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Petrolio fritto

fracking-protestA volte devo darmi dei pizzicotti per essere ben sicuro di non stare sognando. Solo un delirio onirico potrebbe giustificare il fatto che alcuni giornali, in testa The Press, organo della Chrysler corporation, nella sua edizione provinciale intitolata La Stampa, possa interpretare la decisione dell’Opec di non diminuire la produzione di petrolio, come una sorta di complotto contro gli Usa. In realtà questa decisione, imperniata su quella dell’ Arabia Saudita, è stata da mesi suggerita e anzi forzata proprio da Washington per colpire la Russia la cui economia dipende fortemente dall’export di petrolio e gas, ma anche quella di nemici minori come Venezuela e Iran.

Né si può seriamente sostenere che questa scelta di lasciare intatta la produzione e quindi di stabilizzare o diminuire i prezzi degli idrocarburi è anti americana perché mette in difficoltà le aziende Usa che si sono buttate sullo shale gas  e che ora navigano in mezzo ai debiti: è ovvio, Opec o non Opec, che quando si aumenta la disponibilità di un bene, come è avvenuto per gli idrocarburi da fracking, i prezzi tendono a calare. E questo ovviamente mette in crisi chi estrae petrolio e gas con costi doppi rispetto alle tecnologie tradizionali, aspettandosi che da un aumento della produzione globale sortisca un aumento dei prezzi.

E’ anche difficile pensare che gli Usa vogliano castrarsi per far dispetto alla Russia. Il fatto è che Washington sta cogliendo l’opportunità di crearsi un alibi esterno per sganciarsi dalla promessa di un nuovo eden  che  è stata assieme una decisione politico – strategica, sostenuta da promesse di occupazione, mai realizzate e  una bolla speculativa promossa dalla collaterale Wall Street, sostenuta da una enorme oltre che fraudolenta sovrastima delle quantità e da una sottostima dei costi. La realtà è un’altra: i giacimenti sono piccoli, poco efficienti e si esauriscono presto, richiedendo investimenti maggiori dei ricavi per mantenere la produzione. Inoltre le devastazioni ambientali, l’inquinamento delle falde e l’enorme sottrazione di acqua necessaria all’estrazione, stanno cominciando a suscitare l’opposizione delle popolazioni locali  immesse in una sorta di guerra per le risorse  idriche. Così è venuto il tempo di ridimensionare la bolla, come del resto ha già fatto Wall Street che ha congelato la breve ma intensa stagione di acquisizioni, fusioni e investimenti, chiedendo invece aiuto alla mano politica per tentare di esportare a prezzi convenienti per le neo corporation dello shale. Magari nella disgraziata Europa, spinta a privarsi dell’energia russa.

Come si vede le cose sono diametralmente opposte alla narrazione presentata dal foglio marchionnesco: la decisione Opec è in perfetta linea con i desiderata della Casa Bianca in funzione antirussa. Tuttavia è impossibile non vedere che i maggiori Paesi produttori e segnatamente l’Arabia Saudita stanno sfruttando il caos geopolitico creato dagli Usa stessi e le irrazionalità di mercato per ottenere una nuova autonomia e una centralità ben più marcata rispetto al passato. In due parole per mettere in crisi l’ordine internazionale i cui fili sono tirati da Washington: con rapporti di forza profondamente mutati negli ultimi vent’anni le logiche di azione sono diventate contraddittorie. Così l’Opec sembra fare un favore alla politica statunitense, ma fa soprattutto un favore a se stessa e nel sottolineare il ruolo più forte e autonomo fa un favore anche al grande rivale degli Usa, la Cina, che certo ha tutto da guadagnare da prezzi del petrolio insolitamente bassi nonostante le guerre che coinvolgono da vicino le più grandi riserve rimaste di greggio. E la Cina farà a sua volta un favore alla Russia comprendo gigantesche quantità di gas aggirando completamente il dollaro. Il mondo è sempre più multipolare e la resistenza di Washington a questa realtà, rischia il naufragio nell’incongruenza, nelle vittorie di Pirro di breve momento: la vicenda dello shale illustra magnificamente come sia ormai impossibile ottenere vantaggi univoci e come sia assurdo pensare di non subire le spiacevoli ripercussioni strategiche delle proprie tattiche .

Ecco perché gli Usa sono letteralmente terrorizzati dal fatto che l’Europa e/o i suoi maggiori Paesi possano svolgere un ruolo autonomo dentro questo cambiamento di paradigma e attraverso il trattato transatlantico stanno cercando di fare del continente una propria appendice economica e culturale, lasciando alle multinazionali – che del resto già determinano le politiche di Washington – il compito di spezzare le ultime resistenze.

 


Il tempo dei giochi è finito: l’altro mondo non ci sta più

Putin-Valdai-Speech-1410Mentre la Nato e la statistica dei ricchi (vedo qui), ci rimbambiscono di bugie, la grande informazione ha completamente e volutamente ignorato il discorso fatto da Putin a Sochi, nell’ambito di un incontro del  Valdai discussion Club, limitandosi a riportarne poche parole, che separate dal contesto parevano di minaccia. Ma nel mondo reale e non quello inventato e censurato nel quale siamo costretti a vivere il discorso rappresenta un punto di svolta epocale che riguarda certo da vicino la Russia, ma che di fatto è il manifesto della multipolarità, contrapposta all’autoproclamatosi impero del bene. Il testo completo in inglese potete trovarlo qui Discorso di Putin

Si tratta del primo scontro al massimo livello tra il sistema di potere americano debordato poi nella fumisteria canaglia del neoliberismo e le potenze emergenti, alcune tanto emerse come quella cinese da aver superato con molti anni di anticipo rispetto alle previsioni quella Usa. Tra economia finanziaria ed economia reale. Tra internazionalismo dei ricchi e sovranismo produttivo. Tra società a trazione dirigista di vario tipo, ma con un forte ruolo statale nell’economia e democrazie spolpate dall’interno e divenute oligarchie mercatiste. Tra Paesi in crescita e Paesi in declino. Potrei continuare a lungo ad elencare dicotomie, ognuna delle quali richiederebbe lunghe spiegazioni e discussioni, ma per non annoiare torno a Putin e al suo discorso che potrebbe essere riassunto  in tre capitoli principali.

Il primo riguarda la situazione la situazione mondiale che, secondo il leader russo, è stata portata nel caos più completo dal  tentativo degli Stati Uniti di conservare un’egemonia che non è più nei fatti e che ha finito per travolgere sia il diritto internazionale che le istanze di regolazione globale che ad esso facevano riferimento in qualche caso private di autorevolezza e autonomia in altri ridotte a longa manus di Washington. La pulsione imperiale ha anche prodotto un tentativo di creare un nuovo ordine mondiale e assieme sociale che – anche se Putin non lo dice esplicitamente -ha distrutto il tentativo europeo e ha fatto delle istituzioni continentali un succedaneo della Nato.

La seconda parte concerne la reazione russa a a tutto questo: Mosca non intende contrastare il tentativo Usa di egemonizzare tutto il mondo occidentale secondo i modelli neoliberisti, ma si opporrà con tutte le sue forze se qualcuno pretenderà di trascinare e implicare la Russia all’interno di questo disegno che secondo Putin si mostra già fallimentare, un castello di sabbia. Dunque porte aperte al mondo, ma  promessa di tempesta nel momento in cui l’impero del caos volesse aggredire gli interessi del Paese. ” La Russia non vuole assolutamente la guerra, ma non ha paura della guerra”.

La parte finale riguarda un codice di comportamento che si collega al resto: ossia Mosca non cercherà di proporsi apertamente come potenza alternativa, portatrice di un nuovo imperialismo, ma non si presterà più ad incontri e accordi burletta, a commedie e farse internazionali, a negoziati dietro le quinte, ma solo ad accordi seri che si fondino sul bene della sicurezza collettiva e siano basati sull’equità, ovvero sul rispetto degli interessi di ogni parte.

Sono evidenti due cose: che si tratta di un discorso di svolta totale rispetto al tentativo della Russia post sovietica di essere trattata alla pari nel concerto della globalizzazione. La vicenda Ucraina ha messo una pietra tombale su questa strategia. E poi che Putin parlava ovviamente di della Russia, ma esprimendo una linea di condotta comune a tutte le nuove potenze  le quali si sentono minacciate dalla sfacciata arroganza statunitense, divenuta spudorata sopraffazione da quando su Washginton si è insinuata la paura concreta di perdere l’egemonia mondiale con tutte le catastrofiche conseguenze sulla propria economia gonfiata con gli ormoni del dollaro come moneta unica di scambio globale.  A Mosca, a Pechino, a Nuova Delhi come a Brasilia, come in gran parte del frammentato mondo mussulmano si ha la sensazione che nulla verrà risparmiato per creare problemi, per affossare le elite locali, per innescare conflitti, creare falsi movimenti di protesta, cercare il caos e la frammentazione pur di fermare il processo di multipolarizzazione del mondo. Per questo c’è un riavvicinamento tra i nuovi grandi decisi a non farsi più ricattare.

Finora si erano avuti scontri su temi particolari, ma non si era ancora arrivati alla definizione così decisa e coerente di un confine che non può essere attraversato, né in nome del quieto vivere, né sotto l’assedio dei ricatti e tanto meno in quello di una tacita accettazione della “eccezionalità americana” che viene contestata in sé e nella sua valenza pretestuosa. Il mondo è cambiato: ma agli europei non lo fanno sapere.


Guerra, sola igiene del liberismo

i pacifistiTerza guerra mondiale. Dopo averla sfiorata almeno due volte durante tra gli anni ’50 e ’60 era diventata un’espressione desueta, un’ipotesi buona per film e romanzi sul dopo bomba, qualcosa che non apparteneva alla globalizzazione dei mercati e che comunque era relegata ai margini delle zone di influenza e di interesse. Oggi invece l’espressione è tornata prepotentemente alla ribalta: la crisi economica con il logoramento degli idoli mercatisti, i rivolgimenti nel mondo arabo frutto finale dell’invenzione del jahidismo in funzione antisovietica voluta a suo tempo da Washington, la orrenda vicenda del golpe ucraino fomentata e organizzata dagli Usa con la complicità europea e evolutasi  proprio in questi giorni con la rotta dell’esercito di Kiev, la nascita di un mondo multipolare, spingono persino il Papa a pronunciarla.

Ma non so quanto ci si creda veramente visto che le aree di frizione e le guerre non sono mai mancate nei decenni precedenti anche sul territorio più propriamente europeo, che c’è stato persino l’11 settembre, senza che l’intreccio dei conflitti abbia portato a una deflagrazione globale. Tuttavia non c’è dubbio che ormai la cornice che accompagna questi eventi è profondamente mutata rispetto ad appena dieci anni. Il dato principale è che la politica americana tesa a “circondare” i suoi rivali, Russia e Cina e fare anche del Pacifico un proprio lago interno,  si scontra con una realtà che ancora negli anni ’90 sembrava poco più che futuribile: l’ascesa del “paese di mezzo” come fabbrica e laboratorio mondiale. Nel 2004 gli Stati uniti erano ancora, dopo circa un secolo di dominio, la prima potenza commerciale del mondo: erano il primo partner commerciale di 127 Paesi, mentre il celeste impero lo era per circa 70. Oggi la situazione si è completamente ribaltata e i numeri sono esattamente il contrario.

