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Niente di nuovo sul fronte occidentale

odAnna Lombroso per il Simplicissimus

Va a sapere se si tratti di sindrome di Stoccolma. Va a sapere se invece non ricordi l’atteggiamento non dissimile di quelle donne ripetutamente menate dal consorte, fidanzato, compagno, che, ancora coi segni delle busse non si risolvono a sciogliere quel vincolo avvelenato e non per motivi economico, ma per una malintesa affezione, per l’aspirazione a redimere e salvare il reprobo, per fedeltà a tradizioni patriarcali.

Comunque le aspettative riposte in quello che il Corriere a forma Cazzullo definisce “il principale partito di opposizione  uscito dal limbo in cui si era rinchiuso da oltre due anni, dal 4 dicembre 2016; ed è una buona notizia, non tanto per il partito quanto per il Paese e tutto sommato anche per il governo; perché in democrazia c’è bisogno di un’opposizione”, rientrano a pieno titolo nell’ambito delle patologie o, per dirla con Spinoza, delle passioni tristi,  secondo il quale la sua non era più  l’epoca dell’entusiasmo per i “segni prognostici” dell’avvenire ma quella del ripiegamento e dell’implosione delle aspettative. E ai giorni nostri quella dell’accontentarsi dei MenoPeggio,  di una politica “estetica”, siliconata grazie a iniezioni e artifici di umanitarismo che si guarda bene dal mettere in discussione il capitalismo nella sua declinazione più assatanata di sfruttamento e profitto, la più avida  e  disinibita, capace di ridurre l’etica in utilitarismo e la ricerca di ciò che è giusto in edonismo.

C’è da chiedersi  che cosa gli elettori, i simpatizzanti, tali in quanto antipatizzanti di tutto quello che si muove al di fuori del paesaggio dei gazebi, gli opinionisti (cito ancora: il compito del nuovo segretario è costruire un dialogo con la società, in particolare con forze civiche, cattoliche, sindacali, di volontariato: primo passo verso nuove alleanza con liberali, europeisti, moderati), si aspettino dall’elefantino morente, ridotto ai numeri del Psi dopo la scissione di Palazzo Barberini ma molto meno influente, spodestato anche a livello locale, grazie alla rinuncia al suo tessuto tradizionale di circoli e sezioni, incapace di ristabilire un dialogo con il suo popolo tradito, per via di una politica di governo che ha ridotto gli spazi dei corpi intermedi, rappresentanze, sindacati, associazioni sul territorio, indicati dal reuccio irriducibile come molesti  comitati e  comitatini, da coagulare intorno a sigle uniche, sindacali, partitiche, informative.

Io un merito lo riconosco a queste primarie e al vincitore, quello di sgombrare in maniera definitiva il campo dagli equivoci che piacciono tanto al verminaio sul corpicino morente ma anche alla fazione contraria quella che ha abiurato al credo che voleva obsolete le categorie di destra e sinistra, preferendone la più comoda sussistenza con la speranza di poter occupare da solo  quel confortevole centro, vuoto di idee e principi e vantaggioso perché permette di dire e disdire, fare e probabilmente malaffare.

Beh adesso ancora di più ci vorrà una bella faccia di tolla per dire che il Partito Debole è di centro sinistra, adesso sfido chi mi commenta attribuendomi un’appartenenza comune con   i progressisti che hanno da almeno due decenni scelto di mettersi al servizio dell’ideologi e del costume neoliberista, spacciando per riforme le marce trionfali che hanno accompagnato la dissoluzione dello stato sociale, lo smantellamento dell’edificio di diritti e conquiste del lavoro, la condanna al lavoro minorile di Poletti e alla fatica vegliarda della Fornero,  e poi la tutela del decoro in cambio della sicurezza, della “cooperazione” in Africa con despoti sanguinari al posto dei corridoi umanitari, le Grandi Opere invece della salvaguardia del territorio, l’inerzia per evitare la possibile corruzione e la corruzione  sbrigliata come sistema di governo e delle leggi per favorire l’egemonia privata e finanziaria, esemplarmente simboleggiata tanto per dirne una dalle ultime rilevazioni sull’emergenza sanitaria a Taranto, che ha persuaso il “people” del quartiere Tamburi – assente dalla manifestazione di Milano, a mettere le catene  ai cancelli dell’Ilva. E convinto gli operai di Pomigliano   a indire uno sciopero a cui hanno aderito quasi tutti gli operai dello stampaggio per l’aumento dei turni senza il pagamento degli straordinari, in modo da non riprendere i cassintegrati, spremendo chi  sta alla catena.

