Annunci

Archivi tag: libertà di espressione

Stampa e potere: tutto disperatamente normale

querele-temerarieOggi voglio parlare un po’ di me o meglio del giornalismo, della comunicazione, della realtà italiana. Prendo spunto da una notizia presa dal Manifesto secondo la quale  tre giornalisti del Fatto, della Stampa e di Repubblica sono stati fermati a Bolzano dalla Guardia di Finanza e tenuti in caserma tre ore per rispondere a domande sui loro articoli, riguardanti l’indagine della procura di Genova sui famosi 48 milioni della Lega alcuni dei quali potrebbero essere transitati sulla Sparkasse di Bolzano. E naturalmente siccome il capo del partito, ovvero Salvini, è oggi anche ministro del’Interno. la cosa suona come intimidazione da parte delle forze dell’ordine e della magistratura provocando un indignato comunicato della Federazione nazionale della stampa, anche se non è affatto escluso che si tratti di una semplice raccolta di informazioni.

Certo tutto è terribilmente ambiguo, ma nonostante questo si tratta comunque di una strumentalizzazione nella battaglia contro il governo “populista” appena insediatosi, perché questo tipo di interventi sulla libertà di stampa non sono affatto rari e sarebbero praticamente quotidiani se non non ci fosse a monte un ordine editoriale legato al potere, un’autocensura ancor più soffocante e se nei confronti delle testate più paludate la “moral suasion” degli alti gradi delle forze dell’ordine, la pressione politica, la minaccia velata non si sostituisse all’interrogatorio vero e proprio. Chiunque abbia fatto il giornalista lo sa perfettamente e chiunque abbia studiato la storia di questo Paese sa che questo avviene da sempre, che l’informazione è considerata tutto sommato indebita  e che in Italia il senso finale del potere spesso coincide con il suo abuso.

Così vi racconto una storia di qualche anno fa, quando già avevo aperto questo blog e mi ritrovai a scrivere di un personaggio della destra nazifascista. Allora lavoravo un po’ all’estero e un po’ al di fuori del luogo di residenza, ero perciò in certo qual modo irrintracciabile: tuttavia il personaggio in questione, senza mai provare a smentire sul blog stesso o via mail cosa che gli avrebbe consentito di sbrigare la cosa in mezz’ora, riuscì a smuovere mari, monti e servizi segreti per trovarmi (gli ci è voluto un anno) e per farmi interrogare dalla polizia sulle mie fonti che erano poi le dichiarazioni stesse del personaggio rese pubblicamente. Vennero anche interrogati dalla Dia alcuni collaboratori del blog. Tutto è ricominciato un anno dopo perché nel frattempo avevo cambiato domicilio e numero di cellulare ed ero di nuovo irrintracciabile: una profusione di denaro pubblico che non saprei quantificare, ma comunque del tutto sproporzionata alla volontà di un tizio qualunque di sfuggire al confronto e adire le vie legali, poi finite in nulla anche perché il sottoscritto non presentava il profilo economico che il personaggio in questione si aspettava. Tutto questo implica ovviamente l’esistenza di un circuito sottotraccia tra polizia, servizi e persino magistratura e non tanto per il mio singolo caso, ma perché pare che personaggi di questo genere abbiano vere e proprie industrie della denuncia rese possibili nel migliore dei casi dalle assurdità arcaiche della legge. Di fondo però c’è l’odio del notabilato, persino di quello più straccione, nei confronti della libertà di espressione sentita come un’illecito da reprimere, un  sentimento condiviso in fondo da tutta l’elite anche se in modi diversi, con i tribunali, con legislazioni restrittive o punitive, con la campagna contro le fake news o nel caso di poteri effettivi, ma illegali, con la minaccia a mano armata. Secondo l’osservatorio “Ossigeno per l’informazione” gli atti di intimidazione avvenuti nel 2017 (almeno quelli di cui si sa) nei confronti di giornalisti sono stati 423, 156 avvertimenti, 84 aggressioni, 17 danneggiamenti, 136 denunce e azioni legali, 30 ostacoli alla liberta’ di informazione che appunto si configurano come interrogatori. Ma le segnalazioni che non è stato possibile approfondire sono quasi tre volte più numerose.

Dunque nella vicenda dei tre giornalisti interrogati a Bolzano non c’è nulla di nuovo o di particolarmente allarmante rispetto alla normalità delle cose, di nuovo c’è solo il fatto che giornalisti comodi per il vecchio potere – che su questa vicenda dei 48 milioni di soldi della Lega finiti in Lussemburgo ha fatto fuoco e fiamme in campagna elettorale – si siano trasformati in scomodi per il nuovo. Del resto se nessun giornalista di grande e piccola testata è stato mai interrogato sulla vicenda che oppone Renzi a Maiorano con il suo carico di 6 chili di fatture che dimostrerebbero le spese folli del guappo di Rignano, è semplicemente perché nessuno ne ha mai parlato o si è interessato attivamente del caso. Tutto terribilmente, disperatamente normale.

Annunci

La guerra di Google ai siti progressisti

arton32133-9b59bFate una prova: andate su Google, cercate una qualunque parola, memorizzate i risultati della prima e seconda pagina e copiateli in una cartella. Poi quando vi capita di poter mettere le mani su un altro computer ripetete esattamente l’operazione e vedrete che i risultati sono completamente diversi. Gli algoritmi di ricerca che hanno reso famoso Google e ne ha fatto un golem del web  hanno un rovescio della medaglia ovvero si adattano a quello che il sistema pensa che voi stiate cercando non a quello che cercate e dunque mostra cosa diverse a utenti diversi. E’ un sistema che pare facilitare di molto le cose all’inizio, ma che a lungo andare vi crea una bolla di navigazione che può essere può essere quanto mai riduttiva e che in definitiva si rivela l’idea per la diffusione di contentuti publicitari di ogni genere, espliciti o nascosti.

Sono sistemi adottati anche da vari social che alla fine producono ricavi giganteschi da questa trasformazione del web in prateria di vendite e di spot: una cosa a cui siamo abituati, ma che diventa nefasta quando dal piano puramente commerciale si scivola in quello politico come è accaduto nella primavera scorsa, quando Google è scesa in campo a fianco dell’informazione maistream decidendo di utilizzare un nuovo e particolare algoritmo per rendere più difficile agli utenti l’accesso a siti considerati portatori di fake news o di complottismo, mentre si è reso possibile aglòi utenti istituzionali “segnalare” contenuti non in linea con la narrazione corrente, ovvero di far vincere sempre “contenuti più autorizzati” come scrisse la major in un comunicato che è un capolavoro di pensierismo unico. I risultati sgraditi non vengono eliminati, ma messi alla quarta o quinta pagina in modo che soltanto i certosini sappiano rintracciarla. Insomma la forma principale del controllo dell’informazione nelle società cosiddette libere dove non ci si affanna a cancellare, ma a marginalizzare.

Già questo dovrebbe provocare almeno un po’ di disgusto in chi è ancora in grado di pensare, ma la cosa diventa molto più grave nel momento stesso in cui non viene data alcuna definizione di complottismo o di falsa notizia, per cui il tutto si sostanzia in una generica e variabile possibilità di censura sul mercato dell’informazione, secondo le stesse linee di azione utilizzate da Google nel manipolare le ricerche e orientarle verso il suo servizio di shopping. Si è presa una multa da 2,7 miliardi per questo, ma di ceeto nessuno la sanzionerà per la censura politica che anzi è la benvenuta.

