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Olimpiadi, Pupazzi di neve

il_794xN.1674385628_ezq6Anna Lombroso per il Simplicissimus

Quante volte l’abbiamo visto al cinema.

C’è un briccone che deve disfarsi di un falso Leonardo, si mette d’accordo con una casa d’aste prestigiosa quanto spregiudicata, che individua un complice che fingerà di essere interessato all’acquisto e che rilancia spericolatamente,  attirando l’attenzione di un qualche citrullo che si infila nella trattativa montata ad arte e che alla fine si ritrova con in mano il cerino acceso, o meglio la patacca.

Ecco, me li immagino gli svedesi che se la godono guardando agli italiani che pensano di essere stati furbi aggiudicandosi dei giochi che nessuno vuole più ospitare, perché pregiudicano i bilanci pubblici, costringono a sobbarcarsi spese impegnando risorse che dovrebbero avere ben altra destinazione di interesse pubblico, perché compromettono l’ambiente con opere pesanti che restano a imperitura memoria della sfacciata megalomania dei promotori, a volte incompiute e pronte dal giorno successivo alla chiusura della kermesse a accreditarsi come monumenti di archeologia industriale.

E poi perchè, come insegnano Londra o Rio de Janeiro, nelle città sventrate le infrastrutture e i servizi estemporanei hanno sfrattato intere comunità di abitanti, i più esposti e vulnerabili, perchè per coprire antiche iniquità e ingiustizie  proprio come ai passaggi dei despoti ospiti occasionali, si nascondono le vergogne della povertà, con drappi, facciate finte come prosceni e sipari  da esporre allo sguardo dei potenti, dietro ai quali di agita instancabile il malaffare.

Da ieri sera ci fanno vedere il popolo olimpico che gioisce a Milano a a Cortina, diecimila per Tv e questura, un centinaio per chi non si accontenta dei figuranti a pagamento che esultano, dimentichi che pochi giorni fa la capitale morale ha piegato la testa e le ali per un normale temporale estivo come una Roma della Raggi qualunque, ignari forse che ancora non hanno trovato una destinazione i terreni occupati dell’Expo e ora abbandonati alla speculazione, inconsapevoli probabilmente che le grandi opere e i grandi eventi seguono un percorso prevedibile e già segnato, se le autorità anticorruzione chiamate in causa a interventi avviati, secondo una consolidata consuetudine, non possono fare altro che arrendersi, ammonire ma poi chiudere un occhio benevolo per non bloccare progresso e iniziativa più criminale che privata.

Così quelli che sono compiaciuti per l’affermazione della Perla delle Dolomiti, una delle località che registra il più elevato livello di saccheggio del territorio, grazie a regimi speciali, deroghe, licenze urbanistiche conquistate grazie al ricatto della secessione, lo stesso che ha convinto la Regione Veneto a impegnarsi per essere in prima fila nel fronte della candidatura, non sono consci che Cortina come tutta l’Italia, non ha bisogno di valorizzazione per attirare un turismo che sempre di  più avrebbe bisogno di essere calmierato in modo razionale, così come dovrebbe essere controllata e limitata la smania avida e perversa delle multinazionali immobiliari, alberghiere,   turistiche.

Dietro a quelle prime file di citrulli acchiappati e gongolanti da ieri sera, ci raccontano che c’è una solida alleanza, una invincibile armata che si è stretta intorno a questo formidabile progetto, tutti uniti, Coni, governo, capo dello Stato, istituzioni, regioni, enti locali come un sol uomo, pronti a dimenticare scaramucce e contrasti. Immagino che possiamo annoverare anche l’Europa, come una mamma indulgente cui piace vedere giocare i suoi cattivi ragazzi. E non possono che essere cattivi quelli che montano queste operazioni di facciata per dare in pasto ai cani affamati e rabbiosi un osso da succhiare in qualche Colosseo, e nel frattempo li impoveriscono sempre di più, li indebitano sempre di più, li riducono a gladiatori o maschere del cine dove va in scena lo spettacolo greco.