Sempre i giornaloni raccontano di un fitto dialogo costruttivo del neo segretario con Chiamparino. E figuriamoci se non si presentava l’occasione per ribadire la priorità del tema Tav, diventato la battaglia per la democrazia, così guai a chi non ci sta, a chi vuole fermare il progresso ed escluderci dal consesso dei grandi insieme al napoleoncino piccolo piccolo che fa il furbo invitandoci a prenderci noi la patacca che lui non vuole più, in modo da alleviare i sonni dei francesi disturbati dei continui passaggi di auto e tir. Figuriamoci se non si approfitta della gradita opportunità di fare di Torino grazie alla Tav la nuova capitale del lavoro facendo capitolare la sindaca invisibile e il suo partito discontinuo quanto ricattato, puntando sui cantieri a termine, sul cottimo precarizzato, sui caporali dell’edilizia nel posto dove si è consumata l’infame liturgia della svendita di una industria che aveva fatto man bassa di aiuti, assistenzialismo, prebende e regalie, scappata col malloppo abbandonando i suoi lavoratori a miseria e dileggio, mentre l’azionariato esangue e inabile si gode dividendi e i frutti dei fondi che ha creato per sfruttare due volte i dipendenti.

Figuriamoci se non viene bene che la Torino del Lingotto  sia teatro del dialogo sulle nuove priorità, dopo che là con la fondazione del morto partito è stato seppellito il mandato ricevuto, la storia, la testimonianza e l’incarico di rappresentanza, quando il promoter scelse la dismissione anche del termine “sinistra” annunciandolo a una testata straniera, quando si stabilì una volta per tutte l’adesione cieca e ubbidiente a Ue e Nato, alla pari con preferenza per la seconda anche per via dell’affiliazione indiscussa  del leader all’impero nonostante la scarsa conoscenza dell’idioma locale,  quando si sancì che i diritti fondamentali ce li avevano elargiti, erano al sicuro: casa, lavoro, salute, istruzione, e adesso era la volta di quelli estetici dei quali un partito moderna in via di trasformazione in azienda si sarebbe fatto mallevadore, per garantircene il minimo sindacale in modo da non irritare altri poteri forti.

E infatti abbiamo visto come erano inalienabili quei diritti e quelle prerogative, subito attaccati dal prodotto del Lingotto in barba alle parole d’ordine e ai quattro temi chiave della fondazione: ambiente, patto generazionale, formazione, sicurezza. Contro i quali vennero via via armate le campagne nazionali: Buona Scuola, Jobs Act, misure di ordine pubblico, Legge Fornero, Salva Italia e condoni, Grandi Opere e riduzione della portata della valutazione di Impatto Ambientale. Ma anche quelle locali, con il fiscal compact, le cravatte per i comuni, la cancellazione fittizia delle province e il rafforzamento delle regioni più ricche, lo stravolgimento delle leggi sul territorio che riduce l’urbanistica a negoziazione del provati con pubblico, condannato aprioristicamente a cedere, impoverimento del sistema sanitario regionale e della somministrazione di assistenza e cura.

Dal 2007 anno di fondazione il trend del Pd e dei suoi leader è quello, i curricula e le referenze sono sovrapponibili per esperienze e competenze, gli obiettivi gli stessi, le disuguagliante tra chi sta casualmente e immeritatamente  sopra e chi sta sotto altrettanto immeritatamente si sono incrementate. Il fatto è che una forza debole come quella fa comodo alle altre forze anche più forti, come opposizione scialba, come ago della bilancia instabile e pronto a ondeggiare al minimo alito di vento, come utile avversario o potenziale alleato opaco.

