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I giorni dell’ Ira(n)

674272874160Avevo appena finito di scrivere tre post sulla scienza unitaria della xenofobia e del lavoro schiavista che trova la sua espressione contemporanea e neo liberista nel paradigma del determinismo biologico ed ecco che me ne trovo un esempio servita su un piatto d’argento. La strage di palestinesi contemporanea al trasferimento dell’ambasciata Usa a Gerusalemme è un evento tragico e orribile, ma se possibile sono ancora peggiori sotto il profilo morale e civile le imbarazzate e codarde reazioni che vengono dalle colonie europee che invece di deprecare l’accaduto lo esaltano come succede per il Corriere della Sera. Su tutte lasciatemi riferire l’intervento di Alberto Negri, sul Sole 24 Ore che enfatizza una presunta onnipotenza americana come da contratto, ma sottolinea il realismo immorale dell’occidente e specialmente di quella parte imbelle e ormai totalmente priva di profilo che è l’Europa: “Israele può permettersi di ammazzare tutti gli arabi e i palestinesi che vuole perché è riuscita ad accreditarsi come un Paese “europeo” e “normale”.

Dunque se ne deduce che basta essere un Paese europeo e normale per permettersi qualsiasi strage e abuso dando quantomeno un significato vergognoso a quella normalità, Tuttavia i tempi stiano cambiando rapidamente: l’operazione ambasciata a Gerusalemme e il via libera alle stragi indiscriminate di palestinesi in nome della “difesa di Israele”, sono infatti  contemporanei e sinergici all’incredibile e del tutto ingiustificato voltafaccia americano in merito all’accordo  sul nucleare iraniano e sono funzionali al disegno di destabilizzare Teheran. Vista l’impossibilità di provocare l’Iran in Siria, nella speranza di una reazione eccessiva che giustificasse un intervento diretto gli Usa delegano ad Israele il caos  mediorientale e ricominciano con le sanzioni nella speranza di creare impoverimento e dunque di ribaltare il regime iraniano secondo un classico schema pseudo arancionista attuato anche in Venezuela anche se in questo ultimo caso ci si appoggia principalmente ai ceti reazionari interni.

C’è però un macigno su questa strada: le sanzioni rischiano di non fare l’effetto che si vorrebbe visto che in campo è scesa la Cina: già da settimane Pechino si è offerta, in caso di sanzioni, di subentrare alla Total nei suoi progetti per il gas acquisendo la quota del 50,1 per cento che la società francese aveva acquisito per un gigantesco affare dal quale si dovrà ritirare dopo le nuove sanzioni di Washington. Inoltre il 10 maggio è giunto a Teheran il primo carico di 1150 tonnellate di  derrate alimentari lungo la nuova linea che congiunge il continente cinese all’ Iran, un’opera gigantesca che però sta dando i propri frutti già a cominciare dal giorno dell’inaugurazione. E non basta perché proprio in questi giorni sono state fermate dalla Cina carichi di carne di maiale americana (in realtà tutta salute visto che come si alleva in Usa si tratta di carni farmacologiche), mentre agli inizi di maggio sono state bloccati i veicoli Ford. Trump non ha potuto fare altro che calare le braghe e dare via libera alla compagnia cinese delle telecomunicazioni ZTE ( la stessa tra parentesi che gestisce da noi Poste Mobile e sta modernizzando le linee della Tre e di Wind)  che aveva espresso l’intenzione di chiudere le sue sedi americane proprio a causa delle sanzioni daziarie imposte nell’ambito dell’american first. E pure la motivazione data da Trump via Twitter è stata grottesca: la necessità di salvare posti di lavoro in Cina.

Questo significa che gli Usa non possono più fare come gli pare se non in un Europa completamente abulica che accetta di vedersi risucchiare i suoi affari da Pechino per compiacere Washington attenta peraltro a salvare posti di lavoro in Cina.  Perciò le stragi in Palestina non soltanto dovrebbero suscitare indignazione morale, ma anche una forte repulsa perché si inseriscono in un disegno che porta un ulteriore impoverimento e marginalizzazione dell’intero continente. E se sul primo punto non si può sperare nulla da una governance degenerata, almeno sul secondo ci si dovrebbe aspettare una reazione. Se non viene significa che il livello di asservimento è ormai totale.

In realtà gli Usa vivono sul bordo di uno choc di sistema perché il tendone del grande circo finanziario è ormai pieno di strappi, le corde luccicanti della credibilità logore:  anche se all’interno i funamboli corrono sul filo e i pagliacci dell’informazione sono nel pieno del loro numero, qualcosa si sta rompendo: il tempo lavora contro di loro.

