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“Siamo in guerra”. Ma che mi dici mai

arton30706-42d75Mentre gli inglesi addestrano un nuovo gruppo di ribelli contro Assad e Dowing street ne dà la notizia ufficiale, mentre  gli jiahdisti che resistono ad Aleppo contro le regolari truppe siriane vengono riforniti di armi dall’Arabia Saudita, in Occidente l’opinione pubblica viene confusa e depistata verso la xenofobia generica e infantile della guerra di civiltà, l’unica che garantisca di nascondere dentro un contenitore oscuro le contraddizioni insensate e il caos creato dalla geopolitica del neo colonialismo. La difficoltà non consiste nell’ammettere la politica di rapina  che è sempre stata accettata e perseguita, ma nel giustificare le vittime innocenti che questo comporta beninteso nei Paesi dominanti – degli altri chissenefrega – e nell’armonizzare tutto questo con i topoi, gli archetipi del pensiero unico fondati sull’individualità e sul conflitto tra individui. Esiste il denaro, esistono vincenti -perdenti, secondo un darwinismo da balera, mentre tutto il resto, stati, religioni, classi, comunità, popoli e culture non sono che varianti ammissibili anzi da difendere nei singoli, ma res nullius nel loro insieme.

Invece queste sovrastrutture che si era pensato di abolire e annegare nel globalismo si tornano ad esigere i loro diritti e allora come ai vecchi bei tempi del suprematismo bianco, ecco che bisogna ricorrere a categorie collettive come l’Islam e i barbari, tornare a mostrane il volto diabolico, deciso a sopprimere l’occidente con le pallottole, i camion, le asce, ma soprattutto con la demografia colpendo a tradimento il bianco che preferisce la televisione alla riproduzione. Scherzo, ma non troppo e in ogni caso per non dare a queste considerazioni il sapore un po’ fumoso dell’astrazione voglio fare un esempio concreto, quello del Paese che negli ultimi due anni è stato più colpito dal terrorismo, ovvero quella Francia che pare la custode dei più alti valori del repubblicanesimo. Bene, la scia di sangue e di ipocrisia è molto lunga e quando Hollande ripete ad ogni attentato che il Paese è in guerra, perché solo nel conflitto può cancellare i suoi fallimenti e i suoi tradimenti, parrebbe che la cosa giunga inaspettata da parte di una barbarie e di un oscurantismo senza senso.

Ma seguiamo il filo degli eventi e senza andare troppo lontano fermiamoci ai primi anni dopo la guerra mondiale. Tra la fine del ’46 e i primi  ’50, Parigi manda in Indocina mezzo milione di uomini per conservare la sua colonia asiatica e il  43.5% di questo corpo di spedizione permanente è formato da soldati che provengono da altre colonie, l’ Africa nera e il Magreb, ma poiché l’azione è voluta dal socialista Leon Blum, presidente del governo provvisorio ed espressione della resistenza al nazismo, la cosa trova piena approvazione anche da parte di tutta la sinistra e dello stesso partito comunista. Nonostante che l campagna fosse finanziata con un miliardo di dollari dagli Usa, una cifra allora stratosferica. La sconfitta dopo centinaia  di migliaia di morti fatti in Vietnam arriva nel 1954 a Dien Bien Phu, ma nel frattempo, nel ’47, la Francia organizza un massacro contro i malgasci che chiedono l’indipendenza: 11 mila morti secondo Parigi e 100 mila secondo la resistenza del Madagscar, ma anche qui ci si serve in modo massiccio di truppe coloniali, dei magrebini e dei neri della Costa d’Avorio. Poco dopo partecipa con entusiamo alla guerra di Corea a fianco degli americani che con i bombardamenti terroristici fanno 2 milioni di morti.

