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Guaidò, il morto che cammina

5b7299370623eab229a4e23467d98415Come appare chiaro a tutte le persone di buona volontà e di normale intelligenza, l’ultima  mossa dell’impero per sottomettere il Venezuela e il suo governo bolivarista, scandaloso per Wall Street e per il suo braccio secolare di Washington , è fallita. La puntata grottesca sullo sconosciuto Guaidò e la farsa degli aiuti umanitari ormai falsificata persino dai video ( qui, ad esempio) che mostrano la preparazione di questa trappola, non  ha sortito gli effetti sperati nonostante l’alleanza fin troppo esplicita con i signori della droga, soprattutto perché non c’è stata l’adesione che si aspettava dagli altri Paesi latino americani del gruppo di Lima, in particolare da quelli governati dai lacché degli Usa: di fronte a bugie così clamorose e scoperte hanno avuto timore che il loro consenso interno saltasse. Del resto la vicenda di confine avvenuta sotto gli occhi della stampa internazionale non ha lasciato scampo agli organizzatori  perché i quattro camion apparentemente carichi di aiuti umanitari e accompagnati da circa  400 giovani “guarimberos” incappucciati (specialisti dello scontro della polizia) destinati a stabilire una testa di ponte dell’opposizione a Ureña hanno rivelato il loro vero contenuto dopo che i suoi stessi accompagnatori avevano dato fuoco per errore ai teloni: tra scatolette di tonno e pacchetti di biscotti disposti a favore di fotocamera, si potevano scorgere pile di rotoli di filo, cavi d’acciaio, chiodi, maschere antigas, fischietti, termico antigelo, insomma l’armamentario  tipico del guerrigliero. A questo disastro si sono aggiunte due gigantesche manifestazioni a Caracas in appoggio di Maduro che sebbene censurate dalla stampa occidentale, sono il segno che il Paese non è ancora maturo per un golpe politico credibile.

Cosa può fare Trump adesso? Vittima della sua rozza verbosità e della brutalità dei gangster che lo consigliano, non gli rimane che l’opzione militare perché è difficile per un personaggio come lui ammettere una sconfitta diplomatica e politica di queste proporzioni senza un gesto violento, un colpo di coltello. E’ una possibilità che non può essere esclusa anche se presenta numerose difficoltà sia sul piano delle operazioni – il Venezuela è discretamente armato e infliggerebbe parecchi danni agli invasori – sia su quello della credibilità internazionale. Certo sarebbe un’ottima cosa utilizzare la tattica usata per l’invasione di Cuba nel 1898, ossia far saltare in aria una propria nave da guerra e quindi invadere il Paese accusandolo della strage, tanto la verità emergerebbe dopo molti anni, se non dopo un secolo come è avvenuto per la guerra ispano – americana, ma questo non si può disgraziatamente fare per mancanza di un incrociatore Maine alla fonda al largo di Caracas. Tuttavia un altro pretesto ci sarebbe: se Guaidò, arnese ormai inutile, venisse sacrificato ed eliminato dandone la colpa a Maduro questo potrebbe costituire un casus belli non dico credibile, ma presentabile, soprattutto da parte di un ‘informazione occidentale che si è comporta in modo vergognoso. 

Non è un’ipotesi che faccio in prima persona, ma che è comparsa nel dibattito latino americano il quale conosce a fondo i metodi usati  da Washington ormai da due secoli per tenersi stretto il “cortile di casa”. Ovviamente Maduro non avrebbe alcun interesse ad eliminare Guaidò, piccolo politicante mercenario, ora che è bruciato e porta in giro il volto della sconfitta, semmai punterebbe ai suoi burattinai locali, però col fuoco di batteria dei media occidentali, non sarebbe difficile convincere le opinioni pubbliche della necessità di questa nuova esportazione di democrazia o comunque obnubilarne il giudizio o per meglio dire l’emozionalità occasionale. Non si è forse riusciti a persuadere i più riottosi all’intelligenza che Assad aveva usato i gas quando già aveva vinto la guerra e per di più in una situazione in cui il loro uso sarebbe stato del tutto incongruo e inutile? Quindi dire Guaidò è un morto che cammina non ha solo un significato politico, ma ahimè ben più sinistro. Del resto la stessa scelta di un giovanotto sconosciuto e senz’arte né parte per la sceneggiata presidenziale, potrebbe far pensare che fin dall’inizio una sua uscita definitiva di scena fosse stata messa in conto. Altro che presidente in pectore, caprone sacrificale piuttosto.

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Campa Calenda che il licenziamento cresce

Carlo-CalendaIeri  mi sono davvero divertito a guardare i notiziari che parlavano dell’ira di Calenda, come fosse quella di Achille. Al ministro dello sviluppo economico,  non è andato giù lo sgarbo fatto dalla Embraco, ramo della Whirlpool, che si è permessa di annunciare la decisione definitiva di chiudere lo sbailimento di Chieri e licenziare 500 persone senza dare ulteriore corso alla commedia delle trattative per dare la mazzata dopo le elezioni. Quando questo nipote di Comecini, figlioccio di Montezemolo, protetto di Murdoch, portavoce di Confindustria parla di gentaglia e di irresponsabilità dell’azienda si riferisce proprio alla disgraziata e maleducata scelta dei tempi che rischia di colpirlo direttamente. Non si vede infatti perchè non si sia mai accorto a suo tempo, nè abbia sfoderato la durlindana, quando la “gentaglia” di cui parla aveva licenziato 500 persone in Trentino nel 2013 mentre  altri 2000 li aveva fatti fuori nel 2015 dopo l’acquisizione e ristrutturazione della Indesit: eppure anche allora era vice ministro e sempre dello sviluppo economico.

Eppure è sempre lui che ha fatto della libertà d’inquinamento e di morte dell’Ilva una sua bandiera. Eppure era nel governo quando è stato votato il job act che ha distrutto i diritti del lavoro frutto di decenni di lotte: con quale faccia, con quale credibilità ora ci viene a dire che i licenziatori “dimostrano una mancanza di attenzione al valore delle persone e alla responsabilità sociale dell’impresa”. Eppure è lui che insieme al montiano Riccardi e all’allora segretario Cisl Raffaele Bonanni, colui che ha sostanzialmente avallato la progressiva erosione dello Statuto dei lavoratori portando al Job’s Act,  ha firmato “Verso la terza repubblica”, un manifesto di vomitevole ordoliberismo nel quale appunto le aziende erano assolte da qualsiasi obbligo tranne il profitto. Ed è proprio lui, insieme alla torma di politicanti subalterni e affaristi, ad aver cancellato prima moralmente e poi anche legalmente la responsabilità delle imprese le quali possono licenziare con sms e andarsene quando gli pare e piace poiché esse devono praticare unicamente il profitto e anche pochi centesimi di risparmio o magari qualche consistente bonus di qualche governo bananiero dell’est, autorizzano, giustificano  qualsiasi carognata. Da notare che il ministro ha invece apprezzato il fatto che i suoi pari abbiano fatto slittare a dopo le elezioni la svendita finale di Alitalia.

L’ ira funesta che infiniti addusse twitter agli italiani non deriva certo dai licenziamenti per la delocalizzazione in Slovacchia che fanno pienamente parte della cultura aziendalista di Calenda, ma unicamente dal fatto che lo smacco inatteso, ovviamente solo riguardo ai tempi della sua evoluzione e alla palese dimostrazione che una multinazionale se ne fotte ormai dei ministri anche quando chiedono il favore di qualche settimana, può danneggiare gravemente l’immagine di questo enfant prodige dei salotti buoni (si fa per dire ) di destra e di sinistra, che non aspira ad essere eletto perché si sa, anche in queste condizioni, il confronto con l’elettorato protrebbe essere pericoloso, ma a fare il premier o comunque l’eminenza grigia del governo, in qualità di faccia nuova per le solite cose e rigorosamente non eletto da nessuno.

