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Elisir di Giovinezza

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Anna Lombroso per il Simplicissimus

Fidel Castro a 33 anni diventa il lidèr maximo di Cuba, Trockij, classe 1879, è già presidente del soviet di Pietrogrado,  durante le rivoluzioni del 1905 e 1917. Mazzini, del 1805, viene arrestato e detenuto nella Fortezza del Priamar nel 1830. Cavour, nato nel 1810 fu ministro del Regno di Sardegna dal 1850  al 1852, e poi presidente del Consiglio dei ministri dal 1852. Schopenhauer (anno di nascita 1788)  pubblica nel 1818 Il mondo come volontà e rappresentazione. Aggiungo come modesta postilla personale che mio papà perseguitato come antifascista e ebreo, entrò nelle file della Resistenza a 27 anni, dove assunse un ruolo di comando per via dell’età non proprio giovanile, e a 29 fu tra i fondatori del Mup insieme a Pertini (anno di nascita 1896, medaglia d’argento al valor militare 1917, primo arresto nel 1925).

Non sto dando i numeri, osservo che deve essere successo qualcosa nella percezione del tempo delle nostre esistenze se Renzi presidente del consiglio a 39 anni fu salutato come un enfant prodige, se Macron  quarantenne  all’Eliseo pare Mozart, se l’unica discolpa per  le dissennatezze dei ministri, del recente passato e attuali, consiste nella giovanile intemperanza.

Perché se è vero che per certi geni precoci valgono la vocazione e il talento, per i frutti dello studio, dell’applicazione e dell’impegno della ragione,  pare ormai che si debba aspettare che le giovani leve abbiano i capelli bianchi e il barbone di Marx (che a 25 anni scrive Critica della filosofia hegeliana del diritto pubblico e propone la prima definizione del comunismo come  «la vera risoluzione dell’antagonismo fra esistenza ed essenza, tra oggettivazione e autoaffermazione, tra libertà e necessità, tra l’individuo e la specie»).

Proviamo a fare qualche ipotesi.  Sarà forse che la durata protratta della vita, uno dei successi della faccia buona del progresso, procrastina lo sviluppo, la maturazione e il compimento del pensiero e del sapere.  Sarà che siamo distratti e probabilmente alienati dall’eccesso di suggestioni cui siamo sottoposti. Sarà che la Bocconi, la Luiss e i master a Londra si sono rivelate fucine meno produttive e terreni di coltura meno fertili di quanto la nostra contemporaneità e la complessità che la caratterizza richiederebbero.  Sarà che il genio cresce meglio negli stenti e che il benessere goduto e poi perduto ha viziato e in seguito frustrato la nostra bella gioventù, anche se a ben guardare i talenti di cui sopra sono rampolli delle classi agiate e acculturate. Sarà che adulti accidiosi e stanchi hanno dato le dimissioni senza preparare la staffetta se non per lettori volonterosi del Manuale delle Giovani marmotte. E non sarà che avevano ragione le ministre del governo tecnico – sia pure tutte possedute da un insensato e illimitato amor materno – che il nostro è un Paese che i ragazzi li tiene nella bambagia, bamboccioni e choosy, che si dovrebbe metterli alla prova in vista del loro futuro di sfruttati, come vorrebbe Poletti (salvo la loro prole) con un sano e fattivo avvicendamento scuola lavoro, con le viarie tipologie di lavoro minorile, dalla raccolta della frutta come tirocinio estivo al volontariato nell’expo, appena svezzati da qualche Erasmus?

