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Grande virus, grandi speranze

arc 1 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Hanno cominciato le anime belle, i contemplativi incantati dalla bellezza ritrovata delle città deserte, del silenzio rotto dal suono dei rari passi di fantasmi, usciti dai ricongiunti di Hoffmansthal e che si specchiano nei canali ora chiari e trasparenti, come i viaggiatori in Italia, deliziati dall’immersione di una Arcadia recuperata grazie alla pestilenza.

Poi sono arrivati i professionisti dell’ecosocialismo, che avevano già apprezzato la riduzione di consumi effetto della crisi del 2008, che confidano che il dopo virus, contro ogni ragionevole previsione, induca una pacifica rivoluzione ambientale, e che la pandemia arrivi dove non è riuscita Greta: persuadere le popolazioni a consumi più sobri e razionali, “che permetta a tutti di ridurre gli sprechi e le ingiustizie …condizione  indispensabile per salvare la vita umana sul pianeta Terra” (cito da uno dei più condivisi in rete) e le industrie e i governi a produzioni e normative più sostenibili.

La piccola utopia prodotta dal coronavirus disegna un domani più equo e responsabile, grazie alla rivelazione sia pure un bel po’ cruenta,  “ che si può vivere bene con l’essenziale, o poco più; disporre di più tempo per sé e per gli altri, dare spazio alla solidarietà e, se e quando potrà tornare in strada, avere aria pulita, ritmi meno frenetici e spazi sgombri per incontrarsi”.

Insomma insieme a Volare e a Fratelli d’Italia  alternato con Azzurro, si leva un nuovo e originale inno alla decrescita felice, cui concorre un pubblico di censori del tribunale popolare che lancia l’anatema contro i costumi dissipati, inteso a reprimere l’anelito alla Wilderness di corridori nei parchi e nelle spiagge.

Viene da dire quindi che agli ammaestramenti della  scuola di pensiero di Latouche  bisognerebbe aggiungere quel tanto che ci vorrebbe di luddismo, perché il puntiglioso monitoraggio effettuato dalle aziende telefoniche è improbabile sappia distinguere i cambiamenti repentini di celle degli sportivi irresponsabili (salvo i calciatori che rientrano a viva forza nel conteggio delle vittime degli effetti collaterali), delle uscite di cani reiterate,  degli acquisti compulsivi, dagli spostamenti di tutti i lavoratori cui si impone un doveroso sacrificio in nome dell’interesse generale ad avere gli scaffali pieni, la consegna di pacchi e merci, la produzione di pneumatici e di montature di occhiali, la lavorazione di metalli e acciaio,  la fabbricazione  di schede di test per i colossi dell’elettronica o di rubinetti, dai quali pare che tutti, e non solo i padroni, si aspettino abnegazione e spirito di servizio, in cambio della oculata somministrazione di mascherine e guanti, con il vincolo tacitamente sottoscritto che quando il Paese vivrà il sollievo per il passato pericolo si tornerà alle abituali sottrazioni di responsabilità e alla diffusa insicurezza che permette di attribuire le “morti bianche” a errore umano dei dipendenti.

Adesso sappiamo che per loro non vale il “tutti a casa”, grazie anche a una iperproduzione di provvedimenti normativi circostanziati a intermittenza, che entrano in particolari ininfluenti e grotteschi come ci si può aspettare da avvocati degli italiani prestati all’emergenza: pizza bianca si, margherita no, per trasmettere la percezione di una attenta e efficiente azione di governo della crisi esplosa in tutti i settori, con evidente predilezione per l’arbitrarietà, tanto che proprio come la morte, è ormai evidente che nemmeno il virus è una livella, e neppure i modi scelti per combatterlo, anche grazie all’applicazione di misure securitarie e repressive di governi deboli alla domanda di uomini forti che verrebbe da un paese impaurito e confuso.

