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Leggi shock per gli sciocchi

grandi-opere  Anna Lombroso per il Simplicissimus

C’è davvero di che sorprendersi gironzolando nei social o leggendo i commenti in margine a articoli dei quotidiani online e ai post dei blog di informazione, almeno quanto ci si stupiva se Berlusconi parlava del pericolo comunista. Perché ogni tanto salta su qualcuno che pare un militare giapponese rimasto vent’anni nella giungla, che giura sull’esistenza in vita di un centro sinistra.

O, peggio, che riserva ancora credito al Pd o a Italia Viva in qualità di organizzazioni “progressiste”, dimentico che già all’atto della sua fondazione (ben prima della Fondazione Open) nell’ottobre 2007, il Pd  aveva pubblicamente fatto atto di abiura da quelle geografie, rigettando tradizione e mandato, cancellando la “democrazia di partito” in vista della augurabile cancellazione del sistema politico nato dalla Resistenza, anche quella considerata un arcaico attrezzo da mettere in soffitta, per realizzare la costruzione di un Grande Centro egemonico capace di monopolizzare l’intero spazio politico non occupato dalla destra, con la quale dialogare in vista di proficue alleanze.

E infatti dietro alla parola d’ordine stabilizzazione, allora molto in voga,  c’era un  poderoso potenziale distruttivo, pronto a esautorare ogni possibilità di dare rappresentanza ad una opposizione ai poteri forti economici e finanziari, dando nuovo vigore all’atto di fede europeista, alla neutralizzazione di una storia e una cultura grazie al sopravvento di una politica “non ideologica” ben incarnata dallo slogan del “fare” a ogni costo,  dal rifiuto degli impianti identitari, dalla pacificazione.

Da allora è vero che c’è stata una emorragia di voti, una perdita di consenso elettorale, eppure quel credo ha vinto, ha contaminato la politica tutta, e adesso gode i frutti offerti galla cornucopia di banalità avvelenate, post politiche e post democratiche, delle sardine.

Sono loro che costituiscono la perfetta rappresentazione plastica del target cui si rivolge l’azienda con due consigli di amministrazione ma uguali obiettivi, quelli di consolidare l’attività al servizio dei poteri forti economici e finanziari, in posizione entusiasticamente subalterna e in contrasto con l’interesse comune, la testimonianza dei bisogni dei lavoratori, non solo operai e dipendenti pubblici, cui si guarda ormai come a molesti pretendenti a garanzie immeritate, ma anche insegnanti  e professionisti,  che erano lo zoccolo duro del loro elettorato.

Sono loro i retrocessi tutti a classe disagiata grazie alle politiche riformiste attuate in questi anni, ma drogati dalla convinzione di far parte di una scrematura consapevole, acculturata, detentrice di privilegi e superiorità morale, tanto da aver perso combattività e potenza critica, accucciati nella tana calda del minimo sindacale della sopravvivenza umiliata, accidiosi e ignavi.

Chi davvero interessi ai “progressisti” si capisce quando sfoderano le loro visioni di “sviluppo”, proprio come fa Renzi che in due paginone del quotidiano confindustriale che aspira a fare da house organ di Italia Viva,  snocciola col titolo di Piano Shock i numeri del costruttivismo edilizio, cementifero e sociale del quale vuole essere promotore, con lo slogan esplicito: Sblocchiamo tutto.

Non gli basta la sua insider al governo: reduce dalle sue visite pastorali in veste di senatore degli italiani,  racconta di aver potuto constatare il vivo interesse da parte di società di investimento e di banche, anche straniere, che sarebbero propense a comprarci a poco prezzo, a occupare militarmente il nostro territorio, ma che sono ostacolate da lacci e laccioli. Pertanto, dice l’eterno moccioso come fosse intento con secchiello e paletta a tirar su castelli di sabbia a Follonica,  quel che serve “è una corsia preferenziale sblocca-burocrazia come abbiamo fatto con l’Expo di Milano e con gli scavi di Pompei”.

Si sa che semplificazione fu la parola d’ordine dei suoi governi anche se a cominciare fu Letta prima di stare sereno, che in accoppiata col ministro dei rolex Lupi licenziò il famigerato “Decreto del Fare”, con l’intento di  disfare quel che restava delle regole che volevano difendere il territorio e i suoi abitanti, sotto l’egida di quelle “larghe intese” grazie alle quali il PD riuscì a realizzare quello al Pdl non era riuscito: smantellare l’edificio della vigilanza, introducendo deroghe alla materia urbanistica e edilizia, rimuovendo gli obblighi generali di rispetto estetico, plastico e urbanistico dell’esistente, con la finalità esplicita di ridurre i poteri delle amministrazioni per lasciare campo libero ai privati, alle rendite, alla speculazione.

Fu proprio una svolta ideologica accompagnata dallo sguaiato dileggio per i sapientoni e i fastidiosi professoroni, fossero costituzionalisti o sovrintendenti, disfattisti tutti parimenti impegnati a fermare sviluppo e progresso,  e dalla repressione di “comitati e comitatini” come li chiamava il bullo del Giglio. E che non trovò una barriera del governo del cambiamento con la Lega opportunamente allineata sullo stesso fronte e i 5Stelle incapaci e impotenti a mantenere le promesse elettorali, spaventati dalle intimidazioni e dalla minacce di punizioni sovranazionali e interne.

E infatti nell’alternarsi di appoggio e critica all’attuale coalizione, quello che vince sempre è  il partito dell’affarismo trasversale, testimonial e gregario  degli interessi di banche e imprese costruttrici,  posseduti da una bulimia ripetitiva che impone traffici sovrastimati e costi sottostimati contro ogni evidenza economica e di buon senso, intesa a socializzare perdite e privatizzare profitti, affetti da una megalomania che sortisce l’effetto di mettere in moto macchine da corruzione che fanno guadagnare dai disastri, dai ritardi, dagli interventi in itinere sui progetti iniziali,  dall’impiego di materiali scadenti e di professionisti inetti o venduti e comprati.

“Per ogni grande opera”, è questo il programma di Italia Viva, dovrà essere adottata “ una legislazione ad hoc che superi i lacci burocratici”,  perché, denuncia, “in Italia sono bloccate opere per oltre 56 miliardi. 8 circa per mancanza di finanziamenti, ma le restanti per la burocrazia”. Ovviamente ha già pronto il modello cui uniformarsi, quello della mafia Serenissima, quel mostro giuridico che sovrintende allo sfacelo vergognoso del Mose, che è riuscito a autorizzare e promuovere malaffare per via di legge, ottenendo il risultato accertato di realizzare il fallimento perfetto, una grande opera che produce mazzette, che perpetua disastri, che non ottiene i risultati per i quali è stata pensata ma che garantisce e garantirà profitti perenni agli attori interessati, frutto della corrutela, del fango su cui è cresciuta, dell’inefficienza e della inettitudine convertite in virtù manageriale.

Ci sono movimenti che godono di alto gradimenti, altri invece che proprio non piacciono, perché hanno in mente altre semplificazioni, quelle che renderebbero la vita più facile ai cittadini, introducendo regole trasparenti, favorendo l’accesso alle informazioni sui processi decisionali che interessano le nostre città e i nostri territori, perché vorrebbero altri investimenti, quelli per la più Grande delle Opere, il risanamento del territorio, a partire dal contenimento del rischio sismico e idrogeologico, all’interno di uno scenario in cui la cura dell’ambiente e del paesaggio prenda il posto di uno sfruttamento miope e distruttivo,  che promuova una occupazione che duri oltre l’attività di un cantiere, che sia qualificata e remunerata dignitosamente in qualità di servizio civile e necessario al bene comune,  che promuova la formazione e la ricerca e valorizzi le competenze e i talenti.

Altro che bon ton, dovrebbe essere questa l’educazione civica e ambientale della quale c’è bisogno, e che non incontra il favore di critica e pubblico, perché impartisce la lezione della responsabilità collettiva e di quella individuale, perché stana chi sceglie la comodità di accontentarsi di elargizioni e concessioni, in cambio di obbedienza cieca,  perché ricorda che autodeterminazione e libertà si riconquistano ogni giorno.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Pesce azzurro

azz Anna Lombroso per il Simplicissimus

Avevo giurato a me stessa di non cadere più nella rete delle sardine e degli Omega 3,  in attesa di vederle sfilare con i loro bei faccini innocenti,  puliti, educate come fossero finte (lo scrive Myrta Merlino che le ha invitate in felice avvicendamento con Sgarbi e la Mussolini,  in estasi quanto Giuliano Ferrara e gli house organ  aziendali, Repubblica in testa) in qualità di bifidus activo alla Leopolda per dare ulteriore voce a fermenti sul territorio che peraltro hanno rappresentanza bipartisan in Parlamento e fiancheggiatori al governo a differenza di altri movimenti, quelli degli innumerevoli No.

Quei No, compresi quelli a un referendum vinto ma già dimenticato, che prima o poi troverà nuova vita vista l’immortalità politica e ideologica dei promotori, colpevoli invece di essere contro Salvini, è ovvio, ma anche contro il sistema che interpreta alla pari con chi vuole la Tav, ha  ridotto Taranto a città martire, ha salvato banche criminali, ha assassina Venezia e lo sta facendo anche con Ravenna che sta per ospitare una piazza anfibia, ha svenduto la Sardegna alla Nato e la Sicilia al Muos, ha siglato accordi empi  finalizzati al neo colonialismo ma affettuosamente assimilati alla “cooperazione”, ha riconferma l’acquisto di armamenti farlocchi e poi geme per le invasioni di chi fugge dalle guerre e dalle carestie indotte dai predoni occidentali, quelli che non vogliono la secessione dei ricchi, in testa proprio l’Emilia, acquario di allevamento della specie ittica più amata dagli italiani,  e che non hanno mai registrato consenso in rete e nei giornali che li hanno collocati nelle sfere dello sterile insurrezionalismo, quanto i loro espliciti o sommersi sponsor.

Nel loro Manifesto riportato da Repubblica manco fosse la lettera della signora Berlusconi a ribadire una linea editoriale improntata a una certa emotività, venuta meno in occasione dei processi per i morti di amianto, non si fa menzione tra le passioni: amiamo le cose divertenti, hanno scritto, la bellezza, la non violenza (verbale e fisica), la creatività, l’ascolto, la fedeltà all’Europa, forse per la paura di riempire troppo il vuoto di pensiero che ha decretato il loro successo, alla quale c’è da immaginare appartengano con lo stesso trasporto che si riserva a una fede incrollabile e che caratterizza le generazioni dell’Erasmus, delle start up, dei lavoretti alla spina che illudono di essere indipendenti dia padroni quando si ha la libertà di organizzarsi la consegna delle pizze secondo le regole del neo caporalato.

Qualcuno ha scritto in margine al mio post (https://ilsimplicissimus2.com/2019/11/20/i-beccafichi/ ), che  dobbiamo accontentarci perché questi giovani che proclamano di credere ancora “ancora nella politica e nei politici con la P maiuscola. In quelli che pur sbagliando ci provano, che pensano al proprio interesse personale solo dopo aver pensato a quello di tutti gli altri. Sono rimasti in pochi, ma ci sono. E torneremo a dargli coraggio, dicendogli grazie”,  si battono con audacia “contro la destra che non vogliamo”, secondo una Interpretazione estensiva degli slogan di questo rave party su scala nazionale.

E’ opportuno dargli corda insomma perchè le sardine  rivendicano di non essere né di destra né di sinistra, la stessa colpa che fino a ieri veniva addossata fino a poco tempo fa ai 5Stelle,  confermando l’impressione che oggi non esista una sinistra che ragiona, agisce, lotta solo perché non c’è una destra buona e desiderabile, così come invece ci sarebbe una Lega cattiva, Salvini, e una buona che vuole le stesse cose del Pd, di Italia Viva, di Forza Italia, pure della Meloni e quindi si colloca nel contesto democratico, unanimemente schierato in favore delle politiche imperiali comprensive della svendita del Paese  in nome del contrasto alla bieca pretesa di sovranità, avanzata da una marmaglia ignorante, avara, egoista composta, me lo hanno ricordato proprio le cheerleader dei fighetti, da artigiani che non fanno la fattura, professionisti impoveriti e rabbiosi, impiegati un tempo garantiti dallo stipendio fisso e ora ridotti a classe disagiata.

È proprio vera quella definizione del populismo secondo la quale viene chiamato così il malessere della plebe quando non sopporta più le malefatte e i crimini degli oligarchi, delle élite, dell’establishment, comprensivo dei ceti che non si arrendono a essere stati declassati e vomitano la loro bile  di schifiltosi e schizzinosi contro il volgo ignorante, rozzo, xenofobo, per riconfermare una superiorità alla quale hanno rinunciato, preferendo adeguarsi, obbedire, appiattirsi nella tana calda e comoda dello status quo più comoda dell’immaginare e realizzare una alternativa.

Così è unanime la condanna del populismo messa in scena nei suoi luoghi deputati, le piazze e la rete, che si vorrebbero sottrarre all’altra speculare occupazione, anche quella promossa dalla stampa ufficiale e dalle televisioni impegnate a rispettare la par condicio invitando sardine e squali, cozze e piranha, e che ci regalano il delicato sentimento di nostalgia della Balena bianca ma anche del qualunquismo di Giannini.

E infatti se è vero che quella che è diventata una deplorata parolaccia sta a indicare la retrocessione della lotta di classe a blocco sociale indifferenziato e grezzo assunta quando ha perso identità e coscienza, è proprio quella memoria sepolta, quella origine soffocata che mette una gran paura a chi non vuole il risveglio e il riscatto, una rivoluzione cittadina che ricostruisce le condizioni di una reale partecipazione democratica al processo decisionale, la possibilità di una reale redistribuzione del reddito che metta a rischio il totalitarismo economico, del quale il fascismo è la declinazione sempre attiva,  e rovesci il tavolo, con una potenza sovversiva.

Qualcuno ce l’ha quella potenza, e mette spavento, se perfino Erri De Luca viene trattato  da mandante morale del terrorismo, mentre la madamine  Si Tav riempiono la piazza di Torino, se Corbyn e Sanders che sarebbero stati un tempo guardati come innocui riformisti, che spargono un po’ di Mozart sul capitalismo per addolcirlo, paiono gagliardi rivoluzionari, se nessuno dà la parola ai giovani che combattono per le loro città, ai senzatetto cui i sindaci progressisti sanno solo togliere luce e acqua, ai ragazzi dell’inferno di Quirra che contestano la conversione della loro terra in poligono di tiro e di test per armi che ammazzano ancora prima di essere vendute ai signori della guerra, agli stranieri che alzano la testa per combattere il caporalato legalizzato cui sono negate le piazze, le panchine e i posti in autobus, nell’acquario  e nel nostro “migliore dei mondi possibili”.


Oci ciornie

occhAnna Lombroso per il Simplicissimus

Si chiama Occhionero, un nome che in quel contesto rievoca più gli esiti cruenti di una violenta scazzottatura che la struggente melodia russa, l’ultima folgorata dalla weltanschauung boscorenziana, dopo due senatrici, la Conzatti,  di Forza Italia e la Vono, pentastellata.

Il primo interrogativo che viene alla mente, anche in considerazione del fatto che della giovane avvocatessa di Termoli passata da Leu a Italia Viva non si era mai sentito parlare per una qualche iniziativa parlamentare o per una sgargiante performance professionale, mentre con il cambio di divisa è salita all’onore delle cronache, riguarda la selezione del personale politico che nella maggior parte dei casi e nella forma bipartisan che ormai caratterizza l’agone politico e che ricorda i quiz della Settimana Enigmistica: Dov’è la differenza. E che fa sospettare vengano adottati i criteri e premiati i requisiti in passato tanto criticati per l’esercito delle majorette e dei portaordini berlusconiani, che dovevano essere bellocci, ambiziosi, arrivisti, spregiudicati e di volta in volta ubbidienti all’ultimo nella successione di padroni.

Oddio, un sia pur piccolo cambiamento c’è,  se la vispa deputata invece di recitare come si faceva un tempo il mantra delle appena elette a Miss Italia compresa la vocazione a contribuire alla pace nel mondo, sciorina tutto il repertorio del più sgallettato “progressismo” per motivare la sua scelta: “Mi convince, ha dichiarato,  il progetto, ma anche la squadra: giovane, dinamica, vivace, brillante”.

Francamente se quelli erano i valori cui guardava e si ispira poteva pure restare in Leu, che a scorrere la lunga pagina dedicata da Wikipedia alla formazione politica nata dalle macerie del bulldozer con il quale vuole ricongiungersi,  si prestava e accoglie tutto e il contrario di tutto in un altrettanto vivace e dinamico marasma, fuori dal Pd ma integrandone gli “ideali”, accettandone di buon grado le “misure” per essere uguali e liberi di predicare bene e razzolare male, di essere parimenti soddisfatti di subire i comandi padronali pur di assicurarsi poltrona e pensione negati ai meno uguali, combinando con agile poliedricità il mugugno e il sostegno attivo, la critica e la critica all’opposizione.

Si vede che, fatti due conti,  l’Occhionero – che appunto ringrazia  le donne e gli uomini di Leu, ma che è costretta ad ammettere: “non siamo riusciti a vincere la sfida di divenire un gruppo politico realmente unitario e capace di affrontare le sfide dell’oggi e del futuro. Ora è il momento di mettersi in campo superando le differenze e, anzi, considerandole un valore” –  ha scelto consapevolmente di garantirsi un futuro, ovunque, anche in Trentino, e comunque, con chi della slealtà e dell’interesse personale, dell’indole a mettersi al servizio solerte e generoso di ogni padrone in ordine di tempo, Germania o Franza o Spagna purchè se magna,   ha fatto  il segreto del suo successo, Forza Italia o Italia Viva, unite da personalità affini oltre che dall’abuso aberrante di amor patrio nell’etichetta.

E pare che il movimento promosso dalla scrematura del Giglio magico attragga e catalizzi il pubblico femminile, grazie tra l’altro alla sua leader in quota rosa ( e infatti il profilo su Facebook dell’ultima arrivata rivela una cifra politica comune in più con la Maria Elena, la procace ostentazione di un succinto bikini) e quello più assetato di indipendenza e autonomia ( e infatti la 5Stelle proclama: ora finalmente ho la libertà di esprimere le mie idee). Infatti , motiva la sua decisione la ciarliera  paladina della legalità e delle belle forme: “mi è piaciuta la scelta di Maria Elena Boschi come capogruppo. Una donna giovane che riveste un ruolo di guida in Italia Viva. Questa leadership femminile mi piace e mi fa pensare che ci sia uno spazio di maggior agibilità in un progetto che sa apprezzare il valore delle donne”. E ribadendo una specificità e superiorità di genere che dona alla politica una qualità estetica oltre che morale, aggiunge estasiata in risposta  alle domande dell’intervistatore, in vena di ardita provocazione, sulla venustà della dirigenza di Leu: “Boschi è donna, Federico Fornaro (capogruppo Leu alla Camera) è uomo. Eppoi Fornaro sarà un bell’ uomo, ma la bellezza della Boschi non ha eguali”.

Eppoi dicono che le donne sono invidiose delle altre donne. E lo diranno anche di me, perché ormai, pur apprezzando il suo look audace, non sono autorizzata a dichiarare che la Bellanova ha riposto velocemente in un cassetto il suo passato di lavoratrice prima e di sindacalista poi (ma questa è cifra comune delle rappresentanze fedifraghe degli interessi degli sfruttati) per mettersi a disposizione di chi ha smantellato l’edificio di garanzie e conquiste che le ha permesso di arrivare dov’è, oppure di biasimare  il prodigarsi della bella senza uguali, pur condannando le dicerie maligne sulla sua cellulite,  senza essere tacciata di sessismo, maschilismo, virilismo.

E lo credo, piace a maschi ma anche alle donne questa svolta perversa e abusata del femminismo, che rende intoccabili, immuni e impunite le stronze in virtù dell’appartenenza di genere, che si accontenta di imitazioni di ambientalismo o antirazzismo, purché impersonate da icone in quota rosa, che ritiene che il riscatto consista nella aritmetica sostituzione di generali con generalesse,  che pensa sia sufficiente istituire la parità di salario in modo che ogni addetta di un call center, di un campo di pomodori, di una cassa del supermercato possa essere sfruttata parimenti al marito, al padre, al figlio, altrettanto messi sotto ma ai quali si riserva la consolazione di appartenere al sesso superiore. Piace alla gente che piace convincersi che le delicate qualità femminee emancipino dalle tentazioni di rubare o sopraffare, che siano quelle a rendere accettabile anzi gradita la pratica di surrogare i servizi pubblici di assistenza e cura che garantiamo con le nostre tasse, con la muliebre dedizione nei confronti di malati, bambini e anziani rimuovendo talenti e vocazioni non più concesse in nome della necessità.

Non deve essere un granchè quello che è appropriato chiamare il femminismo liberal, se sono queste le sue figure di punta, volontariamente gregarie di un bullo o di un vecchio puttaniere o di leader che si prodigano per  la Casa delle Donne,  ma tagliano i fondi agli ospedali per promuovere l’assistenza privata, che si portano appresso nella scalata cheerleader promosse a costituzionaliste e che sono interpreti dell’aspirazione a  pari opportunità di potere,  per occupare posti prestigiosi e autorevoli, consigli di amministrazione e poltrone ministeriali, dove imporsi e imporre un modello di supremazia mutuato da quello maschile, che vuole affrancare un 1% che eccelle e non il 99% delle oppresse a casa e fuori, quelle che i vetri rotti del soffitto di cristallo, come lo hanno definito non a caso le post femministe americane, li devono raccogliere  spazzando e pulendo lo sporco di un “progresso”  che si dimentica di uomini e donne colpevoli di non essere abbastanza schiavi.

 

 


Leopolda, la figlia segreta di Mubarak

novAnna Lombroso per il Simplicissimus

Ci sono circostanze benedette che regalano squarci di verità. Così quelli che si ostinano a chiamare il Pd e il movimento renziano organizzazioni di centro-sinistra sono avvertiti che potrebbero essere accusati di vilipendio, calunnia, diffamazione, perché ce ne sono se pensiamo che perfino Rossanda intervistata qualche giorno fa in occasione della sua ennesima caduta dal pero si riferisce a quelle forze e a Leu definendole “la sinistra” che, “alleata col movimento 5stelle si candida all’inconsistenza”.

Per fortuna ci pensano loro stessi a mettere un po’ di ordine. Alla Leopolda 10 – peccato non avessero opportune magliette col 10 sul dorso  come Totti, pronti per la hola della curva ultrà – i proclami, gli slogan, le parole d’ordine di quella che potrebbe essere una costituente del nuovo partito, non parevano più i temi cari delle cene del Rotary, manco quelli di un Aspen  Institute de noantri, ma i vecchi e cari comandamenti della maggioranza silenziosa  a una cifra di percentuale ma che ha ritrovato la voce e grossa con toni addirittura eversivi. Cosa non nuova ricordando che si tratta di quelli che volevano accartocciare la Costituzione per farla più moderna, duttile, come vuole l’Europa che le rimprovera di essere nata dalla resistenza con cifre “socialisteggianti” e che offre spazi eccessivi al parlamento degli eletti rispetto a più agili esecutivi, che hanno incitato alla diserzione da referendum molesti, che, sia pure a fasi alterne, hanno demolito la reputazione della magistratura, dopo aver ridotto in macerie la scuola pubblica, la sanità pubblica, il patrimonio culturale e i beni comuni.

Eh si perché in concorrenza con le frange empatiche di Piazza San Giovanni, hanno dato nuova enfasi alla ribellione fiscale dei cumenda con paletot di cammello e delle sciure col visone, interpretando il malessere di un ceto medio borghese senza essersi accorti che non c’è più, che ormai possono prestarsi a ascoltare e dar voce solo al mal di pancia di sbandati usati da quell’1 % di padroni e di ricchi accumulatori coattivi, applauditi da un ceto di impoveriti che non si arrendono al loro ruzzolone in basso, che continuano a sentirsi parte di una élite perché leggono Repubblica, che possiedono il dono dell’ubiquità stando allo stesso tempo con Carola Rackete e Minniti, con Greta e Calenda, con Lucano e Nardella, che adorano i santini di malfattori dei fumetti e dell’economia, insieme a  La Pira e Don Sturzo.

In prima linea oltre alla ex ministra Boschi che si distinse per essere stata nel 2015 la suggeritrice di quel famoso comma 19 bis del decreto fiscale governativo scritto da una “manina” misteriosa per effetto del quale le frodi fiscali inferiori al 3% del reddito dichiarato sarebbero state sanzionate solo per via amministrativa, e non più per via penale, e per effetto del quale si garantiva la decadenza della condanna definitiva inflitta a Berlusconi, quella che dal palco se l’è presa con la casa madre colpevole di essere diventata il partito della tasse, per ricordare che “loro”, la fazione fuggiasca le aveva sempre abbassate proprio come un Robin Hood qualsiasi ma alla rovescia togliendo ai poveri per dare ai ricchi,  si è spesa con vigore l’ex bracciante e ex sindacalista, quella che condusse il negoziato per una legge ad personam che salvasse le banche criminali e i loro manager, ecco la ministra Bellanova, che, forse per un precoce abbandono scolastico e per una altrettanto precoce defezione dalla tutela dei diritti della categoria, non deve aver potuto apprendere la lezione della storia di Portella della Ginestra, della questione agraria e della lotte contadine contro l’alleanza perversa di mafia, rendita, latifondisti, proprietari terrieri e ha gridato dal palco tra applausi scroscianti  del parterre nel quale faceva la sua porca figura Lele Mora “NO tasse!”.

Ora a tutti parve un po’ eccessivo l’elogio del dovere fiscale di Tomaso Padoa Schioppa, a tutti sembra che quello sia un sistema viziato all’origine se tartassa i poveri cristi e esonera i Creso, tanto da offrire loro immunità e impunità amministrativa e perfino penale preventiva e postuma anche nel caso di crimini non solo economici, a tutti vien voglia all’arrivo di una cartella esattoriale di una raccomandata di appiccare il fuoco alla più vicina sede dell’Agenzia delle Entrate, mentre risuona come un grato leit motiv il tintinnar delle manette per i grandi evasori, a non tutti ma a molti viene in mente che bel altro che la galera ci vorrebbe per chi ricicla ruba e corrompe grazie a opere inutili che basterebbe non progettare e realizzare, ma  solo a loro invece e alla destra più feroce inattaccabile perfino dagli ammaestramenti del neo liberismo che agisce per normalizzare fenomeni estremi ed effetti aberranti che potrebbero innescare risvegli e ribellioni incontrollabili, ma la ministra ha davvero sconfinato sui territori che danno la pastura al più vieto  e inveterato leghismo.

E dire che hanno superato la fase della disubbidienza fiscale perfino Salvini, Maroni, Zaja che preferiscono la strada più ragionevole e proficua dell’autonomia che, senza star tanto a guardare a chi le paga o no, delle tasse pagate aspira a trattenere il residuo per spartirselo con amici e affini delle scuole private, delle cliniche, dei diplomifici universitari.

È che alla Leopolda più che l’Italia,  effigiata nello stesso simbolo del prodotto contro il fastidioso prurito intimo, a essere vivo era il Cavaliere, proprio lui che proclamò l’evasione come imperativo morale e legge di natura incontrastabile. E infatti tra le perle inanellate a chiusa della convention di zombi non è mancato  il panegirico di Berlusconi, il tycoon spregiudicato, il puttaniere incorreggibile, il golpista indefesso, il criminale economico datore di lavoro di mafiosi riconosciuti tali, l’utilizzatore finale di ragazzine e parlamentari voltagabbana, lo zio adottivo della nipote di Mubarak, il promotore della  “condono” carcerario per i reati contro al Pubblica Amministrazione, delle detassazioni di Tremonti, della deregulation via etere della legge Maccanico, della riforma del falso in bilancio, dei vari condoni edilizi, dell’abolizione della legge di successione per i patrimoni sopra i 350 milioni di lire, dell’indulto, solo per fare qualche esempio,   ad opera del suo erede che ne ha tessuto le lodi di invidiabile “modello” rappresentante e leader  per un quarto di secolo della “destra europea, popolare e liberale” in Italia.

C’è stato un tempo nel quale si diceva che per essere davvero una sinistra costruttiva, dinamica, moderna serviva una vera destra da contrastare. Ecco, c’è, vegeta se non proprio Viva. Così non abbiamo più giustificazioni per la nostra inazione.


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