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Dopo il furto, Chrysler cerca il divorzio da Fiat

imagesLa storia di questo Paese e soprattutto delle sue classi dirigenti è qualcosa che lascia senza fiato per i suoi arcaici paradossi che gli italiani si trovano sempre a pagare caro: è passato un anno dalla scomparsa di Marchionne e dieci da quella fusione della Fiat con Chrysler salutata dai media prezzolati e dai facili illusi come la creazione di un gruppo tra i più grandi al mondo (in realtà Fca ha perso molto terreno) e oggi voci insistenti parlano di scorporo fra le due marche. Insomma tutto tornerebbe come prima, ma dopo un decennio che ha svuotato i cassetti e la voglia di fare, affollato di chiacchiere, di prese in giro e di operazioni dal fiato corto, di semplice innesto di componenti e incrocio di marchi. Del resto un matrimonio fatto esclusivamente per ragioni finanziarie, senza senso da un punto di vista produttivo, non poteva che andare a finire così: gli americani di Chrysler si sono fatti salvare – come già fecero con Peugeot e Mercedes – e adesso che hanno acquisito diversi impianti produttivi, in particolare quelli brasiliani, scappano lasciando il coniuge con le tasche vuote, le fabbriche chiuse, gloriosi marchi portati all’estinzione come la Lancia e un deserto di idee.

Sarebbe inutile e ingeneroso addossare tutta la colpa a Marchionne che dopo tutto non era che un uomo della famiglia reale Agnelli, con il compito di traghettarne gli interessi e il regno nel XXI° secolo, dopo che per quasi tutto il secolo precedente avevano costruito un immenso impero con i soldi pubblici, ma soprattutto, a partire dagli anni ’70 con  le acquisizioni di Lancia e Alfa Romeo, avvilendo l’eccellente scuola ingegneristica italiana, capace di anticipare molte delle evoluzioni dell’auto, con realizzazioni mediocri e volte al massimo guadagno possibile per la famiglia. Ingeneroso perché tutto il Paese nella sua componente politica, confindustriale, mediatica ha presentato l’operazione come se si trattasse di un miracolo e poi ha coperto tutte le bugie successive come del resto già faceva con le assurdità dell’ “Avvocato”, ha utilizzato le  chiusure di stabilimenti per la battagli antisindacale,  si è fatta complice di un inganno che aveva l’unico scopo di scippare al Paese la sua industria più importante. E questo fra il tripudio degli idioti che volevano fare gli americani e per i quali l’unione con la Chrysler ovvero con la peggiore marca di auto del mondo (giudizio più volte espresso dalle stesse classifiche made in Usa), rappresentava un traguardo.  Un gioco davvero miserabile che si è rivelato in tutta la sua squallida realtà appena qualche mese fa con lo scandalo Blutec, una società inutile, creata esclusivamente per percepire aiuti pubblici e tenere aperto lo stabilimento di Termini Imerese. Doveva costruire batterie per auto ibride ed elettriche che in realtà non esistono se non nelle vaghe intenzioni ed era il capolavoro dell’era Renzi. In realtà non ha prodotto mai nulla e i 3/4 dei contributi pubblici sono finiti nelle mani degli amministratori, peraltro sempre appartenente alla galassia Agnelli.

Non è che l’ultimo atto di una serie di ruberie legalizzate il cui culmine si ebbe negli anni ’80 quando Prodi, in qualità di presidente dell’Iri, regalò alla Fiat  l’Alfa Romeo che invece altri costruttori come la Ford volevano acquistare a suon di miliardi, 4000 (in lire) per essere precisi. Per placare uno scandalo incipiente e per evitare lo sputtanamento dei vertici sindacali (solo la Fiom pose delle obiezioni) venne congegnato un meccanismo da furbetti del quartierino: la Fiat avrebbe dovuto pagare allo stato un prezzo molto inferiore a quello offerto da altri , 1095 miliardi, ma in cinque rate a partire dal 1993, obbligandosi però a mantenere i livelli di occupazione, cosa che invece non fece. Pagò però solo la prima di circa 300 miliardi (150 milioni, espressi in euro) e le altre saltarono con il governo Prodi, mentre il mortadella oggi si lagna del fatto che sia stata venduta la Magneti Marelli per fare cassa in vista degli investimenti per l’auto elettrica, liberandosi dell’unica grande azienda che avrebbe potuto fare ricerca in questo senso (vedi nota). Non aveva assolutamente capito come sarebbe andata a finire, sia con l’Alfa che con la svendita dell’Iri. Dunque non c’è assolutamente nulla di che meravigliarsi della storia successiva, della caterva di annunci, dei piani industriali di mezza pagina, dei modelli e dei motori sbagliati e in ultimo della fuga in America visto che la crisi aveva prosciugato le possibilità di grandi guadagni alle spalle dell’erario. Adesso che tutta l’argenteria è stata portata ecco che si comincia a parlare  di divorzio per fare della Fiat e delle altre marche europee del gruppo gruppo una bad company  che magari, sempre grazie agli aiuti pubblici potrebbe produrre solo per il mercato italiano o altri marginali come quello polacco e balcanico, magari attraverso operazioni di innesto alcune della quali già in essere tipo fiat 124  che è una Mazda e o il pick up rimarchiato della Mitsubishi. Ma occorre scordarsi di progetti e di scuola ingegneristica, ci sarà solo uno stato di animazione sospesa.

Nota Qui bisogna fare distinzione fra le auto ibride che richiedono una sofisticata elettronica e meccanica per collegare il motore termico con quello elettrico e le auto solo elettrico che sono molto più semplici da costruire avendo un solo motore e la cui elettronica per il recupero dell’energia è in campo da più di un trentennio. Basti pensare che la celebrata o forse sarebbe meglio dire la famigerata Tesla costruisce le sue batterie assemblando in serie e sequenza migliaia di pile 18650, ovvero quelle che si usano per il fumo elettronico.


De profundis per la Fiat

Fiat Marchionne l'Inghiotto operaiE’ il 2 gennaio, ma è il primo giorno di uscita dei quotidiani nel 2014, dunque in un certo senso il capodanno dei media. Però altro che vita nuova: l’anno comincia con una straordinaria e indecorosa dimostrazione di servilismo e disinformazione sull’annuncio che Fiat è riuscita a comprare il 100% di Chrysler. Una comunicazione marchionnesca la cui tempistica sa già di manipolazione visto che comunque l’accordo con Veba per l’acquisto del 41 per cento del gruppo americano verrà siglato a fine gennaio: ma Fiat ha mosso tutte le sue pedine in seno alla politica e alla comunicazione affinché dal sistema mediatico e dai suoi referenti politici e sindacali si levasse un te deum anzi un te Sergio di ringraziamento e si fantasticasse su un rilancio dell’auto in Italia, visto che adesso è possibile accedere alle casse di Chrysler.

La realtà, come forse si avverte per istinto, è molto diversa: Chrysler – Fiat è il più indebitato dei gruppi automobilistici tanto che Marchionne l’ha spuntata su Veba (il fondo pensionistico dei lavoratori)  che chiedeva 5 miliardi per il suo 41% di azioni, proprio facendo pubblicare i bilanci del gruppo ed evidenziando le piaghe debitorie: solo così è riuscito a strappare uno sconto e a pagare solo 4,35 miliardi di dollari in totale. Quindi soldi pochissimi, anzi meno di prima dopo questo esborso e i pochi disponibili solo per prodotti di nicchia o per modelli “chimera” di scarso appeal come è già accaduto con la Lancia, pensati con il bricolage di pezzi, scocche e motori di due gruppi che più diversi non si può. La stessa filosofia è oggi in agguato per l’Alfa, costretta a dover reggere il peso della fusione con una delle marche automobilistiche meno innovative, con il record negativo della qualità, almeno secondo i consumatori americani,  in crisi perenne da quasi 40 anni, da sempre alla ricerca di un partner europeo per evitare l’assimilazione a General Motors o a Ford, già capace di dissestare le finanze della Peugeot e della Mercedes che incautamente  avevano in animo una fusione. E del resto niente è più stupido del giubilo che s’innalza di fronte all’operazione finale dicendo che ora Fiat Chrysler è il settimo costruttore al mondo: la fusione di due grandi gruppi che insieme sono solo al 7° posto è già una prova di grande debolezza anche perché l’anno scorso erano al sesto.

Inoltre è chiaro che ora il quartier generale Fiat passa in Usa, come del resto ha già fatto sapere Marchionne, con tutte le conseguenze del caso: da un ruolo di progettazione e di produzione l’Italia diventerà man mano un’ area di assemblaggio con una occupazione residuale. La cosa singolare e deprimente è che tutta l’informazione, pur riconoscendo qui e là qualche rischio Paese nella fasi conclusive di questa operazione, si esalta dicendo che la Fiat diventa ora un costruttore globale. In realtà è invece Chrysler che lo diventa da gruppo – a parte il marchio Jeep –  confinato sostanzialmente in Usa e per il 70%’  negli stati del middle west. Era la Fiat ad avere ad avere produzioni in Sudamerica,  in Turchia e joint venture in Russia e sia pure tardivamente in India e in Cina. Era il gruppo torinese ad avere un respiro mondiale, sia pure stento e affannoso, che oggi porta in dote alla mediocre azienda americana per fare gli interessi degli Agnelli e succedanei, i quali da anni sognavano la fuga dall’Italia, dopo averla spremuta come un limone.

Certo il recupero del mercato dell’auto Usa dovuto soprattutto alla rinascita dei prestiti alla cieca (con il pericolo di una nuova bolla in preparazione) offre momentaneamente delle chance alla Chrysler – Fiat che ha aumentato le proprie vendite più di Ford e General Motors (ma molto meno di Toyota e Honda) tuttavia evidenzia dei problemi enormi: i modelli più venduti oltre oceano sono i pick up o comunque auto difficilmente traducibili in Europa e qui la Chrysler è piazzata con il suo Ram che realizza la maggior parte delle vendite del gruppo e la gran parte degli tili, mentre il mercato delle berline è in mano ai giapponesi e la prima Chrysler appare intorno al ventiduesimo posto. La stessa Jeep ha perso terreno. Insomma la crescita è qualitativamente gracile e incerta, molto più di quanto non sembrino dire i numeri globali ed esposta a molti rischi. Tanto più che le risorse per gli investimenti in altre aree sono stati sacrificati per la fusione e ora Fiat arretra non soltanto in Europa, ma anche in Brasile. Questo è il risultato di una gestione familistica del gruppo torinese che dopo aver evitato fusioni e alleanze per decenni nel timore che qualcuno mettesse becco nella real casa Agnelli, ha colto la prima occasione purchessia che permettesse di usare soldi altrui (quelli di Obama nel caso specifico) senza curarsi di comprendere se la fusione avesse un senso, ma badando solo agli interessi dei rampolli e non certo dell’Italia e dei soldini degli italiani che hanno permesso a questi signori di sopravvivere. 

Ciò che fa bene alla Fiat fa bene all’Italia si diceva un tempo. Adesso è esattamente il contrario: di uguale rimane solo il servo ossequio.   


Marchionne, l’uomo che vuole importare Detroit

marchionne e bonanniDopo l’Avvocato, l’avvocaticchio. Marchionne non è figlio di Giovanni o di Umberto Agnelli e tuttavia è come se fosse una quarta generazione decadente e inetta essendo stato scelto per fare da tutore ai residui di una famiglia non in grado di reggere un impero industriale e probabilmente nemmeno un bar del centro. La Fiat e la sua sopravvivenza, hanno giocato un ruolo marginale rispetto alla scelta di un uomo destinato più che altro a salvare il patrimonio. E infatti Marchionne, cittadino canadese residente in Svizzera, fino a dieci anni fa non aveva mai nemmeno visto un’industria manifatturiera essendosi sempre occupato di finanza, ragioneria, fisco.
Ma la convinzione che il denaro in grado di riprodurre se stesso era assai più interessante della produzione di cui Marchionne con tutta evidenza non capisce nulla, facendo discorsi da principiante: ciò che conta è il profitto e anche l’avventura Chrysler è stata perseguita in questa ottica, con l’incongrua unione di due gruppi industriali radicalmente differenti nell’ottusa illusione che sommando i numeri dell auto prodotte si potesse dare vita a un costruttore che se la giocava con i grandi e i grandissimi.

Nulla di tutto questo è accaduto: il gruppo vende meno che all’inizio della cosiddetta fusione. E se la Chrysler, dopo un breve fuoco di paglia, comincia di nuovo ad incontrare difficoltà, grazie anche a un insulso modello voluto dall’uomo del maglioncino, la Fiat è al lumicino, la Lancia è praticamente scomparsa, l’Alfa Romeo è in vendita o in esodo dentro una crisi profonda di prodotto e progetto dalla quale Marchionne non ha idea di come uscire, ma nemmeno vuole uscire. Questo dopo che l’Italia ha speso miliardi di euro pubblici per sostenere l’azienda torinese e ha anche fatto di tutto per evitare che entrassero concorrenti diretti a creare posti di lavoro.

Ora per giustificare se stesso dice che in Italia non si può fare impresa. Chissà come poi siamo riusciti a diventare il secondo Paese industriale d’Europa. Probabilmente perché non c’erano i Marchionne i quali evidentemente considerano che l’ideale per mettere su l’industria sia una città fantasma come Detroit, ormai fallita, semi abbandonata nelle sue zone centrali e affollata solo dalla criminalità, dove una casa di oltre 100 metri quadri può  costare appena 300 dollari. Sono queste le realtà che piacciono a Marchionne: quelle dove degrado e miseria forniscono un’arma ideale per offendere la dignità del lavoro.

Oddio il sistema politico si sta dando da fare per accontentare l’Ad della Fiat e creare le condizioni ideali per la produzione. Peccato che quei testoni di italiani siano così recalcitranti a farsi entrare in testa che miseria, sfruttamento, precarietà, assenza di welfare siano una manna per la competitività. E in più ci si mettono anche i tribunali che impongono di ripristinare un minimo di agibilità sindacale, incuranti che così fanno piangere Bonanni. Così che molto presto Marchionne porterà tutto via dando l’addio a questo mondo crudele e invidioso che non capisce perché lui debba guadagnare in un anno più di tutti i lavoratori di Pomigliano.


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