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Mastercolosseo

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ci lamentiamo sempre, ma stavolta bisogna ammettere che il mecenate scarparo  pudicamente si è trattenuto.

L’immagine che ritrae l’anfiteatro Flavio una sera di qualche giorno fa, allestito per la magnata dei divini mondani, può sembrare la pubblicità per una ditta di tovagliati, come un tempo quelle che propagandava tende da sole. Ma almeno ci ha risparmiato  colonnati di cartapesta a forma di mocassino, gigantesche orme sulla sabbia, calpestata un tempo da gladiatori e martiri, con su il molto contraffatto marchio, omaggio alla memoria del decantato   Made in Italy, evaporato da tempio insieme al ruolo nazionale di potenza industriale e commerciale, ma presente nello stupidario di regime insieme a “la cultura è il nostro petrolio” e a quella indicibile paccottiglia sul tema che ci somministrano quotidianamente:   il patrimonio culturale è «una carta formidabile per la competitività italiana in tutti i campi», i monumenti, bene comune, devono diventare «grandi attrattori turistici» perché favoriscono si una crescita culturale, ma anche «una crescita economica».

Si, siamo stati risparmiati, ma per poco: la celebrazione della Tod’s, con annessa chiusura al pubblico “legittima” al confronto con quella illegale di un anno fa per un’assemblea sindacale,  è il soffice e felpato annuncio di quel che sarà e segna la continuità con tanti, grandi e piccoli oltraggi. Di quelli che fanno affibbiare a chi si scandalizza il titolo di misoneista, passatista, disfattista, proprio come succede a chi difende la democrazia, di quelli promossi e permessi da sindaci e “organizzatori culturali” che per mettere a frutto il petrolio non si limitano alle trivelle, ma organizzano sfilate di intimo in Gipsoteca, concedono festosamente prestigiose rovine per cene e sponsali, dischiudono le porte di cattedrali a convention, respingendo turisti e fedeli, o invece chiudono Ponte Vecchio per consentire un party.

Gli esempi sono ormai innumerevoli e anche  le dichiarazioni di intenti che si ergono minacciose sul pericolante Palatino pronto per bar e superbar, dopo la concessione per festeggiamenti delle curve Sud e maxi concertoni, sulla Reggia di Caserta: il direttore molto sponsorizzato dal ministro ci vuol far gareggiare la Pellegrini, e in attesa di gare di lancio dalla Torre di Pisa,  del completamento di giardini pensili già avviati e orti cittadini già allestiti sul tetto di qualche Certosa. E ovviamente di circenses al Colosseo, coi pensionati nei panni dei gladiatori e Renzi che li condanna col pollice verso momentaneamente distolto dal cellulare.

Perché le premesse ci sono e anche i programmi, per realizzare i quali ai pochi quattrini dispensati per i restauri dall’esoso mecenate, si è aggiunto lo stanziamento  di quasi il 25% dei fondi  2015-2016 del cosiddetto Piano Strategico Grandi Progetti Beni Culturali  e che prevedono l’ardita “ricostruzione” dell’arena, secondo i principi di Viollet Le Duc, ma anche dell’ex sindaco di Firenze che per far più bella che pria la città del Giglio e più appetitosa per i consumatori di turismo d’arte ha speso soldi e risorse cercando un Leonardo, disposto magari a pittarselo da solo.

Lo spericolato intervento, cui allora si potrebbero aggiungere anche rutilanti gradinate con le lucette dentro, un velarium a elevato valore aggiunto tecnologico e magari clipei bronzei, consigliando ai francesi di imitarci attaccando la testa alla Nike e le braccia alla Venere di Milo, sarebbe stato accolto con pensoso ma incondizionato entusiasmo da studiosi corifei del ministro Franceschini, di quelli che Renzi apprezza – qualcuno ha perfino aderito alla campagna del Si, perché non appartengono alla cerchia maledetta dei “presunti scienziati”, condizionati da pregiudizi ideologici che impediscono loro di raccogliere la sfida di una moderna valorizzazione del nostro patrimonio. Che si materializza con i percorsi didattici sul Rinascimento del norcino reale tra gli scaffali dei suoi supermercati, con i viaggi sconsiderati per celebrarne i menu di qualche guglia del Duomo, con i tour avventati di un qualche Bernini, in pellegrinaggio laudativo di una sagra gastronomica.

Dovremmo proprio denunciare per abuso di cultura chi ha prodotto quel vilipendio che si chiama Sblocca Italia con l’istituto del silenzio assenso, chi ha deciso lo stolto accorpamento di centinaia di realtà radicate sul territorio e nella tradizione in venti supermusei raccogliticci, mettendone a capo manager cultori del dio mercato, chi ha “pensato” la Legge Madia, che esautora il potere tecnico-scientifico delle soprintendenze, sottomettendole a quello dell’esecutivo, chi sceglie di sostenere e finanziare interventi spot, icone pronte per diventare merchandising, e convoglia risorse su “eccellenze” controllate direttamente e autoritariamente dal centro, condannando alla morte neppure tanto lenta il 90% per cento della nostra bellezza, che è parte integrante del nostro passato e della nostra speranza di futuro.

Se va avanti così, finirà che verrà anche a noi la tentazione di imbracciare il mitra quando li  sentiamo parlare di cultura.

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I nuovi mostri e le loro mostre

La Regata avvince turisti e gondoliere

La Regata avvince turisti e gondoliere

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Anche il mio pc sbadiglia per la noia di scrivere sempre le stesse cose a proposito degli stessi fatti e misfatti, dei quali aumenta solo la miserabile prevedibilità, la tracotante pochezza, la becera rozzezza negli intenti e nei modi.

Così mi astengo dal commentare ancora – la piccola infame trastola con la quale si è voluto infliggere,  con una sconsiderata precettazione, l’ennesimo colpo alle garanzie costituzionali e alle prerogative sindacali-  https://ilsimplicissimus2.wordpress.com/2015/09/19/hic-sunt-frescones/.

Un delitto di lesa maestà dei cittadini, commesso in nome di una improvvisata ed estemporanea attenzione dedicata ad un tempo alla nostra credibilità agli occhi del mondo, che verrebbe compromessa dalla chiusura temporanea e annunciata di un monumento, uno dei più “frequentati” dall’immaginario collettivo, ma non certo il più significativo (consiglio tra l’altro una sua copia molto suggestiva in mezzo al deserto tunisino), ed alla rivelata strategicità, al ruolo essenziale attribuiti al nostro patrimonio artistico e culturale, che secondo le attese e la volontà del governo deve essere a disposizione h 24 di turisti in mutande e maglietta, frotte di scolari, comitive eterogenee e già così stremate da dover essere scaricate da pullman multipiano – cristianamente autorizzati a azzardati parcheggi, a ridosso di palazzi, chiese, musei – e tutti parimenti interessati ai loro  selfie.

Non ritorno nemmeno sulle varie cause che danno origine alla nostra perdita di credibilità, semmai ne abbiamo avuto: Pompei che se potesse reclamerebbe la conservazione d’un tempo tramite cenere e lapilli, la Reggia di Caserta il cui parco era chiuso ai visitatori per permettere autorevoli jogging, tetti di palazzi storici adibiti a serra e orticelli, biblioteche smembrate e rapinate per appagare collezionisti dalle amicizie pericolose, progetti faraonici di “valorizzazione”, quando non si destinano investimenti modesti per la manutenzione,  e poi sale, ponti  e chiese off limits per ospitare le sfilate di intimo, convention e cene sociali, siti archeologici recintati durante pomposi simposi matrimoniali, trasvolate di guglie del Duomo per celebrare influenti norcini, l’inazione nel reperimento di fondi e risorse per tutela a conservazione, quando basterebbe un po’ di zelo nel recupero dell’evasione, nell’aumento dei biglietti d’ingresso e nella destinazione “utile” del gioco d’azzardo, ipotesi fatte mille volte e mille volte accantonate nel museo dell’utopia, uno dei meno frequentati anche se l’ingresso è gratuito.

Non voglio soffermarmi ancora una volta sulla funzione messianica più che demiurgica e così spesso implorata dei privati:  sponsor, mecenati, compratori cui ministri e sindaci con il book nella valigetta da piazzisti si rivolgono per illustri e pelose carità in forma di perenni comodati. Proprio come è   avvenuto per il Colosseo, prestato generosamente al celebre ciabattino con elargizione trentennale che ne potrà fare il suo logo sotto la suola, il suo contenitore di eventi, in qualità di patron e  gestore “illuminato” in materia di restauri, attività,merchandising. E  che malgrado ciò è stata recentemente beneficato di 18,5 milioni pubblici stanziati dal Mibac e finalizzati   a “un intervento di tutela e valorizzazione volto al ripristino dell’Arena del Colosseo al fine di consentirne un uso sostenibile per manifestazioni di altissimo livello culturale, permettendo nel contempo ad una “domanda” mondiale di fruire di una nuova esperienza di visita di straordinario valore”, niente a che fare quindi con le remunerazioni dei suoi addetti, molto invece con son e lumière, rappresentazioni circensi, mascherate, come si vergognerebbero di fare perfino al Caesar Palace di Las Vegas.

Invece  mi domando che cosa vogliono fare dell’Italia e della sua bellezza sfiorita, delle sue città disordinate e impoverite, del suo paesaggio ferito, del suo territorio trascurato. Se ad accogliere chi arriva sono periferie degradate (pare che i due termini siano condannati ad andare insieme),  avvisaglie di bidonville e baraccopoli coi tetti di lamiere, tirate su o restituite a nuovi avventizi dopo anni nelle quali erano disabitate, accanto alle nuovi cattedrali, grattacieli le cui pareti di cristallo riflettono arcaiche disuguaglianze e inique attualità,  centri commerciali dotati di nursery e cappelle per messe domenicali, come deve essere per le piazze artificiali della contemporaneità, dove l’incontrarsi, il parlare, il ragionare insieme è sostituito dal desiderare merci, e poi casette tutte uguali che imitano sobborghi del Delaware  che imitano i borghi  di una volta.

Se grandi opere cui chi si oppone rischia condanne esemplari, forano montagne, feriscono boschi, scavano gallerie e abbattono foreste in nome di una velocità futurista e futile, come nella barzelletta di quello che si indebita per comprare la Ferrari in modo da andare in venti minuti da Milano a Pavia, peccato che a Pavia non abbia niente da fare e nessuno che l’aspetti.

Se la città più vulnerabile del mondo, la più speciale viene svuotata dagli abitanti e ridotta a suk, con in vendita merci uguali là come a Dubai e in Texas, con calli a senso unico dove frettolosamente passano stanche carovane di forzati che desiderano solo tornare sui piani alti delle loro grandi navi a guardare dall’alto il brulicare come di vermi su un corpo avviato a marcire in acque sporche e paludose grazie a poderose opere ingegneristiche.

Se i musei che dovrebbero essere per i cittadini di piccoli paesi e grandi città,gli archivi della memoria creativa dei loro luoghi e di chi è stato accolto e li ha amati, devono convertirsi in macchine per fare soldi, grazie a empori di cianfrusaglie, pacchetti offerta per file di visitatori che si pigiano davanti a opere mille volte viste in tv, spot, cartoline, guardate distrattamente mentre si pesta sui tasti dei cellulari, in virtù di grandi mostre promosse da stimati curatori, grandi manager e grandi banditori di grandi aste, raccogliticce e occasionali: da Tutankhamon a Warhol, gioia di avidi curatori, delle multinazionali degli eventi e delle edizioni ad hoc, delle assicurazioni che coprono viaggi perigliosi quanto futili e inopportuni di quadri, statue, reperti in pellegrinaggio a onorare fiaschetterie internazionali, salumerie globali, pizzicherie di regime.

Nell’eterno trailer di quel che sarà, si sono già comprati i segretari di partito, dirigenti politici, premier, si comprano isole, porti, flotte, monumenti, aeroporti. E anche la dignità, le speranze, i sogni, il coraggio, grazie alla moneta più forte dell’euro e del dollaro, la paura,  e con la paura la rinuncia, l’abdicazione,  l’abiura. È quello il mondo che vogliono. Non dite che non l’avevamo detto.

 

 


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