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Tra Roma e Damasco

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Il Panteon di Roma ideato da Apollodoro di Damasco

Capisco di avervi annoiato in questi giorni con la questione siriana, le sue bugie infami, i suoi bombardamenti da parte dei veri Paesi canaglia, i suoi inattesi esiti militari, le sue farse che hanno visto Macron distinguersi sul crinale patetico e al tempo stesso tracotante della menzogna. Sono almeno quattro i post dedicati a questa vicenda ( qui, qui, qui, qui) quando invece potrei occuparmi della formazione del governo, di Salvini prigioniero di Berlusconi, di Mattarella prigioniero del Pd, di Di Maio prigioniero della sindrome della scatola vuota oppure delle polemiche su Serra, defunto come tale molti or sono e ormai devoto del gramellinismo dilagante.

Il fatto è che invece la questione siriana ci riguarda da vicino, forse più da vicino di quanto non ci riguardino le consultazioni al Quirinale e futuri programmi già imposti da fuori, non soltanto in relazione a vicende strettamente collegate come quella della migrazione e della geopolitica mediterranea, ma anche con quella degli assetti globali e delle possibilità che essi aprono. Ciò che è accaduto da cinque settimane a questa parte, a cominciare dal presunto attentato a Skripal e alla figlia, di cui peraltro non si sa più nulla, anzi pare che siano andati in Usa a godersi i consistenti frutti dell’amabile pièce, per continuare con la preparazione dell’ennesima sceneggiata al gas nel Guta costituisce  l’estremo tentativo degli alleati occidentali di rovesciare le sorti di una guerra che essi stessi hanno creato in un conato di neocolonialismo. Ma è andata malissimo.  Prima sono stati battuti dall’intelligence russo siriana che ha compreso per tempo il tentativo di sfruttare la presenza di gran parte delle truppe siriane al nord sul fronte di Idlib, per sferrare a sorpresa con un colpo di mano che nelle intenzioni doveva far concentrare  a Guta 40 mila tagliagole mercenari  per poi farli arrivare a Damasco lungo un tracciato relativamente sguarnito. Ed è probabile che l’attentato al gas fosse stato preparato per dare “forza morale” a questo assalto in grande stile e nel quale avrebbe anche un senso che nelle condizioni in cui è stato comunque condotto non ha affatto.  Invece i siriani hanno subito cessato i combattimenti a Idlib e si sono rischierati per evitare una manovra che a questo punto non è stata più tentata. Infatti si è dovuto ricorrere all’inconsistente bombardamento sul nulla per dare corso a una campagna di odio e di grottesca condanna che non aveva più alcuna giustificazione. Anche qui però il diavolo ci ha messo la coda e i missili da crociera di ultima generazione. lanciato anche a scopo commerciale sono stati tirati giù al 70 e passa per cento (73 su 104) da difese risalenti agli anni ’60. Poco male vista l’inconsistenza degli obiettivi, ma è chiaro che attacchi diretti contro difese aggiornate di almeno due generazioni come quelle russe sarebbero un fallimento epocale e non a caso nemmeno sono stati tentati, così come sono state significativamente evitate anche le basi iraniane.

Per farla breve il crudele aprile degli occidentali, abituati a fare terra bruciata  dall’alto e la cui abilità consiste soprattutto nel mettere assieme torme mercenarie, hanno di fatto riconosciuto  lo status di superpotenza alla Russia e la difficoltà di imporsi in contesti in cui Paesi minori siano protetti da Mosca. Questo non vuol dire che lasceranno in pace la Siria, che non continueranno ad affamare il Venezuela o a finanziare arancionismi di ogni genere, ad armare terroristi, a tenere il mondo sotto il tallone di un’informazione deformata e a imbastire ricatti finanziari, però la cosa evidente è che hanno riconosciuto di avere un antagonista con il quale devono evitare a tutti i costi lo scontro diretto: la forza delle elites di comando è enorme, ma al tempo stesso fragile e se lo stato di conflitto può essere utile a depistare l’uomo della strada dal furto di democrazia e di diritti, uno stato di guerra guerreggiata sia pure alla periferia, potrebbe rivelarsi letale. Questo offre un’occasione all’hinterland dell’impero di avere una maggiore capacità di ricontrattare quanto meno le condizioni della propria cattività, tanto più che dietro la potenza militare della Russia c’è  l’immenso potenziale economico della Cina. Francamente nel medio periodo non vedo altra possibilità per l’Italia di riprendere in mano almeno parzialmente il proprio destino ed evitare il collasso  a cui la sta portando l’ordoliberismo europeo e la militarizzazione Nato. Quindi non parlo di cose lontane, evito solo gli abbellimenti e i fraseggi barocchi di una politica che non ha più se stessa.


Presepiaggini

tante-luci-sul-mareNon so se abbia ragione quel preside di Bergamo ( e oggi anche uno di Torino) che ha vietato il presepe in aula per evitare frizioni con altre religioni ormai massicciamente presenti, ma so che ha torto marcio la fuoriuscita di Salvini dal tombino di ghisa delle grossolane strumentalizzazioni per correre in soccorso di una presunta tradizione e di cosiddetti valori che poi consistono solo nella difesa di meccanismi identitari.

Ha torto in radice per così dire, anzi è la pochezza del Paese fatta persona. Pur avendo compiuto tutto l’arco di studi in pieno periodo democristiano, non ho mai visto un presepe in aula, segno che paradossalmente la scuola era più laica allora che oggi e che non c’era alcun bisogno di ribadire appartenenze votive come molti anni dopo avverrà sotto la spinta “nazionale” del neo fascismo travestito e poi della xenofobia. Anzi a dirla proprio tutta la tradizione del presepe, specialmente nelle città del nord, stava del tutto scomparendo prima che fosse  recuperata come un reperto di appartenenza. Per carità non credo sia un dramma il presepe a scuola, né che possa essere considerato offensivo nei confronti di altri credi, forse sarebbe più interessante se la laicità della scuola venisse affermata partecipando di più anche ad altre tradizioni di origine culturale e religiosa piuttosto che negarle tutte. Tanto più che, com’è noto, il Natale prende origine dalle feste pagane del Sol Invictus e quelle della rinascita nel culto mitralico cui il cristianesimo in via divenire l’asse di potere nell’impero contrappose la nascita di Cristo, inventandosi di sana pianta una data opportuna.

Dunque un rito di passaggio stagionale e astronomico  che in qualche modo abbraccia tutto il mediterraneo e la cui simbolicità potenzialmente accomuna più che dividere. Di qui a dire come fa Michele Serra che “la paura di molti che l’immigrazione cancelli tradizioni, recida radici, metta a repentaglio identità, è comprensibile e legittima” ce ne passa. Ma il noto satireggiatore il quale fa sapere di avere un meraviglioso presepe messicano (guai se non ci si mette un po’ di esotismo e di sciccoso per la sinistra dei salotti) tocca proprio il punto dolente da cui nascono queste polemiche: se la nostra identità culturale dipendesse dal presepe allora sarebbe messa ancor più in pericolo dagli scimmiottamenti anglosassoni e mercantili che vengono importati, tipo halloween e in fondo anche Babbo Natale o l’albero.  La ragione di questi ridicoli dibattiti è proprio questo: che il Paese non riesce più a riconoscere una propria reale identità, ad avere memoria del passato e senso del futuro, un pensiero che vada oltre l’opportunismo e perciò si aggrappa scompostamente al presepe in quanto feticcio come al “parmiggiano” per trovare un suo senso.

 

Del resto che si tratti di miserie intellettuali lo dimostra anche il fronte avverso, quello presepista, per così dire, capitanato dal parroco fiorentino Gianfranco Rolfi che davanti alla sua chiesa chiede di ai fedeli di “schiacciare l’infame” (espressione recuperata da Voltaire)  ensemble nel quale compaiono fra gli altri Augias, Mancuso, Odifreddi e Hack che fra l’altro è anche morta. Rolfi rappresenta bene questo Paese il cui governo e la cui opposizione sono rappresentati da personaggi nati alla Ruota della fortuna: lui invece ha partecipato al Rischiatutto. La fenomenologia di Mike Bongiorno è il vero legante di un Paese ridotto a presepe.


“Pensare ad altro” ovvero l’amaca della sinistra

Michele Serra dopo l'ultima dieta ingrassante

Michele Serra dopo l’ultima dieta ingrassante

E dunque ci siamo. Da stasera il Pd governerà insieme ad un condannato per evasione fiscale oppure con un uomo salvato dalle reti sotterranee del potere, i moniti, le necessità, le moral suasion sottobanco e quant’altro. Non so nemmeno quale delle due cose sia peggio, ma ad ogni buon conto l’intellighentia  di sinistra – quella coccolata e ben accoccolata – si appresta a gestire la situazione.

E così Michele Serra in vena di autosatira preventiva, ci fa sapere che basta parlare di Berlusconi, che è diventata un’ossessione, che chi è contro Il Cavaliere fa il suo gioco. Insomma tutte le pavide e ipocrite stupidaggini che sono ingredienti assolutamente necessari della premiata risotteria di D’Alema&C, per evitare una crisi di rigetto verso questo centro sinistra dell’inciucio . Se anche queste stronzate ci fosse qualcosa di vero, accorgersene dopo vent’anni testimonierebbe semmai di una radicata idiozia. Se fossero false sarebbero la prova dell’estensione sempre più drammatica della palude in cui viviamo. In ogni caso uscire qualche giorno prima della sentenza con queste considerazioni, è segno di un invincibile opportunismo.

Perciò sarebbe il caso ormai di seguire i saggi consigli che con tanta disinteressata saggezza ci vengono da Serra: è ora di cambiare e di farci ossessionare dalle impudenze del Pd, piuttosto che da Silvio, di diventarne intransigenti critici e nemici. Mica per malanimo, ma per fare il suo gioco. Prima che diventi il partitino del Pasok.


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