Parrebbe incredibile, eppure il problema di Dio entra come una backdoor nel mondo prometeico dell’intelligenza artificiale dove si scontrano  illusioni, fraintendimenti, bolle economiche, debiti stellari, allarmi, millenarismi d’accatto. E c’è anche questo: per 40 anni i guru della Silicon Valley hanno considerato la religione come  qualcosa che l’umanità avrebbe prima o poi superato. Nella loro cultura, rozza, ingenua e mercatista insieme si credeva che bastasse dare alla gente abbastanza progresso tecnologico perché si lasciasse alle spalle credenze e fedi. Ma per motivi imperscrutabili o forse nel tentativo di rendere i moduli di IA, più facilmente smerciabili a prezzi molto superiori agli analoghi cinesi, ora il registro è cambiato e  le aziende di intelligenza artificiale si rivolgono ai teologi.

Improvvisamente la religione torna ad avere importanza e non solo vogliono insegnare la virtù alle loro macchine, ma vogliono anche la benedizione dei leader religiosi. Stanno discutendo se il loro software abbia coscienza e uno status morale come gli esseri umani perché a quanto pare, coloro che stanno costruendo il futuro hanno scoperto che i loro libri di testo scientifici non possono dire loro per chi o per cosa quel futuro dovrebbe essere, ovvero per gli esseri umani o per le macchine. L’intersezione tra teologia e tecnologia ha subito un’accelerazione nell’ultimo anno. Il 19 maggio scorso, Anthropic ha annunciato di aver avviato un dialogo con studiosi, ecclesiastici, filosofi ed esperti di etica provenienti da oltre quindici gruppi religiosi. L’azienda desidera che questi colloqui influenzino la formazione e il comportamento di Claudeil suo principale modulo di intelligenza artificiale. Il 30 settembre, un articolo di Elizabeth Dias del New York Times ha descritto gli ampi incontri del cofondatore di Anthropic, Christopher Olah, con pensatori religiosi, tra cui il cardinale Blase Cupich. Le discussioni sono andate oltre la semplice creazione di un chatbot religiosamente educato, toccando temi come la coscienza, lo status morale e il tipo di entità che queste aziende credono di star creando. Nella realizzazione di Claude si discute dell’incertezza circa la possibile coscienza e lo status morale del modello, nonché della preoccupazione per la sua sicurezza e il suo benessere psicologico.

Pochi giorni fa, il 3 ottobre, Sam Altman, ex capo di Open AI – altro sionista (basta prendere il suo intervento al forum di Davos del 2024 per capirlo) che nemmeno è riuscito a prendersi uno straccio di laurea, ma che si è subito ritrovato a gestire una montagna di soldi nonostante i ripetuti fallimenti delle aziende che ha fondato – ha detto “di non gradire l’idea che le persone attribuiscano una forza religiosa all’intelligenza artificiale o che le affidino il giudizio umano”. Ha definito questo un “vero problema di sicurezza”. E dunque ci troviamo di fronte ad un fatto del tutto inaspettato, ovvero alla teologizzazione dell’intelligenza artificiale. Di fronte agli immensi debiti  contratti dalle aziende del settore per realizzare prodotti vendibili, ecco che anche il mercato, probabilmente non tanto marginale, di persone con orientamento religioso di vario tipo, ecco che si cerca in qualche modo di aggiudicarsi questa fetta di utilizzatori. Magari l’IA cinese non è così corriva con i temi religiosi e allora perché non far scorrere un po’ d’acqua benedetta dentro i laici listati? Ciò che si aspetta è in realtà un miracolo.