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Firenze devastata: il lamento di Attila

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Sulle barricate, sventolando il gonfalone del giglio, come in un Delacroix, a difesa della stazione dalla quale si promette che, come una volta, i treni arriveranno in orario grazie a un Si, il sindaco di Firenze ha gridato il suo sdegno: devastare una città è ignobile.

E come non dargli ragione. Prendiamo la sua città, ad esempio.  Con spericolata sfrontatezza si è scelto di celebrare la liturgia del credo renziano, il “derby fra cinismo e speranza”, in temeraria coincidenza con la tremenda alluvione del ’66, ma anche a sei mesi dallo smottamento che ha aperto una voragine di 200 metri sul Lungarno, causata da un “errore umano”, si è detto. E certo non è da attribuire a “cause naturali” che a 50 anni di distanza dal disastro, perfino uno dei più affezionati fan del regime, tornato alla difesa del suolo dopo la tutela e valorizzazione delle  veline di governo, ammette che  «Se agli interventi locali aggiungiamo l’affinamento delle previsioni meteo e la nascita della protezione civile il rischio a Firenze è diminuito, dal ’66, del 30 per cento». Che in altre parole sta a significare che per il 70% è insicura, malgrado di lì siano passati fior di sindaci, uno in particolare, del quale la struttura competente in materia di salvaguardia, Italia Sicura,  che – ma è una coincidenza – dipende direttamente da Palazzo Chigi, tace il nome, pur riconoscendo che oggi a mezzo secolo da allora “si sta correndo contro il tempo per fare quello che si è progettato nel 1968 e poi mai realizzato”, e avvertendo che comunque potrebbero ancora verificarsi “coincidenze disastrose” anche a causa dei “capricci” del cambiamento climatico. Se i fiorentini pensavano di stare sereno con uno che giù per li rami rivendica di discendere dai Medici e che si fa vanto delle sue radici, è meglio che come disse a suo tempo un altro “collega” a proposito di Venezia, preparino gli stivaloni come misura preventiva: per gli interventi di sicurezza mette a disposizione del suo vassallo a Palazzo Vecchio 130 milioni e 70 ne scuce Rossi, con i quali si dovrebbero realizzare le casse di espansione, l’innalzamento di un diga strategica e delle spallette dei lungarni. 200 milioni a fronte di un allarmante “preventivo” in caso di una inondazione analoga a quella del ’66, di circa 7 miliardi di danni solo a Firenze.

E qualcuno parla di pietosi cerotti su ferite forse insanabili, perché il suolo e il territorio della città sono ormai compromessi da una feroce cementificazione, quella degli anni 70, che non si è arrestata malgrado i tradizionali annunci del sindaco d’Italia, e alla quale si progetta di aggiungere la pressione di interventi inopportuni, che si possono facilmente elencare con a fianco il logo degli sponsor che c’è da immaginare non siano estranei ai fasti della Leopolda:  il nuovo aeroporto, voluto da Renzi, ENAC, Toscana Aeroporti guidata dal suo compagno di merende,  e Confindustria; il nuovo inceneritore a Case Passerini nella stessa piana fiorentina, quella in cui  sono stati rilevati i più alti tassi di inquinamento atmosferico d’Europa, per via della pressione del pendolarismo, a poca distanza dell’aeroporto, anche quello a cura di PD, Quadrifoglio (società partecipata dagli enti locali), da Hera e da Confindustria, la  TAV nel sottosuolo di Firenze, ancora appoggiato da Confindustria e dalla Regione, malgrado Cantone l’abbia definita “criminogena”, il completamento della linea 2 della tranvia  e la realizzazione onirica della linea 3, uno stadio che faccia concorrenza al Colosseo, ovviamente  caldeggiato dallo stesso mecenate e a condimento di queste portate principali, quasi una cinquantina di parcheggi molti dei quali nelle viscere della città per ospitare le new entry, quei privilegiati desiderati, attratti, chiamati, blanditi in sostituzione degli abitanti: uno a Piazza Brunelleschi,   a pochi passi dalla Cupola del Duomo pericoloso per i monumenti, lesivo dell’estetica della piazza, che sarà convertita in    tetto di un grande silos interrato.

A dirlo non sono gli “scalmanati”, i barbari sovversivi, quelli che protestavano davanti alla Leopolda, ma l’Unesco che in una lettera (ne abbiamo parlato qui: https://ilsimplicissimus2.com/2016/07/10/unesco-boccia-firenze-da-patrimonio-dellumanita-a-mangiatoia-del-renzismo/) ha bocciato la politica comunale degli ultimi vent’anni, minacciando di annoverare la città tra i siti a rischio, e condannando  l’assedio del turismo ai monumenti, i tunnel della Tav e della nuova tramvia che passerebbero non lontani da capolavori come il Duomo, Santa Croce e la Fortezza da Basso,  lo shopping immobiliare con decine di grandi palazzi che passano in mani private per diventare alberghi o residenze di lusso, il fenomeno che va sotto il nome di gentrificazione,  ossia la “produzione di spazio urbano per utenti sempre più abbienti” attraverso la sostituzione/espulsione dei residenti storici e delle attività commerciali a questi legate, far posto a strutture di accoglienza turistica e residente di lusso (compresa la Rotonda del Brunelleschi), e, in aggiunta «un centro storico a rischio inondazione e la situazione idrogeologica di vaste parti della città, classificata a rischio molto alto».

A Palazzo Vecchio Nardella issò un drappo nero contro la cieca violenza distruttiva  dell’Isis. Ma c’è da temere che dobbiamo issare bandiera bianca a Firenze e nelle città d’arte italiana a segnare la resa  ai barbari nostrani, che stanno riducendoci a guardiani i luna park costretti a tornare la sera nelle nostre periferie per lasciare i beni comuni nelle mani di pochi cui è stato concesso di alienarli e goderne in forma esclusiva, in nome della legge sì, quella   della speculazione immobiliare e finanziaria. A quelli di Gorino o Verona (quelli di Capalbio  invece possono stare tranquilli) dovrebbe interessare sapere che ormai non occorre essere neri o gialli, islamici o buddisti, per essere scacciati, grazie a espulsioni dirette, con gli sfratti, con fitti stratosferici (a Via Tornabuoni si chiedono anche 850 mila euro l’anno per un locale di charme), con il trasferimento di servizi essenziali, con quelle  indirette e trasversali, legate ai progetti di trasformazione urbana che incrementano in maniera abnorme i valori immobiliari delle aree e con quelle virtuali, non meno cruente, che cancellano appartenenza, memoria e socialità convertendo i nostri luoghi in prodotti da consumare per forzati del turismo e merce da acquisire per utenti di lusso.

È proprio vero, devastare una città è osceno, ma lasciarglielo fare lo è vergognoso.

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Kennst du das Land, wo die Zitronen blühn?

Anna Lombroso per il Simplicissimus

In Italia si può essere figli di un dio minore in vari modi. Nascendo sul sacro suolo ma da due immigrati. E allora si deve pazientare per essere ammessi. Venendo qui spinti dal bisogno perché non si è pescato il biglietto vincente alla lotteria naturale e allora si è orfani di qualsiasi dio e gli italiani brava gente sono in diritto di buttarti fuori o di non guardare mentre affoghi nello stretto. Ma lo sei anche se sei nato qui, figlio di italiani, ma nel posto sbagliato, che se c’è una catastrofe da te, vali il secondo titolo del tiggi dopo lo spread e girano lo sguardo mentre affondi nel fango, invisibile anche tu, meno italiano.

Fingiamo che serva il ministero della coesione nazionale, che i quattrini per Roma capitale vogliano essere simbolici, resta che la “strage” commessa su un pezzo di mezzogiorno va in ordine del giorno del consiglio dei ministri ma non ne merita uno “dedicato”, non ha diritto agli speciali in diretta dalla catastrofe, come se fosse una condanna “naturale” per non dire meritata dal popolo meridionale indolente. Come la mafia, come le frane, come l’immigrazion.
Adesso sappiamo per certo, dati alla mano che la mafia è ben consolidata al nord, la Liguria, il Veneto hanno avuto dimostrazione che cambiamento e sacco del territorio non hanno pregiudizi. E come un tempo anche i ragazzi padani saranno u al trolley di cartone.

Ma altri preconcetti i a sono duri a morire. Sopravvivono anche alla retorica leghista di un Nord sempre più simile ad un Belgio pingue e un Sud propaggine africana, ridotto a colonia mafiosa. Sopravvivono a una Europa minacciata che ci ha già condannato a essere il suo sud ingombrante e ingovernabile, condannandoci a un severo commissariamento. Il dualismo territoriale, la disomogeneità italiana da anomalia è ormai assunto a invincibile e ineluttabile normalità. Il divario economico si è intrecciato con differenze culturali soprattutto per quanto riguardava l’accoglimento delle trasformazioni industriali e l’inadeguatezza strutturale amministrativa pubblica a incoraggiare l’intraprendenza e l’iniziativa imprenditoriale.

Industria della protezione e assistenzialismo arbitrario hanno favorito un adeguamento entusiastico alle forme e ai modi della moderna corruzione clientelare nazionale, perfezionando il sistema di assoggettamento alla criminalità e innalzando gli standard di tolleranza dell’illegalità.
È così che divario e differenze hanno dato luogo sempre di più alla separatezza, a una distanza non solo chilometrica, insormontabile. Separatezza, che vuol dire strutture che procedono su piani diversi, estranfee e l’una di fatto rifiutando l’altra, l’una considerando l’altra un fardello e un ostacolo alla crescita. Una divisione del lavoro,delle attività, delle produzioni può essere “unitaria”, complementare e promuovere un rafforzamento omogeneo delle due “parti” in gioco, anche se non sempre alla pari.

In questo caso, anche per via delle sventurate vicende politiche di questi anni, la separatezza ha assunto un carattere di segregazione, e la marginalità trasforma la ricchezza delle diversità in conflitto, ostilità, asseconda la dismissione dalla liceità e la consegna a poteri e alleanze opache. Può sembrare paradossale ma si tratta di un processo che ha colpito tutti e due i soggetti della divisione, una patologia che ha diffuso e fatto proliferare i germi della decomposizione nazionale, indebolendo il paese economicamente, socialmente e culturalmente. Rendendolo vulnerabile al localismo, al rancore sociale, all’autoritarismo, alla subalternità.

Siamo una nazione fragile e è simbolico di questa debolezza il territorio, trascurato, manomesso, sfruttato, mal-trattato come se le sue risorse e la sua bellezza fossero illimitate e invulnerabili. Il Paese dove fioriscono i limoni è diventato un luogo amaro e ostile e incollerito. L’eden non è più un paradiso nemmeno per i figli di un dio minore.


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