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Venezuela, il reality del grande fratello

Accendete la televisione e molto probabilmente cascherete su una fiction,  su un qualche notiziario o su qualche reality pensando che siano qualcosa di completamente diverso, invece si tratta  di un unico genere trattato però con stili diversi: le serie o gli sceneggiati sono dichiaratamente narrativi e ambiscono ad essere riproduzioni analogiche e  metaforiche della realtà, i notiziari vorrebbero restituire la realtà così com’è e i reality sono un semplice gioco di simulazione. Tutti insieme però collaborano all’irrealtà sia che lo dichiarino, sia che lo nascondano: anni fa fu coniato il termine infotainment, il giusto correlato oggettivo della politica spettacolo, ma era già troppo tardi per cogliere appieno l’effetto matrice che l’insieme dalla comunicazione andava creando man mano che essa si concentrava in poche mani. Negli ultimi dieci anni questo sistema si è  rodato sull’Ucraina e sulla Siria non limitandosi a produrre qualche menzogna, ma creando un intero quadro di riferimento completamente artefatto, così che anche quando da queste scatole nere ( nel senso che avrebbero in fisica) riescono a far baluginare segnali di realtà prodotti grazie al fatto che esistono pur sempre gli avversari, essi non vengono creduti  e non ottengono l’attenzione che dovrebbero: rimangono come gatti di Schrödinger, veri e falsi, contemporaneamente, in una indeterminazione etico – politica che smorza ogni reazione.

Il Venezuela è il capolavoro di tutto questo e recentemente.Mark Cook un giornalista che sta seguendo da tre anni la vicenda del Paese sud americano ne ha fa fatto un lungo racconto che sarebbe anche divertente se non fosse al tempo stesso un bozzetto della vergogna. Si comincia dal 2016: “Ero seduto nel mio appartamento a Caracas, leggendo l’edizione online di Time Magazine (19 maggio 2016)  ) il quale  riportava che ” in Venezuela non esiste nemmeno qualcosa di così basilare come l’aspirina “. Sono andato alla farmacia più vicina, a quattro isolati di distanza, e ho trovato  abbondante aspirina, paracetamolo  e ibuprofene  con un team di professionisti esperti per invidiare qualsiasi farmacia degli Stati Uniti. Pochi giorni dopo l’articolo di Time, la Cnbc (catena internazionale di tv a tema economico ndr) lo riecheggiava sostenendo che prodotti di base come il paracetamolo non erano disponibili, cosa piuttosto strana visto che questo farmaco viene prodotto direttamente dalla succursale venezuelana della Pfizer. Ho comprato i tre prodotti, più sciroppo per la tosse e altri farmaci da banco perché dubitavo che qualcuno mi avrebbe creduto negli Stati Uniti se non avessi potuto mostrare questi farmaci nella loro confezione originale.  In effetti, avrei dubitato di me stesso se qualcuno mi avesse detto questo senza darmi una prova concreta, data l’intensità della menzogna.

Quando ho menzionato tutto questo in un dibattito all’Università del Vermont, uno studente mi ha detto che aveva avuto la stessa sensazione quando partecipava al campionato di calcio Panamericano. Si chiedeva se i giocatori venezuelani sarebbero stati in grado di giocare  indeboliti dalla mancanza di cibo. Però, ha detto, la squadra venezuelana ha giocato in modo superbo e ha raggiunto livelli di competizione più alti del previsto, anche contro squadre titolate come Brasile e Colombia.”

man Maduro

Enorme manifestazione in appoggio a Maduro praticamente ignorata dalla stampa occidentale

In effetti tutte queste notizie hanno un solo scopo che va oltre lo stesso Maduro e che si  è incarnato in reportage della Cnn del 2 gennaio scorso in cui esplicitamente  veniva evocata “l’utopia socialista che oggi svuota praticamente tutti gli stomaci”. E’ una tesi  che ricalca pedissequamente la propaganda della guerra fredda, segno che il capitalismo non ha altro da offrire che pance piene di cibo spazzatura, per poi svuotarle una volta che i fumi e i veleni della digestione abbiano intorpidito le persone (il people come dicono i piddini) come vediamo bene nel nostro stesso declino. Così non ci si può nemmeno stupire della differenza tra le manifestazioni del bolivarismo che raccolgono centinaia di migliaia di persone, anche un milione, e quelle dell’opposizione che fanno numeri 15 volte inferiori, nonostante le generose dazioni, anche se poi le foto vengono opportunamente scambiate o “adeguate” già in ripresa nella narrazione occidentale. Ma del resto non potrebbe che essere così, anche se per caso i report dal Venezuela fossero veri: viene infatti nascosto che la maggior parte dell’opposizione non sta con Guaidò come ha pubblicamente detto, Henrique Capriles Radonski, governatore dello stato di Miranda, legato a doppio filo con Israele e uno dei competitori più in vista di Maduro tanto da essere stato il suo principale avversario nelle elezioni del 2012.

La cosa è meno leggera di quanto non si pensi: una grande manifestazione antigovernativa avrebbe potuto rendere possibile un colpo di stato, una manovra che gli Usa hanno utilizzato spesso – in Iran nel 1953, in Guatemala nel 1954, in Brasile nel 1964 e in molti altri casi fino a l’Honduras nel 2009 e l’Ucraina nel 2013. Ma l’affluenza alla “grande mobilitazione” annunciata dall’amministrazione Trump è stata deludente e il colpo di stato non è riuscito, Guaidò è ormai un morto che cammina ( vedi qui)  . Il risultato è che Trump ha improvvisamente espresso un vivo interesse nel consegnare medicine e cibo ai venezuelani, lo stesso uomo che ha nascosto la morte di 2500 persone a Porto Rico per mancanza di aiuti dopo un uragano e mette in gabbia i bambini  al confine con il Messico, da un’ora all’altra si è trasformato in un campione di aiuti umanitari: davvero irreale, grottesco, ma i media fingono di prenderlo sul serio. Anzi la maggior parte ​​ha oscurato informazioni provenienti dalla Croce Rossa e dall’ONU – che stanno già fornendo aiuti umanitari al Venezuela con l’approvazione del suo governo – rifiutando di amministrare aiuti statunitensi ritenuti uno stratagemma politico – militare come dimostrato anche dalla cattura di un aereo americano  pieno zeppo di armi invece che di aiuti.

Ignobili, ma divertenti anche le fole sugli ospedali che tendono a criminalizzare l’unico governo che abbia tentato di estendere la sanità anche ai ceti più poveri. Quando il New York Times ha prodotto alcuni articoli  sostenendo che le condizioni negli ospedali venezuelani erano orribili ha suscitato la rabbia dei colombiani a New York, i quali hanno notato che un paziente può morire alla porta di un ospedale pubblico in Colombia se non si  ha una onerosa assicurazione privata, raggiungibile solo da pochi, mentre in Venezuela, i pazienti sono trattati gratuitamente. Tali condizioni in Colombia come in altri regimi neo-liberali, non sono ovviamente menzionati dai media statunitensi pappa e ciccia con il regime colombiano di destra che direttamente o attraverso 800 aziende legate agli Usa ha governato con gli squadroni della morte. E del resto basterebbe solo riferirsi al fatto che i governi bolivariani del Venezuela hanno creato 12 nuovi grandi ospedali e ne hanno ristrutturati e ammodernati oltre cento: tutte cose che vengono in un certo senso censurate per cui poi non si capisce come mai la maggioranza dei venezuelani stia con Maduro, nonostante una informazione interna all’80 per cento in mano ai magnati dell’opposizione.

Ma sono considerazioni assurde perché tutto questo è solo un reality da grande fratello, la sordida finzione di un sordido potere.

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Facciamoci un gilet

366062825--1-Questo sarà un lungo post, una corsa panoramica e senza anguste misure sui gilet jaunes, sullo spirito che hanno incarnato prendendone via via consapevolezza, sulla risposta unicamente repressiva dello stato neo liberista che così svela menzogne, illusioni e limiti oggettivi di chi ha creduto nella fine della storia. E infine sulla possibilità che questa jacquerie divenuta in poco tempo onda di profondo cambiamento, costituisca l’inizio e l’innesco di una svolta storica.

Ogni sabato, per quindici  settimane, sono scesi nelle strade delle città idi tutta la Francia a decine di migliaia, hanno organizzato assemblee, allagato i social media e la stampa, nonostante gli instancabili sforzi di reprimere, calunniare e sminuire il movimento  dato fin da novembre sull’orlo del collasso: ma i manifestanti in giallo sono ancora lì, segno che rappresentano molto di più di quelle richieste “piccolo borghesi”  in cui li ha incasellati spregiativamente l’informazione di regime. Oggi persino i lacché di penna e microfono del potere macroniano sono costretti a riconoscere che il movimento dei gilets jaunes  si è rivelato molto più complesso  e sorprendente di quanto non fosse apparso all’inizio, almeno ai loro occhi velati. Essi sono riusciti a evidenziare i pericoli dell’utopia neoliberista di Macron e delle oligarchie europee senza basarsi né sul nazionalismo, né sull’allarme migratorio di carattere xenofobo, ma portando avanti una nuova visione della  democrazia e della solidarietà che ha ben poco a che vedere con i tentativi di imitazione o di associazione ideale.

Il minimo che possiamo dire è che i gilet hanno fin da subito suscitato la rabbia isterica di Emmanuel Macron e dal suo governo. Ci sono state ovviamente delle concessioni formali: a dicembre, di fronte alle dimensioni del movimento, il governo è stato costretto a rinunciare al suo aumento programmato della tassa sui carburanti e anzi ha annunciato una serie di misure destinate a calmare la tempesta. Rispetto a ciò che i numerosi movimenti sociali degli ultimi dieci anni di storia francese sono riusciti ad ottenere  – cioè niente – si sarebbe potuto pensare che essi si accontentassero di questa vittoria. Ma i manifestanti non hanno impiegato molto a rendersi conto che le misure annunciate dal governo (aumento del salario minimo di 100 euro al mese, anche se a carico dei contribuenti e non dei datori di lavoro, esenzione fiscale per gli straordinari, un bonus di fine anno per i dipendenti, l’annullamento della tassa CSG per i pensionati con meno di 2.000 euro al mese) era solo fumo negli occhi, perché queste “briciole” erano ben lontane dalle richieste del movimento per la giustizia sociale e fiscale, la redistribuzione della ricchezza e una democrazia più diretta.

E’ forse proprio per questo che il gilet gialli sono stati oggetto di una violenza che non si vedeva in Francia almeno dal 1968. Da novembre circa 80.000 poliziotti, gendarmi, membri di  membri di unità speciali dell’esercito, uomini dei servizi con i loro servizi, si sono mobilitati per “tenere sotto controllo” le manifestazioni in tutto il Paese. Nel corso delle proteste sono state lanciate decine di migliaia di granate lacrimogene e pallottole di gomma contro i manifestanti spesso in contesti illegali. Le cifre del ministero dell’Interno, quindi di una parte che ha tutto l’interesse a minimizzare parlano da sole: finora almeno dieci persone sono morte (una è stata uccisa direttamente dalle “forze dell’ordine”), 2.100 sono state ferite, 8.700 quelle arrestate con 1.796 condanne. La violenza della polizia ha colpito tutti, anche, i medici di strada, i giornalisti, i fotografi e gli studenti delle scuole superiori, vecchi, donne, bambini e persino disabili. Nonostante tutto questo Macron e i suoi compari sembrano lontani dal mettere in discussione le politiche sociali ed economiche che hanno alimentato questa rabbia popolare, il governo ha puntato il resto del suo già scarso capitale di credibilità tentando di screditare il movimento, disumanizzando i suoi partecipanti e demonizzandone le azioni: il ministro degli Interni Christophe Castaner e i membri del partito di Macron parlano costantemente di “teppisti”, presentando i manifestanti come una folla odiosa, xenofoba e fascista. Il duro rifiuto di Castaner di riconoscere la violenza della polizia è sorprendente. Il mese scorso, mentre invitava i francesi a non manifestare, ha minacciato: “coloro che dimostrano sappiano che sono complici dell’ hooliganismo”.

Certo dev’essere un cretino coi fiocchi o uno che crede che lo siano gli altri, ma di fatto questo eccesso di violenza cieca alla fine è diventato esso stesso un argomento di discussione  nella vita pubblica francese. Dopo due mesi di triste silenzio sulla repressione della polizia contro i manifestanti, i media – che fino a quel momento erano interessati solo alla violenza perpetrata dai “teppisti” – sono stati costretti a svegliarsi. Sembra ormai passato molto tempo dall’affaire  Benalla, quando l’opinione  pubblica e i media sembravano agitati non tanto dal fatto che la guardia del corpo di Macron, forte del suo ruolo di favorito,  picchiasse i manifestanti e scatenasse la sua furia contro un uomo a terra , ma per il fatto che non fosse un poliziotto. Per la prima volta, su radio e TV, si cominciano a sentire intellettuali che si rifiutano di condannare i manifestanti e cercano di spiegare la rivolta  in termini di violenza sociale ed economica che la politica pubblica ha imposto alla popolazione. Per la prima volta, il governo non riesce a strumentalizzare la violenza per screditare il movimento: piuttosto, la sua stessa violenza sta aiutando ad amplificare il messaggio dei manifestanti.  D’altra parte a questo cambiamento di atmosfera hanno contribuito le mobilitazioni dei gilets contro la repressione della polizia e a sostegno delle vittime: centinaia di testimonianze, foto e video di gilet jaune feriti sono circolate sui social media anche quando i media erano interessati solo a mostrare violenza “hooligan”. A dicembre, un video che mostrava oltre cento liceali nel sobborgo parigino di Mantes-la-Jolie in ginocchio, le mani in testa, circondati dalla polizia in tenuta antisommossa, è diventato virale e la posa che questi adolescenti sono stati costretti ad adottare è stata ripresa dai manifestanti , che lo hanno reso uno dei simboli  delle loro  proteste. Le donne coinvolte nel movimento sono state particolarmente attive nella marcia parigina per denunciare la violenza della polizia e hanno voluto che alla testa della manifestazione ci fossero i feriti nelle prime settimane di protesta. Rompere il silenzio ha significato anche sollevare il velo su una violenza che è stata perpetrata per decenni contro i movimenti di opposizione e specialmente le popolazioni dei quartieri poveri, della classe lavoratrice e delle minoranze etniche della Francia. Si apre così la strada a una convergenza con le lotte degli irregolari o dei circoli sociali urbani.

In effetti, tutto questo fa parte del quadro più ampio dello slittamento autoritario che ha raggiunto il suo massimo sotto il governo di Macron. Questo autoritarismo si rivolge prima di tutto contro chiunque combatta i poteri in essere.  Chi abbia partecipato alle manifestazioni lo sa: non si può più dimostrare in Francia senza rischiare di andare all’ospedale o peggio. La polizia ha persino iniziato a confiscare sistematicamente maschere, occhiali e sieri indispensabili per i manifestanti di fronte a raffiche di gas lacrimogeni. La libertà di manifestare è a sua volta sempre più minacciata, dal momento che lo stato di emergenza è stato introdotto sulla scia degli attacchi terroristici le cui cause e dinamiche affondano nello stesso potere che si è dedicato dall’organizzazione dell’esercito terrorista  contro la Siria. A questo si aggiunge la repressione attraverso i tribunali. Persino molti giuristi hanno espresso le loro crescenti preoccupazioni su questo stato di cose. E a ragione: perché il numero di gilet che Jaunes arrestati ai margini delle manifestazioni per motivi “preventivi”, così come il numero di manifestanti condannati al carcere – a volte solo per i messaggi di Facebook – è davvero sorprendente. Per non parlare delle intimidazioni giudiziarie nei confronti di coloro che vengono considerati come uomini simbolo del movimento in maniera così grossolana e grottesca da fomentare l’indignazione: uno di loro, Julien Coupat è stato detenuto per quasi quarantotto ore perché aveva un giubbotto giallo nella sua auto cosa peraltro obbligatoria per legge.

Da questo punto di vista il macronismo  sta prendendo una china inquietante anche perché in qualche modo incoraggiato dall’oligarchia europea che vede messa in questione la sua stessa esistenza e i propri strumenti di potere tra cui l’euro e le regole di bilancio che ne derivano. Ad ogni modo con il disegno di legge sulle “false notizie” che limita la libertà di stampa, la legge sull’asilo e l’immigrazione che impone regole più severe sui più vulnerabili, nuove regolamentazioni per rendere  segreta o quasi la vita interna delle aziende e la trasformazione dello stato di emergenza in legge ordinaria, di fatto si marcia vero un regime autoritario. E dire che Macron era stato eletto per evitare la Le Pen. Ma il fatto centrale, che spesso sfugge, è che questa non è l’eccezione, ma la regola, perché il capitalismo nella fase neo liberista cerca di imporre una direzione che la società deve seguire, vale a dire, il dominio del mercato globale considerato come la fine della storia e il migliore de mondi possibili. Lo stesso inquilino dell’ Eliseo lo aveva detto nella sua campagna elettorale sostenendo che la Francia stava soffrendo perché non era riuscita ad adattarsi alla “modernità” dell’ordine economico globalizzato, più specificamente a causa del suo sistema politico e delle istituzioni antiquate e ossificate.Eppure oggi in Francia come altrove nel mondo le contraddizioni all’interno del neoliberismo – e in particolare la crescente concentrazione di ricchezza e la distruzione dell’ambiente – stanno alimentando una sofferenza popolare e una rabbia espressa nel rifiuto di queste politiche. La risposta violenta e repressiva rimane l’unica possibile per le governance neo liberiste sia all’interno che all’esterno. 

Proprio per questo la mobilitazione ha continuato ad aggregare nuovi elementi, dalle scuole superiori agli studenti universitari e ai movimenti sociali nelle periferie delle grandi città. Mentre all’inizio i rapporti tra i gilets e le organizzazioni sindacali erano difficili, i membri del sindacato presto hanno cominciato ad apparire durante le proteste e molti sindacati hanno portato solidarietà, spesso grazie all’iniziativa e alla pressione delle strutture di base o territoriali. Il 2 febbraio scorso primo “sciopero generale” combinato con una dimostrazione che univa i sindacati , la CGT, Solidaires e alcuni rami di Force ouvrière con le jaune gilet . È stato un successo straordinario, con oltre 300.000 partecipanti. Il prossimo sciopero generale nazionale che unisce i gilets jaunes e il gilets rouges  è stato convocato per il 19 marzo. Questo nonostante dentro al movimento ci sia ancora un po’ di tutto, grazie anche alle infiltrazioni che peraltro erano state già annunciate da alti gradi delle forze armate e ai media che presentano come capi del movimento personaggi che sono assolutamente marginali o addirittura in polemica con esso. Il fatto sostanziale è che questo sommovimento sta ridefinendo gli obiettivi collettivi dal basso e si oppone radicalmente all’insistenza autoritario-neoliberista secondo cui la sovranità popolare dovrebbe essere delegata ai leader e agli “esperti”.

Oggi siamo di fronte al fallimento politico del progetto europeo e alle correnti politiche dominanti in tutto il mondo occidentale, esse stesse per lo più campioni dell’utopia neoliberale. In contrasto con questi ultimi, il movimento dei gilets jaunes sembra essere uno dei pochi movimenti popolari a non essere costruito attorno ai fattori di pancia ed è dunque una possibilità storica di svolta di cambiamento. 


Brasile e Venezuela due pesi e due misure

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Manifestante pro Maduro dato alle fiamme dagli arancioni venezuelani 

In questi giorni assistiamo a due situazioni parallele ossia quella del Venezuela e del Brasile che tuttavia vengono trattate dai media occidentali in maniera diametralmente opposta: entrambi hanno governi e presidenti democraticamente eletti, entrambi si trovano ad affrontare violente manifestazioni di piazza eppure in Venezuela si parla di repressione dittatoriale, senza alcuna vergogna di forzare la mano anche attraverso l’utilizzo di fonti sospette non dichiarate tal e addirittuta fotomontaggi, mentre in Brasile sono i manifestanti ad essere accusati di una violenza che va assolutamente repressa e che infatti è stata repressa con una strage di 10 manifestanti che tuttavia non scuotono affatto i cuoricini redazionali. Ora, prima ancora di inoltrarsi nel territorio del merito mi chiedo se nelle menti dei lettori di giornali o ascoltatori di Tv si affacci una qualche timida domanda su questa assurda differenza o affiori nonostante la prolungata lotofagia  una qualche pallida consapevolezza di essere presi in giro da un’ informazione ridottasi a propaganda della peggiore specie.

Entrando parzialmente nel merito la differenza strumentale di narrazione diventa ancora più netta, per non dire clamorosa, visto che in Venezuela è la minoranza benestante della popolazione, appoggiata dai media e dai fondi dell’internazionale arancionista a suscitare una protesta amplificata e a praticare una violenza spesso e volentieri attribuita all’altra parte. Certo il presidente Maduro ha commesso degli errori, ovvio che quando si scatena il conflitto tutti hanno vittime da recriminare, nondimeno si tratta di un Paese nel quale il presidente è stato liberamente e regolarmente eletto così come il parlamento che tra l’altro ha una maggioranza all’opposizione. In Brasile al contrario si è eliminato il presidente Rousseff per via giudiziaria, ma il nuovo capo dello stato, Temer incoronato grazie alle pressioni che giungono da Washington, al lavoro sul campo dei suoi uomini e delle sue ong, alle organizzazioni della finanza globale e ai centri di informazione ad esse legata, è finito in pieno nel medesimo scandalo,  in maniera assai più grave e diretta assieme a una cinquantina di deputati e sette ministri. Dunque è naturale che oggi la destituzione di Dilma Rousseff appaia come un vero e proprio colpo di stato e che la popolazione sia sul piede di guerra soprattutto quando allo scandalo si salda la protesta contro i provvedimenti liberal reazionari di Temer che hanno visto 30 milioni di brasiliani scendere in piazza.

Ora il punto è questo: le manifestazioni violente se non la vera e propria rivolta sono o non sono armi lecite per rovesciare regimi e governi legittimamente eletti? E’ ovvio che la risposta, nell’abito del formalismo rappresentativo, deve essere univoca – si oppure no – e non può cambiare a seconda degli ordini di scuderia dell’impero, delle sue convenienze o della sua risaputa geopolitica. Certo ci avviamo verso tempi nei quali il venir meno della rappresentanza vera e propria da parte di un sistema politico subalterno e ridotto a puro ruolo di facciata, priva i cittadini della loro voce e li trasforma in mere comparse elettorali, quasi sempre gestibili con la paura, la menzogna, il disorientamento o la repressione sul campo e quella di ambito giudiziario: gli interrogativi si fanno dunque più complessi e le prospettive più buie, ma in ogni caso le risposte non possono evitare di rifarsi a criteri universali e non scelti di volta in volta a seconda di come gira. Non si può considerare una lesione della libertà e un segno di dittatura il fermo di qualche ora di un cialtrone a pagamento sceso in piazza a Mosca senza autorizzazione e invece assolutamente legittime e democratiche le manganallete, gli arresti e i processi per fattispecie assurde come il terrorismo contro i no Tav in Italia.

Ho fatto questo esempio perché, come dire, è alla portata di tutte le tasche, evidente persino ai più distratti, quasi accecante nella sua semplicità. Eppure sembra che nessuno se ne accorga e non per un deficit di intelligenza, ma per un deficit sociale: l’isolamento come individui ci rende facile preda di umori e pregiudizi, incapaci di ricollegare gli eventi in una realtà  coerente e dunque ci fa inermi di fronte alle più evidenti manipolazioni e deformazioni, ci lascia senza bussola e senza difese, cosi da poter assentire a tutto e al contrario di tutto. E alla fine dover sopportare proprio tutto.


Su Venezuela e Russia la dittatura dei servi sciocchi

111901578-0156231a-1f82-4b35-8d5a-e20cdd9958b0Una cosa è certa, il regime venezuelano è intollerabile: tutto sta a vedere per chi. Forse per le opposizioni che esistono, che hanno vinto le elezioni ma che portano la gente in piazza a protestare per la libertà di espressione davanti a decine di televisioni di tutto il mondo oltre a bruciare la metropolitana, a spargere merda per le strade e sparare dalle finestre secondo un copione di ambigua insurrezione armata, già scritto a Kiev? Inutile dire cosa accadrebbe da noi che ci preoccupiamo dei black bloc. O è intollerabile per le tradizionali baronie e i loro referenti del Nord giustamente indignate perché il 60% del bilancio dello stato va alla spesa sociale compreso un programma di sanità gratuita che finora ha prodotto quasi un milione e mezzo di visite mediche? Di certo è una vergogna che tanti soldi vengano buttati nel tentativo di migliorare le condizioni delle persone, bisognerebbe prendere esempio dalla “democratica” Repubblica dominicana dove 300 neonati sono morti  tra gennaio e marzo a causa delle infezioni contratte in ospedali privati delle risorse necessarie. Ma davvero vogliamo turbare le vacanze delle mandrie umane che mettono al sole il loro conformismo esistenziale in quel di Punta Cana? Fatto sta che questa strage degli innocenti continua tranquillamente senza che nessuno ne parli, nemmeno quelle ong che vi chiedono soldi per “salvare” children dove e come pare a loro, che non presentano bilanci e il cui scopo umanitario è talmente di facciata o strumentale che si precipitano a partecipare a manovre militari.

Naturalmente si può essere in disaccordo con Maduro, ma trovo un po’ difficile che in una dittatura ci sia un’opposizione che detiene la maggioranza in Parlamento e che scende in piazza con metodi violenti per denunciare ogni giorno a tutto il mondo la mancanza di parola. Per la verità questa è assenza di parola: non possono davvero parlare altrimenti dovrebbero dire quali sono le loro idee, i loro scopi, i loro mandanti: quindi si limitano a quegli slogan che tanto piacciono all’informazione occidentale che può sbatterli in pagina senza darsi pena di spiegare la situazione, cosa che sarebbe del resto molto imbarazzante.

E’ la stessa distorsione cognitiva per cui tutta l’informazione occidentale è andata in fibrillazione per il fermo di qualche ora a Mosca di un attivista gay,  l’italiano Yuri Guaiana, mentre andava a consegnare alla procura generale una petizione contro il trattamento dei gay in Cecenia. Tale petizione sarebbe stata organizzata da un ennesima ong, All Out, di cui si sa pochissimo tranne che è finanziata per propria stessa ammissione dalla Open Society di Soros e da fondazioni Lgbt tutte rigorosamente Usa tranne una svedese almeno formalmente, all’interno di un rapporto sfuggente che non viene esplicitato, né chiarito. Nel sito di questa organizzazione si rende debito conto delle campagne svolte e vediamo che esse riguardano solo Cina, Russia, Uganda, ma nemmeno per idea le aree dove l’omosessualità comporta il carcere o la morte. Forse perché tali Paesi sono alleati e amici degli amici dei finanziatori?

Tutte domande a cui possono più facilmente rispondere alcune significative foto dell’attivista (qui e qui). Qualche ora nelle stanze della polizia e il salto del pasto hanno Gay_rightsrischiato di sollevare una nuova campagna anti russa mentre è il totale silenzio su Arabia Saudita, Emirati, Qatar e in generale su tutte le aree del mondo, descritte dall’immagine a sinistra, dove gli omosessuali non soltanto sono discriminati, ma vengono considerati reati viventi, tra le quali figura anche l’India e la Repubblica di Guyana che confina con il Venezuela e il suo sanguinario dittatore. Capisco che Guaiana non tocchi la Guyana, che gli attivisti non entrino in certi Paesi, ma qualche parolina potrebbe essere spesa, qualche parlamentare potrebbe trovare il coraggio di dire qualcosa che non sia sempre e soltanto a senso unico. Insomma il tutto rientra nel magico mondo della geopolitica dove tutto assume un aspetto ambiguo, dove non si sa dove finisca la vera protesta e cominci invece la strumentalizzazione. Sì perché casualmente le discriminazioni dei gay in Cecenia derivano essenzialmente dall’importazione, favorita per non dire organizzata dall’occidente, tramite le solite ong, del wahabismo di stampo saudita, al fine di creare caos nell’area caucasica.  Sarebbe davvero il caso di cominciare a discriminare il genere più numeroso e inquietante: i servi sciocchi.


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