Dunque è la prima volta dagli inizi del secolo scorso che leadership mondiale americana viene seriamente contesa. Contemporaneamente la Russia tende ad uscire dall’ appannamento seguito alla caduta dell’Urss ed è divenuta, anche grazie alle immense risorse naturali di cui gode uno dei protagonisti dell’economia globale, insieme ad altri Paesi, quali l’India e il Brasile che mal sopportano la dittatura economica degli organismi monetari ed economici occidentali dai quali cercano infatti di affrancarsi. E questo è un allarme rosso per il dollaro che sin dalla fine della seconda mondiale vive sostanzialmente di un credito artefatto che ha reso possibile un’enorme consumo di risorse mondiali da parte dei cittadini americani.

Negli ultimi due decenni del secolo scorso, gli strateghi di Washington avevano puntato sul mondo musulmano come elemento di destabilizzazione dei Paesi emergenti e soprattutto della Russia nel suo passaggio post sovietico e della Cina almeno per quanto riguarda le regioni occidentali. Ma hanno combinato tanti di quei pasticci che si sono ritrovati con la patata bollente in mano, con gigantesche migrazioni che stanno investendo l’Europa proprio mentre il continente è spinto dagli Usa  – grazie alla subalternità miope delle sue classi dirigenti – ad un assurdo confronto con la Russia. Creando al di fuori dei propri confini quella guerra che si vantano di aver espulso all’interno.

L’insieme di questi fattori cambia completamente le carte in tavola e fa nascere – diciamolo chiaramente – la tentazione di conservare  l’egemonia attraverso lo strumento militare che ancora gode di una indiscussa superiorità. Ma anche qui il tempo stringe perché il gap sta per essere rapidamente colmato e per dirlo non bisogna ricorrere a carte segrete: basta registrare l’allarme angosciato del Pentagono per i nuovi missili cinesi antinave dotati di elettronica sofisticata e di una velocità di 10 mila chilometri l’ora, vale a dire il doppio di un Patriot che è l’antimissile per eccellenza. Un pericolo gigantesco per le portaerei. Ed è solo un esempio. Sia Mosca che Pechino stanno procedendo a un totale rinnovo degli armamenti per rispondere alla sfida lanciata nel 2012 dal ministro della difesa statunitense Leon Panetta il quale ha esposto la dottrina di Washington in merito alla “riconquista” del pacifico dove entro il 2020 sarà concentrato il 60% della forza navale Usa. Solo che per quella data troverà forse troppo pane per i propri denti.

E’ una cornice inquietante, perché basta una scintilla per non riuscire più a contenere gli eventi e soprattutto perché sembra che non si faccia attenzione alle scintille, quasi che l’animus sia quello di dire o la va o la spacca o accettate l’ “eccezionalità” americana con i suoi privilegi o fatevi sotto, come purtroppo sta avvenendo proprio oggi a Newport, di fronte alla rotta delle truppe ucraine fedeli ai golpisti. Senza dire che la crisi a cui ha portato il liberismo, nella sua contraddizione tra profitto e consumo, si sta rivelando endemica e non ciclica: una guerra potrebbe fare comodo a classi dirigenti che stanno saccheggiando tutto, ma che vivono nell’incubo della rivolta e della trasformazione. Costi quel che costi, visto che dall’ impasse si può uscire o attraverso una nuova idea di società e di economia o grazie ad una gigantesca distruzione di capitale umano e produttivo. Non è certo un caso se a soffiare sui venti di guerra siano proprio i super ricchi, compreso quel Soros che è personaggio eminente dietro il golpe ucraino, come del resto lui stesso dichiara.

Dunque terza guerra mondiale con i caratteri anche di guerra civile è tutt’altro che un’iperbole, un grenz begriff, ma una concreta possibilità perché per definizione le situazioni caotiche, volutamente create, non sono gestibili o prevedibili negli esiti e nelle nuove realtà che creano. Ed anche in questo è fallito totalmente il ruolo dell’Europa che da possibile stabilizzatrice si è trasformata in sottocoda atona e senza parole che non siano suggerite da oltre atlantico.


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