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Non guardate queste immagini

Ieri a Roma una manifestazione dei sindacati di base insiema a No Euro e No Europa inaspettatamente affollata, sintomo di una nuova consapevolezza che si va facendo strada e un’altra davvero gigantesca a Barcellona con almeno un milione di persone (vere) per chiedere la liberazione dei prigionieri politici catalani mesi in galera da Madrid. Secondo alcuni raffinari esprit de geometrie ovvero geomentri prestati alla storia con l’arresto dei leader indipendentisti la faccenda si sarebbe chiusa, mentre era proprio in quel momento che cominciava davvero.

Però tutto questo non esiste per il mainstream dei grandi fratelli che hanno fatto di tutto per nascondere la notizia e per cancellare per quanto possibile le immagini per non far cicolare foto e video. Per questo vi consiglio di non guardare queste immagini scandalose per il potere.

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Crema catalana

CatalanaSe dovessi fare un compendio delle considerazioni sulla situazione catalana come viene delineata dall’informazione italiana e non solo, emerge prepotentemente un desiderio comune, al di là delle differenti angolazioni di lettura: che non sia successo nulla, che la dichiarazione di indipendenza di Barcellona e la sospensione costituzionale decretata da Madrid sia una sorta di gioco delle parti fra Rajoy e Puigdemont, per la conquista dell’elettorato e che alla fine tutto si aggiusterà in qualche modo. Insomma una lettura politicista da destra e da sinistra che trascura completamente l’ipotesi di una rottura dei tessuti nazionali dopo un decennio di torsioni economiche e sociali, decretate in seguito alla crisi economica, ma funzionali soprattutto all’erosione della democrazia.

Non è certo sorprendente: ormai da due decenni l’informazione, risucchiata nell’alveo del pensiero unico, grazie alla sua concentrazione, non fa altro che dirci che non è successo nulla per suggerirci che non può succedere nulla, che viviamo nella migliore delle governance possibili alla quale possono sottrarsi solo i barbari come Putin o il Partito comunista cinese, i pazzi della Nord Corea, terroristi usciti dal controllo dei servizi e Assad. Insomma guerre, stragi, movimento biblico di popoli, impoverimento straordinario dei ceti popolari e persino di quelli medi, messa al bando della democrazia sostanziale e dei diritti acquisiti, manipolazioni costituzionali, stravolgimenti sociali, persino l’istigazione all’omicidio sanitario perché la gente vive troppo, sono nulla di cui preoccuparsi. Non è che ad ogni evento l’informazione mainstream non alzi la voce e rinunci alla drammatizzazione nella quale torti e ragioni vengono mischiati in modo tale che è difficile separare il grano dal loglio, ma questa comunicazione emotiva viene privata del suo senso storico, rimane senza efficiacia e rassomiglia molto nella sua essenza alle cronache soprtive dove dopo tante grida, angoscia od esultanza, il mondo resta esattamente come prima.

