Archivi tag: Iri

Ilva, costituzionalmente immune

il   Anna Lombroso per il Simplicissimus

Da ieri è all’esame dei giudici costituzionali l’immunità penale e amministrativa del “commissario straordinario, dell’affittuario o acquirente e dei soggetti da questi funzionalmente delegati”, dei vertici passati e presenti, quindi, dell’Ilva, attribuita loro con una legge del 2015.

La questione è stata sollevata dal gip di Taranto che ha rilevato “un contrasto della norma con numerose disposizioni costituzionali, in primis il principio di uguaglianza” introducendo una “irragionevole disparità di trattamento» rispetto alla generalità delle altre imprese.

Ad aprile Di Maio, in visita pastorale a Taranto, si era impegnato con quella determinazione verbale assertiva che gli era cara, promettendo che in base a Dl Crescita l’immunità sarebbe scaduta il 6 settembre. Provvidenzialmente per lui la crisi l’ha risparmiato dall’obbligo di mantenere la parola data e dunque  in base alle disposizioni vigenti assassini trascorsi e quelli che ne hanno raccolto il testimone saranno esentati dalle responsabilità sino al completamento del piano ambientale, ad agosto 2023, in modo che con tutta tranquillità abbiano la licenza di commettere reati penali e amministrativi giustificati dalla necessità di adempiere  “alle migliori regole preventive in materia ambientale, di tutela della salute e dell’incolumità pubblica e di sicurezza sul lavoro”, che, si vede, senza quel benestare  non potrebbero essere ottemperate.

Come scrissero i giornali allora, e non solo il foglio rosa confindustriale, Arcelor Mittal  reagì legittimamente contestando quella speciosa questione “in punta di diritto”, così la definirono,  che rischiava di  compromettere il rilancio dell’ex Ilva acquisita dal colosso siderurgico che aveva posto come condizione preliminare alla riconversione ambientale dell’acciaieria   il mantenimento delle «tutele legali» previste dal decreto Ilva concepito dall’ esecutivo guidato da Gentiloni.

Così, come ormai avviene di frequente, la politica demanda e delega le scelte che non ha il coraggio di fare, scegliendo la strada della “legalità” percorsa e officiata nei tribunali non sapendo percorrere quella della legittimità e della giustizia.

D’altra parte non c’è da stupirsi, in ogni cessione, privatizzazione e svendita di una impresa è sempre stato allegato alla strenna il gadget dell’impunità, appunto per mettere in condizione l’acquirente di non essere penalizzato neppure per incauto acquisto della roba sottratta a noi, di godere di un regime di placet e autorizzazioni eccezionali dovute per essersi accollato un peso morto, un ramo secco, una cattedrale nel deserto, beni comuni lasciati in stato di abbandono e colpevole trascuratezza proprio per permetterne il conferimento a prezzi stracciati.

L’Ilva ne è un simbolo:   quando acquisì  l’Italsider di Taranto, a Prodi che ne promosse la vendita e che l’aveva definita un gioiello, Riva, rispose di rimando che si accollava un “ferrovecchio” al  prezzo di poco più di 2 mila miliardi di lire, per una valutazione complessiva della società di circa 4.000 miliardi di lire, secondo quanto rese noto l’Iri, 1.500 miliardi di debiti, a fronte di un fatturato di 9 mila miliardi e 11.800 dipendenti).

Da vero padrone delle ferriere ha instaurato un regime tirannico (ebbe due condanne per discriminazione), impose turni e condizioni di lavoro inumane, fece di Taranto un città martire contaminando la fabbrica e la città con emissioni, reflui, rifiuti nocivi, seppelliti dentro e sotto al fortezza avvelenata e provocando migliaia di malati e centinaia di morti, traendo profitti miliardari (in lire e poi in euro) che ha indirizzato verso remoti paradisi fiscali, mentre non ha mai investito in tecnologia, sicurezza, sostenibilità,   beneficando degli aiuti dello Stato italiano per farle contribuire alla catastrofe infrastrutturale e ambientale, senza impegnare un quattrino per modernizzare e risanare gli impianti.

Il tutto, illustrato icasticamente nelle indagini della magistratura di Taranto all’atto del sequestro nel 2012  come “disastro ambientale colposo e doloso, avvelenamento di sostanze alimentari, omissione dolosa di cautele contro gli infortuni sul lavoro, danneggiamento aggravato di beni pubblici, getto e sversamento di sostanze pericolose”, con la benedizione delle stirpi illuminate dei Dini, dei Ciampi,dei Prodi e di certi loro delfini immeritevoli perfino delle loro nequizie, i Calenda, che hanno  smontato e sfasciato l’Iri,  tolto al governo il controllo sulla Banca centrale, per rinunciare a ogni responsabilità e funzione di gestione del patrimonio comune, industriale, infrastrutturale, dei servizi e culturale, per cederlo ai privati facendoci relegare nei bassifondi sfigati e umilianti dello “sviluppo”, e con il tacito o fragoroso assenso di amministratori locali e regionali, organismi di controllo e vigilanza che pensarono bene di ritoccare il termometro per dire che nessuno aveva la febbre.. o il cancro.

