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Buio in galleria

An unidentified visitor of the BelvedereAnna Lombroso per il Simplicissimus

Chi non ha conosciuto un pittore della domenica, chi non ha nel suo albero genealogico una zia che dalle nostre foto di bimbi traeva un delicato ritratto, chi non ha seppellito in cantina la forte e materica produzione di un amico di famiglia folgorato dall’astrattismo ancorché fosse un severo dipendente del Ministero del Tesoro?

 

Erano altri tempi, quella vocazione repressa per via delle necessità della vita, restava in famiglia, come le poesie scritte da giovinette romantiche e tempestosi adolescenti che oggi, invece, cercano e sono ispirati a comprarsi la fama lasciando la loro impronta creativa tramite case editrici farlocche che pubblicano a pagamento libri automaticamente destinati al macero e a popolare la bibliotechina di casa senza nemmeno passare per premi letterari ancora più farlocchi.

In fondo si tratta di una delle più accreditate leggende contemporanee che vuole che il Paese pulluli di talenti repressi e ignorati snobbati da una ottusa oligarchia di critici, lettori di case editrici, funzionari, consulenti saliti per miserabili motivazioni ai vertici di quel giustamente vituperato sistema chiamato “”industria culturale”, impegnati a mandare avanti parenti, affiliati, adulatori, tutti variamente raccomandati,  mentre basterebbe scavare sotto il loro fango per trovare tesori, vocazioni, creazioni, diamanti e smeraldi, che vengono malvagiamente sottratti ai fasti della fama e del sacrosanto riconoscimento economico.

A queste pietre preziose orbate della meritata ricompensa, ai generosi esploratori e minatori,  si rivolge un periodico online, Artribune, che rivela la sconsiderata misura messa in atto dal Comune di Roma un anno fa ma passata inosservata “che, cito, impedisce l’apertura nel centro della città di gallerie d’arte ponendo paletti invalicabili. La norma è figlia di una delle tante mentalità malate che sta uccidendo giorno dopo giorno la capitale d’Italia”. Secondo il “Regolamento per l’esercizio delle attività commerciali e artigianali nella Città Storica”,   “chi volesse provare ad aprire una nuova galleria, denuncia Artribune, dovrebbe essere presente con questa attività nelle liste della Camera di Commercio da almeno 3 anni e dovrebbe disporre di uno spazio commerciale almeno di 150 mq… Un combinato disposto che elimina tutti i nuovi del mestiere, impedisce il ricambio e uccide definitivamente qualsiasi velleità da parte di giovani galleristi di ricerca”.

Insomma lascia intendere la “piattaforma di contenuti e servizi dedicata all’arte e alla cultura contemporanea”,  un giovane e intraprendente  “mecenate” scopritore di ingegni ignoti che voglia aprire uno spazio espositivo    a Trastevere o a Campo de’ Fiori o a Prati,  sarebbe costretto  a registrare la sua attività come “agenzia d’affari”, per via della sua opera di intermediazione    tra chi   produce (l’artista) e chi compra (il collezionista).

Maledetta Raggi, che fa retrocedere il longanime e munificente istinto di protettori della arti a indegna speculazione, che fa entrare le regole dei mercanti nei templi della creazione e della bellezza, i cui sacerdoti sono stati costretti a “investire mesi e mesi di tempo e di pellegrinaggi nei kafkiani dipartimenti di Roma Capitale” per esercitare il loro spirito missionario.

Se proprio si volesse difendere la voglia di esprimersi di giovani vocazioni e incrementare la loro legittima aspirazione a far conoscere la loro produzione, meglio sarebbe invece far piazza pulita della proliferazione di magazzini, cantine, negozietti, androni dove qualche startup, qualche impresario delle illusioni dietro lo status di associazione e onlus affitta gli spazi a caro prezzo per l’ostensione carogna di croste indecenti, sperimentazioni e saggi, appena appena un po’ meno prestigiose, feconde e fantasiose delle provocazioni della Biennale di Venezia o di Kassel, prodotti di citrulli che sperano di comprarsi la gloria grazie a citrulli messi in mezzo dagli intermediari  improvvisati che impongono cacca seriale, d’artista ma non in barattolo, alla cerchia parentale dell’incauto espositore.