In un continuo rimpallarsi di responsabilità e colpe, tra società e famiglie, tv e altre cattive maestre di nome e di fatto, informazione e rete, scuola pubblica e istruzione privata, professori demotivati e genitori che li menano se solo osano assolvere il loro incarico pedagogico, docenti repressivi e fan di ritorno di Don Milani che cercano di accattivarsi le simpatie di manigoldi in erba, meritevoli di indulgenza collettiva per le colpe del sistema che li ha fatti nascere e crescere disuguali,  si perde di vista che tutto pare concorra  a persuaderci che anche senza lavoro, senza futuro, senza tetto sulla testa, senza garanzie e senza diritti, e anche se non costituisce più il target di punto dei consumi, la giovinezza sia l’età dell’oro della nostra esistenza. Che  ci rende intoccabili come divinità, anche nella veste di marionette di moda, o nelle fattezze di icone negative per fashion victim.

E che è quindi consigliabile protrarla il più possibile questa epoca della nostra vita, nella quale è lecita la paghetta, si è perdonati per il cattivo rendimento, non si è tenuti a rendere conto di ritardi e mancanze se non a tolleranti capostipiti, grazie alla quale si assurge a ruoli di leadership e a reputazione di guida se si viene estemporaneamente ma non sorprendentemente ricevuti dall’imperatore con tutti gli onori, invece di gridare che è nudo. Così è tutto un concorrere a allungarla questa età felice, grazie a svariati parcheggi, a innumerevoli prove generali in attesa della prima, a indecenti e costose aree di sosta pagate da nonni e genitori che sperano di distrarre le creature anche di una trentina d’anni da una prospettiva di futuro convertita da aspettativa in minaccia, colpevolizzati per aver voluto e avuto troppo e che si pentono per non aver seguito i comandi non scritti delle dinastie, Buddenbrook compresi, che si erano assunti l’onere di trasmettere un patrimonio accresciuto rispetto a quello ricevuto.

Qualcuno, cui non basta un’organizzazione del lavoro che sta creando eserciti di forza lavoro precaria, ricattata, impreparata anche se superspecializzata, da spostare di qua e di là come il padrone vuole, pensa che a mettere ordine ci vorrebbe una bella guerra, che tra l’altro rimetterebbe in modo l’economia in vista della relativa e fruttuosa ricostruzione.

Non vuol sapere o non vuol dirci che la guerra è già dichiarata:  pochi che possiedono tutto contro sfruttati che non possiedono e non possiederanno mai nulla, che ci sono prima file che cadono già sotto le fucilate, come nelle battaglie dei secoli scorsi, o nei barconi, o nei lager del deserto in attesa di una fuga proibita, o nelle fabbriche che producono per noi “valorizzando” le loro risorse, o nelle miniere o nelle foreste abbattute per il nostro parquet. Grazie a quel qualcuno ci lamentiamo che giovani, ancora più giovani dei nostri figli, vogliano venire in Europa a cercar salvezza o addirittura, che scandalo!, fortuna, che siano così numerosi e dunque minacciosi, nei gommoni, nei centri di accoglienza, colpevoli già all’origine di non restarsene a casa loro dove potremmo aiutarli tenendoli come schiavi, facendo raccogliere cotone o succhiare petrolio o scavare smerarli o crepare di fame.

Mentre piangiamo calde lacrime per i nostri virgulti costretti in business class a andare a cercare la dovuta implementazione dei loro talenti e delle loro vocazioni, compiacendoci se si pagano l’abbonamento a Tim con qualche lavoretto in pizzeria rubato a pachistani e cingalesi, spesso plurilaureati di facile accontentatura ma colpevoli di carnagioni troppo eloquenti, rimuovendo con noi stessi l’eventualità non remota che non sia un’occupazione a tempo, che rientri in quei lavoro alla spina che saranno obbligati a assolvere, se gli va bene, fino a 50 anni (età nella quale Tolstoij  aveva scritto Guerra e Pace e Anna Karenina), e che sia pure con idiomi e colori più integrabili, ormai siamo anche noi retrocessi a terzo mondo tollerato solo proporzionalmente alla nostra volontà di sottomissione.

D’altra parte come potrebbero essere maturi, coscienti, consapevoli i nuovi nati di un popolo che è stato oggetto di un processo di infantilizzazione, per punirlo come un ragazzino capriccioso che ha vissuto al di sopra delle possibilità garantite dalla paghetta, per il quale conta di più la scuola della vita esibita nelle referenze su Facebook, dell’istruzione pubblica penalizzata e svalutata, che ha assecondato la sua conversione da cittadino a consumatore, ignaro che avrebbe perso anche questo status, che si è fatto convincere che diplomi e lauree siano necessari solo per sfigati che devono presentare un foglio di carta invece di esibire capacità e vocazioni in talent show o  organizzazioni para- partitiche, che si persuade facilmente che prima o poi arrivi qualche supereroe  a salvarlo e portarlo in un mondo migliore, o meglio in un’Isola che non c’è, dove non è obbligatorio crescere.

 

 


La scrittrice di papà

Massimiliano+Fuksas+Elisa+Fuksas+tGro7cICYs0mAnna Lombroso per il Simplicissimus

Non passa giorno che insieme a qualche sciabolata non ci venga inflitta qualche puntura, come quelle provocate dalle spine delle rose, che quando ci passi un dito ti rammentano il piccolo dolore o il malumore. Viviamo tempi di feroce riscatto di premier fighetti, ministre squinzie, ancorché, ambedue le categorie, pericolosissime, esponenti quanto mai rappresentativi di batterie allevate nel privilegio e destinate a coronare ambizioni, collezionare successi facili, percorrere carriere puntellate da fidelizzazione, appartenenza, assimilazione spregiudicata.

Di sicuro sono più gradevoli a vedersi di no tav incazzati, operai di Pomigliano umiliati, inservienti di Autogrill stremati, che vengono di tanto in tanto mostrati in ostensioni dolorose quali esponenti di un’altra Italia,  resi casualmente visibili come monito e raccomandazione a subire, a ubbidire, per non finire nella loro stessa voragine di esclusione.

E così si può far finta che, a meno che non si provenga appunto da sacri lombi, da famiglie e dinastie, da allevamenti ben curati di legioni sia pure esigue di vincenti, esistano ancora pari opportunità sia pure a costo della rinuncia a dignità e rispetto di sé, a costo di conformismo o di illegalità, a costo di compromessi e abiure.

Così se si vuole pubblicare un libro o si paga un editore Juke box, o ci si prostituisce con qualche illustre protettore e sponsor, o su cucina in Tv, o si partecipa al più feroce dei reality. Oppure, meglio ancora, si è figli di …  E ieri sera la Sette – che non manca mai di proporci vecchi e nuovi boiardi, trasgressori redenti da rughe e muscoli frolli, venerati maestri che ammirano nei giovani coglioni la memoria di come sono stati, tutti in odor di renzismo, che se qualche volta dà voce alla luce dell’intelligenza e dell’anticonformismo, lo fa fuori dalle fasce protette, vedi mai che mietano qualche vittima – ha esibito il “divertentissimo” ma al tempo stesso profondo parto letterario di una figlia di.. che il un barlume di autocoscienza ha intitolato proprio così il suo libro edito da Rizzoli. Il tutto davanti a un Remo Bodei sconcertato di essere stato chiamato a dialogare e discettare con quei due monumenti di fatuità, arroganza, iattanza giovanile e non, futilità vanesia: Gruber e appunto la figlia di, in questo caso, Fuksas, l’archistar più costosa di Calatrava, più burbanzoso di Piano, più snob di Mendini. Il tema, prendendo spunto dal libro della graziosa e schizzinosa ragazza che ne parla così: “Non è la mia storia, ma quella di coloro che come me cercano di realizzare se stessi”, era l’originale confronto tra padri e figli, i patti generazionali, i vincoli che gli uomini hanno stretto tra loro anche nelle grotte di Altamira e che oggi sembrano farsi più labili, più fragili, più minacciati.

Di architetti ne conosco, spesso invece di progettare nuvole vorrebbero trovarne una dove collocarsi invece di insegnare applicazioni tecniche, di figli di architetti ne conosco e di solito i genitori li dissuadono da seguire le loro orme, a meno che non siano titolari di studi ben avviati e tenacemente posizionati nel sistema di piccoli e grandi appalti. Così a pensarci bene anche se la giovane Fuksas ha studiato architettura, le dobbiamo gratitudine, meglio un probabile brutto libro, che un ponte sbilenco, una nuvola inutile, un altare di cemento dedicato allo sperimentalismo e inabitabile.

Guardandola, pensosa, meditativa, con quel distacco dalle terrene miserie come a volte succede di vedere negli imbecilli riflessivi, sollecitava l’immancabile urlo: va in miniera, va a lavura’, servono braccia all’agricoltura e più ancora alla raccolta dei rifiuti. Soprattutto sentendo quella sua delicata rivendicazione di “servizio”, quella sua ammissione di appartenenza al ceto privilegiato che la leggiadra creatura offre come un dono agli altri, perché conquistino ragione di esistenza, coscienza di sé e si “risolvano” anche nelle complicate relazioni con padri ingombranti, in quanto ricchi, potenti, affermati, prevaricatori, influenti.

Mai vorrei tornare indietro, in famiglia si raccontava che le due intelligenti e creative figlie di Cesare Lombroso, che spesso il padre italiano dell’antropologia criminale condannava a ruoli di ghost writers da vero padre padrone, per affrancarsi scrivessero favole, una con il nome di Zia Mariù (e qualcuna di quelle storielle morali è arrivata anche agli ultimi sussidiari). Mai vorrei che giovani donne di genio fossero costrette ad esprimersi tramite diari segreti, destinati a veder la luce alla loro morte. Mai vorrei che una mente creativa fosse condannata alla rinuncia ragionevole, al sacrificio ineluttabile della propria vocazione. Ed è per questo che quella spina punge, tramite quella signorina di buona famiglia, affetta dall’ineluttabile complesso di Edipo,  che invece di andare in terapia, trova accoglienza nella prestigiosa casa editrice e poi  su tutti i media, come esemplare rappresentativo e molto carino dello scontro generazionale, risolto per i tipi della Rizzoli.

Verrebbe da dire come Woody Allen che non dobbiamo niente alle generazioni future, visto che loro non hanno fatto niente per noi. Invece , proprio come Bodei ha cercato di dire tra una ciarla e una risatina, un sospiro e un pigolio, ci sono doni da consegnare e dovremmo sentirci in dovere di trasmettere a chi viene dopo di noi, almeno qualcosa in più di quello che abbiamo ricevuto in sapere, bellezza, conoscenza, civiltà. E invece sono questi, ben al di là dei tormenti privati, delle battaglie emotive dei singoli, la nostra condanna, la nostra inadeguatezza, il nostro fallimento, non lasciare un’impronta salvo quella del tallone di ferro di nuove miserie, di autoritarismi che annientano conquiste e diritti, della rinuncia obbligatoria all’utopia e a un futuro che ha perso la luminosa bellezza del desiderio e della speranza.

 


Silvio e la generazione sperduta

Manifestazione-Pdl-in-piazza-del-Popolo_fullMariaserena Peterlin per il Simplicissimus

Comincio seriamente a pensare che la mia generazione si sia giocata quel brandello di reputazione che era riuscita a preservare grazie all’impegno di pochi e nonostante l’alacre azione distruttiva di troppi.

