Annunci

Archivi tag: famiglie

La riscossa dei peggiocrati

carlo-calenda-attore-cuore-659x297

Carlo Calenda nel Cuore di nonno

Anna Lombroso per il Simplicissimus

La storia è un cimitero di aristocrazie: tocca più che mai dar ragione a Pareto. A guadarsi intorno élite e quelli che un tempo erano “ceto dirigente” sono stati assorbiti dalla prepotente autorità assoluta di un impero e della sua cupola, le democrazie incompiute convertite in oligarchie, anzi in cleptocrazie,   gli intellettuali  retrocessi da usignoli in strilloni dei regimi, l’informazione condannata a entusiasta passaveline.

Nel cimitero ormai riposano senza pace borghesia e ceto media, ridotti a plebe insicura, smaniosa e impaurita, rancorosa e riottosa, che si arrampica instancabile su e giù per le scalette della sua gabbia da cavie per arrivare a fine mese, pagare tasse  balzelli, far fronte e mutui e assicurazioni in sostituzione di quei salari differiti  diventati elargizioni arbitrari e irraggiungibili, come le dimissioni di Renzi.

La loro scrematura  ammessa ai ranghi più elevati viene selezionata sulla base di criteri che hanno trasformato i meriti in rendite e privilegi ereditati o acquisiti, dando vita a un assortimento  di “arrivati” per affiliazione, spregiudicatezza, arrivismo illimitato, fidelizzazione e appartenenza a dinastie e clan che hanno sconfinato da schiatte regnanti in “famiglie” criminali, azionariati fessacchiotti quanto rapaci, proprio come gli ultimi rami di quelle italiane, come gli esangui agnellini, languidi quanto ingordi che si contendono le pagine dei sempre meno frequentati rotocalchi con le stirpi dei tycoon più spettacolari in merito a boria e ostentazione.

Ma via via che le loro file si assottigliano: i ricchi e potenti sono sempre meno e sempre di più gli esautorati e sommersi, ciononostante ridotti all’impotenza, gli appartenenti alla peggiocrazia vengono di preferenza promossi a “Eletti” sulla base della loro appartenenza  a dinastie talmente cresciute nel privilegio da aver acquisito una certa apparente sobrietà, una certa esibizione di severità di costumi che permette loro di farsi notare se non ci sono, così da fare irruzione come inattesa salvifica epifania disinteressata (si sa sono già ricchi di famiglia come il filosofo passato dallo Steinhof alle marchette clericali), così da accumulare prebende e sine cura senza far mai vedere la loro ingordigia. Portano abiti lisi su corpaccioni che non conoscono palestra o benevoli imbottiture o tagli di Caraceni,  non si circondano di festose veline e non organizzano cene eleganti anche perché le loro case avite vengono trascurate per lettucci di fortuna allestiti nelle stanze del potere, accumulano miglia grazie a missioni aziendali o istituzionali per raggiungere mete di brevi vacanze in magioni e ville di loro omologhi, perché le catene di hotel cui stanno svendendo le nostre città d’arte sono volgari. Preferiscono ville di campagna, antichi manieri e prestigiose masserie di quelli come loro, dove si mangia poco e nel solco della tradizione perché hanno in odio la sguaiata rozzezza dei parvenu in cerca di riscatto.

Spesso sono stati addestrati alla pazienza: lo scalpitare in cerca di successo appartiene ai piccoli arrivisti, come Calenda, appunto, che ha atteso con sapiente clama di dare la sua zampata e arraffare come è stato convenuto in alto, dove è evidente che hanno avuto a noia quei piccoli miserabili ambiziosi di provincia, che non spiccicano una parola di inglese, che hanno ,messo davanti agli interessi della cupola imperiale le loro micragnose velleità, i loro squallidi affarucci, i loro meschini crimini bancari e finanziari di provincia. Salvo trarli fuori dall’armadio se serve qualcuno pronto a mettere la faccia su qualsiasi killeraggio, pur di esistere.