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Colonnello Tsipras

18673Si potevano avere dei dubbi sul governo Tsipras, sulla sua capacità di dar corso alle speranze con cui Syriza aveva vinto le elezioni e persino dopo il “tradimento” dell’estate scorsa ci si poteva comunque augurare che il leader di una coalizione fra sinistre facesse qualsiasi cosa per attenuare i diktat di Bruxelles e l’appoggio sostanziale che ad essi veniva dall’altra sponda dell’atlantico dopo i primi giochini di immagine di Obama. Invece la realtà è che Tsipras e il suo governo fanno gli straordinari per obbedire all’Europa e per far si che un parlamento trasformatosi in un drone politico comandato a distanza, approvi qualsiasi massacro, anche per il rotto della cuffia. Proprio ieri con appena  153 voti su 300 è passato un nuovo pacchetto di austerità presentato dal governo che comporta  da una parte decisivi tagli alle pensioni e al contempo un  aumento dei contributi previdenziali: da oggi in poi con vent’anni di contributi si potrà avere una lauta pensione di 384 euro al mese. Dall’altra si è provveduto a un aumento delle tassazioni sia dirette che indirette: aumento dell’Iva dal 23 al 34 per cento, deciso innalzamento delle accise praticamente su tutto e un innalzamento della pressione fiscali sui salari che vanno dagli 800 a ai 2250 euro al mese con un esborso annuale di 176 euro in più a persona. Insomma tagli per più di 3,5 miliardi e aumenti fiscali per 1,8. E ancora non basta perché l’Fmi ha annunciato di volere altri sacrifici per rinnovare i prestiti.

In realtà queste misure, come si sa da anni, affondano il Pil e rendono impossibile restituire il debito, lo sanno tutti dai responsabili da Bruxelles a Berlino per finire al Fondo monetario e al milieu finanziario che del resto sui titoli di Atene ha fatto delle lucrose speculazioni. L’insistenza su questa strada senza uscita non ha ragioni economiche, ma politiche: si tratta di radere al suolo anche le vestigia dello stato sociale e nel contempo di creare una sindrome di impotenza e di rassegnazione, visto che ogni tentativo di liberarsi dalla schiavitù del debito è finora fallito. Va al potere Syriza e da sinistra si trasforma in fiancheggiatrice dei poteri continentali, si sciopera e non si ottiene nulla, si protesta in piazza e si viene gassati e manganellati da una polizia che mai era stata così violenta.

Ora è impossibile che Tsipras sia così ottuso da non comprendere quale sia il punto della questione, quale sia il proprio ruolo  e cosa ci aspetta da lui: ma in un anno da leader di sinistra si è trasformato in un colonnello, di quelli famigerati, tanto più che i massacri sociali vengono compiuti con l’appoggio organico di partito nazionalista. Naturalmente si tratta di un colonnello del XXI secolo che non ha bisogno di arrestare o perseguitare gli oppositori, salvo quando si presentano in piazza, a cui basta l’informazione quasi tutta in mano ai poteri globali, la pressione finanziaria, il ricatto dei deboli, anche se come quelli di un tempo ha comunque bisogno dell’ausilio di oltre atlantico, tramite Nato ed Europa per tenere in ostaggio il Parlamento.

Se fosse in buona fede si sarebbe dimesso da un pezzo, tanto più che in questa situazione sarebbe molto meglio se la gestione dei massacri fosse affidata agli emissari diretti della reazione finanziaria: se non altro si conserverebbe la speranza di poter cambiare prima o poi la situazione. Così invece l’infierire di un uomo della sinistra sui ceti popolari in ossequio all’ideologia liberista induce un senso di rassegnazione e di smarrimento, come se le idee e le speranze in una società più uguale e più giusta fossero solo pie illusioni. Insomma è tutt’altro che una vittima: fa il suo lavoro sull’attenti.

 

 


La ripresa non c’è: meglio stracciare la Costituzione

costituzione-2Le grandi menzogne, al contrario di quelle piccole hanno uno sgradevole difetto: per essere davvero diffuse e credute hanno bisogno che anche propalatori e attori ne siano in qualche modo partecipi, rischiando perciò di fallire. Così accade che il governo Renzi, nato per durare e per portare a compimento la svolta oligarchica destinata a tenere il Paese nel recinto dell’austerità e della catechesi liberista, si trova adesso in pericolo e senta sempre più l’urgenza di mettere a punto la rivoluzione istituzionale per congelare il sistema politico finché si può.