Si tratta di narrazioni che si vuole facciano soltanto cronaca e non storia, che non entrino nel flusso dei cambiamenti, che anzi li nascondano, perché come sapete la storia è finita col neo liberismo. E anche quelli che non credono a questa ideologia idiota sono attoniti e impietriti di fronte alla mutazione di un intero mondo, ai terremoti che seguiranno e tutto sommato, adusi ad anni di relativa abbondanza nei tranquilli pascoli del consumismo, preferiscono sperare che alla fine non sia successo ancora nulla. E se si sta come d’autunno sugli alberi le foglie, meglio consolarsi illudendosi che sia ancora piena estate, che il terreno non cominci a franare sotto i piedi. Non è un illusione difficile da coltivare: in fondo non ci dicono tutti giorni che la crisi è dietro le spalle, servendosi di statistiche creative ed evitando accuratamente di citare le cifre del disastro? Non veniamo a sapere ogni giorno che gli altri sono sporchi, brutti e cattivi, mentre noi, intendendo il mondo sopposto alla dittatura del mercato, è buono e compassionevole e comunque molto più forte dei suoi nemici? Non doniamo forse qualche soldino ad organizzazioni caritatevoli o dedite al sostegno della ricerca, senza chiederci da quanti anni queste ong e organizzazioni similari non presentano bilanci o dicano con precisione e senza vaghezze che cosa facciano? E abbiamo fede nell’immancabile crescita finale. Facciamo persino finta di non sapere che questo mondo nato all’ombra del dollaro sta entrando in una crisi irreversibile, sia perché le maggiori ( e vere ) potenze economiche del pianeta si stanno sempre più emancipando dal dollaro nelle transazioni di materie prime, sia perché questo è un dominio che non nasce più dalla realtà come nel dopoguerra, ma dall’ imposizione manu militari, che ormai il dollaro non è la moneta universale di scambio a causa della grandezza dell’economia americana, ma che questa grandezza è determinata dal dollaro. forse non vediamo che questioni spinose come quelle dell’Iran hanno proprio in questo il loro cuore di tenebra.

L’intera scuola è ormai indirizzata da trent’anni a evitare che i futuri cittadini si pongano delle domande, ma che invece acquisiscano risposte stereotipate, nozionismo da pensiero unico che ha poi il suo contraltare estremo e significativo nei test con soluzione a scelta. Tutto il meccanismo informativo e comunicativo ci rimbambisce con  parole d’ordine fasulle, ci riempie di sogni, merito, competizione, opportunità, creatività e ci sottrae socialità, futuro  come fossimo ragazzi lupo e allo stesso tempo pecore che sono vincenti solo quando accettano tutto questo e diventano nere quando cercano di cambiare le cose.  Forse è per questa pressione quotidiana che alla fine siamo quasi costretti a pensare che dopotutto  non sia successo nulla, che nessuno tartaro possa comparire attorno alla fortezza Bastiani che intanto si fa sempre più oppressiva.

Bene illudiamoci che anche in Catalogna non sia successo nulla, che sia un gioco delle parti (cosa certa e persino ovvia a un determinato livello, ma marginale rispetto all’insieme), facciamoci timidi e dubbiosi. In fondo si tratta di domande, non di risposte preconfezionate.

 


La guerra di Spagna

People take part in a demonstration two days after the banned independence referendum in BarcelonaSembra che niente sia stato tralasciato per far sì che la Spagna e la Catalogna tornassero a scontarsi come 300 anni fa con la vittoria dei Borbone che ancora indegnamente regnano o come 80 anni fa nella guerra civile. Se non si sono aperti spiragli di trattativa che pure sarebbero imposti dalla situazione reale visto che senza la Catalogna l’economia spagnola crollerebbe, lo si deve alcuni fattori, finora nascosti come la polvere sotto il tappeto che denunciano il degrado europeo e che vorrei elencare come nella lista della lavandaia per essere più chiaro.

  1. Prima di tutto va finalmente riconosciuto senza equivoci che la Spagna di oggi con il suo re da beauty farm, è l’erede conclamata del franchismo. La transizione alla democrazia è stata lenta e formale, più legata alla necessità di collegarsi all’Europa che alla sostanza, tanto che la classe dirigente alla guida del regime – e con essa tutto l’apparato militare e burocratico e amministrativo – è rimasta praticamente intatta: il fatto stesso che si sia scelta l’anacronistica istituzione monarchica in ossequio alle volontà di Francisco Franco la dice lunga su questa operazione di trasformismo. E infatti il Re, Juan Carlos di Borbone, divenuto reggente alla morte del dittatore e non alieno come sappiamo oggi da tentazioni golpiste sia pure morbide, si legò immediatamente alla parte moderata della Falange, che a sua volta si riversò nel centro catto conservatore, mentre la sinistra accettò il  “pacto dell’olvido” ossia una coltre di silenzio sulla guerra civile e sulle centinaia di migliaia di fucilazioni avvenuta dopo la sconfitta della Repubblica. La deriva autoritaria di Rajoy, la stessa che ha fatto crescere il separatismo e gli ha impedito di aprire un dialogo con la Catalogna (tra l’altro la guerra civile si configurò, nella sua seconda parte, anche come guerra delle autonomie se non d’indipendenza vera e propria) non è altro che l’espressione del franchismo nascosto prima dal belletto centrista, poi dai governi socialisti che tuttavia non riuscirono a imprimere un vero rinnovamento.
  2. Il secondo elemento sta nell’Europa che si è dimostrata di una straordinaria ipocrisia e ambivalenza. Ufficialmente si è subita schierata con il governo centrale, garante dei trattati e delle oligarchie di cui in qualche modo rappresenta un riferimento ideale, nonostante  o forse proprio perché esso ha costruito in pochi anni uno straordinario apparato legislativo repressivo come la ley mortaza che limita la libertà di manifestare o la riforma della legge sulla giurisdizione universale, che pone un pericoloso argine ai poteri d’indagine dei giudici, o ancora  quella che commina sanzioni a chi manifesta (definita liberticida persino dal dal commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa, Nils Muiznieks), per non parlare dei passi indietro sull’aborto, dell’erosione dei diritti umani segnalata persino da Amnesty, della corruzione dilagante e della continua apologia del franchismo. D’altro canto non si è sentita nemmeno di intervenire con decisione sui dirigenti catalani e nemmeno con le solite campagne mediatiche di minacce e ricatti usate in altri casi, non si è fatta mediatrice perché dopo la Brexit qualcuno a Bruxelles e magari a Berlino sta cominciando a pensare che la disgregazione degli stati non è poi un danno per i poteri finanziari ed economici i quali rischiano di trovare ostacoli proprio nelle residue sovranità nazionali. Dopotutto aizzare i separatismi può essere un’arma efficace semmai i governi centrali non rispondessero con la dovuta ubbidienza ai fili dei burattinai.
  3. Il terzo elemento che ha portato all’attuale situazione è la totale assenza delle forze politiche spagnole che teoricamente si candidano a combattere i massacri sociali dell’austerità, quelli appunto che si sono saldati a Barcellona con l’autonomismo e l’indipendentismo, trovandosi come pesci fuor d’acqua a proporre mediazioni vuote e prive di qualsiasi soggettività politica perché da una parte in quanto internazionaliste si trovano a guardare con sospetto alle recriminazioni separatiste, dall’altro però sono costrette a dar credito al nazionalismo spagnolo e a uno stato di sapore franchista. Risultato di questa ricetta è lo zero assoluto di Podemos che come l’asino di Buridano non sapendo da quale mucchio di fieno alimentarsi rischia di morire di fame. Di fatto però proprio l’assenza di una reale e credibile opposizione al crescere del franchismo sotto l’ala europea e agli eccessi repressivi di Rajoy, subito approvati da sua maestà Bimbo Minchia I°, che si è arrivati alla catastrofe. O meglio alla creazione di un bubbone che avrà conseguenze durature per la Spagna e per l’Europa, il continente che non c’è più.

Prove tecniche di eurofranchismo

DLDcbOaXoAE7bHu-720x300Quasi  mille feriti, proiettili di gomma, arresti, assalto della guardia civil ai seggi per impedire il voto, barricate, immagini di violenza poliziesca persino sugli anziani, gente che si mette davanti ai mezzi della polizia come in Piazza Tienanmen e questa volta senza montaggi o ricostruzioni mitologiche: insomma scene come se ne vedono in qualche angolo lontano del mondo con l’ottusa convinzione che da noi queste cose non possono accadere. E tuttavia il referendum per l’indipendenza della Catalogna ha superato ogni aspettativa di partecipazione al voto viste le condizioni in cui si è svolto: più di due milioni e 200 mila persone sono andate a mettere la scheda e ill 93% per cento di loro ha detto sì all’indipendenza.