In geografie del privilegio dove tutto è preordinato per favorire carriere e successi, dove non occorrono elezioni perché qualcuno è comunque l’Eletto per tramite provvidenziale, dove curricula e referenze si maturano in interstizi opachi del potere, grazie a salotti e matrimoni, protezioni e alleanze oscure, hanno deciso che era ora di sfiduciare il piccolo clan dei rignanesi, tirando fuori dal cilindro – raccomandato da pardi nobili, che diocisalvi –   uno di quei prepotenti conigli bravi (ne abbiamo descritto le origini qui: https://ilsimplicissimus2.com/2016/05/11/quando-calenda-el-sol-dellavvenire/ ) a fare la voce grossa coi deboli e gli sfruttati che se la meritano, e a cinguettare con pari sfrontatezza coi forti. Disfatte se vissute con dignità e onore possono essere la premessa per una vittoria futuro, ha detto su Twitter il ministro che ha mostrato una spregiudicata abilità nell’attraversare intoccato tempeste nelle quali a naufragare sono sempre gli altri dall’Ilva a Piombino, dall’Alitalia a  Embraco, cresciuto alla scuola di fallimenti di Montezemolo. E, ha proseguito, una nave senza capitano, soprattutto in questo momento, non può navigare, si rischia ammutinamento generale. Il capitano è importante e deve essere quello giusto”.

Ecco, è arrivato il capitano.. vuoi vedere che ci farà rimpiangere Schettino?

 

Annunci

I babbi so’ piezzi ‘e core


 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Per un momento ho pensato fosse un facke, per un momento ho pensato che Gramellini si fosse prestato a interpretare il ruolo del Ghostwriter per riscattare un crudele mariolo rovina famiglie rivelando il suo volto umano. Invece pare sia proprio farina del suo sacco  la letterina  inviata da Matteo Renzi a Grillo reo di aver toccato con parole lorde di veleno i sentimenti più sacri, l’amor filiale e. a un tempo, l’elevato senso di rispetto per le istituzioni.

Il comico prestato alla politica ha detto qualcosa che abbiamo pensato tutti, quando l’ex premier nel corso di una trasmissione da sempre a suo irriducibile uso provato ha proclamato che se suo padre fosse colpevole dovrebbe pagare il fio doppiamente, proprio in quanto “babbo” di un uomo pubblico, a conferma che la giustizia viene interpretata come terreno nel quale sono autorizzate scorrerie, pressioni, impieghi  e interpretazioni arbitrarie da parte della politica, perfino nel caso che le leggi ormai diffusamente ad personam puniscano di più chi è più in vista, per scopi esplicitamente propagandistici e pubblicitari, che tanto poi arrivano salvifiche prescrizioni.

A fronte della scriteriata e dissennata difesa del compagnuccio di merende Lotti, l’esternazione sul padre è suonata, a chiunque abbia avuto la ventura di sentirla o leggerne,   come una necessaria condanna in nome della superiore e obbligatoria esigenza di sacrificare un capro peraltro  non innocente per il bene sovrastante dell’azienda, anzi della Famiglia in quell’accezione che evoca interessi opachi, patti inquietanti, interessi loschi.

Pensando realisticamente, quindi male secondo il trend attuale che preferisce aeree menzogne e un favoleggiare consolatorio alla dura realtà, avevamo sottovalutato che la narrazione dell’ex  ha preso un’altra piega più lirica, che è iniziata la fase del delicato sentimentalismo proteso a mostrarci l’uomo, anzi l’eterno boy scout, la sua innocenza, la sua trepida affettività che era stato costretto a celare sotto i panni dovuti e imperativi dello statista. Qualche avvisaglia l’avevamo già avuta quando con la stessa commozione di era messo nelle vesti femminee di un’altra amorevole figlia sotto attacco, prodigandosi per salvare un altro padre, bancario, e con lui altri criminali dotati di affettuosa prole  e non, incaricati di seminare morte e distruzione in famiglie meno in vista e meno protette.

È nel segno di questa delicata svolta passionale che l’inguaribile giovanotto ricostruisce con toni densi di flautata commozione le tappe dello straordinario rapporto che ha unito un padre speciale e un figlio più speciale ancora. E racconta: è un uomo vulcanico, pieno di vita e di idee (anche troppe talvolta). Per me però è semplicemente mio padre, mio babbo. Mi ha tolto le rotelline dalla bicicletta, mi ha iscritto agli scout, mi ha accompagnato trepidante a fare l’arbitro di calcio, mi ha educato alla passione per la politica nel nome di Zaccagnini, mi ha riportato a casa qualche sabato sera dalla città, mi ha insegnato l’amore per i cinque pastori tedeschi che abbiamo avuto, mi ha abbracciato quando con Agnese gli abbiamo detto che sarebbe stato di nuovo nonno, mi ha pianto sulla spalla quando insieme abbiamo accompagnato le ultime ore di vita di nonno Adone, mi ha invitato a restare fedele ai miei ideali quando la vita mi ha chiamato a responsabilità pubbliche.