Non è difficile capire  chi è davvero contento, là dietro, le solite banche che incravattano gli enti e le amministrazioni pubbliche da qui ai prossimi sette anni, le imprese che andranno svelte nell’aggiudicarsi i primi appalti e lente lente nei lavori in modo da trasformare i ritardi in emergenze da risolvere con regimi speciali, commissari straordinari (Sala è competente in materia, no?),  illeciti legali, due regioni che a pari merito stanno avviando in porto le loro autonomie da ricche e spietate, due comuni che aggireranno a spese degli altri ottomila i nodi scorsoi dei pareggi di bilancio esigendo licenze per via della loro funzione simbolica, e soprattutto le cordate criminali, quelle che entrano e escono dalle porte girevoli delle opere pubbliche e non dei tribunali,che tramano non più nell’ombra, che tanto sono nei consigli di amministrazione di qualche istituto di credito, di aziende dove hanno collocato i loro colletti bianchi o prezzolato i manager.

E dire che avevamo apprezzato perfino Monti che aveva detto no alla candidatura delle Olimpiadi 2020 e abbiamo rischiato di votare per la Raggi che aveva smascherato la sceneggiata invereconda con la quale Marino aveva preso in ostaggio la sua giunta e la città per la sua ossessione spocchiosa e mitomane. Adesso anche loro sono stati fidelizzati.

D’altra parte, come si dice, l’importante è partecipare..  degli utili. E infatti noi tutti siamo fuori gioco, se non per pagare.

 

 

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Paga Arlecchino!

nave 1Anna Lombroso per il Simplicissimus

È diventata ormai una simpatica consuetudine, largamente accettata,  quella secondo la quale chi ha abbattuto l’edificio di garanzie, sicurezze, diritti conquistati in secoli di lotte,  chi ha foraggiato per salvarle coi nostri quattrini banche criminali in rovina per aver giocato alla roulette ormai russa del casinò globale e per aver concesso illimitate risorse a debitori eccellenti e irriducibilmente riottosi e impuniti, chi ha permesso che grandi imprese private prosperassero mettendo a rischio le vite dei cittadini, lucrassero su servizi inefficienti, insomma proprio quelli si sentano autorizzati a impartire la loro pedagogia educativa al popolo di indolenti ed egoisti sull’obbligo di farsi carico  dei danni che hanno prodotto.

Sul dovere cioè  di contribuire a vario titolo al salvataggio di Mps, Banca Etruria, Banca Marche, Popolare di Vicenza, in modo che possano continuare a sostenere avidità, accumulazione e debiti di vip dissipati, di consigli di amministrazione banditeschi e dirigenze killer, di non penalizzare Autostrade e i suoi potentati,   di prodigarsi  insieme alle vittime per il soccorso a  imprenditori malavitosi e assassini che hanno distrutto interi settori produttivi, avvelenato le vite dei lavoratori e dei cittadini senza che siano obbligati in alcun modo alla riparazione e al risarcimento,  di sacrificare se stessi e una città, la più delicata e vulnerabile, per assoggettarsi  alla prepotenza di corsari senza scrupolo: , perché altrimenti si penalizzerebbero settori strategici del cosiddetto sistema paese e i loro profitti, si punirebbero risparmiatori che hanno scommesso con i rischi che comportano al gioco in borsa, si metterebbero in pericolo posti di lavoro inutile dire che mi riferisco alla più brutale delle fake news, la più antica ma la più efficace, che, cioè, non ci sia modo di resistere e opporsi al ricatto, all’intimidazione, all’estorsione.

E invece nei giorni scorsi Venezia, i suoi abitanti e quelli che hanno a cuore quel prodigio urbano, artistico, storico, ha dovuto di buon grado e in nome di quella menzogna accettare l’oltraggio del passaggio non indolore di 14 grandi navi nel weekend.

Perfino il mio pc è stanco di parlarne di quella ferita, inferta da quel turismo ignorante e improduttivo (l’unico lascito è l’immondizia la cui raccolta  gestione è pagata dai residenti, sempre di meno rispetto ai passanti sempre di più)  di chi percorre stancamente le vie della serenissima ansioso di tornare sui ponti in alto a farsi selfie e fotografare le formiche veneziane sempre meno sempre più offese e arrabbiate, che è meglio guardarsela lassù, visto che è risaputo che la vera meta dei forzati delle crociere è la nave stessa, il suo intrattenimenti, l’animazione, le abbuffate reiterate. Sono le imbarcazioni diventate città sul mare la destinazione  con le loro piazze, viali, ristoranti, boutiques, piscine, palestre, night, dove socializzare e fare incontri come nei telefilm americani.

Perfino il mio pc è stanco di sentir dire che bisogna prendere atto di quella che è la vera vocazione di Venezia,  di parco tematico intitolato alla sua leggenda di icona dell’immaginario collettivo, che darebbe a  ognuno di ogni latitudine il diritto inalienabile di andarci, approfittare di lei, sporcarla, prendere a spintoni che ci abita, lasciarci cacca e pipì ma lamentarsi della esosa ospitalità dei figuranti che la abitano retrocessi a affittacamere, locandieri, camerieri,  dei prezzi alti, della cattiva cucina, della nebbia, della pioggia dei vaporetti pieni, della difficoltà di infrangere le leggi dell’impenetrabilità dei corpi. Perché vige  la convinzione che l’unico effetto della livella della giustizia sociale sia rimasto quello   poter essere tutti in condizione di recarsi  nello stesso posto e nello stesso tempo, davanti alla Gioconda, sotto la torre di Pisa o a Petra o dentro alle piramidi, tutti salvo chi possiede tutto e quindi putto può permettersi, che la bellezza la visita in esclusiva, soggiorna in appartatati relais, viaggia non in condomini ma in barche di proprietà. Tanto che il brand del sonno della ragione che genera mostre si fonda sulla creazione artificiale di fenomeni artistici sotto forma di eventi spot, o grazie a libercoli e campagne stampa e iniziative di mercanti in fiera, norcini compresi, promossi per convogliare masse e collocarle davanti al prodotto sia il rinascimento secondo Farinetti, la Ragazza con l’orecchino di Perla, la promessa di un Leonardo.

A Venezia la Grande Bugia sulle Grandi navi vorrebbe persuadere che siano indispensabili e che i benefici siano di gran lunga superiori per la città dei danni: le gravi conseguenze ambientali  sull’ecosistema marino, sulla qualità dell’aria, sugli ambienti urbani e portuali, si dovrebbero sopportare in vista delle ricadute commerciali. Si dimentica quindi che si tratta di viaggiatori di passaggio, di escursionisti guidati nella città in corteo, concentrati nei mesi di massima pressione turistica (da Maggio a Settembre), nei fine settimana (in certe giornate scendono dalle navi anche 44.000 persone) e nelle ore di massimo afflusso, che hanno forgiato i percorsi per adattarli all’interno di un itinerario specifico in determinate fasce orarie, producendo fenomeni acuti di congestione ed una notevole riduzione di mobilità per gli abitanti e gli altri turisti, che questo ha generato una domanda e un’offerta  di esercizi e servizi specifici (fast food, take-away, bancarelle, negozi di paccottiglia a basso costo) che ridisegna  l’intero tessuto terziario con uno squilibrio che produce un rialzo dei prezzi di affitto degli spazi ed una progressiva desertificazione delle aree marginali e impoverendo la specificità culturale del luogo per farne un triste luna park.

Come  denuncia da anni un appassionato difensore di Venezia, Giuseppe Tattara, si è registrata una colpevole abiura del settore pubblico delle funzioni di pianificazione e governo che ha prodotto “un porto crocieristico estraneo alla città, anche se costruito con capitale pubblico. Un porto basato su una enclave extraterritoriale (le navi), gestito in regime di monopolio da compagnie di navigazione straniere, che hanno interesse a fare apparire pochi profitti in loco, trasferirli all’estero, con una corsa al ribasso dei costi ed un’alta precarizzazione dei rapporti di lavoro”.

Si racconta che ci fosse un’altra Venezia, nata sulle pianure liquide come le chiamò Mommsen, a San Marco in Boccalama, si racconta che i veneziani temendo una rapida sommersione avessero cercato di tenerla a galla ancorandola a grandi velieri dei quali resta traccia in forma di relitti invasi da alghe e peoci proprio come le paratie del Mose. Pensavano di salvare la città grazie a grandi barche, oggi la sua morte viene anche da altre grandi barche. Come uccelli acquatici i primi abitanti giunsero  là per sfuggire alle invasioni, oggi i barbari li cacciano: sono 55.000 i residenti contro 27 milioni di turisti. Di questi 1,7 milioni sono i passeggeri delle Grandi Navi  con una media probabile di 247 per ogni abitante della città d’acqua,  circa 4.886 crocieristi al giorno.

Sabato e domenica prossimi (ne ho scritto qui: https://ilsimplicissimus2.com/2018/09/21/mose-limpero-del-fango/) ci saranno un po’ di quelle formiche, che i prepotenti delle crociere guardano e fotografano dall’alto del ponte,  a protestare.

Meglio non lasciarli sole, a rischiare di scomparire non ci sono solo loro, c’è una città, c’è la sua storia e il suo mito, c’è una parte di noi e dei nostri sogni.

 

 


Nuovo Rinascimento? al mercatino delle pulci

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ormai la trasformazione del nostro povero Paese in luna park con annesso centro commerciale ha subito un’accelerazione. Venezia, Firenze, il Centro Italia investito dal sisma sono i laboratori di questa infamia che ha sponsor e promoter propria tra quelli che, per incarico istituzionali, dovrebbero garantirne la tutela e assicurarne l’accesso e il godimento, azioni ormai sostituite dall’attività di “valorizzazione”, che assomiglia da vicino alla tradizione coloniale di sfruttamento e saccheggio, e  secondo la quale si migliorano e rivalutano foreste amazzoniche convertendole in listerelle per il nostro parquet.

Sono luoghi speciali e diversi che finiscono per assomigliarsi perché, come molti altri, stanno subendo la stessa sorte fatta di espulsione degli abitanti, trasformazione del patrimonio abitativo in “ospitalità” para-alberghiera e di quello immobiliare monumentale in contenitori per il terziario, residence di lusso,  sedi di istituti bancari e multinazionali e perfino in grandi  shopping center, anche grazie alla metamorfosi dei residenti in figuranti di una nazione che si presta a essere parco tematico, quindi  osti e locandieri, inservienti e autisti anche sotto il cappello di quei nuovi volontariati che piacciono al ministro del lavoro per sviluppare formazione e competenza.

Altro che petrolio, altro che giacimento cui attingere per la crescita del Bel Paese. Ha finito per diventare  desueto il coglionario di luoghi comuni vomitati dal succedersi di fan dell’irrinunciabile “contributo” dei privati, dell’esigenza di consegnare in comodato e in libera gestione monumenti e paesaggi a generosi “mecenati”. Come in tutti i settori siamo andati peggiorando e siamo tornati agli auspici di Tremonti, proferiti all’ombra del kitsch del cavaliere, del rococò veneziano ambientato ai bordi delle  piscine delle sue regge: bisogna che la cultura e l’arte si possano mettere tra due fette di pane come fosse una fetta di salame con cui afre cassa.

Avevano già cominciato quelli che sono venuti dopo, permettendo ai norcini della real casa di condire i loro supermercati alimentari con un po’ di Rinascimento, adornando le cascate di salsicce esibite oltreoceano con una guglia del Duomo, concedendo chiese, musei, siti archeologici, ponti famosi in qualità di location per convention, cene aziendali, sfilate di  moda, pranzi nuziali da far invidia al boss delle cerimonie.

Adesso abbiamo toccato il fondo. Venezia si prepara in questi giorni alla grande fiera, quel vorticoso business che ruota per una settimana intorno alla vernice della Biennale d’Arte, quando l’inaugurazione consiste anche in mostre collaterali, eventi, personali, spazi espositivi a cura di gallerie private, che la stampa locale ha valutato per difetto in circa 30 milioni. E che servono per aggiudicarsi il prestigioso logo della Biennale che vale un po’ più di 22 mila euro, per affittare uno spazio piccolo o grande (tra i 10 mila euro al mese per il fondo di un negozio fino agli oltre 50 mila per il piano nobile di un palazzo, ma volendo, con 20 mila euro, ci si può  locare una chiesa.

Aggiungete cocktail, cene di gala affidate a ditte di catering, aggiungete guardiania, aggiungete le spese di assicurazione trasporto delle opere, aggiungete gli allestimenti e il conto è presto fatto. a confermare che anche l’arte è sempre meno roba da poveri, consegnata in regime di monopolio non più a illuminati mecenati e nemmeno a trattori che appendevano Modigliani e Ven Gogh in cambio di una zuppa, bensì nelle mani di gallerie internazionali, di sponsor e mercanti che guardano al collezionismo di chi non la ama. se non come investimento e per il profitto che ne deriva, confinandola in caveau ben protetti, esposta nelle gelide sale riunioni di banche voraci, avide società, sceiccati ingordi come ostensione dell’appagamento di una cupidigia insaziabile.  Sono loro a fare le “mode”, grazie al gigantismo dei Grandi Eventi, a creare icone e personaggi,  scegliendoli accuratamente tra chi è in grado di dare scandalo, stupire, indignare,  come impone la “post arte” tra esercizi informatici, son et lumière, paradossi, tatuaggi e interventi plastici in un bric à brac, dove la infantilizzazione creativa sconfina nel suo grottesco funerale.

È per accontentare chi sta alla cassa del gran bazar che il Ddl Concorrenza approvato dal Senato  con il voto favorevole dell’aula (158 favorevoli contro 110 contrari) sulla questione di fiducia posta sul maxi-emendamento presentato dal Governo, ha introdotto la modifica all’articolo 68 del Codice dei Beni culturali (Codice Urbani 2004) sulla circolazione internazionale delle opere d’arte. Un “traguardo”  molto incoraggiato dall’inappropriato ministro e salutato con giubilo dalla stampa come adempimento necessario “per favorire la circolazione dell’arte contemporanea”. E non a caso, ci ha informato a suo tempo proprio il Sole 24 Ore, l’emendamento cruciale è frutto della instancabile pressione esercitata dal gruppo d’interesse Apollo 2 che rappresenta case d’aste internazionali, associazioni di antiquari e galleristi di arte moderna e contemporanea e soggetti operanti nel settore della logistica di beni culturali, bel rappresentato dall’avvocato Giuseppe Calabi di Milano, avvocato di fiducia di Sotheby’s.

Come d’abitudine una norma che incide in maniera così profonda e irreversibile sul patrimonio culturale nazionale  è stata accreditata con il pretesto di “semplificare le procedure relative al controllo della circolazione internazionale delle cose antiche che interessano il mercato dell’antiquariato”. Così la soglia temporale perché un bene possa essere dichiarato “culturale” passa dai cinquanta ai settanta anni (come era già per i beni immobili pubblici) scaraventando sugli scaffali del suk i tesori artistici del Novecento. Si introduce inoltre un tetto di valore economico e commerciale in 13.500 mila euro: opere del valore uguale o inferiore potranno essere esportate dall’Italia senza autorizzazione, anche se realizzate più di settant’anni fa da un autore scomparso e sottraendo  al controllo degli uffici esportazione tutte quelle che, indipendentemente dalla loro età ed interesse culturale, sono sotto quella soglia, anche grazie all’introduzione dell’autocertificazione in virtù della quale il proprietario potrà dichiarare di rispettare i parametri per portare i suoi beni oltre confine, senza essere sottoposto ad alcun accertamento.

Invece di potenziare e rendere più efficienti e responsabili gli Uffici Esportazione,  anche mediante l’assunzione di giovani storici dell’arte), affidiamo il giudizio alla discrezionalità del mercato e dell’interesse privato. Invece di rafforzare il circuito della tutela e del godimento all’interno dei nostri confini, promuoviamo l’export. Ci troveremo con un Paese impoverito, trasandato, senza più nulla cui guardare e da mostrare che renda orgogliosi del passato, appagati del presente e fiduciosi del futuro.

 


I nuovi mostri e le loro mostre

La Regata avvince turisti e gondoliere

La Regata avvince turisti e gondoliere

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Anche il mio pc sbadiglia per la noia di scrivere sempre le stesse cose a proposito degli stessi fatti e misfatti, dei quali aumenta solo la miserabile prevedibilità, la tracotante pochezza, la becera rozzezza negli intenti e nei modi.

Così mi astengo dal commentare ancora – la piccola infame trastola con la quale si è voluto infliggere,  con una sconsiderata precettazione, l’ennesimo colpo alle garanzie costituzionali e alle prerogative sindacali-  https://ilsimplicissimus2.wordpress.com/2015/09/19/hic-sunt-frescones/.

Un delitto di lesa maestà dei cittadini, commesso in nome di una improvvisata ed estemporanea attenzione dedicata ad un tempo alla nostra credibilità agli occhi del mondo, che verrebbe compromessa dalla chiusura temporanea e annunciata di un monumento, uno dei più “frequentati” dall’immaginario collettivo, ma non certo il più significativo (consiglio tra l’altro una sua copia molto suggestiva in mezzo al deserto tunisino), ed alla rivelata strategicità, al ruolo essenziale attribuiti al nostro patrimonio artistico e culturale, che secondo le attese e la volontà del governo deve essere a disposizione h 24 di turisti in mutande e maglietta, frotte di scolari, comitive eterogenee e già così stremate da dover essere scaricate da pullman multipiano – cristianamente autorizzati a azzardati parcheggi, a ridosso di palazzi, chiese, musei – e tutti parimenti interessati ai loro  selfie.

Non ritorno nemmeno sulle varie cause che danno origine alla nostra perdita di credibilità, semmai ne abbiamo avuto: Pompei che se potesse reclamerebbe la conservazione d’un tempo tramite cenere e lapilli, la Reggia di Caserta il cui parco era chiuso ai visitatori per permettere autorevoli jogging, tetti di palazzi storici adibiti a serra e orticelli, biblioteche smembrate e rapinate per appagare collezionisti dalle amicizie pericolose, progetti faraonici di “valorizzazione”, quando non si destinano investimenti modesti per la manutenzione,  e poi sale, ponti  e chiese off limits per ospitare le sfilate di intimo, convention e cene sociali, siti archeologici recintati durante pomposi simposi matrimoniali, trasvolate di guglie del Duomo per celebrare influenti norcini, l’inazione nel reperimento di fondi e risorse per tutela a conservazione, quando basterebbe un po’ di zelo nel recupero dell’evasione, nell’aumento dei biglietti d’ingresso e nella destinazione “utile” del gioco d’azzardo, ipotesi fatte mille volte e mille volte accantonate nel museo dell’utopia, uno dei meno frequentati anche se l’ingresso è gratuito.

Non voglio soffermarmi ancora una volta sulla funzione messianica più che demiurgica e così spesso implorata dei privati:  sponsor, mecenati, compratori cui ministri e sindaci con il book nella valigetta da piazzisti si rivolgono per illustri e pelose carità in forma di perenni comodati. Proprio come è   avvenuto per il Colosseo, prestato generosamente al celebre ciabattino con elargizione trentennale che ne potrà fare il suo logo sotto la suola, il suo contenitore di eventi, in qualità di patron e  gestore “illuminato” in materia di restauri, attività,merchandising. E  che malgrado ciò è stata recentemente beneficato di 18,5 milioni pubblici stanziati dal Mibac e finalizzati   a “un intervento di tutela e valorizzazione volto al ripristino dell’Arena del Colosseo al fine di consentirne un uso sostenibile per manifestazioni di altissimo livello culturale, permettendo nel contempo ad una “domanda” mondiale di fruire di una nuova esperienza di visita di straordinario valore”, niente a che fare quindi con le remunerazioni dei suoi addetti, molto invece con son e lumière, rappresentazioni circensi, mascherate, come si vergognerebbero di fare perfino al Caesar Palace di Las Vegas.

Invece  mi domando che cosa vogliono fare dell’Italia e della sua bellezza sfiorita, delle sue città disordinate e impoverite, del suo paesaggio ferito, del suo territorio trascurato. Se ad accogliere chi arriva sono periferie degradate (pare che i due termini siano condannati ad andare insieme),  avvisaglie di bidonville e baraccopoli coi tetti di lamiere, tirate su o restituite a nuovi avventizi dopo anni nelle quali erano disabitate, accanto alle nuovi cattedrali, grattacieli le cui pareti di cristallo riflettono arcaiche disuguaglianze e inique attualità,  centri commerciali dotati di nursery e cappelle per messe domenicali, come deve essere per le piazze artificiali della contemporaneità, dove l’incontrarsi, il parlare, il ragionare insieme è sostituito dal desiderare merci, e poi casette tutte uguali che imitano sobborghi del Delaware  che imitano i borghi  di una volta.

Se grandi opere cui chi si oppone rischia condanne esemplari, forano montagne, feriscono boschi, scavano gallerie e abbattono foreste in nome di una velocità futurista e futile, come nella barzelletta di quello che si indebita per comprare la Ferrari in modo da andare in venti minuti da Milano a Pavia, peccato che a Pavia non abbia niente da fare e nessuno che l’aspetti.

Se la città più vulnerabile del mondo, la più speciale viene svuotata dagli abitanti e ridotta a suk, con in vendita merci uguali là come a Dubai e in Texas, con calli a senso unico dove frettolosamente passano stanche carovane di forzati che desiderano solo tornare sui piani alti delle loro grandi navi a guardare dall’alto il brulicare come di vermi su un corpo avviato a marcire in acque sporche e paludose grazie a poderose opere ingegneristiche.

Se i musei che dovrebbero essere per i cittadini di piccoli paesi e grandi città,gli archivi della memoria creativa dei loro luoghi e di chi è stato accolto e li ha amati, devono convertirsi in macchine per fare soldi, grazie a empori di cianfrusaglie, pacchetti offerta per file di visitatori che si pigiano davanti a opere mille volte viste in tv, spot, cartoline, guardate distrattamente mentre si pesta sui tasti dei cellulari, in virtù di grandi mostre promosse da stimati curatori, grandi manager e grandi banditori di grandi aste, raccogliticce e occasionali: da Tutankhamon a Warhol, gioia di avidi curatori, delle multinazionali degli eventi e delle edizioni ad hoc, delle assicurazioni che coprono viaggi perigliosi quanto futili e inopportuni di quadri, statue, reperti in pellegrinaggio a onorare fiaschetterie internazionali, salumerie globali, pizzicherie di regime.

Nell’eterno trailer di quel che sarà, si sono già comprati i segretari di partito, dirigenti politici, premier, si comprano isole, porti, flotte, monumenti, aeroporti. E anche la dignità, le speranze, i sogni, il coraggio, grazie alla moneta più forte dell’euro e del dollaro, la paura,  e con la paura la rinuncia, l’abdicazione,  l’abiura. È quello il mondo che vogliono. Non dite che non l’avevamo detto.

 

 


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