Ma a questo punto i numeri hanno un’importanza relativa: ciò che è morto nelle strade di Barcellona è l’idea civile e democratica di un’Europa che sta progressivamente gettando la maschera: al suo posto vediamo un’ Unione, che fa le pulci al Venezuela per molto meno di ciò che è accadto in Catalogna, che istituisce i ministeri della verità, censura i media russi in un crescendo di isteria, che ha tollerato e anzi appoggiato l’ormai conclamato franchismo del governo di Madrid, necessario al mantenimento dello status quo finanziario e delle istituzioni che lo rappresentano, come del resto appoggia concretamente il nazismo in Ucraina, l’autoritarismo in Ungheria e Polonia ogni e qualunque schifezza nei Paesi baltici o il mantenimento ad libitum di un regime extra costituzionale in Francia. La democrazia e la partecipazione sono ridotte a miserabili pretesti gestibili di volta in volta vuoi per glorificare i golpe contro governi liberamente eletti, vuoi per demonizzare la partecipazione popolare quando essa va contro i governi amici o si orienta su personaggi lontani dall’establishnet.

Nel recente passato l’arma utilizzata è stata una densità senza precedenti di minacce banco – finanziarie e campagne mediatiche pervasive e pressoché univoche grazie a un sistema mediatico ridotto a megafono del potere, ma questa volta si è permesso che un regime amico mostrasse il suo vero volto, la sua radicata ispirazione all’ultimo totalitarismo nazifascista sopravvissuto in Europa dopo la guerra, di fatto arrivando a innescare una sorta di guerra civile visto – tanto per dirne una – che la polizia catalana e impompieri si sono rifiutati di obbedire agli ordini di Madrid e alla sua vera e propria occupazione. Tutto questo è tanto più grave perché la possibilità che un referendum sull’indipendenza della Catalogna raggiungesse la maggioranza era davvero minima e tutti i protagonisti lo sapevano benisimo: una condizione ideale per lasciare spazio al dialogo e alla trattativa piuttosto che alla repressione militare. Ma in questo caso hanno prevalso i bassi e irrefrenabili istinti del franchismo conservatore di Rajoy, timoroso forse che una buona percentuale degli indipendentisti al referendum avrebbe indebolito la posizione sua e dell’elite cui fa riferimento o forse semplicemente che un “atto di debolezza” – così questi signori interpretano un referendum – avrebbe aperto la porta ad analoghe richieste: insomma ha voluto dare un esempio, usare la forza e dare prova  di incommesurabile idiozia. Abbandonando la persuasione in favore della repressione il governo di Madrid è riuscito a dare una base di piena legittimità alle richieste di indipendenza. L’Europa invece di arginare questa strategia di azione l’ha coperta pur rendendosi conto dei pericoli insiti nell’azione di Rajoy e ha preferito rimanere a fianco del suo uomo di Madrid, per interesi evidenti e timori per lo status quo, ma anche per una forma di rigetto e sospetto contro ogni forma di consultazione popolare. Così quello stesso continente che è accorso a fianco degli Usa per distruggere la Jugloslavia in nome dell’autonomia e dell’indipendenze delle sue regioni, poi con la Scozia e con la Catalogna, ha seguito l’orientamento esattamente contrario, segno che ormai l’Unione non ha più idee o ragioni, ma solo interessi e pretesti.

Con questo risultato: ciò che prima era un’aspirazione all’indipendenza più gettata sul tappeto dalle elites locali per ottenere maggiore autonomia, si è e prima saldata al desiderio di sfuggire alla mannaia dei diktat europei e adesso, con la stupida repressione del referendum na acquistato un vero, visibile nemico ede è divenuta dunque una lotta concreta.


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