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Involuzione digitale

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Dalla   lettera di Karl Marx a Ludwig Kugelmann, medico, attivista e pensatore socialdemocratico, dell’11 luglio 1868: “sospendendo il lavoro, non dico per un anno, ma solo per un paio di settimane, ogni nazione creperebbe, è una cosa che ogni bambino sa”.

Così si capisce che non siamo solo noi, popolino, massa, plebaglia, infantili e scriteriati, ma anche il ceto dirigente, le autorità che dicono di aver deciso per il nostro bene, imponendo una sospensione, non dico di un paio di settimane soltanto, del lavoro, limitandolo a quello che una volta di sarebbe detto produttivo, ma che  ormai si limita a importare, assemblare, immagazzinare, timbrare, trasportare, recapitare, oltre che di alcuni diritti fondamentali e della democrazia, impedendo grazie a ogni forma possibile di persuasione morale, che i cittadini vadano al voto, temendo i nefasti assembramenti partecipativi concessi qualche mese fa.

A compensare tante perdite di beni, sicurezze, dignità ci vengono offerti gli ottimistici trastulli, le profezie degli economisti della felicità, i giochi di società della modernizzazione, che ormai sta a significare due cose soltanto: un ambientalismo al di sotto del giardinaggio grazie alla paccottiglia dell’economia green, in modo che  i grandi inquinatori possano scaricare sulla collettività colpe e responsabilità ipotizzando che i guasti del mercato si riparino con il mercato. E, soprattutto, la digital economy, grazie alla quale con la tecnologia, l’informatizzazione fino all’intelligenza artificiale ci promettono che finirà la fatica, anche se è altamente improbabile che finisca lo sfruttamento. 

Come è noto i più esposti e i più provati da questa emergenza sociale non hanno tribuna né platea, piazza o profilo social. Del loro smartworking, anche quello trattamento privilegiato e in quanto tale riproduttore di disuguaglianze e discriminazioni, sappiamo poco salvo indovinare che per alcuni significa cottimo contemporaneo, diponibilità h 24, incremento di sorveglianza, espansione delle anomalie contrattuali e del sistema di ricatti, con in più la rinuncia a quelle forme di socialità e identitarie che potrebbero indurre presa di coscienza e impegno collettivo a tutela del proprio lavoro. 

A strati e ceti più protetti invece questa narrazione piace, chi gode di superstiti sicurezze, di privilegi e garanzie e si è convinto che siano inalienabili continua a compiacersi dei miti demiurgici dell’economia otto-novecentesca, quella imperniata sul Progresso e sui suoi doni, elargiti dalla provvidenza in forma di conquiste della scienza e della tecnica, di accesso alle risorse, di istruzione e del conseguente benessere che la ricchezza di pochi distribuisce generosamente a molti, omettendo l’altra faccia, gli effetti secondari che producono disuguaglianze, mercificazione, profitto avido, guerre di conquista.

Si è fatta strada così quella percezione  di una infinita e inviolabile onnipotenza virtuale che ci consente di parlare faccia a faccia con un interlocutore dall’altra parte del mondo, di coprire distanze quasi incommensurabili, di avere notizie e informazioni in tempo mentre gli eventi accadono, oggi messa in discussione della rivelazione dell’impotenza reale, che ci condanna a riti propiziatori e apotropaici, ai fumenti della nonna per contrastare un virus diventato minaccia apocalittica per via della distruzione operata su ricerca, sistema sanitario, ambiente, potere di acquisto e di accesso ai servizi e ai beni comuni.  

Una dimostrazione concreta del ritardo del “senso comune” sulla realtà è proprio dimostrata dall’attenzione rivolta al mondo di opportunità che si svilupperebbe grazie alle piattaforme digitali, sottovalutando la loro potenza di autogenerazione di profitti prodotti dal contributo volontario del pubblico che scambia dati, offre informazioni pronte per la commercializzazione, si sottomette alla pubblicità promuovendo indirettamente e incrementando consumi, diventando a un tempo cliente, promoter, agente di vendita e sfruttato.

Peggio ancora succede quando osservatori e residenti in quelle geografie – finora –  risparmiate, si imbattono nella sharing economy, nei lavori alla spina che permetterebbero ai più dinamici remunerazioni principesche e invidiabili margini di autonomia, consistenti nella libertà di scegliersi gli orari e i percorsi più favorevoli al pieno impiego del neo- cottimo. Proprio l’altro ieri a smentire  la gustosa favoletta pedagogica della Boralevi sulla stampa (ne ho parlato qui:   https://ilsimplicissimus2.com/2021/01/18/favolette-immorali/) abbiamo appreso della morte in un incidente non casuale del fattorino di Deliveroo,  47  anni, in una delle sue normali giornate lavorative di 15 ore.  

Anche in questo caso si racconta che si tratta di  forme di “lavoro agile”, supportato da sistemi di logistica  grazie ai quali l’operatore partecipa all’assegnazione effettuata online e  gode della possibilità di decidere lo svolgimento delle sue mansioni, come si fa nelle  zone Free Login dove, è proprio Deliveroo a propagandarlo, “potrai andare online quando vorrai senza alcuna necessità di prenotare le tue sessioni in anticipo…. Tutto ciò che dovrai fare sarà essere all’interno della zona di riferimento e fare login nell’app Deliveroo Rider, così quando sarai online inizierai a ricevere proposte di consegna e, come sempre, sarai tu a decidere quali accettare e quali no”.

Il sottoproletariato di oggi e domani è anche quello dei cottimisti e del caporalato digitale, se ormai i rider più scafati gestiscono un gruppo di “dipendenti” che effettuano le consegne in outsourcing. Gente che, come gran parte dei lavoratori autonomi, una volta apparteneva al ceto medio ormai retrocesso e impoverito e orfano di rappresentanza politica e sindacale, spinto dal bisogno e dal distanziamento sociale che c’era ben prima del Covid a confliggere con gli altri, autonomi contro dipendenti, artigiani contro ristoratori, disoccupati contro part time, in una lotta orizzontale provocata e della quale godono le classi dominanti.

Comunque sia della degradazione o della sostituzione del lavoro finiremo per soffrire tutti. Se, come è già evidente, è diventato più facile automatizzare operazioni umane complesse piuttosto che guidare, sistemare merci negli scaffali e se la fine della fatica grazie alle piattaforme, tanto per fare un esempio, non interessa milioni di donne e uomini che continuano a lavorare in fabbrica, nei campi, nelle miniere di litio e cobalto che servono agli smartphone simbolo della nostra personale rivoluzione digitale.

Però per chi ama le curiosità, c’è un settore investito dalla modernizzazione che si colloca all’avanguardia. Quello dei cassamortari – come sono chiamati a Roma- che hanno raccolto la sfida epocale creando   cimiteri.online o Rip.Cemetery, dove basta un clic per entrare in un camposanto virtuale dove esseri umani (ma pure  animali)  trovano accoglienza in un paradiso virtuale nel quale resistere al tempo e all’oblio, con un imperituro c’è un profilo social post mortem  con foto, video, audio, post e like.

Ma ci sono anche funzioni più concrete opportunamente informatizzate: il sensore di movimenti da chiudere nella bara per contrastare il fenomeno, peraltro raro, di morti apparenti, il Qr code da incidere sulla lapide per fare accedere i dolenti alla banca dati con le gesta del caro estinto per un ricordo interattivo, mentre i Giappone esistono già e con successo i cimiteri Hi-Tech.

E ovviamente spetta a Microsoft il primato di  un brevetto per una tecnologia che “rianimerebbe” i morti ricreandoli attraverso i post sui social media, video e messaggi privati ​​che potrebbero anche essere scaricati in un modello 3D realistico del defunto.  Il chatbot, potrebbe essere una figura storica, una celebrità, un amico o un parente trapassato, utente sarebbe quindi in grado di simulare una conversazione umana tramite comandi vocali e / o chat di testo.

Può darsi che sia  questa la clientela preferita dal gigante dell’informatica. Resta però, purtroppo,  un limite estremo oggettivo allo svilupparsi delle opportunità offerte alla nostra vita dalla tecnologia,  la morte continua a essere implacabilmente naturale.


I cassamortari dell’intelligenza

intell Anna Lombroso per il Simplicissimus

Per anni fini polemisti ci hanno detto di stare tranquilli, che non valeva la pena di fare la rivoluzione perché il capitalismo sarebbe imploso dentro alle bolle finanziarie e alla spirale dell’accumulazione che aveva messo in moto.

Il sistema non avrebbe saputo gestire la sua «strategia del caos», che condizionava tutto, dalla geopolitica all’esercizio quotidiano del dominio di potere sulle singole esistenze, né tanto meno contrastare la crisi del suo insostenibile «modello di sviluppo» che sta devastando il pianeta e mette in discussione  la supremazia della sua «civiltà» superiore. Bastava, insomma, aspettare il suo suicidio.

Finora invece assistiamo ai suicidi di massa di nazioni, popoli e realtà produttive, che non resistono alla pressione delle “grandi trasformazioni”,  per lo più aberranti, del sistema totalitario economico e sociale, proprio come  successe agli  Xosa (lo ricorda Canetti Masse e potere)  che si autocondannarono per non essersi adattati al progresso importato da quei primi modelli di guerre umanitarie che furono le  missioni di evangelizzazione, incaricate di cancellare identità, tradizioni, usi, e di annullare valori di responsabilità e libertà personali e collettive.

Basta pensare a un simbolico harakiri nazionale, quello di Alitalia “offerta”, con accompagnamento di opportuno de profundis di Atlantia dei becchini Benetton e del Governo, a Lufthansa in cambio di pochi spicci (150-200 milioni a fronte dei 100-200 di Delta) condizionati all’obbligo di disfarsi dello status di compagnia nazionale per essere retrocessa a compagnia regionale, della presenza nel suo azionariato del Ministero del Tesoro vincolato a cedere le sue quote entro tre anni, di aerei, di costi di gestione  e, infine, di 5000 posti di lavoro, sostituiti da più efficienti esecutori robotici che non protestano, non scioperano e si accontentano.

A conferma del ruolo svolto dall’Europa, quello, direbbero a Roma, di “cassamortara” delle imprese nazionali e partecipate dei paesi di serie B in modo da levare di torno una concorrenza leale a quelle  di serie A più meritevoli, Air France o Lufthansa e perfino British Airways: i molti soldi pubblici profusi  ( un miliardo e 300 milioni negli ultimi 18 mesi) sono serviti a darle un po’ di belletto come si fa nelle agenzie di pompe funebri  per appiopparla quando è ancora tiepida  a poco prezzo a un competitor che la cannibalizzi.

Celebrare il requiem per le aziende pubbliche (e non solo) e per la sovranità economica degli stati nazionali cui sarebbe obbligatorio e doveroso rinunciare per il rafforzamento del superstato la cui appartenenza si è trasformata in un atto di fede continuamente recitato, cieco e assoluto, prevede anche che si solennizzi insieme alla fine delle democrazie,  quella del lavoro diventato fatica e servitù, delle politiche e delle relazioni industriali e sociali,  e dei dei lavoratori – un esercito manovrabile e localizzabile a piacere, ricattato e intimorito dalla minaccia dell’esercito di riserva degli immigrati che in verità non è competitivo per qualità ma perché più ricattato, più intimorito e disposto all’insano agonismo dei sacrifici, delle rinunce e delle umiliazioni.

Niente paura però, tra tante cattive notizia le news che provengono dalla app globale della modernità e del progresso ci fanno  sapere che col lavoro tradizionale è finita anche la fatica, perfino quella dei soldati che potranno sganciare ordigni micidiali stando seduti su una comoda poltrona, grazie alle formidabili opportunità  offerte dall’automazione e dalla robotica.

Inutile dire che ci sono luoghi  del terzo mondo esterno, e anche di quelli interni alle geografie della nostra civiltà superiore, dove l’ipotesi che robot superdotati di intelligenza artificiale  sostituiscano gli esseri umani nei compiti faticosi liberandoci così dalla condanna alla fatica ma pure ai vizi e ai piaceri (il programma informatico Pluribus ha battuto a Texas hold’em, una specialità del poker, cinque giocatori professionisti), è pura fantascienza, trastullo mentale per privilegiati.  Il lavoro manuale, rischioso e usurante esiste ancora eccome ed è per quello che viene localizzato in luoghi brutti o confinati e negletti dalla lotteria naturale,  o riservato a vite di poca rilevanza costrette a spostarsi, a eseguire, a mansioni sporche, umilianti e degradanti, velenose e che avvelenano, ammalano e fanno ammalare, mentre ad altri sarebbe permessa e la pigrizia  e perfino la noia, che ossessivamente neghiamo ai nostri figli costringendoli a una piena occupazione del tempo libero in corsi, balli, flauti, rincorrendo un dinamismo malato.

Ma anche per i beneficati il futuro non sarà certo tutto rose e fiori, e lo sappiamo già grazie alla lenta ma inesorabile infiltrazione nella nostra economia  di una forma di controllo sociale e culturale che impone una ideologia della autonomia distorta che illude di essere indipendenti  perché non  ci si interfaccia col padrone oppressore: oggi una multinazionale remota, domani i suoi intelletti sintetici manovrati da altri sfruttati invisibili.

Il processo è già avanti se annusiamo l’inebriante profumo della  libertà perché ce ne stiamo a casa ascoltando la nostra selezione musicale immettendo dati quando ci pare, programmando funzioni a cottimo, restringendo sempre di più il nostro paesaggio umano e le nostre relazioni con altri omologhi e affini parimenti munti e svuotati. Ma gratificati perché scegliamo gli orari, i percorsi per le consegne in motorino, perché ci fanno credere che i contratti di riders di Uber o Fedora vengono percepiti come autonomi  in quanto consentono la “licenza di gestire il proprio tempo”. mentre  celano rapporti di lavoro subordinato e esposto  a condizioni vessatorie, anche se l’abbiamo negoziato online con interlocutori fantasmatici, i sacerdoti di quello che è stato chiamato con spudorata sfrontatezza il “diritto alla flessibilità”, che viene indicato come una pretesa di generazioni “connesse” che disdegnano il posto fisso, e che altro non è che un espediente semantico per autorizzare l’espropriazione di quelli veri, conquistati a prezzo di lotte, indebolendo la forza contrattuale e i valori del lavoro.

Verrebbe da dire ben venga a una intelligenza artificiale che faccia giustizia di tanti cretini, peccato che si tratti ancora una volta dell’arma dei padroni, che si fidano di automi veri e non di quelli umani, che potrebbero avere ancora un po’ dell’audacia della libertà.


Primo maggio, cara memoria

lavoro-675x250Anna Lombroso per il Simplicissimus

Oggi Primo Maggio mentre mi trastullavo tra intelligenza artificiale, robottistica,  lavoro intellettuale che prende il posto di quello manuale così che ci possano cancellare la fatica e la frustrazione dell’operaio alla mortificante e alienante catena, ho appreso dalle agenzie che circa 1.800 minatori sono rimasti intrappolati in una miniera di platino a Rustenburg, in Sudafrica, a causa di danni ad uno dei pozzi di risalita. Lo ha annunciato il portavoce della compagnia che gestisce la miniera, la Sibanye-Stillwater, rassicurando la platea internazionale alle prese con il picnic, qui a base di fave e pecorino, che gli operai hanno cibo, acqua ed aria a sufficienza”.

Perché mentre ci raccontano che ormai la lotta di classe tra padroni e sfruttatori è  superata, che   efficienti automi e macchine docili stanno sostituendo la risorsa umana che così può trovare nuovi spazi per il suo talento e il suo istinto di libertà, padrona e imprenditrice di se stessa  diventando consegnataria di pizze a domicilio, allestendo una rivendita in franchising di gelati al caramello, distribuendo con il furgoncino comprato con un mutuo stellare i pacchi di Amazon, in attesa  che l’alta velocità acceleri il processo, organizzando in coworking un magazzino di prodotti per le vendite online o affittando le camere della casetta dei nonni al paese in qualità di manager dell’accoglienza, combinando perversamente precarietà e imprenditorialità,  dall’altra parte del pianeta ormai apparentemente unificato dalla globalizzazione, ci sono minatori che scavano per garantirci i metalli pesanti del nostro smartphone, i diamanti dell’anello di fidanzamento che non tramonta mai, gente di tutte le età che “valorizza” le foreste tropicali per assicurarci  un parquet a prova di bimbo e gatto, altri bimbi differenti invece che a supporto delle mamme tingono i maglioncini e tessono gli indumenti della nota casa che mantiene l’attività come brand di riconoscimento della dinastia, o cuciono sneakers irrinunciabili a completamento delle divise che indossiamo in qualità di soldatini della civiltà superiore.

Ah, dimenticavo, ci sono anche quelli che lavorano alle dighe delle nostre aziende che intendono l’internazionalizzazione come sfruttamento delle risorse di paesi terzi, nei giacimenti dell’Eni in Nigeria dove il know how esportato comprende collaudate strategie di relazioni industriali: corruzione e malaffare, quelli che colgono l’occasione della delocalizzazione dei nostri gioielli di famiglia impegnati senza ritorno al monte di pietà globale, in siti prescelti dove è addirittura più facile inquinare che da noi, pare impossibile ma è così – dove la manodopera è addirittura più ricattabile di qui, pare impossibile ma è così, quindi uno schiavo costa meno.

Pare che i minatori sudafricani siano tra i pochi che hanno assicurati cibo, acqua e aria e perfino una eccezionale assistenza sanitaria, sia pure solo vocale. Perché ormai i diritti fondamentali per i lavoratori in questo Primo Maggio 2019,  si sono ridotti a quello di faticare e a quello di arrabattarsi, perché a parità di rischio sono soli quelli come sono soli quelli dell’Ilva, colpevoli di volere un salario dignitoso e sicurezza quando sono in fabbrica e servizi sociali e ambiente pulito quando sono a casa o nelle strade di Taranto, come sono soli tutti i lavoratori contrattualizzati, colpevoli di avere più garanzie formali, come sono soli gli ex CoCoCo retrocessi a precari, compresi quelli presi da prestigiosi istituzioni o autorevoli testate che richiedono laurea magistrale e conoscenza di almeno due lingue straniere, competenza e curriculum, pagando cinque euro all’ora, come sono sole le donne, colpevoli di volere troppo anche loro: conciliare part time  e famiglia, come sono soli quelli che stanno incollati al pc a svolgere mansioni di trattamento dati, ricerca, o commerciali, colpevoli di non vangare, zappare e scavare, penalizzati doppiamente perché per loro non esiste nemmeno quel sindacato retrocesso al consociativismo e vige invece la più feroce regola della competitività, cui si deve obbedire senza nemmeno sapere che faccia abbia il concorrente, finché non ci si guarda allo specchio.

Arresi tutti, e questo è il più grande successo della cupola padronale, i facchini che prendono 4 volte quello che agguanta il precario del giornale o il ricercatore universitario, il plurilaureato che si esoda a Londra o insegnanti, medici, creativi addetti anche loro a valorizzare e moltiplicare il profitto del capitale. Sconfitti tutti, se si accetta la narrazione che fa degli imprenditori soggetti in vena di filantropia, tartassati dalle tasse e ostacolati nel loro dinamismo e nella loro iniziativa innovativa da lacci e laccioli burocratici, che con ineguagliata sfrontatezza dichiarano che il reddito di cittadinanza è deplorevole perché può superare un qualunque salario e favorire la classe dei pigri, degli accidiosi, degli indolenti che dovrebbero preferire la schiavitù offerta loro con magnanima generosità, in un unico pacchetto con ricatti, intimidazioni, estorsioni.

Qualcuno ha pensato che il riscatto sarebbe stato frutto di un processo “naturale”, del suicidio assistito di una classe che ha trasformato il padrone in azionista che sta a aspettare i suoi dividendi della sua partecipazione al gioco d’azzardo planetario,  impreparato alla digitalizzazione, all’automazione, con un “parco macchine” obsoleto, estromesso dalle reti globali, destinato a integrarsi con perdite di competenze e sapere nei domini multinazionali. Non c’è da crederci, anzi è certo che si estenderanno i target dei disagiati, dei marginali, dei retrocessi, dei rimandati a ottobre.

Un ottobre che non sarà rosso, che non vedrà la loro rivoluzione finché il Primo Maggio resterà una mesta commemorazione.

 

 


Intelligenza artificiale e stupidità umana

artificial-intelligence-0303-640x400In queste due settimane ho avuto modo di scontrarmi con l’intelligenza artificiale, ovvero con la stupidità silicea, meglio la stupidity, visto l’ambito, la mentalità e la cultura in cui sta incubando: per due volte mi sono messo nel ginepraio di Paypal, evidentemente costruito per rendere le cose difficili agli uomini e facile alle macchine presunte intelligenti, per chiedere che cosa ne fosse stato di un modestissimo pagamento che mi era arrivato tramite questa sorta di scambiatore immateriale. Ma tutte e due le volte non ho avuto alcuna spiegazione ritagliata sul mio caso: il sistema mi ha inviato per due volte il medesimo polpettone di spiegazioni generiche riguardanti molte situazioni diverse tra le quali poter scegliere un’ipotesi, senza sapere se è quella giusta. In realtà il sistema, mentre permette alla società di fare molti risparmi sul personale e regalare profitti stratosferici, mette in piedi sistemi intelligenti che in definitiva sfruttano l’intelligenza oltre che la pazienza dei clienti .

Il lato nascosto della cosiddetta intelligenza artificiale che è essa è appunto intelligente in un mondo istupidito o per uscire dal gioco di parole, lo è solo nel mondo che essa stessa crea e in qualche modo, grazie alla forza dei suoi padroni, impone. E’ nata come tentativo di dare alle macchine una sorta di comportamento umano, ma lo ha fatto a partire da comportamenti già schematizzati e standardizzati, anzi, se volessimo andare a fondo, da comportamenti e modalità standardizzate all’interno di una certa società e dei suoi rapporti. Non a caso i primi successi sono arrivati nei giochi di strategia, come scacchi o go dove la maggiore potenza di calcolo di un computer è vincente all’interno di regole stringenti nelle quali  la programmazione può facilmente coprire molte possibilità e l’eventuale autoapprendimento si svolge su binari molto rigidi. Analogamente il successo della guida automatica richiede che tutta la viabilità e le strade si adattino ad essa e che i comportamenti di guida siano estremamente standardizzati, ovvero che non ci siano più guidatori umani in grado di avere azioni e reazioni imprevedibili o irrazionali. Nello stesso modo l’intelligenza artificiale immessa nei servizi, richiede una normalizzazione dell’essere umano e della società oltre che uno spaventoso impoverimento delle lingue e del loro contenuto.

Sono la persona forse più lontana dal misoneismo o da ciò che viene comunemente definito luddismo, anche se il fenomeno è stato radicalmente differente da ciò che ci viene raccontato nelle narrazioni capitaliste ad uso popolare visto che la distruzione delle macchine non tendeva affatto ad eliminarle in sé, ma a combattere il vuoto di dignità e di diritti che esse avevano creato grazie alle gestioni padronali. Tuttavia in un certo senso ci troviamo in una situazione in cui le nuove tecnologie di ogni tipo servono a espellere la gente dal lavoro, a creare una sorta di standard comportamentale ed emotivo funzionale ad ammansire le masse e plagiare gli individui perché accettino un modello predefinito dalle oligarchie. Il fatto è che queste rivoluzioni concentriche e simili ad una matrioska al contrario, si sono sviluppate, non certo a caso, proprio nel momento in cui la dialettica sociale e politica è venuta progressivamente meno e dunque il controllo sul nuovo è stato completamente sottratto alle comunità, agli stati, al discorso pubblico per essere lasciato solo agli interessi privati che finiranno per determinare a loro piacimento le logiche in cui esso si incanalerà. E che possono essere facilmente delineate visto che già sono in atto: un basso impero con grandi masse disoccupate e sfruttate, che vivono di sussidi, di poco panem et molti circenses perché dopotutto bisogna vendere la produzione o magari impegnate in guerre di sfoltimento demografico. Ma senza alcuna dignità, speranze o futuro, in una condizione sempre più passiva simile a quella di celebri distopie.

In realtà non c’è alcuna necessità storica che sia questo l’esito infausto: al contrario l’intelligenza artificiale e le tecnologie ad esse collegate potrebbero invece dar vita a molti e diversi modelli tra cui anche quello di produzione diffusa, visto che questa non necessità più della concentrazione fordista che coniuga insieme disumanizzazione, sfruttamento, profitto e potere. Tutte le pinzillacchere condite di anglicismi insensati e utilizzati proprio per nascondere la realtà anche a se stessi, con le quali ci si vorrebbe illudere che il lavoro perso in fabbrica e in ufficio sarà sostituito da nuove mansioni sono pure sciocchezze, visto che il rateo di sostituzione, ben che vada, sarà di 10 a 1 inizialmente e molto superiore in seguito: si tratta del tentativo di far credere che tutto potrà essere assorbito all’interno della società neoliberista.  Ma senza nuove iniziative politiche, nuove prospettive, nuovo protagonismo dal basso sarà praticamente impossibile deviare il cammino che ci impone la logica dell’accumulazione capitalista in un mondo però in cui questa non si presenta più come necessità storica, ma come abuso. Anzi paradossalmente come anacronismo.


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