Figlia di padri e madri che avevano subìto il fascismo, essendo stati troppo giovani per impedirne la nascita ma abbastanza grandi per poi essere spediti in guerra o lasciati a casa a piangere i morti, che avevano superata la guerra mondiale e quella civile e ricostruita l’Italia, la mia generazione è cresciuta in una prospettiva di sviluppo, di benessere possibile, di progresso e progressismo.
Eppure, appena giunta alla maggiore età, questa stessa generazione si è cominciata a diversificare fortemente scegliendo varie e diverse strade.
Molti di noi sono usciti da famiglie di solide e sane tradizioni ma le hanno drasticamente rifiutate per attestarsi su posizioni di rottura, altri le hanno conservate ma facendone una prassi di facciata superficiale, altri ancora hanno faticosamente cercato di mantenersene nel solco, ma lavorandolo per cavarne anche frutti diversi e per dilatarlo verso l’avvenire proprio e dei figli. Appartengo a quest’ultima categoria, la considero la più dignitosa e sono arrivata alla conclusione che distinguersi dalle altre sia necessario non per vanteria e tanto meno snobismo, ma per ribadire una differenza effettiva e irrinunciabile che, del resto, chi appartenga alle altre non manca di bollare con un certo disgusto, peraltro cordialmente ricambiato.

La mia generazione, dunque, oltre ad aver sperimentato o assistito con una certa sbadataggine a cambiamenti radicali del costume, della morale, del comune senso del pudore, del gusto, delle abitudini sociali, della vita famigliare, ha fatto clamorosi errori di valutazione: ad esempio si è entusiasmata ritenendo che il progresso scientifico e tecnologico avrebbe portato una vita migliore e un diffuso benessere senza contropartite negative, ha inquinato forsennatamente senza nemmeno immaginare i danni dell’inquinamento,  ha spesso avuto la presunzione di ritenere che la beneficienza elevata a sistema professionale avrebbe salvato il pianeta dalla fame e dalle malattie, si è concessa con festevole impudicizia all’opinionismo mediatico, alla pubblicità, alle tendenze consumistiche lasciandosene ipnotizzare. Di simili dissennatezze potremmo elencarne tante, ma potremmo anche tentare di bilanciarle elencando i lati positivi; tra noi ci sono infatti fedeli e ostinati lavoratori del bene grazie ai quali si è allungata l’età media, si è diffusa l’istruzione obbligatoria e non, si abbattono i pregiudizi, si sono affermate la tolleranza e la multi cultura e i diritti umani sono rispettati o almeno difesi, c’è una discreta sensibilità culturale. E anche qui potremmo continuare.

Insomma i lati positivi non mancano anche se ci sentiamo accusare di non avere avuto a cuore il futuro economico dei nostri giovani.

Confermo: potremmo fornire un lunghissimo elenco di fattori positivi, ma poi dovremmo comunque ammettere che alla manifestazione “giù le mani da Silvio” (per citare solo uno dei cartelli più insopportabili) c’era una vistosa presenza di questa mia generazione.
E questo non è accettabile.
È pur vero che siamo in tanti anche nella trincea democratica dell’anti-berlusconismo, anti-liberismo, anti-classismo, della lotta alla corruzione e della costruzione di un mondo giusto e solidale.
Tuttavia a me pare che i sessantenni che hanno partecipato, animato, acclamato alla manifestazione di piazza del popolo sarebbero stati troppi anche se fossero stati venti.

Non si vive a cavallo di due millenni e non ci si prepara alla vecchiaia per farsi trascinare a grottesche manifestazioni da burattini mascherati.

No, cari coetanei, non avete giustificazioni e, questa volta, non cercate di diluire la vostra impresentabilità deplorevole miscelandovi con noi. Di statistiche ne abbiamo abbastanza, voi siete voi, e noi siamo noi.
Se eravate in quella piazza bardati con ridicolo cappellino, bandiere e striscioni, col sacchettino della merenda “aggratis”, con la corriera pagata, con il fischietto e il santino di Silvio e forse con la speranza di avere in omaggio anche qualche lezione teorico-pratica di bunga-bunga assumetevene la responsabilità anche di fronte a figli e nipoti; e sia solo a vostra vergogna.
Noi siamo diversi.  Orgogliosamente diversi.


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