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Un’avvoltoio sulla carcassa italiana

images (2)Qualcuno ha  detto, rammaricandosene, che Soros sia stato ricevuto a Palazzo Chigi in maniera semi segreta, ma con gli onori di un primo ministro. Ma per questo sarebbe stato necessario che vi fosse un premier e invece c’era solo Gentiloni, a fare da mezzano per la svendita del Paese o di ciò che ne resta. Lo speculatore miliardario e filantropo solo per qualche immancabile cretino galattico, non è solo la più importante longa manus del potere reale  di Washington che si esplica attraverso le Ong e i cambi di regime che esse innescano, è anche quello che nel ’92 fece cadere la lira dando inizio a quel complesso di situazioni che ha portato al berlusconismo, al declino finale del Paese e oggi viene come un corvo di malaugurio a esigere le spoglie. Sa di poterlo fare, ha dato incarico di studiare la pratica a un suo scagnozzo, tale Shanin Vallée, che opera con il Soros Fund, ma che più significativamente  è stato advisor economico dell’ex presidente del Consiglio europeo, l’indimenticabile Herman Van Rompuy oltre che ricercatore per Bruegel, il comitato di analisi delle politiche economiche nato a Bruxelles nel 2005 e presieduto all’inizio da Mario Monti

Secondo le varie voci che circolano è arrivato nel Paese che lo dovrebbe considerare persona non grata se solo avesse un minimo di dignità residua perché è preoccupato per l’inchiesta sulle Ong che forse potrebbe mettere a nudo il modo e gli scopi con cui esse agiscono o secondo altre tesi perché vuole tirare le fila dai rapporti del suo Griso sullo stato delle banche in sofferenza e sul “sistema Italia”evidentemente per chiedere e imporre svendite che i morti viventi del governo non potranno rifiutargli. Ma credo che si sia ancora in una fase preparatoria, a un volo d’avvoltoio ancora ad alta quota: ormai questi oligarchi hanno compreso che il loro sistema si va sfasciando, che non durerà molto a lungo nonostante i soldi profusi per mantenere la presa e renderla più soffocante fino ad una situazione di non ritorno. Vogliono solo individuare con certezza i morituri, comprendere quali siano le capacità di resistenza dell’elite e della politica locale, prepararsi ad intervenire e a fare piazza pulita di sovranità reale con gli acquisti di asset prima che le strutture di controllo che per quanto ci riguarda sono i trattati europei entrino nella fase critica, cosa inevitabile nonostante le vittorie di Pirro.

Del resto a Soros basterebbe fare un giro in tram per rendersi conto che non esiste più né una cultura politica, né un Paese con qualche consistente valore a parte quelli simulati, né una elite che possa evitare una svendita generale. Non è un caso che il miliardario, sia stato insignito di una laurea honoris causa dall’Università di Bologna nel 1995: il prestigioso riconoscimento gli è fu porto dal magnifico rettore Stefano Zamagni, stretto collaboratore di Romano Prodi, appena tre anni dopo aver tentato di rovinare il Paese. E pochi anni fa, nel 2014  ha acquisito tramite il Soros Fund Management alcune partecipazioni nelle coop immobiliari. Un modo per mettere un bel piede nel Paese garantendosi una presenza forte, nonostante le modeste apparenze perché è il mondo cooperativo che garantisce al partito di maggioranza le risorse e l’olio per tenere il Paese nell’area dello status quo. Del resto l’operazione ha avuto un regista nemmeno tanto occulto nell’attuale ministro del lavoro Poletti, che appunto ha ottenuto il dicastero non appena siglati gli accordi preliminari della compravendita a Soros: casualmente, mi raccomando, proprio allora la vigilanza sulle coop passò dal ministero dello sviluppo economico a quello del lavoro.

Dunque il miliardario si è trovato in allegra compagnia fra amici e complici forse a festeggiare l’ennesimo degrado dei titoli italiani, abbassato da Fitch alla tripla B, ovvero a spazzatura, che prefigura non soltanto l’intervento diretto della troika, ma anche la vendita della Cassa depositi e prestiti. Così si potrebbe ipotizzare che a Soros interessi proprio quest’ultima, ultimo baluardo di finanza non totalmente globalizzata e disponibile per operazioni politiche: suvvia siate gentiloni, regalatemela.