Ma non c’è mica da scandalizzarsi per il mercimonio, è questa la tendenza dell’arte e del mercato “culturale” nelle mani di un sistema, nel mare piccolo come in quello grande, di società commerciali, di curatori seriali, di assessorati condizionati da consulenti e pr, di musei e gallerie in mano alla politica o a manager che coltivano improbabili geni e sfornano eventi di cassetta intorno a opere che hanno trovato rinnovata celebrità, grazie a romanzetti o film irrilevanti, per premiare la combinazione di marketing e spettacolarità, secondo un modello culturale che deve somministrare emozioni a getto continuo, applicando parametri neoliberisti: misura dei guadagni, profitti del merchandising, impatto economico  e attrattività di testimonial e investitori, quelli che una volta si chiamavano mecenati.

Altro che deplorazione per la retrocessione a agenzie di affari: ormai c’è da rimpiangere i galleristi che si sono rovinati per amore della scoperta di geni scomodi, fratelli compresi, come Theo Van Gogh, che hanno investito in estri e fenomeni scommettendo su successi postumi e poco premianti, ma anche quelli che si sono arricchiti grazie a gusto e preparazione profetici. C’è da avere nostalgia perfino per gli osti che hanno attaccato alle pareti il corrispettivo di zuppe e entrecôte, i dottori che si sono fatti remunerati in statuine e quadretti le cure per sbornie di assenzio e polmoniti prese in soffitte umide, se pensiamo a come avviene la selezione di critici, curatori, galleristi, cui si chiede non la conoscenza, il fiuto e l’esperienza, ma un mix di buone relazioni politiche, capacità di raccogliere fondi e bernoccolo commerciale per promuovere lo sfruttamento finanziario della loro merce esposta nei loro showroom, nelle loro fabbriche di provocazione e divertimento.

Dal dominio degli “operatori culturali” siamo approdati a quello dei manager situazionisti che propongono eventi, intrattenimento, messe in scena fulminanti e decorazioni istantanee che non esigono sforzo di chi guarda, nemmeno partecipazione superiore a quella che si dedica alla vetrina del centro commerciale. A meno che non si faccia come alla Galleria Belvedere di Vienna, che ha visto un’impennata di visitatori dopo aver tentato l’arte vaporizzata e da quando folle di utenti ha preso l’abitudine di ritrarsi con un selfie mentre replicano il Bacio di Klimt.

 

 

 

 

 

 

 

 

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Baggianate & Corruzione S.p.A.

Anna Lombroso per il Simplicissimus

A essere frivoli, come i cantanti dei tormentoni estivi: solo tre parole, come le meteore di Sanremo, vinci non vendi un disco e scompari, a essere seri come Majorana o Caffè. In molti si chiedono dove sia sparito il Ministro dei Beni Culturali, del quale non abbiamo avuto notizia sia pure nel susseguirsi di catastrofi che hanno ferito forse irreversibilmente uno dei territori più ricchi di arte, cultura e memoria del Paese.

Offuscato perfino dalla sua signora nelle vesti di vaiassa post grillina in consiglio comunale di Roma, superato e smentito dagli eventi: era quello che diceva che non si doveva svendere il patrimonio di Ente Eur, anche se costava non finire la Nuvola di Fuksas, non ci resta che sperare che ricompaia nella sera di Halloween per farci sapere che c’è e che possiamo sperare in una di quelle sue sortite umoristiche: riempire la Sicilia di campi di golf, animare il tetro Colosseo con eventi ludici con tanto di giochi d’acqua,  gladiatori, leoni, che il piccolo imperatore col pollice verso c’è già, valorizzare lo spento Sud puntando sui cavalli, non le scommesse, per carità, ma magari con un bel centro di equitazione a Carditello … e altre amenità simili. Che seguono comunque un filo conduttore ben identificabile: spalancare le porte ai privati, ma mica ai mecenati, per carità, no, agli sponsor o meglio ancora a investitori da attrarre con ogni genere di blandizie, compresa una sospensione generosa e necessaria di regole, sorveglianza, controlli, come si conviene a un paese in eterna emergenza.