È un peccato che da Enrico e il suo papà secondo De Amicis, si scivoli irresistibilmente verso altri celebrati padri e figli letterari, quelli di Turghenev che descrive perfettamente il Renzi jr, ma anche quello senior quando parla di un uomo “che non presta fede a nessun principio, da qualsiasi rispetto tale principio sia circondato”. Ma senza la grandezza epica delle famiglie tossiche di  Dostoevskij, che qui siamo semmai al cospetto di un babbo gogoliano che si prodiga in traffici e intrallazzi pro domo sua, per il riscatto ambizioso e arrivista della prole da una mediocrità affrancata grazie all’intrigo spregiudicato e disinvolto. Certo è che i lombi diventano sacri e inviolabili grazie  all’appartenenza a un ceto di intoccabili, per il quale le colpe non ricadono né di padre in figlio né di figlio in padre, e blasonate carriere interrotte da inopportuni rolex vedono subitanee rimonte, e dinastie monarchiche e imprenditoriali ree di ogni genere di misfatto restano sempre in auge e in libertà.

Già stamattina circolavano sui social network i copia-incolla della toccante esternazione, che per una volta ha superato e di molto le 140 battute degli annunci governativi. Non c’è da stupirsi se c’è gente che ha dato credito alle lacrime della Fornero, all’occupazione secondo il Jobs Act, ai disuguali diritti dei gay secondo  Scalfarotto, alla preparazione al lavoro e alla vita dei nostri figli secondo la Buona Scuola: si tratta di affini, si tratta di affiliati, si tratta di coloro che sono persuasi che sentimenti, felicità, sicurezza, garanzie, siano un loro appannaggio esclusivo. E che per difendere questo bene riservato e elitario sia lecito anzi obbligatorio alienare i nostri, toglierci certezze, speranze, aspettative, vocazioni, rompere patti millenari di affetto e solidarietà, suscitare conflitto e inimicizia, alimentare l’odio e il sospetto.

Se quelli sono i partiti dell’Amore, come quando c’era lui, se quelli sono i loro leader e militanti, allora sarà bene organizzare quello della giusta collera e della sacra indignazione, e metterci Franti segretario.

 

 

 

 

 


La Compagnia della Cattiva Morte

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

In un tempo nel quale ci è stato tolto ogni potere decisionale sulle nostre esistenze, succede che si vada all’estero per vivere e pure per morire.

La frase “morire con dignità” proprio come “vivere con dignità” ha assunto la forma di un auspicio utopistico o di un mantra apotropaico da ripetere come una speranza che si rinnova e diventa reale se la pronunciamo. Mentre dovremmo cominciare a praticarla, ribellandoci all’esproprio praticato sulle nostre scelte, la libertà, i diritti a cominciare da quello primario all’autodeterminazione.

Inutile prendersela con la Chiesa e con una morale confessionale imposta come etica pubblica. La Chiesa fa il suo mestiere, da sempre impegnata com’è a tutelare e fare proselitismo di un credo “ideale”, ma anche della cultura patriarcale che lo sorregge, intenta al sostegno a politiche sociali e culturali orientate a mantenere lo status quo, incaricata della conservazione di equilibri fittizi che attribuiscono le leve di comando a poteri precostituiti su base proprietaria, motivata alla manutenzione di un assetto e di una organizzazione sociale “tradizionale”, conservatrice e autoritaria.

Poteri in via di avvelenata dissoluzione conservano viva la loro alleanza che ha il fine esplicito di esercitare un imperio sulle vite degli altri, per circoscrivere autonomia di pensiero e di decisione, per limitare le libertà individuali e collettive, per incutere paura del presente e del futuro compreso quello che ci aspetta in attesa delle trombe dell’Apocalisse, in modo da assoggettare con il timore, il ricatto, l’intimidazione in contesti confinati  che promettono sicurezza in cambio di emancipazione, difesa in cambio di indipendenza, miseria certa ma nota in cambio di opportunità sconosciute.