La posizione che del resto spetta a un prodotto tipico della classe dirigente italiana e di un ceto politico neo liberista e atlantista ad oltranza non foss’altro che per mancanza totale di idee e di prospettive: le dimostrazioni sono innumerevoli e vanno dalla già citata Ilva, all’appassionata difesa della Tap, alle posizioni oltranziste in favore del Ttip, alla sponsorizzazione del Ceta o di trivella selvaggia, ma anche alla svendita delle nostra industria residuale alle multinazionali Usa che poi sappiamo come si comportano. Insomma Calenda è un precipitato della commedia all’italiana nei suoi caratteri più seriosi, servili e ambigui, in pratica un possibile personaggio per suo nonno.  Solo che con lui niente pane, niente amore e niente fantasia,


Il guappo dà spettacolo per il Sì e il Ttip

3b51f50671ac9f9b6ee53237b4ba2430-0024-k5ge-u43220957314444syd-593x443corriere-web-sezioniViviamo nel Paese di Matteo delle meraviglie, nel quale il popolo è diventato Alice e si accompagna al cappellaio matto. Di certo non vi è più alcun collegamento con la realtà, né politica, né economica, né razionale: a leggere, guardare e sentire i media italiani sembra che il guappo di Rignano  abbia scatenato una furia epocale al vertice europeo di Bratislava mettendosi in rotta di collisione con i suoi tutori che gli vorrebbero dare solo dei contentini. Certo è difficile estrapolare da un vocabolario che è rimasto infantile e da boy scout qualcosa di concreto, però possiamo immaginare la scena: ma come vi ho servito un referendum che manda a hahare la Hostituzione e impedirà per sempre qualsiasi forma di legittima difesa dagli strapoteri europei e finanziari e voi ve la volete cavare con qualche mancia come se non sapeste che mi sono occupato personalmente di distruggere il lavoro e l’economia. Ci vogliono aiuti massicci, mi ci vuole qualcosa da portare a casa per avere una speranza di vincere il referendum. E’ anche nel vostro interesse, hoglioni.”

Ma di tutto questo non vi è alcuna traccia nei media europei, solo qualche accenno di sfuggita su Le Monde et pour cause. Innanzitutto il vertice era dedicato a ricucire lo strappo con Paesi dell’Est sul problema dei migranti, dunque la questua di Renzi era del tutto fuori contesto e non interessava a nessuno, men che meno a Merkel e Hollande che il giorno prima avevano avuto un vertice a due e non si sono sognati di invitare Renzi alla conferenza stampa che il prode Matteo ha sostenuto di aver disertato non essendo “soddisfatto delle conclusioni su crescita e immigrazione”. Come è perché è chiedere troppo alle facoltà del premier, ma ci ha pensato subito Juncker a conciarlo per le feste: “Non sono il portavoce di Renzi, ma credo che sull’essenziale appoggi il discorso che ho fatto al Parlamento europeo sullo stato dell’Unione. Era molto positivo quando si è espresso sugli elementi principali di quel discorso. Era completamente a favore”. Quindi non c’è alcun dubbio che la ribellione di Matteo è puramente strumentale, ad uso interno per spalmare un po’ delle sue colpe e apparire come un difensore del popolo da nemico qual è  in vista del referendum costituzionale. Anzi è una ribellione inventata di sana pianta facendo supporre un protagonismo che nessuno gli attribuisce nemmeno lontanamente: la sua partecipazione alle decisioni è solo fotografica, quando appare in mezzo a chi conta per lo scatto ricordo.

Però come dice un proverbio macedone, l’asino bugiardo raglia di giorno, ma scalcia di notte. E così alle sceneggiate apparenti mese a punto con gli amici dei media, al riparo delle telecamere Renzi si rivela ciò che è davvero, ovvero l’incarnazione del proverbio  balcanico: 24 ore prima del teatrino di Bratislava, di cui molti, tranne i clientes della stampa a seguito, nemmeno si sono accorti, Renzi ha partecipato all’atto di rinascita del Ttip, troppo presto dato per morto, facendo firmare a Padoan un documento in cui si chiede la ripresa delle trattative sul trattato transatlantico. In compagnia dei rappresentanti delle vecchie colonie Usa, ovvero Gran Bretagna e Irlanda, delle nuove, Finlandia, Repubblica ceca, Estonia, Lettonia, Lituania e dei poveri marmittoni di Italia, Spagna, Portogallo. Tutto si tiene nella fattoria degli animali: Ttip e referendum, autoritarismo incontinente ogni giorno più evidente come nel caso dell’operaio ucciso a Piacenza e servilismo senza limiti. Un insieme malamente  nascosto da penose e patetiche sceneggiate da miles gloriosus. Sarebbe arduo dire che animale è: ma di certo la sua presenza si sente dall’odore.