La tempistica  sembrava perfetta sia colà dove si puote in Europa sia ai referenti italiani a cominciare dal Quirinale: la sostituzione di Letta con il baldo giovane ammiccante a Berlusconi, sostenuto dalla finanza, imposto con operazioni alla Blair, avrebbe creato aspettative che si sarebbero poi riversate sulle elezioni europee – come è puntualmente accaduto – e, a dispetto dell’inconsistenza assoluta del guappo e del suo governo, ci avrebbe pensato la ripresa a creare una corrente favorevole, nonostante tutte le difficoltà e i sacrifici imposti: la speranza si è ridotta da lievito politico ad arma di ricatto. Una certa classe dirigente, completamente accecata o servile o semplicemente intenta a riempire la botte finché c’è vino, si era davvero illusa che nelle condizioni in cui siamo ci potesse essere una ripresa, anche soltanto statistica, come quella Usa.

Invece, esattamente come accade dall’inizio della crisi, la ripresa annunciata sia in Italia che altrove non c’è stata e anzi si è trasformata in una tendenza sempre più negativa per quanto riguarda la produzione industriale che ha avuto un calo a marzo dello 0,4% e un tonfo a maggio dell’ 1,1%. Un dato ancor più inquietante visto che è influenzato dai segni + che si sono registrati esclusivamente nei Paesi Ue dove non “si gode” dell’euro. Il meno 1,4 della Germania che è nel terzo mese consecutivo di discesa, il -1,3% della Francia, il -0,9% della Spagna sono ancora niente se confrontati al -1,8% dell’Italia,  al – 3,6% del Portogallo, al -2,1% della Danimarca,, al meno 3,2% della Svezia. Francia, Olanda e Finlandia, dunque anche due Paesi forti realizzano un calo su base annuale rispettivamente del 4,2%, 1,9%, 2,9%. (Per la cronaca i Paesi senza euro, ad eccezione della sola Polonia, hanno registrato crescite medie del 10%)

In queste condizioni, peraltro prevedibili, anzi ormai codificate, non si può nemmeno fingere l’esistenza di una ripresa e tuttavia occorrerà sostanzialmente obbedire ai trattati, proseguire ciecamente sulla strada dell’austerità i cui eventuali correttivi non sono che bazzecole. E se Juncker per evitare una bocciatura può cavarsela con un discorsino senza capo né coda, costruito con il copia incolla delle buone intenzioni già espresse dalla vecchia Commissione, tanto per dare un miserabile e pretestuoso alibi ai socialdemocratici per votarlo, non così sarà per Renzi e per gli altri governatori della troika che si troveranno ad affrontare una nuova  caduta dell’economia reale, dopo aver già fatto il pieno delle trovate illusionistiche e che dovranno vedersela con l’inizio del salasso imposto dal fiscal compact.

C’è insomma il pericolo (si fa per dire) che il premier da carta vincente si trasformi rapidamente in carta da cambiare come d’altronde è accaduto a Monti e a Letta, a meno che appunto non si realizzi quanto prima una blindatura del sistema politico che renda di fatto impossibile un cambiamento: se la posta è questa non c’è da meravigliarsi che si sia disposti a qualunque accordo sopra e sotto banco per assicurarsi la maggioranza necessaria., anche se questo significa un patto di ferro con il condannato che svende il ramo d’azienda chiamato Forza Italia pur di tenersi il resto e di acquisire un salvacondotto personale. La fretta di Renzi non è certo dettata dalla prospettiva di barattare le riforme elettorali e istituzionali con la mitica flessibilità come viene ripetuto fino alla noia dal maistream mediatico, perché anzi è proprio lui il garante della rigidità liberista: è dovuta invece alla fretta di restare necessario per le operazioni finanziario – europee, superando con la devastazione della Costituzione e della democrazia parlamentare nella sua sostanza, le difficoltà poste dalla mancanza della luce in fondo al tunnel e dalla possibile scoperta da parte dei cittadini di essere stati presi per il naso da un’ignobile classe dirigente.

Insomma Renzi sta cercando la strada per evitare quella precarietà che è invece il senso del suo job act. Ed è qui il significato vero dei mille giorni: per due anni sarà forse possibile far fronte al fiscal compact vendendo tutto il possibile e privatizzando ciò che resta del pubblico, ma dopo si apre un buco nero. Occorre arrivare sull’orlo del disastro con leggi elettorali e istituzioni che di fatto escludono i cittadini da ogni decisione e intervento per far continuare il gioco al massacro.Mica si è figli di troika per nulla.

 


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