Si, si, meglio che non parli, meglio che non si veda, se il suo ultimo segnale di esistenza tra noi è una risposta al sindaco di Matelica che chiedeva aiuto per la sua terra, e nella quale sciorinava il repertorio di baggianate  da imbonitore di luna park. Che è così che vogliono trasformare questa Italia, in una fiera paesana coi banchi dei “saperi tradizionali”, degli insaccati, con le gite col parroco e i venditori di pentole, per “rivitalizzare i piccoli centri” e valorizzare il tesoro monumentale dei paesi. Peccato che proprio ieri un bel po’ di quel tesoro si sia sgretolato, malgrado le “cento squadre che l’hanno censito e messo in sicurezza” rivendicate nell’intervista alla Gazzetta di Renzi, e ai 42 edifici vincolati.  Perché al ministro competente –  competente, lo ricordo, è solo un modo di dire – sfugge che monumenti che per secoli hanno retto, in mancanza di manutenzione, tutela, salvaguardia dall’inquinamento che si mangia pietra e marmo, se gli sferri una botta più energica, non reggono. E questo vale per le chiese sulle quali non vigila la chiesa, che preferisce investire in case albergo, ostelli e B&B, ma anche per Pompei, per la Reggia di Caserta, per il tessuto monumentale di Venezia e Firenze, compromessi così tanto da subire l’onta di essere depennati dall’elenco delle regine della bellezza e della memoria mondiali dell’Unesco.

Che tanto poi se tace lui a parlare è il padroncino, che con una delle sue esuberanze da sciacallo istituzionale, ci ha fatto sapere a caldo che la ricostruzione si farà e senza subire i ricatti, le imposizioni e le intimidazioni delle burocrazie e dei tecnocrati. State tranquilli, non parlava certo di quelli che stanno a Bruxelles contro i quali abbaia da lontano e corre con guinzaglio in bocca se lo chiamano, preoccupato di fare la voce grossa, per paura di essere licenziato.

No, c’è da temere visti i precedenti, che le burocrazie e i tecnocrati (voteranno tutti No?, saranno tutti parrucconi? saranno i soliti disfattisti?) altro non siano che quella rete di vigilanza e  controllo che frappone ostacoli allo sviluppo e alla libera iniziativa. Quale? Ma quella creativa, come la finanza, che si esprime con cemento come colla, che si candida –e  ottiene –  posti in prima fila nelle cordate delle grandi opere, quelli del Cociv, il consorzio guidato dalla potentissima Impregilo-Salini,  che si è aggiudicato la realizzazione del Terzo Valico e che è così poco intimidito non solo dalle autorità di sorveglianza, ma anche dalle manette da celebrare i suoi successi con una cerimonia pubblica, svoltasi sabato a Alessandria, e voluta dal commissario di governo del Terzo Valico, Iolanda Romano, per confrontarsi sulle  «opportunità» per il territorio offerte dai 60 milioni di finanziamenti messi sul piatto dal ministro delle infrastrutture e da Rfi. 60 milioni che farebbero un gran comodo ai comuni colpiti dal sisma, 60 milioni, quasi il doppio della dotazione per la tutela del Ministero quando Franceschini si insediò, saliti, ma solo sulla carta a quasi 2 miliardi, da destinare – sono parole sue – a “grandi progetti”, una formula che, sulle sue labbra, desta preoccupazione, anche in Disneyland che potrebbe temere la concorrenza.

Il fatto è che danno i numeri, lui, il sindaco mediceo, la squinzia costituzionalista, che tanto poi c’è Padoan  a far sapere che i soldi non ci sono. Il formidabile incremento ammonterebbe  in percentuale sul bilancio dello Stato a uno 0,30 per cento contro lo 0,40 di 15 anni fa.

E intanto mentre il Centro Italia crolla i musei funzionano a orario ridotto per mancanza di personale, i funzionari ministeriali sono anziani, malpagati e demotivati, si sono penalizzate menti e competenze in favore  di manager commerciali esperti in marketing. Tutti tecnocrati probabilmente, a cominciare dagli empi sovrintendenti, dei quali proprio Renzi ebbe a dire:  “Sovrintendente   è una delle parole più brutte di tutto il vocabolario della burocrazia. È una di quelle parole che suonano grigie. Stritola entusiasmo e fantasia fin dalla terza sillaba….”.

Fantasia, sarà stata quella a far morire un uomo al volante della sua auto nel cuore della Brianza perché per tre ore nessuno ha voluto fermare il traffico mentre un cavalcavia si sbriciolava, mentre l’entusiasta Anas e la fantasiosa Provincia di Lecco si scontravano sulle competenze  senza che nessuno fermasse un tir da 108 tonnellate che percorreva il viadotto fatale. Fantasia quella che ha ispirato i lavori antisismici in qualche scuola. Entusiasmo quello che ha animato i sedicenti restauri nelle chiese marchigiane. O quello che muove le paratie del Mose, inceppate perfino dalle cozze, peoci per i veneziani, o che intride d’acqua i padiglioni dell’Expo.