Sghignazio

bigE’ finita in farsa come del resto era quasi scritto nello scontro tra due dilettanti, il chirurgo nevrotico totalmente ignaro di amministrazione e il giovane rampante entrato direttamente nella cuna del potere, ma senza farsi le ossa. Anzi è finita in un Pap’occhio celebre film prodotto nel lontanissimo 1980  dal padre di Orfini. Il grottesco abbonda in questa vicenda, ma raggiunge vertici sublimi al di fuori di essa, nella polarizzazione assurda fra il marziano e il saggio, l’onesto e i corrotti, Renzi e l’antirenzi, la politica e gli affari, quando è del tutto chiaro che i contendenti fanno parte del medesimo sistema divenuto partito della nazione appunto perché ingloba in sé le logiche perverse stratificate nel tempo e le porta all’estremo limite grazie al moltiplicatore oligarchico europeo.

Se Marino fosse davvero estraneo a tutto questo avrebbe dato le dimissioni dopo l’esplosione di mafia capitale invece di rimanere e salvaguardare gli interessi elettorali del Pd e in sostanza il “patto della carbonara” per la spartizione di affari e mazzette; non si sarebbe fatto imporre nuovi assessori estranei e addirittura ostili a Roma , ma destinati a gestire i soldi del giubileo e le regalie della finanziaria per nome e per conto di Renzi; non si sarebbe fatto commissariare. Ha invece accettato la parte di feticcio dell’onestà perché le cose non sfuggissero di mano al milieu politico che tradizionalmente amministra e rapina la città.

Del resto a esaminare l’operato nel sindaco in questi anni non ci sono dubbi sulla sua appartenenza di fondo al sistema: dopo la pedonalizzazione dei fori imperiali all’insegna dell’improvvisazione e del dilettantismo e l’atto puramente simbolico del registro delle coppie gay, Marino ha ritenuto di aver sufficientemente esaudito le richieste di parte ideologica e si è dedicato ai servizi pubblici, cancellando 50 di linee di bus e rarefacendo molte altre, ha usato il machete per tagliare drasticamente l’assistenza domiciliare ai disabili, ha dimenticato le periferie ribollenti nelle quali non ha mai messo piede se non il giorno prima della caduta, ha dato il via agli sgomberi, si è scontrato più volte contro i dipendenti comunali, dopo aver lasciato intatta per anni la dirigenza dell’Atac autrice dei disastri nel trasporto pubblico, è partito lancia in resta contro gli scioperi dei lavoratori e solo in funzione della privatizzazione si è  risolto ad assumere un cacciatore di teste per far strage fra il management. Non si è nemmeno vergognato di umiliare le maestre d’asilo tagliando i salari, aumentando le ore di lavoro e tentando di mandare a casa 5000 precari, caso specifico di un piano generale di tagli ai servizi per dare l’arrosto ai privati. E come ultimo atto ha riempito l’Auditorium di immobiliaristi e della figlia di Caltagirone, in arte Casini.

Questo sarebbe l’anti Renzi e il personaggio per un eventuale riscatto della sinistra? Ma di cosa stiamo parlando? Durante il suo mandato, quando non era all’estero o a cena o quando ne aveva voglia ha esercitato la stessa logica autoritaria che alla fine si è rivolta contro di lui con Orfini che ha minacciato di non ricandidatura  i consiglieri riluttanti a firmare le dimissioni. E che contemporaneamente ha aperto la strada ad una coalizione elettorale difensiva con i dimissionari di riserva marchiniani, alfaniani e fittiani. Per difendere che cosa non c’è nemmeno bisogno di  dirlo.

In un certo senso Marino ha ragione a chiedere dove abbia sbagliato per ricevere questo trattamento visto che le poche cose che ha fatto sono in perfetta linea con le prassi governative. Ha sbagliato con gli scontrini e l’imprevisto col vicario di cristo che hanno reso impossibile presentare un sindaco, di incapacità imbarazzante e detestato dai romani, come campione di onestà. Marino credeva di essere ormai al sicuro su questo piedistallo di fortuna, ma è stato tradito dalla sua stessa leggerezza. Farne un campione antisistema è come prendere fischi per fiaschi e non capire come la logica dell’oligarchia si regge proprio sulla produzione di false alternative per sterilizzare quelle vere.


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