso del sistema sanitario che ha di fatto impedito, assieme alla paura instillata nella popolazione, l’assistenza per ogni altro tipo di malattia, comprese quelle più gravi
  5. per l’ostinazione  con cui si è cercato di impedire le normali ed efficaci cure domiciliari per evitare che passasse la paura e i vaccini non fossero più visti come l’unica via di salvezza

Il numero di questi morti da Covid e non di Covid non è per ora quantificabile, ma si tratta certamente di cifre che raggiungono i quattro zeri e potrebbe rivelarsi  molto alto, soprattutto perché si dovranno contare anche in futuro i decessi determinati dalla mancata assistenza e prevenzioni in questi mesi. Basti pensare solo alle malattie tumorali che fanno circa 180 mila decessi l’anno. Per questo dico che i salvatori sono in realtà gli assassini i quali oltrettutto hanno provocato un danno economico enorme ( anche quello potenzialmente in grado di fare molte vittime) ma del tutto inutile a fronte di decessi, anche qui solo “attribuiti” al Covid che sono bassissimi per le persone in età lavorativa e non affette da gravi patologie, tanto che per le persone da 0 a 64 ani la mortalità è stata inferiore rispetto alla media degli anni precedenti. In base a questo le autorità hanno assunto il controllo degli aspetti più intimi della nostra vita quotidiana: siamo gestiti come detenuti in una prigione, ci dicono quando mangiare, dormire, andare a spasso, siamo  puniti per la minima infrazione di una serie in continua evoluzione di regole arbitrarie e contraddittorie, costretti a indossare mascherine inutili per mantenerci conformi e conformisti. Tuto questo ha ben poco a che fare con un virus che ha fatto assai più vittime indirette, ha invece molto a che fare con la lezione che ci sta dando il potere reale: ” Guarda cosa possiamo farti ogni volta che cazzo vogliamo”.

Ora questi sono discorsi “proibititi”, severamente vietati sui media mainstream, ma diventeranno la tesi ufficiale quando si tratterà di sloggiare Conte per fare posto a Draghi o più in generale quando la galassia di potere che ha premuto per la trasformazione in peste di una sindrome influenzale, riterrà opportuno dare un ultimo colpo alla marcescente democrazia occidentale, additando governi e amministrazioni  come responsabili della strage e del disastro economico per intrinseca incapacità del potere pubblico di intervenire efficacemente. E quelli che ora  usano la parola negazionismo con una dovizia in stretta relazione alla loro dose di stupidità e di servilismo, saranno implacabili nel perseguire i nuovi colpevoli. Su questo apro qualunque scommessa.

 


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