Allora non ci resta che metterci noi a fare i grigi tecnocrati.  Renzi con la consueta faccia di tolla e la proverbiale tempestività ha avuto l’ardire di dire in conferenza stampa domenica mattina:  «Non faremo sconti di nessun genere e chiederemo forte alle popolazioni di aiutarci». E noi rispondiamogli forte, aiutiamoli a andare a casa lui e i suoi ministri, loro che possono.


Affittacamere con svista

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ormai li si riconosce subito, si aggirano  trascinando trolley chiassosi o piegati sotto il peso di imponenti zaini che non depongono a nessun costo, nemmeno sul bus da Termini o sul battello dal Tronchetto, l’aria spersa quando si guardano intorno alzando gli occhi dalla cartina spiegazzata scaricata da Airbnb o dalle sommarie istruzioni dell’affittacamere, approssimative, illusorie, inintelligibili per vaga padronanza linguistica o per ancora più imprecisa e sommaria professionalità. È il popolo dei B&B che si riversa non solo nelle città d’arte, ma anche nei piccoli centri, a Rio Bo, a Piovarolo, smentendo, si direbbe, le indagini delle stampa di travel che si duole perché manca un turismo diffuso, tanto che ormai in viuzze medievali, sulle salite scoscese di paeselli montani, lungo le strade dei pellegrinaggi giubilari e non, è tutto un contendersi viandanti e pellegrini da parte di improvvisati locandieri. In questi giorni molto criminalizzati da autorevoli organi di stampa. A cominciare da Repubblica che in cronaca di Roma denuncia: B&B da incubo. Letti a castello, lenzuola lerce, “pulci e zecche”, evasione della tassa di soggiorno: così si arricchiscono gli abusivi. E per abusivi il quotidiano   intende l’organizzazione capillare messa su da dei bengalesi che hanno completamente invaso la zona intorno alla stazione Termini, l’Esquilino, Monti e il centro, prendendo in affitto un appartamento dando forma a un sommerso opaco, che non rispetta leggi e regole e che evade allegramente le tasse.  Altro che bengalesi, chiunque di noi abiti a Roma, Venezia, Firenze ha imparato suo malgrado a convivere con case vacanze, B&B, meublè, a interloquire con passanti in idiomi sconosciuti, a subire intemperanze a base di fiaschi di Chianti e canti a squarciagola offerte generosamente da giramondo a basso costo che hanno sostituito il ragioniere del terzo piano e la vicina cui si chiedeva il latte in prestito.

Quelli non li vedi più. Perché può darsi che l’allarme del quotidiano romano, la denuncia del Gazzettino di Venezia sulle strutture irregolari che frodano a un tempo il fisco e gli incauti turisti confinati in stamberghe fatiscenti e tuguri innominabili, siano suggeriti dalla lobby dell’accoglienza tradizionale e strutturata, quella degli alberghi ma anche quella delle organizzazioni turistiche vaticane, le pie opere che sovrintendono al turismo religioso da qui alla terrasanta, camera con vista e indulgenza compresa, categorie egualmente preoccupate e penalizzate dalla concorrenza sleale di tavernieri improvvisati. Ed è anche vero che questo è un settore largamente consegnato, spesso in  nome di un  patto generazionale assistenzialistico da genitori e nonni a  figli e nipoti,   così “volontariamente” gli anziani mettono a disposizione di una progenie condannata a forme contemporanee dell’arte di arrangiarsi senza né arte né parte, a una sub economia di sopravvivenza,  la casetta al paese per farci l’agriturismo, l’appartamentino nel centro storico col buffet la cucina di formica, contribuendo all’estensione di quella gamma di mestieri imparaticci, precari,  non riconosciuti, parassitari perché diventano redditizi solo se evadi, sfrutti, offri prestazioni dequalificate.

Sono sempre di più i partecipanti a talent, quiz, ma anche le comparse della collera popolare nei talkshow che alla domanda: che lavoro fai, si vergognano di ammettere la condizione di disoccupato e, se non sono piloti di drone come ha rivendicato un orgoglioso giovanotto tempo fa, rispondono: sono nell’accoglienza, faccio il manager nel comparto turistico, proprio come cervelli in fuga in pizzerie londinesi, forse gli unici desiderabili e tollerati che sfuggiranno al giro di vite, perché è poi quello che qui e altrove i padroni vogliono. Contare su incompetenti e ignoranti, su umiliati e ricattati, su dequalificati e frustrati, su espulsi e mai entrati nel mercato, ugualmente condannati a entrare nelle file dell’esercito della flessibilità, quella che garantisce l’occupazione e non il posto, il profitto e non le garanzie.

