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Gad-get di classe

bullingdon-0148-kYgF-U43250109870505ZYF-1224x916@Corriere-Web-Sezioni-593x443 Anna Lombroso per il Simplicissimus

È probabile che la benigna divinità del “politicamente corretto” l’abbia sfiorato, così ha attinto qualcosa dai Quaderni di Gramsci, né più e né meno di quelli che rivendicano su Fb di aver frequentato l’università della vita, dando della “classe subalterna” a quelli che avrebbe voluto definire marmaglia, volgo, plebe:  “L’Italia leghista, ha scritto Gad Lerner su Twitter,  è un rivolgimento profondo, sociale e culturale prima ancora che politico, come testimonia il voto nelle ex regioni rosse. Già in passato le classi subalterne si illusero di trovar tutela nella trincea della nazionalità. Non finì bene”.

Non c’era da aspettarsi di meglio dagli incendiari candidati direttori fin dalla cuna, di una lettura storica in 280 battute, che esprime lo sprezzo schifiltoso per quella “frazione disgregata della società civile” che sfugge alla loro egemonia culturale e intellettuale.

A quelli come lui la rivolta piace se possono vestire i panni del dottor Zivago mica dei mugiki pezzenti e dei kulaki affamati, neanche dei gilet gialli,  perchè pensano di essere stati investiti dalla provvidenza, quella che ha distribuito in forma disuguale beni, privilegi a talenti, dandone a loro in misura molto maggiore, dell’incarico di guidare la massa informe, ignorante e rozza, di camminarle davanti, mai di fianco, fino a morire per essa, ma solo in cinemascope.

Il loro complesso di superiorità si compiace e si nutre dell’inferiorità delle “classi subalterne” che nel generale stravolgimento non sono più tali a meno che non vengano assimilate a esse tutti i nuovi disagiati, spesso acculturati e per questo ancora più incazzati, i poveri di ritorno, estromessi dalle geografie del benessere, e per questo ancora più incazzati, i piccoli imprenditori che non hanno potuto innovare proprio come quelli grandi che hanno investito nel casinò finanziario, ma che a differenza di loro non hanno trovato riparo in banche e casse di risparmio amiche, i laureati, insegnanti o professionisti, che non trovano collocazione se non nel precariato, che rinviano forzosamente l’ingresso nell’età adulta  e sopravvivono come i “vitelloni” alle spalle della famiglia, e per questo ancora più incazzati perché hanno scoperto che per lavorare bisogna pagare, in master, formazione, volontariato o obbedienza, se non si può  contare sulle opportunità dell’oligarchia e dei suoi usignoli, ben collocati nelle mangiatoie delle case editrici, dei giornali, delle tv dove per meriti dinastici vengo assunti i loro rampolli come si addice ai delfinari di lusso.

Lerner come la sua cerchia sa bene che la libertà di pensiero dipende dalla libertà materiale, gli vien bene di criminalizzare il popolo bue, zotico e profano e perciò condizionato e malleabile, perché così compie la sua missione, quella di ridurre il conflitto di classe sfruttatori contro sfruttati, al contenzioso tra un’oligarchia illuminata che merita prerogative, beni, appagamento di bisogni e aspirazioni e una massa proletarizzata  che sta  manifestando una confusa e sempre più diffusa repulsione verso ideologie e prassi delle élite, con l’auspicio  che questo rifiuto non maturi in direzione di un qualche progetto di alternativa di società e di Stato.

Sono quelli che hanno ritenuto superfluo contestare il disegno aberrante del Jobs Act, che tanto i robot segneranno la fine della fatica anche in Bangladesh – o finiranno qui i bengalesi – grazie alla globalizzazione, che poi, diciamolo, cucire scarpe può essere un gioco da bambini, sono quelli che dopo aver collaborato denunciano la trasformazione dell’aristocrazia operaia in sottoproletariato, in schiuma della società incollerita e incontrollabile,  quelli che aborriscono il corporativismo che vorrebbero ripristinare quelli di call center, i magazzinieri di Amazon, le commesse della Coop a termine, i precari, perché trattasi di un uso esclusivo concesso alle caste e agli ordini, quelli che adorano la poetica della Carta, salvo volerla stracciare come un kleenex usato con plebiscito referendario sollecitato da fuori, dove le costituzioni puzzano di socialismo, e  sono quelli che lanciano l’anatema contro il sovranismo nazionalista preferendo quello sovranazionale dei Trattati, e sono quelli che vogliono persuadere che il tracollo dello Stato, che hanno promosso, legittimi la guerra di conquista condotta dai privati per il possesso di territorio, beni, immobili,  risorse, anche quelle umane da muovere come eserciti dove il padrone vuole.

Sono quelli del restate umani, detto a noi però, sperando che così esercitiamo pietà, carità, mitezza e l’arte della rinuncia a diventare belve come loro.

 

 


Guerriglia all’idiozia

Anna Lombroso per  Il Simplicissimus

Fu Philippe de Champaigne a dipingere la verità come una figura femminile con tre volti che guardano in tre diverse direzioni. È un’immagine molto barocca e visionaria. Ma testimonia bene uno dei caratteri di questa contemporaneità in cui la verità e la sua trasmissione si propongono in modi diversi a seconda che prevalga l’intento del profitto, il disegno del potere o l’aspirazione a compiere un atto al servizio della trasparenza della legittimità e della democrazia.L’Infedele di ieri è paradigmatico di questo corto circuito.

Con assolutà “fedeltà” l’infedele Lerner ha probabilmente creduto di rendere un servizio all’informazione e alla consapevolezza dei telespettatori. Peccato che abbia proposto un caravanserraglio che obiettivamente poteva meritarsi l’ingiuria del premier. Le sue supporters incarnavano adeguatamente la sua cultura commerciale quella del profitto rappresentato da ok il prezzo è giusto esercitato anche sui corpi e su una rappresentazione distorta dell’amore e delle relazioni di fedeltà e affiliazione. Poi lui ha fatto irruzione con la sua personale testimonianza di una hybris cieca, folle che interpreta il governare come un territorio per scorrerie mirate a affermare un potere privato e privatistico, affaristico e criminale. E che possiede anche il disegno perverso e ormai esplicito di imporci una realtà e una morale che ne incorporano tutto il marcio e tutta la corruzione profonda.Ieri sera davanti a quella rappresentazione che aveva la sacralità catartica dello stravolgimento della nostra civilizzazione ho inizialmente sentito un terribile imbarazzo.

Come succede se si assiste a un atto indecente, che ne so l’immondo muoversi di un esibizionista. Anche lo confesso l’imbarazzo che provai una volta in un manicomio non ancora sfiorato dalla legge Basaglia dove un “matto” si spogliava urlando sconcezze. Perché magari è l’imbarazzo che temiamo noi che ci sentiamo sani e equilibrati sospettando gli abissi bui che conserviamo in fondo a noi stessi.

Ma poi il sopravvento lo ha preso una rabbia impotente. E la terribile consapevolezza che forse Berlusconi ha vinto. Perché non credo di essere la sola a sentirsi isolata diversa marginale di fronte a quella ovvia, ottusa, assertiva e prepotente omologazione nella quale tutto e il contrario di tutto sono diventati un unico impasto mediatico e una unica spettacolarizzazione di valori sentire comune sentimenti passioni quattrini avidità ambizioni smaniosa visibilità, si una terribile rabbia se è riuscito nell’impresa di appiattire sui suoi modi anche quelli che pensavamo affini così a difendere le donne offese si chiamano mogli di uomini illustri o commentatrici che hanno l’unico merito di interpretare una “moralona” perbenista, rappresentativa nel modo più perentorio e autoreferenziale della “banalità della stupidità”.

Sono piena di rabbia perché la guerra vinta da Berlusconi è quella della persuasione tracotante, della piena occupazione delle nostre coscienze di donne e uomini. Che sembriamo davvero convinti che questa operazione di corruzione abbia avuto come oggetto e investito solo le donne le une allineate le altre offese. E la “ricchezza” sulla quale, bontà loro, si vogliono o non vogliono stare assise. Come se invece la corruzione perpetrata attraverso un potere esercitato con affiliazione, familismo, mercatizzazione dei rapporti e dei corpi, relazioni protette e opache, spregio delle regole e delle leggi, appartenenza cieca e ubbidiente, sostituzione totale dell’interesse privato al bene generale, erosione della dignità e della libertà non avessero contaminato un omero paese e la sua cittadinanza sempre più annichilita e indifferente.

Non sono certo un’illuminata, credo che in molti proviamo questo orrendo malessere, questo frustrante spaesamento. Me lo auguro. Quindi credo che dismetterò ogni disappunto di “genere” per esternare una furiosa rabbia umana, un’ira che vorrei indirizzare come manifestazione superstite di appartenenza alla civiltà contro chi la vuole annientare. Si si la politica non si fa su Fb, ma sono convinta che la vera rivolta deve albergare dentro le nostre teste. Che la guerriglia si deve fare non più per le strade nelle foreste, sui confini delle acque, ma nei media e soprattutto del cyberspazio. Che dobbiamo difendere perché forse è il territorio dove è ancora possibile ragionare insieme.


La notte dei morti viventi

Il Paese è in una situazione drammatica, per molti versi, per molte inquietudini, per infinite cadute. Eppure sembra quasi impossibile fare un discorso serio, un’analisi approfondita o prodursi quanto meno in epitaffio decente di questo mondo. Perché la Tv tende a riprodurre l’universo marcio che ha creato.

Cosi ieri sera L’infedele di Gad Lerner è stato un film dell’orrore: la terra del cimitero italiano, quella grassa terra concimata dalla corruzione, si è aperta per sputare gli zombie del berlusconismo e alla fine lo stesso Baron Samedi, il guardiano della tombe, quelle in cui sta sprofondando l’Italia.

Di fronte alla dissoluzione del Paese sono risorti persino Iva Zanicchi e Cesare Lanza, la cui mancanza di tessuto cerebrale deve averli preservati dalla putrefazione. E attorno a loro la corte dei miracoli delle puttanelle infide, di quelle che la danno in mano persino all’avvocato,  il mutante venetiforme Tosi e cavallette varie pidielline.

Uno spettacolo a cui si è aggiunto il fuoco amico di personaggi anch’essi spuntati dai confini della realtà, la centoduesima moglie di Moravia, attrici di vaga memoria.

Sembra strano che Gad Lerner abbia messo insieme un casting così disperante, così inutile e futile, così irritante per l’assoluta nullità delle presenze. Ma non credo sia difficile capire perché : i personaggi in vista del berlusconismo, quelli che gridano e manganellano mediaticamente oltre ai capataz della Lega si sono ben guardati dal  mettere la faccia nel putridume che hanno creato. Hanno mandato la merce scaduta o paghi due prendi tre, a rappresentare visivamente la dissoluzione.

Solo l’utilizzatore finale del Paese si è alla fine materializzato nella sua scomposta nevrosi a prendere le difese di se stesso e accusando tutti di fare postribolo televisivo. Proprio lui il surreale puttaniere di Arcore, il re Mida che corrompe ogni cosa che tocca.

Non è un po’ troppo imporre questo spettacolo al mondo dei vivi?


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