Nella difesa ridicola di uno dei governi più infami e criminali e della sua fotocopia vigente abbiamo sentito rivendicare sfrontatamente il successo di riforme ispirate al riconoscimento di diritti, rappresentate allegoricamente dalla modesta elargizione di un istituto somigliante al matrimonio per quanto riguarda i doveri e lontanissimo per quanto attiene alle prerogative, fatto su misura per incrementare ulteriori disuguaglianze tra omosessuali privilegiati e retroguardie gay che non possono coronare la loro affettività grazie all’accesso a diritti a pagamento compreso l’import export dell’istinto sia pure legittimo alla paternità.

Come se non assistessimo all’attacco quotidiano a leggi dello stato a cominciare da quella che ha legalizzato l’aborto per sottrarlo alla più iniqua delle speculazioni, alla vergogna di escludere dalla cittadinanza i bambini nati qui, all’ignominia di criminalizzare le donne che non procreano per regalare nuovi soldati agli eserciti delle nuove schiavitù, all’onta di costringere all’umiliazione di una prolungata agonia con sofferenza e senza dignità.

Non ‘è motivazione morale o confessionale in tutto questo. Se non possiamo pretendere una chiesa laica, dobbiamo pretendere uno stato laico e istituzioni e leggi che non si appiattiscano nell’osservanza interessata e ingenerosa a  una retorica dell’amore recitata come un copione secondo le esigenze del mercato. Perché è in nome della sua teocrazia che scrupolosi obiettori decidono negli ospedali censurando il senso di responsabilità amaro e doloroso di una donna, all’ombra della impunità di cliniche “riconosciute” dove il diritto e la legalità si pagano a caro prezzo, che abbia avuto ed abbia grande successo commerciale il turismo oltre confine della procreazione, che si finga deplorazione per quello del suicidio assistito, agendo per paralizzare la possibilità di dotarsi di civili leggi sul fine vita e perfino sul testamento biologico.

Ed è in nome degli stessi comandamenti che è andata di pari passo la cancellazione dell’aspirazione alla buona salute e alla buona morte: paradossalmente si è ridotta l’assistenza, si sono ridotte cure e prevenzione, la qualità degli ospedali, il numero e la professionalità dei medici, le terapie per chi ha contratto e è affetto da malattie invalidanti e pure il desiderio difficile e crudele a preferire concludere volontariamente una sopravvivenza avvilente, travagliata e penosa per sé e chi si ama.

Il quadro che abbiamo davanti agli occhi e dentro le nostre case è quello che ritrae una tremenda e desolata solitudine, di chi soffre, di chi viene imputato di volersi liberare di fardelli d’amore e cura diventati insostenibili per sofferenza, impotenza e povertà, di chi si sente abbandonato da istituzioni e  poteri, irrispettosi dei bisogni e delle istanze in tutto il ciclo della vita, nell’infanzia, nella scuola, nel lavoro, nella malattia, nella morte che non è più una livella se il rispetto di sé è anche quello prerogativa di pochi.

Non è un caso che la famiglia, i vincoli d’amore e affetto siano ridiventati l’ultima spiaggia, dove si consuma la difesa solitaria della persona, la tutela delle aspettative e delle vocazioni in una microeconomia assistenziale sempre più esigua,  l’assistenza di bambini, malati, invalidi, vecchi, teatro di conflitti generazionali e di genere costretti a esaurirsi dentro quelle mura che diventano prigioni o scenari di delitti sanguinosi e non, se diventa impossibile emanciparsi e uscirne, luoghi di preservazione arroccata e sospettosa di vite costrette a rinunciare a desideri, sogni, speranze ormai incompatibili con nuove servitù e più cruente miserie.

Le vogliono così i paladini di famiglie di convenienza, perché convengono infatti a sistemi padronali che cacciano dal lavoro le donne in modo che sostituiscano il welfare, che istituiscono le giornate dei nonni in modo che si appaghino sostituendosi agli asili, che benevolmente elargiscono la legge 104, salvo renderne impossibile l’attuazione per insegnanti grazie alla buona scuola, a lavoratori grazia al Jobs Act.

Le vogliono così perché a loro non si addice l’amore che persuade della bellezza della libertà, della speranza, della felicità, convinti come sono che la loro forza si nutre di odio, inimicizia, sopraffazione.

 

 


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: