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La mossa del cavallo nel deserto della democrazia

cavallo-scacchi-562x400Spesso ci si lamenta dello stato della democrazia, del fatto che essa è attaccata nella sostanza viva dal globalismo finanziario, ma non ci accorgiamo che noi stessi siamo la crisi della democrazia e che andiamo via via perdendo proprio i fondamentali. L’altro giorno sono saltato sulla sedia – e visto il mio peso è quasi una levitazione – leggendo nei blog del Fatto le considerazioni amletiche  di uno dei tanti presenzialisti per grazia ricevuta, il quale si chiedeva se il referendum australiano che ha detto sì ai matrimoni gay sia lecito, visto che ha portato una minoranza a decidere dei diritti di una minoranza. Magari si può pensare che una cavolata del genere possa essere stata scritta solo da un omofobo perso che di sera esce per dare una lezione ai froci e invece si tratta di un attivista gay il quale sembra ignorare che in democrazia i diritti o sono di tutti o non sono di nessuno, che essi riguardano l’intera società e non soltanto di gruppi direttamente coinvolti. Insomma è come se si dicesse che sul divorzio avrebbero dovuto votare  solo gli sposati oppure sull’aborto soltanto le donne incinte e via dicendo costruendo un bislacco sistema in cui ogni minoranza dovrebbe legiferare per tutti.

Ma l’autore di questa magistrale tesi, per convincere i dubbiosi, sfodera l’arma fine di mondo, l’argomento decisivo “ci piacerebbe se in Europa tutti i cittadini dell’Unione venissero chiamati a decidere tramite referendum su questioni interne alla comunità italiana?” No, certo che non piace. Come vedete  dal condizionale passo al presente perché pare che l’autore non abbia capito che la sua ipotesi, presentata come un’iperbole, è esattamente quello che accade anche se non attraverso lo strumento referendario, ma elezioni per un parlamento inesistente. Lasciamo perdere il fatto che qui non si tratta di gruppi particolari, ma di comunità nazionali strutturate tra le quali è in corso una lotta per l’egemonia e che il potere finisce nelle mani di organi non elettivi: il fatto è che quando si comincia a perdere il senso della democrazia, si finisce anche per non vederne gli elementi che la sgretolano. Non difficile vedere dietro queste sviste e queste elucubrazioni il tarlo chel pensiero unico che scava dentro i valori, li rende permeabili ad ogni tipo di separatezza e atomizzazione fino ad arrivare per stadi successivi alla sola individualità.

Ho fatto solo un esempio forse più paradossale e per questo più chiaro di altri in mezzo a una marea di sintomi che non si sa più come arginare e che trovano terreno di coltura ideale in un Paese che sta perdendo rapidamente non solo la sovranità, ma anche la legalità sostanziale nelle sue istituzioni e persino, anche se parrebbe una contraddizione in termini, nella sua giurisprudenza ormai giustapposizione confusa e sconnessa di decenni di legislazione priva di visione politica e del tutto incoerente tranne nel negare giustizia ai più più poveri e al mondo del lavoro. Un Paese dove ormai regnano senza freni l’ottuso spirito di fazione, gli interessi segreti e quelli spiccioli, il senso di inadeguatezza e di impotenza crescente, il totale collasso della politica ridotta a battaglia fra clan e conservazione delle poltrone che specialmente nel campo della sinistra rassomiglia a una triste quanto insulsa commedia.