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Gin Fitch

fitch-ratingsL’atteggiamento giusto e razionale di fronte al declassamento del debito sovrano dell’Italia da parte di Fitch, dovrebbe essere letteralmente “chissenefrega”. Per molti motivi il primo dei quali è la poca credibilità delle agenzie di rating che sono società private spesso in conflitto di interessi: in particolare Ftich che appartiene per il 60% alla francese Fimalac il cui proprietario Marc Ladreit de Lacharrière è anche nei consigli di amministrazione dell ‘Oreal e di Renault e ha vasti interessi immobiliari, mentre per il 40% è della Hearst Corporation tra le cui principali attività c’è la pubblicazione di giornali e riviste economico-finanziarie, configurando così un insider trading globale e radicale.

E questo ci porta direttamente al secondo motivo: promozioni e bocciature sono solo avvisi e manipolazioni che il sistema finanziario lancia a una politica subalterna. Per il resto si tratta di scoperte dell’acqua calda (i dati Istat sulla grande caduta italiana del 2012 sono già noti da tempo) che vengono inserite dentro una “scatola di contraddizioni” per uscirne fuori come brani di teatro dell’assurdo per cui ciò che bisognerebbe fare per meritare voti maggiori, cioè ridurre il debito pubblico è proprio ciò che produce la caduta economica e dunque l’impossibilità di ridurre il debito e di investire su una possibile crescita.

Queste cose sono state dette mille volte, ormai sono persino more matematico demonstrate, ma fanno parte di un meccanismo infernale nel quale il sistema bancario e finanziario (cioè quello che tratta e possiede in via diretta o indiretta il 100% dei nostri titoli di Stato all’estero) protegge se stesso a scapito dei cittadini italiani del loro benessere e del loro futuro. La natura di pressione politica del declassamento è evidente, la strumentalità chiarissima, l’idiozia di fondo anche: l’incertezza del dopo elezioni  mette a rischio le famose “riforme strutturali” cominciate da un governo tecnico che ha goduto di un quasi unanimismo, ma  che hanno portato a un rovinoso crollo del Paese.

Tuttavia quelle riforme strutturali che consistono poi in precarizzazione del lavoro, svendita dei beni pubblici ai privati, taglio del welfare, eliminazione dei diritti, riduzione ai minimi termini dello Stato, sono l’opzione politica della finanza. Perciò davvero chissenefrega di questi giochini, se non esprimessero in realtà la paura di una reazione popolare tale da mettere in crisi gli apparati della politica subalterna, ostacoli  le concezioni eurobancarie di origine tedesca e crei movimenti di resistenza alla grande truffa. L’Italia economica è stata affondata dai cattivi maestri, ma adesso si cerca di circoscrivere la reazione che si è manifestata con i cattivi voti. Non è un caso che la “punizione” sia arrivata nel primo Paese che ha effettivamente creato un vasto fronte anti austerità e  relegato in posizione marginale il rappresentante dei potentati economici, di Bruxelles e persino del Vaticano.

In attesa di capire come possa esistere un debito sovrano in assenza di sovranità monetaria, ci sono invece altre cose di cui dovremmo preoccuparci, mandando Fitch e i suoi funzionari, peraltro indagati, a quel Paese e comunque molto lontano da qui. Per prima cosa l’economia reale e la causa vera del disastro che sta nelle politiche imposte dalla Germania all’Europa e che trovano la loro ragione, il loro punto di leva nella moneta unica. Questo adesso è l’effettivo problema e non può stupire se molti economisti di nome ormai lo indicano come il colpevole dell’attuale situazione. Ma dentro uno scenario davvero farsesco: non c’entrano i clown veri o presunti citati da Steinbruck, è invece la comica situazione nella quale ci troviamo: mentre è in corso una guerra monetaria a suon di svalutazioni, cominciata in Giappone e nella quale sia Stati Uniti che Cina sono sul piede di guerra e disponibili a far intervenire le loro banche centrali per deprezzare la loro valuta,  noi dobbiamo invece cavarcela con una moneta  che è di gran lunga troppo forte per il nostro sistema produttivo.  Purtroppo se la ride di gusto solo la Merkel.


Moody’s e Fitch: come il governo si paga la campagna elettorale

In un certo sono contento degli inattesi giudizi sull’Italia emessi da Moody’s e Fitch: la loro straordinaria e improvvisa conversione in favore di Monti, dimostra una tesi che cerco di portare all’attenzione da più di un anno: la crisi del debito ha una radice essenzialmente politica e non economica. L’attenta gestione di paure, docce fredde, consolazioni da parte di questi monatti del liberismo non ha nulla a che vedere con l’economia reale, ma molto con le “riforme” che essi vorrebbero: meno democrazia, meno diritti, meno salari, meno welfare e last but not least, svendita di beni pubblici.