Non ci resta che sperare in un pronunciamento della Corte che stani i ricattatori,  quelli dell’accordo infame: tutti licenziati da riassumere dopo aver fatto fuori i molesti “esuberi”, quelli dell’ambientalizzazione farlocca con la copertura dei parchi minerari in cimiteri perenni e avvelenatori.

Non si resta che sperare che dalle intimidazioni passino ai fatti e che si disfino dell’acquisizione avida e perciò scriteriata, in modo da arrivare naturalmente all’unica soluzione possibile, l’assunzione da parte dello Stato del diritto e del dovere della gestione degli impianti, la mobilitazione di investimenti perché proseguano nell’attività senza inquinare e ammalare avvelenare la città. Se è vero come è vero che l’Italia ha bisogno della siderurgia, se è vero, come è vero, che altri Paesi dimostrano che è sano, profittevole, giusto, salvare i propri gioielli, siano banche o imprese, e tenerseli cari come si deve fare con un bene comune, come la Commerzbank, come la Opel, come la Peugeot, e se è vero come è vero  che è possibile bonificare i territori e riconvertire un impianto siderurgico da  9 milioni di tonnellate, come a  Duisburg, se si costringono perfino imprese dai trascorsi criminali (in quel caso la Thyssen-Krupp ) a rispettare le regole, che possono perfino rivelarsi  più redditizie dei delitti se uno stato di diritto sa come rendere fertili le pene.


Delitto senza castigo

l43-mario-draghi-romano-141216202238_bigL’elenco delle prime 500 aziende mondiali redatto da Fortune, è stato l’albero di Natale del neoliberismo, quello con in cima la stella cometa del pensiero unico e sotto i rami i pacchi regalo delle promesse e della ricchezza che la massa sterminata dei piccoli fiammerai dell’occidente guardava con stupore e ammirazione come la vetrina del bengodi. Ma adesso la musica è cambiata: nell’elenco del 2019 la Cina ha superato gli Usa come numero di grandi aziende: 129 a 121, rendendo palese anche ai livelli più sensibili al brillocchi americani,  l’ascesa dell’ex  celeste impero a prima potenza economica mondiale. Ma non è tanto questo che interessa, visto che il sorpasso era ormai cosa annunciata e scontata, quanto il fatto che la stragrande maggioranza delle aziende cinesi finite nell’elenco, sono aziende statali e che il numero di queste è cresciuto nel tempo, rispetto a quelle private invece di diminuire come scritto nei libri profetici apocrifi conservati come il santo Graal nelle menti di Bruxelles, sul cui territorio l’impresa statale è di fatto proibita o al massimo tollerata se si tratta di un residuo storico.

Questo ci dice che il sistema misto funziona eccome. Funziona talmente bene che anche le imprese di molti altri Paesi non occidentali contenute nell’elenco sono in massima parte a partecipazione statale, partendo dal quasi 70 per cento di Indonesia e Malesia per finire all’oltre 80 per cento di Russia ed Emirati Arabi. Ma ci dice anche quale follia sia stata quella di svendere la grande struttura dell’Iri, che aveva guidato tutta la rinascita del Paese nel dopoguerra e che ancora negli anni ’80 comprendeva aziende come l’Alfa Romeo, comparti come la siderurgia e la cantieristica, Stet e Finmeccanica, tutti colossi che se la battevano alla pari dei concorrenti e che sono all’origine di tutta la tecnologia che il Paese è riuscito a sviluppare. I colpevoli principali sono due: Romano  Prodi e tutto l’arco politico di riferimento ovvero il demo craxismo, oggi ancora in auge nel Pd, e Mario Draghi suo braccio operativo, quello che svendette il patrimonio immobiliare dell’Eni per quattro soldi. Una colpa doppia perché non solo distrusse tutto questo immenso apparato economico che occupava direttamente più di 600 mila lavoratori, andando dietro alle fumisterie e all’illusionismo neo liberista, ma lo fece pure in maniera frettolosa e superficiale per raggranellare i soldi necessari ad entrare nell’euro. Senza dubbio un  pessimo affare in cui milioni di italiani hanno perso tutto e il banco formato da qualche migliaia di speculatori senza scrupoli, hanno invece rastrellato ricchezza in maniera straordinariamente facile.  Non parlo nemmeno di Berlusconi e dei suoi masnadieri il cui accordo ideologico con il neo liberismo era tutt’uno coi loro volgari interessi di bottega.

Ma questi due esecutori di incubi scambiati per sogni sono stati aiutati nel compiere sino alla fine il loro disastro dalle risibili parole d’ordine a cui hanno abboccato gli italiani, il rifiuto dello stato, delle regole, della stessa etica, la speranza che si sarebbero aperti nuovi orizzonti, piccolo è bello e tutte cazzate di questo tipo. In fondo era mezzo secolo che volevano fare gli americani e adesso si sentivano vicini a questa mistica identificazione, proprio come valletti che tifano per il padrone senza nemmeno percepire lo stipendio. E adesso che molti di loro si ritrovano in mutande, con  la sola consolazione di potersi inventarsi improbabili occupazioni e titoli in inglese che stiano al posto di precario, disoccupato, in attesa di lavoro: tutti “dottò” come negli anni ’60 con la piccola differenza che allora si trattava di accrescere artatamente il curriculum scolastico adeguandolo al reddito, oggi di mascherare in qualche modo la caduta del reddito. Ed ecco che come l’ultima goccia amara adesso si scopre che le economia miste vanno più forte e che l’Iri è stato a suo tempo ispirazione e modello per questo tipo di assetto che si sta rivelando vincente. Eppure vedrete che uno dei responsabili principali, il dottor Draghi finirà per governare, anche se solo le macerie che ha contribuito a creare.


Tremonti, il profeta del passato

Anna Lombroso per Il Simplicissimus

Una voce flebile in Italia non è che acquisti forza nel mondo. Si è dato che ingegni italici abbiano acquisito una certa luce convertendosi a interessi nazionali o partigiani di paesi o cornici regionali che li avevano adottati.
In passato deve averlo pensato Tremonti sentendosi Mazzarino e dedicandosi speranzoso, la speranza è la sua cifra esistenziale, ai contesti globali nella convinzione di colmare il vuoto di una personalità nazionale con quello di un’avanguardia mondiale. Dimenticando appunto che il miglior cosmopolitismo è quello che si nutre di pienamente delle realtà nazionali, delle loro identità, delle loro richieste, delle loro idee per arricchirlo.
Aveva trascurato che l’appartenenza in prima linea a un governo senza principi, senza valori senza aspirazioni se non quelle personali, senza politica e appunto senza idee, non è una buona credenziale.
Così ai fasti dell’Aspen ha sostituito la più provinciale tribuna di Cernobbio e al pensiero “globale” i terragni e rauchi richiami animali della Lega.
Ma in vena di abbandonarsi a intimistiche e confidenziali nostalgie, a proposito del destino e sui suoi auspici per l’Italia ha chiesto che le sue sorprendenti confessioni avvenissero a microfoni spenti. Non si sa se per pudore o nella convinzione, comune alla compagine governativa, che tutto in questo Paese è affar loro. E che certi propositi non si debbano illustrare al Consiglio dei Ministri, in Parlamento e nemmeno a Porta a Porta, ma semmai rivelare davanti a una polenta taragna coi suoi amici, ai consessi dei camerieri di regime in dindrl e gilet di velluto di Cortina, insomma in quei posti deliziosamente delegati all’uso improprio della comunicazione da parte della classe politica ai cittadini.
Malgrado il silenzio stampa però qualcosa è filtrato sulla progettualità federalista del Ministro. A conferma che la modernità è un’opinione per lui come per il manager della Fiat e che se non è fuga dall’Italia è fuga dal presente per rifugiarsi in una recherche nella quale le madeleines sono rappresentate dalla Cassa del Mezzogiorno rivisitata nel nome ma non nelle fattezze, dall’Iri, mai abbastanza rimpianto e da Mediobanca, forse perché da piccolo voleva diventare Cuccia da grande.
E lo credo che gli piace l’Iri, non fosse che per il nome. La costruzione del futuro dell’Italia secondo il profeta finanziario del federalismo insomma assomiglia alla riedificazione di un modello, alla ripetizione da parte di una classe politica senza idee e con molti pregiudizi di un format nel quale il Sud diventa oggetto di trasferimenti finanziari per improbabili grandi opere più che di sapere e tecnologia, favorendo i finanziamenti dispersivi e sterili, quelli che alimentano economie sommerse e la creazione di una controfinanza più o meno occulta, e nel cui contesto proliferano le alleanze opache tra imprenditori o finanziatori discutibili e politici e amministratori locali. Quelli che vagliano i progetti per dirla con Weber in termini di “acquisitività politica” piuttosto che di interesse generale.
Insomma una versione dei carrozzoni, delle lottizzazioni e dell’assistenzialismo ad opera di consorterie autarchiche, aggiornata secondo la spregiudicatezza criminale del berlusconismo e il cinismo corrotto e corruttore della lega.
Qualcosa di moderno c’è in tutto questo: potrebbe essere il contributo che questa coalizione offre alla realizzazione della fosca previsione contenuta in un rapporto che anni fa fu presentato a Clinton e che affermava: “nel 2010 il mondo assisterà alla nascita di nazioni criminali”. Molte zone del mondo sono di fatto sfuggite alla sovranità degli Stati, per passare sotto il controllo di veri e propri governi privati, nell’area di dominio di potenze criminali e organizzazioni mafiose.
La previsione da noi si è già in buona parte realizzata. E per una volta non possiamo permetterci di sperare nella ormai proverbiale inefficienza del governo. C’è da temere che se non ci previene quella degli atzechi o degli inca si realizzi proprio quella di profezia.


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: