Anna Lombroso per il Simplicissimus

In Italia si può essere figli di un dio minore in vari modi. Nascendo sul sacro suolo ma da due immigrati. E allora si deve pazientare per essere ammessi. Venendo qui spinti dal bisogno perché non si è pescato il biglietto vincente alla lotteria naturale e allora si è orfani di qualsiasi dio e gli italiani brava gente sono in diritto di buttarti fuori o di non guardare mentre affoghi nello stretto. Ma lo sei anche se sei nato qui, figlio di italiani, ma nel posto sbagliato, che se c’è una catastrofe da te, vali il secondo titolo del tiggi dopo lo spread e girano lo sguardo mentre affondi nel fango, invisibile anche tu, meno italiano.

Fingiamo che serva il ministero della coesione nazionale, che i quattrini per Roma capitale vogliano essere simbolici, resta che la “strage” commessa su un pezzo di mezzogiorno va in ordine del giorno del consiglio dei ministri ma non ne merita uno “dedicato”, non ha diritto agli speciali in diretta dalla catastrofe, come se fosse una condanna “naturale” per non dire meritata dal popolo meridionale indolente. Come la mafia, come le frane, come l’immigrazion.
Adesso sappiamo per certo, dati alla mano che la mafia è ben consolidata al nord, la Liguria, il Veneto hanno avuto dimostrazione che cambiamento e sacco del territorio non hanno pregiudizi. E come un tempo anche i ragazzi padani saranno u al trolley di cartone.

Ma altri preconcetti i a sono duri a morire. Sopravvivono anche alla retorica leghista di un Nord sempre più simile ad un Belgio pingue e un Sud propaggine africana, ridotto a colonia mafiosa. Sopravvivono a una Europa minacciata che ci ha già condannato a essere il suo sud ingombrante e ingovernabile, condannandoci a un severo commissariamento. Il dualismo territoriale, la disomogeneità italiana da anomalia è ormai assunto a invincibile e ineluttabile normalità. Il divario economico si è intrecciato con differenze culturali soprattutto per quanto riguardava l’accoglimento delle trasformazioni industriali e l’inadeguatezza strutturale amministrativa pubblica a incoraggiare l’intraprendenza e l’iniziativa imprenditoriale.

Industria della protezione e assistenzialismo arbitrario hanno favorito un adeguamento entusiastico alle forme e ai modi della moderna corruzione clientelare nazionale, perfezionando il sistema di assoggettamento alla criminalità e innalzando gli standard di tolleranza dell’illegalità.
È così che divario e differenze hanno dato luogo sempre di più alla separatezza, a una distanza non solo chilometrica, insormontabile. Separatezza, che vuol dire strutture che procedono su piani diversi, estranfee e l’una di fatto rifiutando l’altra, l’una considerando l’altra un fardello e un ostacolo alla crescita. Una divisione del lavoro,delle attività, delle produzioni può essere “unitaria”, complementare e promuovere un rafforzamento omogeneo delle due “parti” in gioco, anche se non sempre alla pari.

In questo caso, anche per via delle sventurate vicende politiche di questi anni, la separatezza ha assunto un carattere di segregazione, e la marginalità trasforma la ricchezza delle diversità in conflitto, ostilità, asseconda la dismissione dalla liceità e la consegna a poteri e alleanze opache. Può sembrare paradossale ma si tratta di un processo che ha colpito tutti e due i soggetti della divisione, una patologia che ha diffuso e fatto proliferare i germi della decomposizione nazionale, indebolendo il paese economicamente, socialmente e culturalmente. Rendendolo vulnerabile al localismo, al rancore sociale, all’autoritarismo, alla subalternità.

Siamo una nazione fragile e è simbolico di questa debolezza il territorio, trascurato, manomesso, sfruttato, mal-trattato come se le sue risorse e la sua bellezza fossero illimitate e invulnerabili. Il Paese dove fioriscono i limoni è diventato un luogo amaro e ostile e incollerito. L’eden non è più un paradiso nemmeno per i figli di un dio minore.