Anche a me piacerebbe che apprendessimo la lezione della storia, che si moltiplicassero gli eretici dell’Europa dopo che altri hanno trovato il loro Martin Lutero e la loro Avignone, che una democrazia responsabile si sottraesse a imposizioni autoritarie riconquistando la sovranità rubata, che governi si ribellassero allo stato di impotenza ingiunto da fuori e accettato per sfuggire al dovere di agire nell’interesse popolare, per obbedire a quello di assecondare appetiti padronali, invertendo   magicamente la tendenza a  privatizzare i beni e i servizi comuni, che si indirizzassero gli investimenti profusi per armamenti e grandi opere verso il ripristino delle condizioni di tutela della salute pubblica, spendendo in ospedali, rivedendo la pratica  e le procedure degli appalti per la fornitura di apparecchiature, dispositivi, medicinali, oggi terreno di scorrerie di predoni celesti e non.

Anche a me piacerebbe che finalmente si applicasse la Costituzione più bella del mondo invece di farne carta straccia, difendendo l’unità nazionale messa in pericolo da pretese autoritarie e secessioniste, che hanno dimostrato come l’ideale federalista rispondesse a una potenza centrifuga, intesa a svuotare lo Stato e il Parlamento per estendere competenze e facoltà condizionate da lobby locali e corporative.

Anche a me piacerebbe che la bellezza di città svuotate implicasse la restituzione agli abitanti, che chi si è affiliato all’economia di risulta sommersa e opaca della conversione del patrimonio immobiliare privato in B&B, case vacanze e alberghi diffusi, imparasse dalla pedagogia del virus che è meglio preservare il tessuto abitativo e commerciale della citta e la sua vocazione, affittando a residenti, artigiani, piccoli commercianti. Anche a me piacerebbe che menti che pensano di essere illuminate non si facessero contagiare da narrazioni consolidate secondo le quali il turismo di massa è democratico perché permette a tutti di stare malamente schiacciandosi e pigiandosi nello stesso posto e nello stesso momento, mentre quello dei ricchi consente il godimento esclusivo di luoghi e piaceri.

Anche a me piacerebbe che se   la gestazione del Covid-19 è avvenuta a margine di processi produttivi  agro-industriali che hanno devastato  interi ecosistemi,  inducendo una proliferazione di patologie trasmesse direttamente o indirettamente dagli animali all’essere umano, o abbassando la qualità dell’aria, delle risorse naturali, dell’abitare, allora si presentasse l’occasione di rivedere il modello di sviluppo che sta conducendo alla catastrofe ambientale, favorita anche in questo caso dalla globalizzazione, dalla circolazione di merci e persone, dall’urbanizzazione selvaggia che costringe a ridurre e confinare spazi e relazioni.

E anche a me piacerebbe che fosse vera la retorica consolatoria, tra recupero dell’identità patria, riscoperta dei valori “miti” della nazione grazie a ritrovata gentilezza con l’eclissi ahimè temporanea di icone negative, e rinnovato senso di domestica solidarietà, rotta solo da isolati delatori, che l’isolamento coatto faccia ricordare e ricercare il valore della libertà personale e pubblica, già fortemente contenuta, controllata e mortificata dallo stato di necessità ancor prima della stato di eccezione di questi giorni, che da anni opera  una censura grazie all’austerità, alla industria della incertezza e della paura alimentate dalla precarietà, all’insicurezza nutrita dalla percezione dei pericoli che gravano sul poco di beni che ci restano, minacciati dall’altro, dalla competizione, dalla cancellazione della stato sociale, che ci obbliga a destinarli all’autotutela, con i fondi, le assicurazioni e pure con la pistola su comodino.

Il fatto è che la decrescita è come il male minore, che siamo sollecitati a scegliere dimenticando che si tratta di un male. Così vogliono persuaderci che si vivrà meglio, sopravvivendo al virus, pagandone i costi con una maggiore severità, un maggiore contenimento di libertà, autonomia, desideri, così impariamo a averla scampata.

 

 

 


Ilva, l’industria dell’impunità

Ilva-ecco-come-l-impianto-puo-tornare-a-vivere_h_partbAnna Lombroso per il Simplicissimus

ArcelorMittal, nella lettera ai commissari dell’ Ilva, informa di essere in procinto di “cede” i 10.700 dipendenti che un anno fa aveva assunto dalle società del gruppo in amministrazione straordinaria, riaffidandoli ai commissari, e quindi allo Stato, dai quali l’aveva preso in carico l’1 novembre 2018 dopo la gara di aggiudicazione vinta a giugno 2017, il via libera dell’Unione Europea a maggio 2018 e l’accordo con i sindacati al Mise a settembre 2018.

La decisione, a detta della multinazionale che giudica il contratto “risolto di diritto” per “sopravvenuta impossibilità ad eseguirlo tanto che in via  di ulteriore subordine  ne chiederà la risoluzione giudiziale per i gravi inadempimenti delle concedenti e/o per eccessiva onerosità della  prestazione”, sarebbe effetto del venir meno dello scudo penale per l’attuazione del piano ambientale e del rischio di spegnimento dell’altoforno 2 per motivi di sicurezza, teatro di un incidente mortale a giugno 2015, oggetto di un intervento della Magistratura, ma soprattutto del clima di ostilità che rende impossibili il proseguimento dell’attività.

E chi l’avrebbe detto che qualche ordine del giorno di associazioni e partiti “antagonisti”, qualche post di oscuri blogger, sarebbe stato definito “clima di generale ostilità”.

Perché invece la sfera del consenso in appoggio all’azienda, all’attuale gestione e a quelle precedenti, alle misure governative che si sono succedute, alla maggior parte delle autorità regionali e locali che si sono impegnate a inquattare analisi, indagini o a manometterle persuase da una lobby che si è infiltrata negli organismi di controllo sanitario e ambientale, è unanime. A cominciare dalla stampa ufficiale che grida allo scandalo, non contro aziende criminali, macchè, ma contro chi ha avuto la dissennata impudenza di sospendere grazie al Dl imprese  l’immunità, e pure l’impunità, “rendendo impossibile, fattualmente e giuridicamente, attuare il piano ambientale in conformità alle relative scadenze, nonché al contempo proseguire l’attività produttiva e gestire lo stabilimento di Taranto come previsto dal contratto, nel rispetto dell’applicabile normativa amministrativa e penale” aprendo così, cito testualmente,  una “fase di incertezza per i dipendenti dell’Ilva, a partire dagli 8.200 dello stabilimento siderurgico di Taranto, più altri 3.500 addetti nell’indotto, per i mille dipendenti di Cornigliano, a Genova e per i 680 di Novi Ligure”, mettendo in forse la certezza di entrare, loro e i famigliari, nelle statistiche dell’incidenza del cancro e su quelle del disastro ambientale di interi territori e pure su quelle relative al cambiamento climatico per via delle emissioni di gas serra.

Inutile dire che a protestare per la cavillosa prepotenza “politica” sono scesi in campo i sindacati tutti che avevano sottoscritto «con grande fatica un accordo, il 6 settembre 2018, che da un lato l’azienda e dall’altro il Governo potrebbero far diventare carta straccia»,  condannando “un’azione politica e aziendale che ad un anno di distanza cambia le carte in tavola e agevola negativamente la congiuntura non favorevole dell’industria italiana”, confermando una volta per tutte che a forza di cedere al ricatto, caposaldo delle politiche industriali e della cultura di impresa, si è persa perfino la possibilità di scegliere tra posto e malattia, tra salario e salute, tra condanna a morte dell’azienda o condanna a morte dei lavoratori, perché chi paga ha il diritto di far lavorare solo chi è disposto ad accettare cancro per sé e concittadini, la prenotazione a una “morte bianca” in un altoforno, la cancellazione di garanzie e prerogative, la fine della solidarietà e coesione sociale sacrificate per tenersi l’unico diritto concesso, quello alla fatica.

E figuriamoci la bassa cucina del “confronto” parlamentare come sguazza in questo fango avvelenato, tra Salvini chiaramente affetto da disturbi della memoria breve e in cerca di guadagnarsi la simpatia di sfruttatori, inquinatori, speculatorie e assassini di ieri e di oggi, che prima avevano considerato poco affidabile la sua indole protesa solo alla ferocia irrazionale e bestiale, Renzi e Calenda e Gentiloni autori dell’ultimo misfatto, per non parlare del “prima”, degli anni di protezione dei Riva, dello zelo nel sotterrare reati e fanghi, delle  concessioni in forma di legge per esonerare da responsabilità penali, amministrative e “ambientali” o dell’ “oggi”, quando nessuno degli attori vuole l’unica cosa che si dovrebbe fare,  quella nazionalizzazione per la quale esistevano e esistono le condizioni, il solo strumento che permetterebbe di fare investimenti produttivi, di risanare l’ambiente, di dare un futuro al lavoro, di restituire competitività a un settore strategico per il paese.

C’è qualcosa che rende tragicamente speciale  questo caso, rispetto ad altri e rispetto ad altre province dell’Impero. Perché abbiamo oltrepassato tutti i limiti di “decenza”, perché non si tratta più di piegare le leggi  alla legge del più forte  per i suoi interessi privati, perché è finito il tempo nel quale si adottavano 30 tra decreti, indulti, condoni, “lodi”, per risparmiare a un puttaniere le manette e salvare la reputazione democratica di un golpista malfattore.

Adesso si normalizza un regime di illegalità, si beffa la giustizia,   si dimostra che l’economia è definitivamente incompatibile con la legge, si deride chi è morto, chi si è ammalato, una città diventata martire, in nome delle necessità di tutelare un padronato criminale e di salvare al faccia dei suoi kapò, demolendo a un tempo lo stato e lo stato di diritto.  

 


Morti ma contenti

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Vaucher, buoni, buoni soprattutto per drogare i dati dell’occupazione in modo che i lavori occasionali rientrino nelle statistiche e anche chi presta la sua opera un’ora alla settimana esce automaticamente dalla categoria seccante dei disoccupati. Mentre si riduce il numero dei contratti stabili a smentire la volonterosa propaganda dell’Istat, a sostegno del Jobs Act.

È che sono poco informati gli stregoni del governo, altrimenti imporrebbero per legge quelli che in alcuni paesi faro della civiltà si chiamano “redditi psichici”, forme di risarcimento emozionale e mentale per la cancellazione reale di diritti e garanzie. Si va da banche britanniche nelle quali anche il fattorino può fregiarsi del titolo di vice president, ai banconieri delle catene di fast food insigniti della qualifica di manager, come già fanno volontariamente camerieri di pizzeria a Londra o inservienti di B&b del babbo a Firenze, intervistati sulla giovane imprenditorialità nazionale,  dai grandi magazzini californiani nei quali anche i commessi hanno lo status di associati anche se non hanno conquistato ancora l’assistenza sanitaria, a altri succedanei o surrogati di prerogative offerti al posto del dovuto, dell’obbligatorio, dei diritti, fino alla trovata molto in uso in Giappone: una specie di punching ball con l’effige di un capo sui quali i fantozzi possono accanirsi a sculacciate o a quella altrettanto gratificante, raccomandata dalle linee guida per la soddisfazione dei dipendenti di alcune corporation, di incrementare la fisicità positiva tra capi e subalterni tramite vaci, abbracci e manate sulle spalle.

Ma anche qui non si scherza nel rendere concreto e praticato quel principio cui guardano i nostri “riformisti”, quello della necessaria collaborazione tra imprenditore e dipendente, tra padrone e lavoratore. Basta pensare alla politica previdenziale dei governi che si sono succeduti, talmente compreso della convinzione che “siamo tutti nella stessa barca” che ha prodotto un effetto aberrante, un abominio mai raggiunto prima. Da quando cioè il lavoratore è davvero diventato associato come nei centri commerciali californiani, o meglio investitore, conferendo i suoi soldi  in un fondo pensioni rappresentato nel consiglio di amministrazione della sua azienda con il diritto a votare processi di ristrutturazione, delocalizzazione e paradossalmente il suo stesso licenziamento. E sai che soddisfazione rovinarsi, come si direbbe a Roma, con “le mani sua”, un azionista che caccia il se stesso operaio, paradigma esemplare della scissione schizofrenica del capitalismo che si riverbera obbligatoriamente sulle sue vittime.