Infatti in appena tre mesi  dalla messa in funzione della nuova “filosofia” si riscontra una 32133_1_image-5a954drastica diminuzione di nuovi accessi a siti della sinistra e del progressismo come è saltato fuori con la polemica durissima del World Socialist Web Site, un portale che esiste da vent’ anni e che in tre mesi da fine aprile e fine luglio, ha visto diminuire i nuovi accessi del 70 per cento. Più o meno la stessa cosa è accaduta con altri 14 siti messi in una lista nera dal Washington Post e dal New York Times, con la partecipazione della stessa Google. Visto il periodo si tratta sempre di pagine che contrastano la verità ufficiale di Trump come agente di Putin e si tratta di WikiLeaks, Alternet, Counterpunch, Global Research, Consortium News et Truthout. Anzi non c’è dubbio che la neo censura conclamata del web sia nata sotto l’assillo di dimostrare l’indimostrabile e di evitare il deterioramento di assiomi, essi sì di uno sconcertante complottismo ciarlatano,  costruiti per impedire che la generazione di caos e di guerra prodotto dal nuovo medioevo multinazionale, possa subire una battuta di arresto. Naturalmente le organizzazioni  che dicono di difendere i diritti democratici come l’Unione americana per le libertà civili e la ormai famigerata Amnesy international, non si sono accorte di nulla,  prova che si tratta di estensioni improprie del potere Usa sia bianco, grigio o nero.

Ma che questa fosse la strada segnata appare chiaro da anni e basta andarsi a rileggere le parole brevi, enigmatiche e imbarazzate di  Robert Boostin inviato di Google al simposio internazionale sulla libertà di espressione, organizzato dall’Unesco nel 2011: una sequela di elusioni, di vacuità e di vanterie sul ruolo di Google in Cina e nell’Iran nella tutela dei dissidenti. Possiamo facilmente immaginare, ma purtroppo nessuno gli domandò se la definizione di “dissidente” si attagliasse anche a un americano sotto il Patriot Aact che fosse fatto oggetto di indagini sulle proprie opinioni da parte dell’ FBI e non della polizia cinese o iraniana. Del resto cosa avrebbe potuto dire visto che appena pochi giorni prima Google aveva chiuso l’account su You tube di Cubadebate e cancellato i 400 video – confessione del terrorista Luis Posada Carriles, un ex agente della Cia che aveva chiesto “il pagamento per i servizi che comprendevano l’attentato in pieno volo sull’aereo di linea della Cubana de Aviacion nel 1976, e un’ondata di attentati in località turistiche dell’ isola nel 1997″? Per carità già allora non le piacevano le notizie scomode .


Un po’ di complottismo

complottoI complotti e le cospirazioni ci sono sempre stati e così l’idea che qualcuno possa complottare, ma fino a una cinquantina di  anni fa non esisteva come categoria e nemmeno come vocabolo il complottismo, che fu coniato dalla Cia per indicare chi non credeva che a uccidere Kennedy fosse stato Oswald o il solo Oswald, il che a 50 anni di distanza ci spinge a pensare che siamo tutti complottismi convinti.  La parola tuttavia ha ricevuto il suo battesimo del fuoco e la sua diffusione globale dopo l’11 settembre del 2001 quando vennero designate come complottiste una serie di persone le quali mettevano in dubbio  il complotto contro gli Usa messo in atto da un miliardario pazzo e da alcuni governi, sostenendo sulla base di alcuni dati, col tempo divenuti sempre più “veri,” che le dinamiche della vicenda erano in realtà un complotto del potere deciso proprio per intraprendere una guerra al terrorismo e al tempo stesso per ridurre la democrazia. Il fatto è che nel ’63 dominava ancora il criterio di verità e la stessa parola complottismo suonava come stonata e sospetta, ma via via che il pensiero unico e le sue ideologie prendevano piede, il vocabolo cominciò ad avere più senso e ad affermarsi.

Come si vede nel caso dell’11 settembre sia le verità ufficiali che quelle per così dire alternative riguardavano un effettivo complotto, ma i complottisti erano esclusivamente quelli che sbagliavano complotto, ossia non credevano a quello ufficiale e questo ci mette sulla pista giusta per individuare il senso nascosto da un termine di uso comune che fa da viatico al groviglio di pseudo concetti come la post verità che sono al centro del tentativo di porre fine alla libertà di espressione. Di fatto il complottismo non ha riferimenti diretti alla realtà, alla verità, ai dati, alle pezze di appoggio o alla consistenza delle prove, ma alla provenienza, ossia a chi dice cosa, al narratore. Se io dicessi che l’organizzazione del caos in Medio oriente è in gran parte “merito”dal senatore McCain, longa manus del peggio di Washington, verrei definito complottista, nonostante il fatto che il senatore sia stato fotografato numerose volte a fraterno colloquio con i principali attori dell’affaire Siria – Isis, compresso il Califfo. In questo caso l’accusa di complottismo nascerebbe dal fatto che queste informazioni  non sono mai comparse sui media mainstream e dunque non possono che essere false. Sarebbero invece scandalose se venissero da una fonte ufficiale.

Non c’è da stupirsi che una verità possa essere costruita sulla negazione della verità stessa, perché con uno straordinario salto all’indietro nel tempo, il criterio del vero non è più la ragione, ma l’autorità. La narrazione ufficiale non ha bisogno di essere corretta o di rispondere a criteri di rigore, di possedere buon senso e nemmeno di essere coerente con le informazioni che essa stesa fornisce: è vera perché ufficiale, emanazione del potere. Cuius regio eius religio, una frase che ha fatto 30 milioni morti in Europa centrale al tempo delle guerre di religione il cui significato è che il popolo deve seguire la religione del principe, deve fervidamente credere in ciò che crede il potere, sia pure quando impersonato da un perfetto coglione. Difficile definire questo nei termini della politica e della convivenza ereditati dall’illuminismo, impossibile dirlo apertamente in un sistema nel quale si ha ancora una certa fede nel fatto che l’informazione serva al controllo del potere a prescindere dall’evidenza che sia il potere steso a detenerne il monopolio. Così si è trovato nel termine complottismo il vocabolo ideale per fare da contenitore di tutto e del contrario di tutto, che al suo interno non presenta distinzioni né di verisimiglianza, né di qualità del ragionamento o degli argomenti, ma che sta per informazione non credibile perché non ufficiale.

In questo modo si capisce allora perché le major dell’informazione e dell’intrattenimento globale (due aspetti ormai inscindibili dei ministeri della verità) tengano in qualche modo in vita le tesi più stravaganti che vanno dall’ufologia al settarismo più equivoco, insomma tutto il ciarpame narrativo marginale della contemporaneità, mentre tendono a ridicolizzare  o mettere sotto la luce del sospetto ciò che è in grado di mettere in crisi la narrazione del sistema o gli interessi dei soggetti che lo formano e lo dirigono : il complottismo infatti non crea solo tesi alternative da verificare come avverrebbe se esse potessero essere apertamente discusse, ma porta alla sindrome del complotto che se si espandesse rischierebbe di diventare un pericolo. Nello stesso tempo questo consente di presentare le tesi non ufficiali come una vera e propria malattia mentale, una sorta di follia che ha subito trovato nel mare magnum della banalità pseudo scientifica anglicista, un brodo di coltura per qualunque fesseria accademica, non esclusa quella elaborata da due immani pipparoli di nome Craig e Zonis secondo cui il complottismo sarebbe un disturbo mentale che colpisce in particolare medioientali e negri (qui il termine ci sta a pennello) a causa di particolari pratiche sessuali. Si lo so che è ridicolo, ma che volete sono studi accademici dell’Università di Chicago (anche in questo caso il nome calza perfettamente), scienza ufficiale.

E veramente singolare che la cosiddetta libertà provochi alla fine teorie sulla follia del dissidente esattamente simili a quelle prodotte durante lo stalinismo: per ora non si finisce nel manicomio di Kazan, ma tra un po’ si finirà in tribunale viste le leggi che si stanno approntando. In questo modo anche le persone che covano dei dubbi, sono indotte a reprimerli per non essere escluse dal gregge, per non apparire come pazze nel ritenere che non si viva nel migliore dei mondi possibili. Di fatto il complottismo diventa una sorta di termine teologico con cui si definisce l’eresia contro la dottrina ufficiale che è ovviamente una costruzione totalmente artificiale: in effetti i centri di decodificazione che sono sorti per preparare la rivoluzione del silenzio, non sono nient’altro che tribunali dell’inquisizione sotto diversa forma. E colpisce chi interpreta in maniera  diversa le scritture quotidiane.