Più avanti di qualche anno troviamo la guerra di Algeria che per la verità si era già annunciata con la strage di Setif nel 1945 dove morirono a seconda delle fonti da mille a 80 mila algerini con una spaventosa repressione successiva che fu voluta dallo stesso Pcf, ancora aureolato dalla resistenza contro il nazismo. Ma la vera guerra cominciò nella seconda metà degli anni ’50 e si protrasse per un decennio con centinaia di migliaia di morti, la tortura utilizzata come strumento normale e soprattutto con una tattica peculiare da parte francese: quella degli attentati terroristici come contraltare della tattica di guerriglia messa a punto dal Fronte di liberazione. Poiché in questo caso non potevano essere utilizzate le truppe magrebine nei reparti operativi, la guerra, con i suoi coscritti provenienti dalla douce France, rischiò di travolgere il Paese in un progetto neo fascista da parte dei generali. Con l’indipendenza di Algeri non finiscono però le guerre coloniali francesi: tra il 1960 ai giorni nostri  ci sono stati oltre 80 interventi di truppe francesi nell’ Africa sub sahariana di cui 23 a sostengo di regimi dittatoriali amici e 14 per imporre governi amici.

Ma la guerra di Algeria inaugurò anche la nascita dello spettro del nemico interno di cui

17 octobre 1961 2

Qui si annegano gli algerini, dice la scritta

Hollande in prima persona e poi gli altri governi europei oggi si servono a mano bassa: il 17 ottobre  del 1961 decine di migliaia di Algerini, importati per salvare l’industria francese, manifestano pacificamente contro  il coprifuoco a cui sono costretti dal 5 ottobre precedente e la polizia fa duecento morti. Dicasi 200 e da allora che il timore di una quinta colonna, del nemico interno si è installato in pianta stabile in Francia e poi in Europa . Ed è inutile parlare del ruolo che il Paese  ha avuto nella questione siriana: nel 2010 su impulso della segretaria di stato Hillary Clinton ( è questo già illustra che tempi ci attendono) Parigi firmò assieme alla Gran Bretagna una sorta di intesa, detta di Lancaster House, in cui venne stabilito che le forze dei due Paesi dovessero attaccare Libia e Siria il 21 marzo 2011. La Francia, con Sarkozy che scende nei sondaggi,  freme a tal punto da anticipare di due giorni l’attacco a Tripoli, mentre per la Siria  salta tutto a causa di un ripensamento americano forse indotto da una reazione molto dura di Mosca dopo l’assalto a Tripoli. Ma questo non vuol dire che Parigi non agisca egualmente: nell’estate dello stesso anno  reparti della Legione straniera trasferiti in tutta fretta dalla Corsica e agli ordini del generale  Benoit Puga, capo di stato maggiore presso la presidenza della Repubblica, fondano e inquadrano l’Esercito siriano libero, con 3000 “estremisti moderati” raccolti un po’ dovunque, in Europa  e soprattutto nella Libia conquistata. Ed è ben noto come si sollecitassero gli ambienti dell’integralismo islamico in Europa a impegnarsi in Siria contro Assad: allora chi partiva era salutato come un eroe, oggi  è sospettato di essere un barbaro.

Ecco perché mi viene da ridere quando Hollande con la gravità di un pizzicagnolo dice desolato: “siamo in guerra”. Ma come non ve eravate accorti prima?


Complottismo di Stato e di governo

FRANCE-ATTACK-POLICE

Sandra Bertin 

Ricordate quando l’informazione mainstream si scagliava contro il complottismo, includendo in questa categoria anche la semplice divergenza di idee e opinioni oppure la sottolineatura di contradizioni e incongruità nelle versioni ufficiali? Dovreste ricordarlo perché questo era fino a un mese fa. Poi improvvisamente proprio queste “voci della verità” si sono trasformate in complottiste, cominciando a spargere veleni senza alcuna credibilità o pezza d’appoggio. Il fatto è che il trompe l’oeil costruito accuratamente e in maniera apparentemente razionale sulla realtà, rischia di creparsi e di mostrare le impalcature di Matrix, per questo occorre intervenire d’urgenza ed evocare complotti, riempire i vuoti di comprensione, confondere, cambiare le indicazioni stradali perché i cittadini non rischino di prendere la strada giusta.