Era stato un ministro del centro sinistra riformista, quel fronte che ha provveduto a abbattere ogni tabù morale per imporre la legge di “libera volpe in libero pollaio”, a propagandare le prime azioni in favore di precarietà, mobilità, licenza di licenziamento, lavoro nero e conseguenti e inevitabili  morti bianche, grazie allo slogan marinaro di “siamo tutti nella stessa barca”. E dobbiamo a lui, Sacconi, insieme a una transfuga 5Stelle passata alla maggioranza, la proposta di una semplificazione del Testo unico sulla salute e sicurezza sul lavoro, necessaria a “allinearsi ai cambiamenti intervenuti nei processi produttivi … che  offrono una continua evoluzione delle prassi e delle tecniche con cui rendere più sicuro il lavoro”. E vallo a dire a Giacomo Campo,  25 anni, morto nello stabilimento Ilva di Taranto schiacciato tra un rullo e un nastro trasportatore o ad Alleovi Antonio,   54 anni, elettricista dell’azienda di trasporto romana, folgorato  su un pantografo. O ai quasi 500 morti sul posto di lavoro, censiti da inizio  anno a luglio, grazie all’opera di osservatori indipendenti, primo tra tutti quello di Bologna, perché se il Pil ha l’Istat, le cosiddette morti bianche che più nere non si può, hanno il loro trasmettitore ufficiale  nell’Inail che non a caso annovera solo le vittime iscritte all’Istituto, omettendo irregolari, clandestini e quelli che rubano i posto agli italiani, bara compresa.

L’unica fabbrica davvero attiva  del Paese, quella delle menzogne, produce un fiction secondo la quale il mondo del lavoro non è più quello rigido della catena di montaggio  ed è giusto pretendere dai lavoratori autonomia di decisione, spirito di iniziativa, dinamismo e disponibilità al cambiamento. E di conseguenza se  un imprenditore ha dato ordine di allestire e attivare  tutti i sistemi di sicurezza e di prevenzione necessari, quelli garantiti dalle magnifiche sorti e progressive della modernità, ma avviene un incidente, non ha nessuna responsabilità. La colpa è di eventuali preposti alla sicurezza, perfino dello stesso operaio che ne è vittima, proprio come hanno preconizzato recenti sentenze che hanno spazzato via quelle epocale del 2011 sulla Thyssen, successivamente “impoverita” e delegittimata  quando è stata respinta nel 2014 l’ipotesi dell’omicidio volontario. L’obiettivo della “riforma” è naturalmente quello dare una mano ai padroni, vessati da norme e multe punitive della libera iniziativa, dell’imprenditorialità, tanto che il binomio Sacconi-Fuksa lo ammette e lo scrive con impunita e sfrontata faccia come il culo, se nella relazione sottolineano come oggi la sicurezza sia “un accessorio burocratico detestato perché subito dal timore di sanzioni sproporzionate”, che va sostituito da autodichiarazioni, da certificazioni volontarie, suffragate da organismi e figure cosiddette “indipendenti”, le stesse che accertano e autorizzano la  sostanziale eliminazione dell’obbligo di vigilanza a capo del datore di lavoro con l’auspicato “trasferimento della responsabilità a dirigenti, preposti e lavoratori stessi”.

La soap del lavoro defunto che produce altri morti tra i lavoratori, quelli soprattutto che sfuggono alla contabilità di regime e che aumentano malgrado il calo dell’occupazione, è sconfessata da un panorama fatto di precari, facchini, dipendenti di imprese di pulizia, braccianti agricoli, operai metalmeccanici, muratori di cooperative “opache”,  milioni di lavoratori per i quali la tecnologia  è rappresentata da un pc in azienda e la ristrutturazione del mercato ha significato un’intensificazione dei ritmi, della pressione psicologica, delle prestazioni richieste, dell’egemonia del ricatto e del dominio dell’alternativa tra salute e posto,  e quindi un aumento inevitabile dei rischi e delle malattie professionali.

È che più che sulla stessa barca, ci hanno messi sulla zattera della Medusa, come naufraghi che non vedono la salvezza in un porto sicuro. E allora, cosa ne dite di buttare in mare loro?

 

 

 

 

 


Aumentano le morti bianche: silenzio di tomba

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Una strage: sei le vittime in meno di 24 ore. La contabilità registra 269 morti dall’inizio dell’anno. L’incremento, rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, è del 21,4 % (Dati Osservatorio Indipendente di Bologna sulle morti bianche). Il settore più colpito è quello dell’edilizia: 78 vittime dall’inizio dell’anno, il 29,4% sul totale. L’agricoltura, con 73 vittime, registra il 28,2 %: gli agricoltori muoiono per la maggioranza in tarda età schiacciati da trattori senza protezione che si ribaltano travolgendoli. L’industria ha contato 29 morti con una percentuale del 10,1% sul totale, mentre l’autotrasporto conta 22 vittime con il 8,3%. Gli stranieri morti sono stati 29 e rappresentano, in queste tragiche percentuali, l’11% sul totale.

Si le chiamano morti bianche, come fossero quelle dei bambini. E l’innocenza è la stessa, quella di vittime senza colpa. Ma allora cominciamo con il chiamarli senza ipocrisia, omicidi bianchi. Perché gli esecutori ci sono, ci sono le responsabilità e ci sono i “moventi”. Sempre gli stessi prodotti da cause interne al nostro modello di sviluppo: frammentazione del processo produttivo e dell’organizzazione del lavoro, la catena opaca e incontrollata di appalti e subappalti, la condizione precaria degli addetti e la loro fisiologica precarietà. E poi l’abbassamento del costo del lavoro e la preminenza aberrante della cosiddetta microimpresa nel nostro tessuto produttivo, che, nella sua diaspora, sottrae segmenti di prestazione d’opera a controlli e sorveglianza.

È come se un sistema economico producesse naturalmente vittime sacrificali sull’altare del profitto, dell’indifferenza a diritti e regole, dell’elusione di controlli e, molto spesso, grazie alla corruzione e alle complicità dei soggetti incaricati della sorveglianza e della repressione su comportamenti criminali.
La sicurezza è considerata un impiccio. E non solo per i padroni che vogliono fare presto, spendere poco in sistemi di sicurezza, incrementare la produzione. Anche per i lavoratori che preferiscono rischiare piuttosto che ribellarsi ai soprusi, piuttosto che entrare in attrito coi datori di lavoro e i kapo, che non reclamano a voce abbastanza alta formazione, controlli e attrezzature. La detassazione degli straordinari, la decisione dell’Ue di abbattere il limite delle 48 ore hanno contribuito a aumentare i tempi di lavoro facendo crescere esponenzialmente i rischi.
Il lavoro prima di tutto soprattutto ora che il lavoro è poco e poco tutelato.

L’Italia ha un numero di morti sul lavoro più alto rispetto alle altre nazioni europee sia in termini assoluti sia in termini relativi. A questo dato ne corrisponde un altro: la media e grande impresa italiana dal 2007 ha ridotto ininterrottamente la forza lavoro accumulando nello stesso tempo profitti mai così grandi nel nostro Paese e determinando lo scarto di reddito tra gli strati più ricchi e quelli meno ricchi che è il maggiore dell’Unione.
Uno scarto non incruento si direbbe. In termini di occupazione e di condizioni e qualità del lavoro.

Perché poi a mantenere la dinamica occupazionale sono quelle piccole imprese al di sotto dei 10 dipendenti, “cravattate” dalle banche, che lavorano senza capitali, che sottopagano, che reggono le loro sorti sul precariato, sul “nero”, sui sub appalti al massimo ribasso, sugli orari di lavoro più lunghi e sulla totale elusione della sicurezza.
E sono gli addetti di questa realtà industriale quelli davvero isolati. Quelli che muoiono per stanchezza, sottovalutazione del rischio. Quelli che muoiono soli, perché sono vittime due volte, di quegli omicidi e del venir meno di quel legame solidale, dell’assenza di una rete sindacale reticolare che determini l’autodifesa e la rivendicazione di diritti.

Ecco bisognerebbe che per ogni morte sul lavoro si potesse fare sul piano mediatico e su quello giudiziario, quanto è stato compiuto per la Thyssen.
Ma non è facile. Significa un’uscita anche culturale dal precariato dove precario non significa avere un contratto a tempo determinato soltanto, ma anche un percezione aleatoria e incerta del lavoro, quello di una grazia ricevuta e fragile, un privilegio del quale essere grato. Significa affrancare dalla vulnerabilità la figura precaria per eccellenza quella degli immigrato e quella degli stagionali, uomini e donne ricattabili e clandestini, che siano o no italiani, necessariamente docili, per dirla con Foucault. Significa consolidare il sistema di sanzioni e pene perché un caso non fa primavera e troppi imprenditori vivono una condizione di impunità. Con la sentenza della Thyssen si è stabilito un principio: non è legale uccidere in nome del profitto. Libertà, democrazia, equità significa anche un mondo nel quale lavoro non significhi morte.


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