E allora a qualcuno piace essere cornuto e farsi mazziare, accoppiarsi con gli uni o con gli altri perché fuori da quei sodalizi tocca pensare, scegliere, agire, criticare, perdere qualcosa per guadagnare altro, di sconosciuto certo, ma nostro, e forse buono e giusto.

 

 

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Cazzuola selvaggia

edAnna Lombroso per il Simplicissimus

Basta, deve essersi detto il lungimirante legislatore, con la cattiva fama che accompagna il nostro popolo proverbialmente poco incline a ordine disciplina e rispetto delle regole.

È nato così l’atteso  glossario  delle opere di edilizia libera. Un agile prontuario pubblicato in Gazzetta Ufficiale nei giorni scorsi che non liberalizza abusi e licenze, ma elenca quelle opere e operine che si possono effettuare in ottemperanza alle leggi vigenti e in particolare  al Decreto Legislativo 25/11/2016 n. 222 in materia di regimi amministrativi applicabili e delle autorizzazioni di inizio lavori per una serie di interventi realizzabili senza Cila, Scia o permesso di costruire. Si tratta dell’ampia gamma di quelli di manutenzione ordinaria, ma anche dell’installazione di pergole, pergolati, tendoni, tensostrutture, manufatti leggeri in strutture ricettive all’aperto, ascensori compresi quelli esterni,  montacarichi e servoscala e pure le opere contingenti temporanee:    stand fieristici, servizi igienici camper anche di grosse dimensioni, quelle cioè “dirette a soddisfare esigenze contingenti e temporanee e ad essere immediatamente rimosse al cessare della necessità…” proprio come è accaduto in Irpinia, all’Aquila, in Emilia, nelle aree del sisma dell’Italia Centrale.

L’intento dunque sarebbe quello di aiutare i cittadini – insieme agli operatori del settore edilizio – a rispettare leggi e regole favorendo la tanto auspicata semplificazione, uno dei capisaldi dell’ideologia che ha ispirato il succedersi degli ultimi governi che ne hanno fatto una divinità cui è doveroso sacrificare compatibilità ambientale, estetica e decoro, controlli e vigilanza, legalità. Un obiettivo che si sposerebbe con il rilancio del comparto delle costruzioni, in attuazione non proprio postumadel disegno del cavaliere che aveva fatto del diritto alla casa il motore dell’occupazione tramite un milione di posti di lavoro precario e svalutato, una cornucopia di profitti per immobiliaristi, proprietari e speculatori, un assist per le bolle nostrane e estere, tanto da voler imporre la sua distopia pure agli aquilani obbligati a gradire le sue Milano 2 e 3 fuori dal centro disabitato del quale si doveva cancellare anche la memoria.

E infatti il glossario è il Bignami della generalizzazione e liberalizzazione delle leggi ad personam al servizio della proprietà privata, quella altisonante e pure quella poveretta, che non si può permettere falansteri e palazzoni in riva al mare, cui viene magnanimamente concesso di allargare di una camera l’immobile per farci stare figli che non se ne vanno, di fare un bagno in più per accogliere i turisti.

Quando penso a come siamo diventati e come ci vogliono mi viene alla mente la gabbietta delle cavie che si arrampicammo su e giù per le scalette, proprio come noi alle prese con fondi pensione, cure mediche, tasse, prestiti per la casa, bollette. Cui  viene permesso di sognare di costruirsi un pezzetto di casa in cui tenere anziani che contribuiscono alle spese e ragazzi che ne approfittano, di  tirare su un tendone per arrangiare un’attività “produttiva” o commerciale, perfino, ed è paradossale, di starci in uno di quei manufatti temporanei a lungo termine, in qualità di terremotati,  nuovi poveri, baraccati, stranieri.

E non è nemmeno il manuale dell’abusivismo, perché è da un bel po’ che la semantica di regime ha ridotto la portata criminale del termine, aggiungendovi il corollario della necessità, alla pari per le verandine sul cortile e la case dei pescatori convertite in relais turistici, esclusi comunque gli ex abitanti di Amatrice o Norcia colpiti da penali e  sanzioni per essersi dotati di una alloggio di sfortuna fuori dai canoni della ricostruzione. O intervenendo sulle fastidiose procedure di Via colpevoli di mettere lacci e laccioli alla libera iniziativa, o riducendo la programmazione urbanistica a avvilente trattativa tra proprietà, rendite immobiliari e settore pubblico, destinato a cedere in nome della crescita ai diktat padronali.

A vedere che cosa accade in quei laboratori della svendita del bene comune e dell’oltraggio a storia, bellezza e diritti di cittadinanza che sono le città d’arte in un paese nel quale qualsiasi borgo piò fregiarsi di questo titolo, c’è da sospettare sull’uso che gli ignoranti  al potere faranno del glossario, mettendolo al servizio  dell’offesa, del profitto e della sostituzione dei nativi con uffici, residence e hotel, centri commerciali dove a ogni latitudine si smerciano gli stessi oggetti del desiderio. Per ricchi però, perché a noi stanno proibendo anche quelli.

 

 

 

 

 

 

 


Telegatto alle primarie

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Se le indagini statistiche non fossero delle ormai proverbiali patacche, se i rilevatori di opinione non fossero dei mercenari senza scrupoli, potrebbe rivestire un certo interesse l’analisi delle motivazioni che hanno animato gli “elettori” alle primarie del Pd, sia pure inferiore a quello che riserveremmo al voto per Raz Degan all’Isola dei Famosi o di quello espresso per talenti certamente più promettenti dei candidati dei gazebi, tanta è la distanza siderale che separa le loro contese, le loro promesse e le loro ambizioni dalla politica della vita.

Comunque anche senza il sostegno para scientifico  delle società sondaggiste, pare che siamo ancora – ma solo per un po’ – liberi di azzardare qualche ipotesi sul partito che occupa militarmente l’esecutivo con l’appoggio di una genia di incompetenti, indagati, inadeguati e impresentabili e sui suoi fan che ieri si sono presentati sia pure a ranghi ridicolmente ridotti agli stand della ditta, compresi quelli che nei social network si sono espressi con le più stravaganti  precisazioni esibite come atto di indomita esibizione di coraggio civile e di intrepida rivendicazione di civismo. Diciamo la verità, sono i peggiori: incuranti di dare suffragio il 30 aprile ai killer del lavoro il giorno prima della sua funebre commemorazione sancita del Jobs Act, quanto strafottenti nel riporre in opportuno dimenticatoio la sconfitta del loro Si acquiescente e supino a 5 giorni dalla festa che dovrebbe celebrare la possibilità non dismessa di un riscatto e quella ancora più necessaria di   assumersi la responsabilità di cambiare, rovesciando i rapporti di forza, contrastando la guerra di classe che i ricchi conducono contro gli sfruttati. Si, sono i peggio perché le loro ragioni “morali” sono ancora meno plausibili di chi ha votato Macron – che quelli almeno non l’avevano già provato come invece è successo a chi ha voluto scriteriatamente rinnovare la sua fiducia a Renzi e alla sua accolita –  preferendo alle montanti destre radicali europee,  un candidato di una “diversamente” destra ancora più esuberante e  più estrema, e il suo programma di fedele e cieca continuità con le politiche di austerità e di privatizzazione, che ha riscosso  il sostegno delle istituzioni europee, di buona parte dei governi nazionali – da Renzi a Tsipras, passando per la Merkel – e ovviamente dei mercati finanziari, che hanno espresso la loro approvazione attraverso un immediato rialzo delle borse e dell’euro.