Lo squarcio nell’impianto della narrazione è stato tale da richiedere il contemporaneo ricorso al complottismo per vicende diversissime che illustrano di che lacrime, di che errori e di quali cinismi grondino gli arcana imperi. Fallito il colpo di stato militare in Turchia, palesemente suggerito nelle stanze dell’amministrazione Usa a cui evidentemente comincia a sfuggire la realtà concreta delle cose, i media occidentali si stanno esercitando nella teoria dell’autogolpe, portando a prova di questa fantasia nient’altro che la cialtroneria con cui si è dipanata l’azione di una esigua minoranza di comandi e dal fatto che Erdogan sia ora molto più sultano di prima, secondo un’applicazione insensata del cui prodest fino a ieri rifiutato come falsa argomentazione. In un primo momento, a botta calda, era anche un’ipotesi credibile, ma a mente fredda proprio la conduzione dilettantesca del golpe e il fatto che esso fosse sostenuto da pochi comandanti e da pochissimi reparti, ci dice che solo dei minus habens avrebbero potuto tentarlo senza avere alle spalle il “Washington consensus” con tutto quello che implica. Del resto proprio il fatto che il sostengo alla democrazia nella sua versione Erdogan non sia arrivato subito dalle segreterie occidentali, come ci si aspetterebbe da così solerti esportatori di libertà, ma solo a colpo di stato fallito, è un indicatore significativo della reale dinamica degli eventi. Ma poi che senso avrebbe per un Erdogan autogolpista, dopo aver incassato il desolato assist di Obama, assediare la base aerea Usa di Incirlik, da dove sono partiti gli aerei dei rivoltosi e creare una fattura di queste dimensioni con gli Usa? Solo perché ospitano il miliardario Fethulá Gülen, nemico giurato del sultano? E’ dal ’99 che questo magnate turco vive in Pennsylvania, figuriamoci. Il golpe in realtà dimostra agli occhi di Erdogan l’inaffidabilità degli Usa, la loro volontà di non lasciare spazio di manovra alla Turchia e sta sfruttando questo incidente per un riavvicinamento all’Iran e alla Russia. Anche per questo è necessario il complottismo dell’autogolpe dei giornali paludati: non solo per nascondere un errore clamoroso di valutazione dell’amministrazione Usa, ma anche per attutire gli scricchiolii della Nato.

Però questo è niente. Andiamo direttamente in Usa: che dire dello scandalo in casa democratica innescata dalle 20 mila email diffuse da Wikileaks le quali palesano come l’intera classe dirigente del partito si sia coalizzata per impedire a tutti i costi una vittoria di Sanders sulla Clinton? Debbie Wasserman-Shultz che guida la segreteria dei democratici interamente coinvolta in una vicenda grave come il Watergate se non di più, si è dovuta dimettere poche ore prima dall’apertura della convention democratica a Filadelfia, ma nel partito invece del mea culpa domina una ridicola teoria complottista secondo la quale all’origine del fattaccio ci sia immaginate chi? Putin tanto per cambiare, il quale avrebbe scatenato degli hacker russi per forzare il server dei democratici. La grande stampa segue belante i voleri dell’establishment limitandosi solo, come fa il New York Times, a sottolineare la quasi impossibilità di determinare l’origine di un attacco informatico e dunque la totale pretestuosità di questo ennesimo attacco a Mosca. Siamo di fronte a una forma di complottismo “per distrazione” che non cerca nemmeno di negare o aggiustare i fatti, ma tenta di sterilizzarne l’effetto con l’evocazione del grande nemico. Tanto più che adesso si può dire che Putin sta con Trump.

Infine c’è la vicenda di Sandra Bertin, che ad onta del nome di chiara origine italiana, è la poliziotta responsabile della videosorveglianza a Nizza, la notte dell’attentato, la quale ha denunciato le pressioni avute quella notte dal governo per modificare il proprio rapporto e dire che vi erano uomini della polizia dove invece non c’erano. Di certo il potere francese non si aspettava di trovare un ostacolo del genere nella sua narrazione unica degli eventi, che non è certo poca cosa, visto che da due anni l’unica credibilità di Hollande e degli esecutivi si basa sull’emozione degli attentati e sul grandioso spiegamento di apparati di sicurezza in favore dei quali si è abolito lo stato di diritto: scoprire che in fondo si tratta di una messa in scena sarebbe letale. Così il ministro dell’Interno Cazeneuve l’ha denunciata per diffamazione, mentre il primo ministro Manuel Valls, lancia dichiarazioni durissime contro di lei che tra l’altro non si vede quale ragione abbia per mentire. E’ nata anche una pagina Facebook e una petizione per difenderla (qui), ma ecco che dopo aver dato ordine di cancellare tutte le riprese di quella notte, cosa che indirettamente conferma le dichiarazioni della poliziotta e al comtepo le impedisce di provarle, il governo s’inventa che la Bertin agisce così perché strumentalizzata da poteri misteriosi. Un complottismo da bar, che certo non compensa la cattiva coscienza con la quale è stato ritirato dal mercato un film franco-americano, Bastille day, che racconta di un attentato terroristico in Francia nell’anniversario della presa della Bastiglia e organizzato dal Ministero degli Interni, sul quale sono chiamati a far luce un truffatore americano e un agente della Cia. Immagino sia una robaccia come tutte quelle in cui gli agenti della Cia salvano il mondo dai perversi non americani, ma colpisce il fatto che si voglia assolutamente evitare qualsiasi suggerimento che il potere possa c’entrare qualcosa negli attentati. Si sa che l’uomo della strada è così suggestionabile da credere perfino al complottismo di potere. 
 

 


Comincia l’era del Terrorismo punto 2

Cattura_MGTHUMB-INTERNANizza non è solo il luogo dell’ultima strage, ma anche lo sfondo di una nuova scuola di pensiero, ancora in nuce, attraverso il quale le oligarchie e il sistema mediatico mainstream cercano di aggiustare il tiro e di incollare i cocci di narrazioni contraddittorie e ormai equivoche: è la rivoluzione copernicana del Terrorismo punto 2, con la quale si cerca di mantenere intatto l’effetto paura sui cittadini, di rafforzare un ambiguo e futile spirito identitario nel quale annegare le responsabilità del globalismo e allo stesso tempo sgravare dalle responsabilità un ceto politico che affida ormai gran parte della propria legittimazione e del proprio essere garante della disuguaglianza sociale alla tutela della sicurezza. Come dimostra l’inattesa contestazione al primo ministro Valls e la denuncia che i familiari delle vittime italiane vogliono proporre contro lo Stato francese, la creazione di un potente mostro dalle mille teste cui attribuire tutte le colpe può diventare controproducente nel momento in cui le difese appaiono insufficienti fino al ridicolo, così come può legittimamente stimolare la domanda se non siano le sciagurate avventure in medio oriente a creare le condizioni per la strage di cittadini inermi.

Così adesso sulla base di ciò che è avvenuto a Nizza si gioca anche su un nuovo campo: quello del terrorismo fai da te, artigianale, singolo non più strettamente legato a cellule implacabili formate da reduci del Medioriente, organizzate, armate e dirette dall’Isis o da altri, ma prodotto da iniziative individuali o di gruppi di conoscenti ancorché ispirate dai veleni jihadisti, dai cattivi predicatori, insomma dal terrorismo come maligna istanza dello spirito islamico. Intendiamoci siamo ancora in uno stadio di passaggio tra la ipostatizzazione del male assoluto in alcune sigle, oggi l’Isis, ieri Al Quaeda che adesso invece è buona, ma la situazione ambivalente del governo francese che si trova a giustificare insieme il suo ruolo in medio oriente o in Africa e il fallimento di una sicurezza liberticida, come lo stesso Hollande ha ammesso, apre le porte al cambiamento di paradigma, immediatamente e cronometricamente avvalorato dal triste e poco chiaro episodio di Wurzburg.

E’ una tesi rischiosa perché se i cittadini europei avessero conservato un po’ di cervello e non fossero ridotti a rincretiniti che vanno alla caccia di Pokemon armati di cellulare, si domanderebbero come mai gente nata sul suolo europeo, con passaporti europei non sia stata folgorata dalla superiorità occidentale, perché si ostini ad essere mussulmana e si lasci sedurre dal fondamentalismo, perché sia piena di risentimento per l’inferno che l’impero sta creando nelle loro terre di origine. Ma è anche necessaria come cominciano a spiegare i soliti analisti americani al servizio di Washington, immediatamente richiamati in servizio attivo: se il terrorismo diventa bricolage di morte non organizzato benché ispirato dai movimenti jihadisti, allora è chiaro che non basterà sconfiggere l’Isis e il suo Califfo ( anche ammesso che lo si voglia fare davvero), ma occorrerà rimanere in Iraq e in Siria a tempo indeterminato per isolare il focolaio infettivo cogliendo due piccioni con una fava sola: ovvero la continuazione della paura e la ricolonizzazione del medioriente.

La nuova tesi benché in gran parte artificiosa visto che a quanto sembra organizzazione terroristica e iniziative individuali (fino a ieri fortissimamente negate) si siano sempre intrecciate, se non sovrapposte, è gravida di conseguenze perché alla fine trova le sue fondamenta nella xenofobia di base e nella guerra di civiltà, ad onta del fatto che l’occidente sia in perfetto accordo con i regimi fondamentalisti più retrivi, come quello dell’Arabia Saudita, tanto per fare un esempio di scuola. E’ interessante vedere come la maggior parte dei francesi rifiuti l’idea che la follia di Mohamed Lahouaiej Bouhlel, lo stragista di Nizza possa derivare più che da intenzioni terroristiche non avvalorate da conoscenze particolari e nemmeno dalla religiosità peraltro inesistente nel personaggio, da situazioni del tutto personali, come i debiti e il divorzio. S’intende al fondo che un mediorientale non sia così evoluto da soffrire per queste cose, non comunque come un pilota tedesco che si è suicidato portandosi dietro 150 persone senza che sia stato accusato nemmeno alla lontana di terrorismo. Non sto mettendo in piedi una tesi, sto mostrando su quale terreno psicologico nascerà la nuova pianta del terrorismo diffuso che semmai ha una qualche consistenza è il frutto di scelte precise dei governi francesi, tedeschi e occidentali in genere i quali hanno sempre barattato l’applicazione ufficiosa della sharia tra l’immigrazione musulmana con l’emarginazione in quanto cittadini e detentori di diritti: una sorta di laboratorio per un futuro in cui tutti saranno immigrati, aspettando il paradiso nell’altra vita. Dunque raccolgono quel che hanno seminato. Anche se qualche patetico tenutario di posta rosa, un Lialo di Prevert improvvidamente eletto a guru politico, per la gioia dei pochemonisti con cellulare di cui è il coté perfetto, è subito saltato sulle barricate della nuova teoria del terrorismo invitando con amichevole tu il mussulmano della porta accanto a denunciare “gli invasati che si sentono invasori e dagli imam che li fomentano”, a “sbugiardarli, controbattere punto su punto le loro idee distorte”.
Certo forse è un po’ distorto ritenere che la morte di 500. 000 bambini sia un prezzo equo per l’invasione dell’Iraq come affermò a suo tempo Madeleine Allbright e di cui il nostro non si dà pensiero, lavorando in un giornale di fatto americano e per giunta con la K, ma non importa, non occorrono nemmeno tre fiammiferi per vedere di che pasta è fatto. E che è proprio a gente di questo tipo, fondamentalista del nulla di giornata, che dobbiamo quello che stiamo vivendo.


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