A cosa aggrapparsi per non essere trascinati via dalla corrente? E sufficiente partire dal no al referendum o magari dall’area sempre più crescente dell’astensionismo dovuto alla scarsa rappresentatività dei partiti? Proprio oggi scendono in campo Giulietto Chiesa e Antonio Ingroia ( non proprio un grande scacchista) che presentano una sorta di formazione chiamata la Mossa del Cavallo collegata a una “Lista del popolo” con l’intenzione di ripartire da zero e saltare le caselle della politica politicante proponendo appunto la realizzazione della Costituzione. Il silenzio dei media mainstream e l’ironia acefala (qui si che occorrerebbe l’intelligenza artificiale) dei giornalacci berlusconici, sembrerebbe indicare il timore che anche una modesta emorragia di voti possa mettere in crisi il matrimonio gay tra partiti di medesimo sesso liberista che è nei sogni di Silvio Renzi e Matteo Berlusconi, con sinistre alternative subalterne che fanno a pugni per qualche poltroncina. Ma non so se davvero si possa ripartire su questa base che è ancora troppo grande e dunque troppo vaga per dar luogo a prospettive davvero chiare e distinte, visto che i motivi del no sono variegati. Quanto meno il richiamo alla Carta fondamentale dovrebbe essere funzionale a un programma imperniato sul progressivo recupero della sovranità interna, visto che quella esterna non è nemmeno pensabile nelle attuali condizioni. A cominciare dal rifiuto dei diktat che trapelano da Bruxelles riguardo ad un ulteriore mazzata al welfare, al lavoro, all’Iva e alle pensioni che la Ue pensa di imporre non appena le urne saranno chiuse. Allora sì che potrebbe riavviarsi un cammino virtuoso al di là delle nostalgie e delle accozzaglie brancaleonesche di sigle che possono stare insieme a patto che non si dica nulla di chiaro e di importante.  Per tornare agli inizi da cui ha preso origine questo post, occorre una mossa davvero forte per battere la confusione, altrimenti qualsiasi cavallo può essere mangiato da una qualche pedina.

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Mafia capitale: ingroiamoci il rospo

MOR_WEB_901_-_Altan_Murgia_il_rospo_thumbC’era una volta un giudice che voleva fare sfracelli in nome della sinistra. Ma siccome fu a sua volta sfracellato alle elezioni ha fatto un penoso giro delle sette chiese per trovare un qualunque posto all’altezza degli emolumenti da magistrato. E ora il mancato sfracellatore di nome Ingroia, riappare dalla Sicilia profonda nel quale sembrava essere precipitato e insorge come un sol uomo contro chi ha osato criticare la sentenza nella quale si sostiene che in Mafia Capitale non c’è mafia. Ha preso la tastiera ed è andato in soccorso del vincitore sostenendo che il fenomeno mafioso a Roma esiste eccome, ma non c’è in Mafia Capitale: “Occorrerà attendere le motivazioni della sentenza per comprendere meglio, ma è opportuno chiarire che seppure mafia e corruzione siano facce della stessa medaglia non sono la stessa cosa”.

Ingroia dimentica per strada che nei fatti non c’era soltanto la corruzione, ma anche l’intimidazione e la rete criminale volta a condizionare i poteri pubblici su appalti, concessioni e autorizzazioni che poi si traducono non soltanto in soldi e in dominio territoriale, ma anche in potere elettorale come tutti possono intuire. Insomma molto più di ciò che è presente in quella mafia che si sostiene essere visibile e attiva in altri fatti della Capitale. Solo che qui la liason con il milieu politico di alto livello era troppo evidente e probabilmente radicato per poterlo ammettere in una sentenza. Il ragionamento se tutto è mafia nulla lo è sembra futto di un democristianismo da far cascare le braccia perché qui anche tecnicamente c’erano o quantomeno c’erano parecchie delle fattispecie previste dalla legge  per stabilire l’associazione a delinquere di stampo mafioso. Ingroia però si arrampica sugli specchi e sostiene che  “il 416 bis pretende la prova di un’organizzazione dotata di una forza di intimidazione diffusa sul territorio tale da determinare un alone di assoggettamento e di omertà che ne costituisce lo strumento tipico e la differenza dagli altri sodalizi criminali. Prova che evidentemente i giudici non hanno ravvisato, così scongiurando pericolosi fraintendimenti che rischiano di vanificare l’efficacia dell’incriminazione, se inflazionata”.

In realtà non è proprio così perché l’articolo a cui si riferisce dice esattamente: “L’associazione è di tipo mafioso quando coloro che ne fanno parte si avvalgono della forza di intimidazione  del vincolo associativo e della condizione di assoggettamento e di omertà che ne deriva per commettere delitti, per acquisire in modo diretto o indiretto la gestione o comunque il controllo di attività economiche, di concessioni, di autorizzazioni, appalti e servizi pubblici o per realizzare profitti o vantaggi ingiusti per sé o per altri”. Ora a me pare che parlare di mafia in questo caso non sia volontà di inflazione, ma di verità e che non parlarne indica chiaramente la volontà di chiudere gli occhi.

Il fatto è che il tempo passa incessabilmente e irreparabilmente, ma dentro l’immaginario del notabilitato italiano di cui anche i magistrati fanno parte, la mafia è ancora coppola e lupara, insomma fenomeno  bassamente criminale. Razionalmente lo si nega e lo fa anche Ingroia, ma tutte le volte che si arriva al dunque e che non si sia in Sicilia, Calabria o Campania, si tende pervicacemente a negare la mafiosità di certe azioni, come se la mancanza o l’esiguità di un “esercito” e dell’esercizio conclamato e continuato della violenza in luogo pubblico fosse la vera essenza della mafia. Per la verità proprio l’articolo di legge citato da Ingroia nega questa visione dal momento che applica dei supplementi di pena nel caso che l’associazione mafiosa disponga di armi, ma evidentemente una cosa è la legge scritta, un’altra quella che è in testa ai giudici, e in testa al Paese che continua a non pensare mafia se ci si veste Armani, si fa bussines o si va dall’assessore o si sembra delle cosiddette persone perbene. La mafia continua ad essere una cosa da lazzari, da briganti da strada e in sostanza da poveracci ancorché permetta di disporre di enormi risorse. Gli antichi guasti della doppia morale si perpetuano e come diceva Nando dalla Chiesa “lo Stato ha paura di coloro che interpretano troppo bene i doveri dello Stato”. Diciamo pure gli italiani genere. Vabbè ingroiamoci anche questo rospo.


Renzie e Fico: italiani da antologia

CalandrinoAi ragazzini delle scuole medie si fa credere che Boccaccio o Manzoni o Tomasi di Lampedusa siano degli scrittori, la cui felice invenzione non va confusa con la realtà. Certo nelle scuole la carità di patria è  uno dei pochi vessilli rimasti e quindi si cerca di nascondere che essi furono dei fedeli e implacabili cronisti del nostro paesaggio umano: Calandrino, Don Abbondio, i bravi e Tancredi di Salina, ma anche la “folla” di Ser Ciappelletto o quella del’assalto al forno o i “cafoni” che votano l’annessione su ordine del padrone, sono fra noi sotto altre spoglie.

In compenso i personaggi della cronaca umana e politica sembrano usciti dalla letteratura. Non parliamo dell’Innominato, dei signorotti e dei loro bravi dell’universo berlusconiano e partitico che sopportiamo da decenni. Anche il nuovo romanzo non delude.   Il Renzi- Calandrino, sempre attavolato con ricchi e potenti anche se a spese nostre, si veste da Fonzie per rappresentare il nuovo e il limpido, non perde occasione per sembrare fuori dagli schemi pur essendone immerso, nasconde i nomi dei suoi grandi finanziatori, fa continui atti di fede nell’efficienza tanto da indignarsi con corrugata fronte perché Ingroia è andato in Guatemala e poi si è preso un mese di ferie appena messo piede nell’esilio di Aosta. Però si scopre che Renzi è, dopo Alemanno, il sindaco più assenteista d’Italia, tanto che nel 2012 ha partecipato solo ad 8 sedute di consiglio su 45. Che mentre era impegnato a far buchi a Palazzo Vecchio per ritrovare un inesistente Leonardo, si è lasciato sfuggire 36 milioni e passa di euro della comunità europea per la tramvia veloce: il project financing che  già dal nome parrebbe proprio una delle cose che piacciono al Renzi è stato un grandioso fallimento e guarda caso ci sono stati ritardi per il fallimento delle due prime società appaltatrici, mentre l’ultima, la romana Impresa Spa è in gravi difficoltà finanziarie.

Pare una storia calabrese tutta da approfondire e di Fonzie- Renzi il minimo che si potrebbe dire è: tu t’ha ritinto ‘l tetto ma tu ‘n t’intendi ‘n tetti ritinti. Dovunque il sindaco di Firenze sarebbe considerato quanto meno un personaggio folkloristico, visto che tra l’altro non si è mai lasciato sfuggire un pensiero politico. Da noi invece è nientedimeno che la speranza di riscatto del Pd.

Per fortuna c’è un’opposizione. E ieri sera a Otto e mezzo è comparso il pentastellato Roberto Fico, neo presidente della Commissione vigilanza Rai, apparso nel giro di pochi giorni sia dalla  Annunziata che dalla Gruber, tanto da non aver avuto ancora il tempo di convocare la commissione stessa. Assalito all’arma bianca sulla vicenda della senatrice Gambaro, dopo una carrellata di sofismi imbarazzati sugli streaming inesistenti, sulla organizzazione del gruppo parlamentare e sulla stessa figura di Grillo che neanche De Mita, si è dichiarato a favore dell’espulsione con un argomento evasivo e in piena linea con i papocchi del politichese più marcio, sostenendo che è giusto mandare via chi non aderisce più al programma sottoscritto. Peccato che la senatrice Gambaro non abbia mostrato alcun segno di “devazionismo ideologico” ma sia accusata solo di aver detto che Grillo ha sbagliato la campagna elettorale. E allora si dovrebbe dedurre che nel programma del M5S sia scritto che Grillo ha sempre ragione nonostante non sia il leader, ma uno che vale uno. Certo con molti zero a seguire la cosa cambia aspetto.

Insomma l’impressione alla fine è stata che il “libertador” esteticamente corretto, non sia altro che l’ennesimo marpione in politica, assai lontano dal senso che molti avevano dato ai cinque stelle. E questo sarebbe il meno se l”uomo delle espulsioni per reato di opinione, non fosse quello che dovrebbe difendere e semmai allargare la libertà di opinione nel servizio pubblico, sottraendolo per quanto possibile alle fauci dei partiti. Ma sono pronto a fare qualunque scommessa sul fatto che Fico finirà per essere ben presto solo una foglia di Fico dello statu quo ante. Un Tancredi di Salina. Inutile dire che il parlamentare, certo più dialettico del movimento, è in un certo senso la speranza del M5S.

Ecco perché tra tante speranze, si fa strada la disperazione.


Quel Grasso fa un po’ Schifani

GrassoVerrebbe da dire una cosa un po’ populista, che fanno tutti un po’ Schifani. Perché la diversità di stile, di parte e di funzione non sembra sufficiente a contrastare l’identità profonda del potere. Così ho assistito un po’ schifan schifani all’esibizione in forma di monologo  dell’homo novus, tirato fuori dal cilindro Pd per catturare le simpatie grilline e dimostrare la voglia di cambiamento. Ma Grasso si è subito dimostrato più che veterus, l’ennesimo gattopardo che nessun pensa di smacchiare.

Dopo aver sfidato Travaglio, ma aver fatto di tutto per evitare un vero confronto, ecco che risponde alle domande già scritte di un Formigli, finalmente normalizzato nella posizione che esprime la”o ” fonetica nei geroglifici egiziani, Non entro del merito delle vicende che sono tema dello scontro e su ciò che penso del personaggio rimando a un post di qualche tempo fa (qui), faccio solo notare che quando un illustre politico come dell’Utri, appena condannato per mafia, dice dell’ex procuratore capo antimafia:  “È sempre stato un magistrato equilibrato. Se volesse sarebbe anche un ottimo politico. Invece Ingroia è un fanatico”, qualcosa non mi torna, forse perché temo di avere un diverso concetto di equilibrio rispetto allo spacciatore di falsi diari di Mussolini.

Ma la cosa che proprio non mi è andata giù è il fatto che con un’argomentazione sostanzialmente analoga a quella di Berlusconi -gli italiani mi hanno votato dunque sono al di sopra della legge – Grasso dice sono presidente del Senato e dunque gli attacchi alla mia persona sono attacchi alle istituzioni. E non si perita di costruire uno dei teoremi così cari a Ghedini: sono attaccato perché in realtà attraverso di me si vuole aggredire la mia carica.  Questo tralasciando tutte le butirrose dichiarazioni sulla casa trasparente del Senato e le polemiche che ne sporcherebbero le vetrate, così chiaramente contro fattuali, ma anche così banalmente di casta da far seriamente venire la pelle d’oca.

Certo se la scelta vegetariana era quella della Finocchiaro… ma insomma forse era meglio mantenersi più leggeri.


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