Sono imperdonabili comunque: sono quelli che si sarebbero allineati  e  “piegati” obtorto collo  a votare i podestà del Pd al secondo turno per non  dare consenso ai 5Stelle, essendosi guardandosi bene dall’esprimersi per qualche Mélenchon o Sanders locale e contribuendo così all’infame propaganda azionata contro il “voto inutile”; sono quelli che alimentano la finzione della preferibilità di un organismo brulicante di vermi dopo la nemmeno troppo lunga agonia di circoli, sezioni, luoghi del confronto e della militanza, di una cerchia tenuta insieme da interessi privati, arrivismo e fidelizzazione intorno a una leadership vergognosamente incapace alla possibilità di contribuire ad un’alternativa; sono quelli che sperano di trarre rassicurazioni e vantaggi anche solo emotivi e psicologici, dall’appartenenza, dall’essere riconosciuti e ammessi al clan e ai benefici che ne derivano, accontentandosi delle promesse di qualche briciola, spaventati dalla terribile possibilità di doversi esporre, di assumersi oneri e responsabilità, di godere di una autonomia e di una libertà che non si vuol conoscere perché richiede coraggio, compreso quello di  rinunciare alle scorciatoie delle   utili conoscenze, dei favoritismi miserabili, delle spregevoli clientele.

Non c’è da avere indulgenza nemmeno per neo masochisti, tantomeno per certi arcaici “punitori di se stessi”, talmente incurvati sotto il peso di ricatti e intimidazioni, estorsioni e minacce, talmente sconfitti da sperare che il rafforzamento e la vittoria, sia pure micragnosa, di un capetto mafioso incaricato del pizzo possa rabbonire il racket degli esattori, diminuire l’entità della “stecca”. Neppure per chi offre in sacrificio la memoria di un’adesione morale oltraggiata dal tradimento di un mandato, passata per la cancellazione della storia di un movimento e dei suoi luoghi deputati, della sua tradizione di sinistra, respinta come colpevole misoneismo, derisa come un arcaico bagaglio utopistico incapace di misurarsi col futuro, offesa dall’aspirazione alla “liquidità” disorganizzativa foriera dell’affermazione di un leader assoluto, dalla oppressione del confronto interno tanto che per qualche superstite la speranza si chiamava Cuperlo, costretta alla sovrapposizione del partito con un esecutivo sempre più vorace, sempre meno fedele alla vocazione di tutela di diritti e garanzie, sempre più “impopolare” se ha fatto sua la missione di ridurre sovranità, uguaglianza, solidarietà e democrazia per sottomettersi a diktat padronali.

Che almeno la nomenclatura, fatta di amministratori locali, di quel pulviscolo di piccoli interessi periferici, non poi troppo dissimili dal “mondo di mezzo”, sarà andata a votare per guadagnarci qualcosa. Ma perfino quelli, si direbbe, hanno preferito al plebiscito la gita fuori porta per godersi un po’ di sole prima che ce lo proibiscano perché potrebbe ricordarci troppo la speranza nell’avvenire.


Senza vergogna

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Pochi potranno chiamarsi fuori, pochi potranno rivendicare innocenza:  quella che sta andando in scena è la rappresentazioni realistica dell’ipocrisia.

A cominciare dagli spettatori “italiani brava gente” che ha tollerato e magari si è anche compiaciuta ed ha approfittato di due ondate di leggi razziali, quelle leggi che vengono buone quando bisogna offrire in sacrificio alla plebe maltrattata e impoverita dei capri espiatori su cui sfogare malumore, collera e risentimento, quella maggioranza indifferente che se è costretta a sopportare presenze estranee e minacciosa di attentare a beni e sicurezza, allora è ben contenta di relegarle tra altri reietti, nelle diseredate periferie di città o del feudo dell’impero, sia  Tor Bella Monaca o Lampedusa, con l’auspicio che diventino invisibili e patiscano fame ed emarginazione silenziosamente o che si compia fuori dalla visuale il prevedibile e salutare massacro di poveri a opera di altri poveri. Quel popolo che si mostra incline a armarsi all’idea che qualcuno gli rubi il rolex dal comodino, che si lamenta perché le forze dell’ordine sono assenti i inadeguate ma trova normale che 1500 agenti e militari per un mese inseguano invano un matto feroce promosso a epico pericolo pubblico, o che i militari vengano chiamati a ostacolare i misfatti di lavavetri e vucumprà che oltraggiano il pubblico decoro, o che  1000 poliziotti debbano far la guardia a una partita di calcio dopo che, per appagare società miliardarie e ultrà parafascisti si sono abbattute le salutari barriere. O quello che, per carità,  non è xenofobo o razzista, i cui migliori amici sono stilisti e  coiffeur onmosessuali, neri da cortile per dirla con Malcom X, si……però i rom, però i gay che si baciano e vogliono adottare, però  gli ebrei banchieri e strozzini, si però quella puzza di curry per la scale, so però quelle bottegucce di kebab…

Che poi è la stessa brava gente alla quale, soprattutto nelle frange più affette da disillusione vagamente ribellista,  si addice che, nella latitanza di governi impotenti, incapaci e asserviti – che magari ha votato e vota – sia il volontariato a fare, a agire, a assumersi responsabilità e oneri. Sorprendendosi che – in virtù dell’ideologia corrente, che ammaestra con la pedagogia della competitività, del profitto, dell’arrivismo e perfino con la narrazione di un’offerta di lavoro retrocesso a elargizione di contratti e buoni premio, quando non di prestazione gratuita a scopo formativo per la schiavitù –  ci siano cooperative che se ne approfittano, onlus che raccolgono fondi per garantirsi la sopravvivenza, stipendi e liquidazioni, insomma stupendosi che ci sia anche qualche mela venuta su col concime della cultura imperante anche nel cestino  della bontà e della carità, sostitute contemporanee della solidarietà. E come se non ci fosse da sempre una gran varietà di sfruttatori e schiavisti anche tra insospettabili, che vivono grazie al commercio di corpi e vite nude e indifese, mantenendole in stato di soggezione con molteplici pratiche criminali per fare cassa, non diversamente malavitosi e educati e in vista nel mondo di impresa, cui si sono aggiunti anche innovative sanguisughe che succhiano risparmi, garanzie, certezze, ben protette da difensori di Banca Etruria oggi impegnati in gazebi elettorali

Gli attori sul palcoscenico poi,  sono come al solito gli abituali guitti di questa infame commedia dell’arte, quelli ancora stupefatti che osino arrivare fiumane di straccioni che scappano da guerre che hanno dichiarato e condotto, ormai più per alimentare un padrone avido e sanguinario che per diretti interessi, retrogradati a attendenti poco influenti, a mercenari a prezzo di liquidazione, a tenutari di basi e trampolini di lancio, ma condannati a comprarci armi tarocche e a elevare i contributi per l’appartenenza gregaria e subalterna alla società dei Grandi magnaccioni.  Sono quelli che hanno dimostrato di essere efficienti manager nel marketing della speculazione sulla crisi, anche quella inaspettata,  e sulle emergenze, portatrici di formidabili ricadute e strabilianti guadagni nella monete corrente della corruzione, dell’autoritarismo,   della dissipazione di risorse, della distrazione di massa e   dell’ingiustizia, officiata perfino da qualche magistrato desideroso di partecipare alla liturgia mediatica. Sono gli stessi che in presenza di una piaga – d’Egitto, di Libia, di Siria, etc etc – ampiamente procurata, perseverano nell’aberrante uso di stringere sodalizi con tiranni feroci per di realizzare una “cooperazione” per aiutare le vittime a casa loro, respingendole nelle terre del massacro e della repressione esercitata da despoti sanguinari, in modo da aggiornare i sistemi di rapina e saccheggio coloniale. E che probabilmente hanno chiuso un occhio e le orecchie su quello che succedeva nel cimitero marino cui è ridotto il Mediterraneo, comprensivo di contati opachi tra trafficanti e Ong, magari quelle europee, magari quelle più influenti che hanno messo in secondo piano la “enne” dell’acronimo, preferendo stare al coperto grazie a altisonanti protezioni governative.

Tutte comunque indispensabili sullo  scenario  della tragedia, volenti o nolenti nel ruolo di surrogati e succedanei della politica e – forse – dell’umanità in ombra, impotente, dimissionaria.

 


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