È che tutto fa brodo nella conversione delle città in luna park, in supermarket della memoria: turismo di massa e turismo esclusivo, albergoni invidiosi di Dubai e strutture ricettive diffuse, sia pure ridotte a pulciai, grandi navi e pullman multipiani, chiese offerte all’addio al nubilato di sceicchi e palazzi storici concessi al  magnanimo interessamento di immobiliaristi e speculatori perché ne “valorizzino” un efficace riuso commerciale.

La bellezza non ci salverà, ridotta com’è a messaggio pubblicitario dei propagandisti del nostro “petrolio”, oltraggiata e svalutata in modo da diventare merce a buon mercato, retrocessa a emergenza che si può fronteggiare solo grazie al compassionevole intervento di sponsor e investitori privati. E quel turismo che sarà sempre più concentrato in poche mani, quelle delle multinazionali del settore, che sguinzaglia i suoi promoter in giro per acquisire immobili, che esercita una pressione implacabile sul territorio e i beni artistici, altro non è che uno dei brand della cupola che governa l’economia globale, che agisce nelle città per trasformarle in contenitori a tempo, espellendo i cittadini e sostituendoli con consumatori dell’effimero, riducendo gli spazi abitativi, elevando il costo degli affitti e dei servizi, soffocando le attività commerciali e artigiane, inibendo trasporto pubblico e collegamenti con i centri storici, favorendo le attività degli acchiappaturisti illegali, come infame compensazione sociale, anche tramite leggi e la promozione di Grandi Eventi, Grandi Mostre, Grandi Patacche imperdibili.

C’è da pensare che siano davvero cultori del brutto, se “il bello si trasforma in semplici cose .. l’arte in merce e il bosco sacro in legname da bruciare”.

 

 

 


I nuovi mostri e le loro mostre

La Regata avvince turisti e gondoliere

La Regata avvince turisti e gondoliere

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Anche il mio pc sbadiglia per la noia di scrivere sempre le stesse cose a proposito degli stessi fatti e misfatti, dei quali aumenta solo la miserabile prevedibilità, la tracotante pochezza, la becera rozzezza negli intenti e nei modi.

Così mi astengo dal commentare ancora – la piccola infame trastola con la quale si è voluto infliggere,  con una sconsiderata precettazione, l’ennesimo colpo alle garanzie costituzionali e alle prerogative sindacali-  https://ilsimplicissimus2.wordpress.com/2015/09/19/hic-sunt-frescones/.

Un delitto di lesa maestà dei cittadini, commesso in nome di una improvvisata ed estemporanea attenzione dedicata ad un tempo alla nostra credibilità agli occhi del mondo, che verrebbe compromessa dalla chiusura temporanea e annunciata di un monumento, uno dei più “frequentati” dall’immaginario collettivo, ma non certo il più significativo (consiglio tra l’altro una sua copia molto suggestiva in mezzo al deserto tunisino), ed alla rivelata strategicità, al ruolo essenziale attribuiti al nostro patrimonio artistico e culturale, che secondo le attese e la volontà del governo deve essere a disposizione h 24 di turisti in mutande e maglietta, frotte di scolari, comitive eterogenee e già così stremate da dover essere scaricate da pullman multipiano – cristianamente autorizzati a azzardati parcheggi, a ridosso di palazzi, chiese, musei – e tutti parimenti interessati ai loro  selfie.

Non ritorno nemmeno sulle varie cause che danno origine alla nostra perdita di credibilità, semmai ne abbiamo avuto: Pompei che se potesse reclamerebbe la conservazione d’un tempo tramite cenere e lapilli, la Reggia di Caserta il cui parco era chiuso ai visitatori per permettere autorevoli jogging, tetti di palazzi storici adibiti a serra e orticelli, biblioteche smembrate e rapinate per appagare collezionisti dalle amicizie pericolose, progetti faraonici di “valorizzazione”, quando non si destinano investimenti modesti per la manutenzione,  e poi sale, ponti  e chiese off limits per ospitare le sfilate di intimo, convention e cene sociali, siti archeologici recintati durante pomposi simposi matrimoniali, trasvolate di guglie del Duomo per celebrare influenti norcini, l’inazione nel reperimento di fondi e risorse per tutela a conservazione, quando basterebbe un po’ di zelo nel recupero dell’evasione, nell’aumento dei biglietti d’ingresso e nella destinazione “utile” del gioco d’azzardo, ipotesi fatte mille volte e mille volte accantonate nel museo dell’utopia, uno dei meno frequentati anche se l’ingresso è gratuito.

Non voglio soffermarmi ancora una volta sulla funzione messianica più che demiurgica e così spesso implorata dei privati:  sponsor, mecenati, compratori cui ministri e sindaci con il book nella valigetta da piazzisti si rivolgono per illustri e pelose carità in forma di perenni comodati. Proprio come è   avvenuto per il Colosseo, prestato generosamente al celebre ciabattino con elargizione trentennale che ne potrà fare il suo logo sotto la suola, il suo contenitore di eventi, in qualità di patron e  gestore “illuminato” in materia di restauri, attività,merchandising. E  che malgrado ciò è stata recentemente beneficato di 18,5 milioni pubblici stanziati dal Mibac e finalizzati   a “un intervento di tutela e valorizzazione volto al ripristino dell’Arena del Colosseo al fine di consentirne un uso sostenibile per manifestazioni di altissimo livello culturale, permettendo nel contempo ad una “domanda” mondiale di fruire di una nuova esperienza di visita di straordinario valore”, niente a che fare quindi con le remunerazioni dei suoi addetti, molto invece con son e lumière, rappresentazioni circensi, mascherate, come si vergognerebbero di fare perfino al Caesar Palace di Las Vegas.

Invece  mi domando che cosa vogliono fare dell’Italia e della sua bellezza sfiorita, delle sue città disordinate e impoverite, del suo paesaggio ferito, del suo territorio trascurato. Se ad accogliere chi arriva sono periferie degradate (pare che i due termini siano condannati ad andare insieme),  avvisaglie di bidonville e baraccopoli coi tetti di lamiere, tirate su o restituite a nuovi avventizi dopo anni nelle quali erano disabitate, accanto alle nuovi cattedrali, grattacieli le cui pareti di cristallo riflettono arcaiche disuguaglianze e inique attualità,  centri commerciali dotati di nursery e cappelle per messe domenicali, come deve essere per le piazze artificiali della contemporaneità, dove l’incontrarsi, il parlare, il ragionare insieme è sostituito dal desiderare merci, e poi casette tutte uguali che imitano sobborghi del Delaware  che imitano i borghi  di una volta.

Se grandi opere cui chi si oppone rischia condanne esemplari, forano montagne, feriscono boschi, scavano gallerie e abbattono foreste in nome di una velocità futurista e futile, come nella barzelletta di quello che si indebita per comprare la Ferrari in modo da andare in venti minuti da Milano a Pavia, peccato che a Pavia non abbia niente da fare e nessuno che l’aspetti.

Se la città più vulnerabile del mondo, la più speciale viene svuotata dagli abitanti e ridotta a suk, con in vendita merci uguali là come a Dubai e in Texas, con calli a senso unico dove frettolosamente passano stanche carovane di forzati che desiderano solo tornare sui piani alti delle loro grandi navi a guardare dall’alto il brulicare come di vermi su un corpo avviato a marcire in acque sporche e paludose grazie a poderose opere ingegneristiche.

Se i musei che dovrebbero essere per i cittadini di piccoli paesi e grandi città,gli archivi della memoria creativa dei loro luoghi e di chi è stato accolto e li ha amati, devono convertirsi in macchine per fare soldi, grazie a empori di cianfrusaglie, pacchetti offerta per file di visitatori che si pigiano davanti a opere mille volte viste in tv, spot, cartoline, guardate distrattamente mentre si pesta sui tasti dei cellulari, in virtù di grandi mostre promosse da stimati curatori, grandi manager e grandi banditori di grandi aste, raccogliticce e occasionali: da Tutankhamon a Warhol, gioia di avidi curatori, delle multinazionali degli eventi e delle edizioni ad hoc, delle assicurazioni che coprono viaggi perigliosi quanto futili e inopportuni di quadri, statue, reperti in pellegrinaggio a onorare fiaschetterie internazionali, salumerie globali, pizzicherie di regime.

Nell’eterno trailer di quel che sarà, si sono già comprati i segretari di partito, dirigenti politici, premier, si comprano isole, porti, flotte, monumenti, aeroporti. E anche la dignità, le speranze, i sogni, il coraggio, grazie alla moneta più forte dell’euro e del dollaro, la paura,  e con la paura la rinuncia, l’abdicazione,  l’abiura. È quello il mondo che vogliono. Non dite che non l’avevamo detto.

 

 


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