Non ci vuole molto a classificare i loro giudizi, privi di qualunque appoggio analitico, come una campagna elettorale in favore di un governo Monti: la ridicola idea di Moody’s  secondo cui nel 2013 l’Italia e la Spagna dovrebbero ritornare alla crescita pre crisi sulla base di pittoreschi ed errati paragoni scandinavi – facendo le “riforme” ovviamente – potrebbe essere interpretato al massimo come un patetico assist a un (ex ?) collaboratore che oggi si trova a fare il premier. Di Fitch e del suo capo analista David Riley – sotto inchiesta per giudizi negativi  altrettanto gratuiti nell’inchiesta di Trani – sarebbe meglio non parlare visto che appena un mese fa, il 19 luglio, aveva confermato l’outlook negativo per il nostro Paese. Dunque o si tratta di un cretino o di un personaggio di straordinaria ambiguità : non è un caso che sia stato accusato di entrambe le cose – incompetenza e  interesse privato –  in pieno parlamento britannico.

La radice del male sta nel gigantesco conflitto di interessi che le tre grandi agenzie di rating rappresentano visto che devono giudicare chi li paga, compresi i loro azionisti che a loro volta determinano in buona misura il mercato. Ed è qui che si salda la loro ottusa fede nel liberismo e nelle sue contraddizioni con gli interessi di bottega, ovvero con i giganteschi profitti che fanno ( circa un miliardo l’anno per i dare voti a Stati, società, singole emissioni di obbligazioni): la permanenza di un governo Monti non rappresenta solo l’opzione politica della finanza, ma anche un mucchio di buoni affari. Facciamo caso al 19 luglio e all’outlook negativo di Fitch: ancora non era uscito il piano Grilli e quello Amato -Bassanini per la vendita massiccia di beni pubblici e partecipazioni dello Stato che ovviamente rappresentano in via diretta e indiretta attraverso il circuito bancario, un sacco di soldi per le agenzie di rating. A loro tocca il compito di “analizzare” e valutare il grande mercato di ciò che resta del Paese. E per società che hanno straordinarie redditività, vicine o addirittura superiori al 50% significano cifre imponenti.  Ma adesso che la svendita si delinea ecco che l’opinione cambia da un giorno all’altro, fidando nel fatto che i popoli citrulli ci cascheranno. Senza dire che nelle operazioni sono direttamente interessati i maggiori azionisti sia di Moody’ che di Fitch*

Tutto questo potrebbe essere messo in forse da un governo diverso da quello Monti, uomo del loro stesso ambiente e dunque scendono in campo a fare battaglia elettorale. Ma attenzione non gratuitamente, a spese degli italiani che dovranno in qualche modo pagare il conto di questa intermediazione valutativa che andrà ad incidere sui ricavi. Quindi l’ex advisor di Moody’s non raccoglie solo gli apprezzamenti e le preci dei suoi correligionari, ma di fatto indirettamente li retribuisce.  Dal momento che qui parliamo di circa 200 miliardi nel giro di un quinquennio, si può stimare che il partito Monti costerà in termini di “contributi elettorali”  più di tutti gli altri partiti messi insieme.

Certo la “svolta” ha anche ragioni più generali: le vicine elezioni olandesi e le decisioni della corte costituzionale tedesca sul Mes, tutte cose che avranno peso nella conservazione di strumenti e assetti che rappresentano un grimaldello politico. Ma se si può unire l’utile al dilettevole tanto meglio. E certamente Monti è il massimo sia dell’uno che dell’altro per questi squali.

 

*Moody’s. L’azionariato comprende alcuni tra i più importanti gestori di fondi (gli stessi di Standard&Poor, guarda caso) come Fidelity, Vanguard e Morgan Stanley Investements. Ma l’azionista maggiore, con il 13, 4% , è la  Berkshire Hathaway di Warren Buffet, con forti interessi nelle assicurazioni sanitarie e pensionistiche e dunque nella distruzione del welfare oltre che negli investimenti immobiliari. 

Fitch. Di proprietà della francese Fimalac (servizi finanziari e attività immobiliari) e del gruppo Hearst  con interessi in stampa e televisione (Elle, Gente, Marie Claire, Cosmopolitan, Home in Italia) e nel settore immobiliare.


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