 


Il sabotaggio della verità da Erri De Luca a Salò

PennacLa libertà di espressione è oggi in pericolo e questo non ce lo aspettavamo”. Così ha detto in un intervista Daniel Pennac cercando di spiegare il senso del suo ultimo libro ” L’amico scrittore”. Ma questa nuova forma di censura e di controllo assume dei caratteri del tutto nuovi rispetto al passato e si trasforma in una vera e propria inquisizione dove si colpiscono gli eretici della vera fede, ossia del pensiero unico tramite il braccio secolare dei tribunali. Agli scrittori, ai registi, agli artisti e agli intellettuali viene sottratta persino la libertà di metafora: la realtà complessiva che essi intendono esprimere attraverso la figurazione e il ricorso ad archetipi viene interpretata in maniera letterale, nella banalità del linguaggio funzionale e amministrativo.

Pennac fa l’esempio di Erri De Luca che oggi si ritrova ad essere accusato addirittura di terrorismo per aver usato la parola sabotaggio in relazione alla tav Torino – Lione, come se quella parola usata nel contesto linguistico dello scrittore equivalesse a quella di un organizzatore militare di violenza, mentre stava per la presa di distanza dalle menzogne del potere e dagli arcana imperii, in sostanza il sabotaggio di quella parte di noi che si fa suddita delle verità di comodo. Di qui la rivendicazione da parte di Pennac della libertà di espressione e di poesia, della libertà di suggestione e di metafora contro chi vorrebbe annullarla.

E che dire, per fare un altro esempio proprio di oggi, della condanna di Claudio Lazzaro autore di un documentario edito da Feltrinelli sui gruppi musicali da lui definiti Nazirock? Dovrà pagare 15 mila euro  a tale Gigi Guerzoni,  40 enne cantante e frontman bolognese dei Legittima offesa che canta per gli “eroi” di Salò, si dichiara apertamente “revisionista” sullo sterminio degli ebrei e non pare disdegnare i richiami al “nazionalsocialismo” come lo stesso Guerzoni dice in un’intervista che fa parte del documentario. Ora l’inaspettata condanna da cosa deriva? Sembra incredibile ma dal fatto che costui – condannato in appello a tre anni e quattro mesi per un pestaggio politico – non gradisce l’espressione nazirock. Lui predilige “rock nazionalista, circuito skinhead, white power” e che se proprio deve darsi un’etichetta preferisce “white criminals” , “white power”, “nazional socialismo”.  Ora tenetevi ben saldi sulle sedie perché la sentenza di primo grado, emessa dalla sezione specializzata per la proprietà industriale del Tribunale di Roma, dice che il documentario “si presenta lesivo dell’onore e della reputazione” di Guerzoni “in quanto induce il pubblico a ritenere che si faccia portatore di idee violente, antidemocratiche e non rispettose degli altri”.

Ci sarebbe davvero da ridere per non piangere e farsi prendere dalla nausea. Ma è chiaro che la censura nei confronti di Claudio Lazzaro riguarda esclusivamente la suggestione che introduce con la parola nazirock, perché non gradita al querelante. Che è di Forza Nuova, ma che secondo i giudici non c’entra nulla col “pensiero fascista”. Anzi, sempre secondo questi giudici di salomonica sapienza Forza Nuova “non sembra conformarsi ad una determinata corrente di pensiero ideologico avendo optato per un rifiuto delle categorie storiche di destra e di sinistra”.

E qui siamo già oltre Pennac che difende la libertà di espressione degli scrittori. Qui è violata non solo l’intelligenza, ma la libertà dei cittadini che non possono più permettersi non solo la metafora, ma nemmeno la verità.


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: