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Tengono Famiglia

tengo-famigliaAnna Lombroso per il Simplicissimus

C’è sempre un momento nel quale i potenti esibiscono l’album delle foto dell’ultimo Natale, nel quale le zarine più feroci svelano la dolcezza muliebre dell’istinto materno con l’ostensione di ecografie, allattamenti e poi di qualche maneggio familistico per piazzare gli scarrafoni, cui è doveroso riservare  affettuosa tolleranza, e nel quale i padroni più avidi mettono a rischio patrimoni e aziende per appagare le brame capricciose di delfini  poco talentuosi.

Non occorre scomodare Engels, nemmeno Banfield e neppure Longanesi, che adesso tocca rimpiangere pure lui, per diagnosticare il ricorrente recupero dei “valori” della famiglia che si materializza con più vigore nella fase di consolidamento di un totalitarismo, quando serve rimettere in piedi un edificio di principi e ideali riconducibili a Dio (anche con le fattezze del mercato, le cui regole sono promosse a leggi di natura), alla Patria, recentemente tornata in auge in occasione del Covid 19  con inni in poggiolo, glorificazione del sacrificio dei resilienti sul divano e dei martiri in trincea. E, appunto, alla Famiglia, ultimo baluardo della conservazione delle virtù morali, ma anche di beni, risparmi, quelli che Berlusconi chiamava i “fondamenti sani” dell’Italia, tradizioni capaci di opporsi al rischio del meticciato, riaffermazione dei ruoli designati dalla cultura patriarcale, l’uomo che va a caccia e porta a casa le prede, la femmina nella caverna a prendersi cura di cuccioli, anziani, malati, finché non viene una provvidenziale epidemia che se li porta via.

Ci eravamo illusi che si trattasse di convinzioni in regime di esclusiva delle destre più sgangherate, tra manganello e aspersorio, prima che diventassero merce ideologica del “riformismo” e del progressismo neoliberista. Invece, in nome della ritrovata Unità d’Italia, dopo i Family day di Casini, del Priapo di Arcore, dei concubini in attesa fiduciosa di annullamento della Sacra Rota, che rivendicavano per sé la tutela di sentimenti, valori, principi, affetti virtuosi a confronto degli accoppiamenti insani dei “diversi”, dalle viziose inclinazioni degli “altri”, della pedagogia malsana impartita da genitori e insegnanti trinariciuti e bestemmiatori, ecco che con l’abituale ricorso all’esperanto imperiale arriva il Family Action il cui suggeritore nemmeno tanto occulto è un  padre di nove figli,  un’allegoria della obbligatorietà di procreare per far piacere a Dio,  quel Delrio, che non contento della stirpe naturale, ha svolto per un po’ anche la mansione di padre putativo del giovin Matteo.

Ora non voglio sembrarvi semplicistica e sbrigativa, ma la lezione di uno che, peggio di un anziano criminalizzato dalla Lagarde e dalla Fornero, ha pesato sul bilancio statale e sul Welfare con nove gravidanze, nove congedi, nove permessi “paterni”, nove pediatri, nove asili nido e così via, assume il sapore agro dell’ingiustizia, almeno da quando metter su famiglia è un lusso che pochi possono permettersi.

Per carità, la demografia non è una disciplina gradita  e infatti mentre da noi si lancia un allarme per la denatalità favorita tra l’altro da un tenace familismo che ha come effetto un investimento economico e sociale sui figli esorbitante che porta a rinunciare a quello che si avverte come un privilegio, l’ideologia neoliberista  ha sbaragliato ogni resistenza nei confronti dell’equiparazione tra uomo e merce, combattuta tra il bisogno di estendere il pubblico dei consumatori e l’eccesso di prodotti/uomo, imponendo alla fine  l’obbligo di “riduzione” a popolazioni che si sono permesse di insidiare la nostra preminenza con il numero,  colpevoli di spendere poco per i trastulli che produciamo.

E tanto per non sbagliare le forze progressiste, ormai chiamarle sinistra suona come un’eresia, che per vocazione e per statuto ideologico avrebbero dovuto difendere i ceti popolari dall’assalto della lotta di classe alla rovescia, condotta contro le prerogative acquisite dopo decenni di lotte,  la sanità pubblica, il sistema pensionistico, ha trovato una facile via d’uscita nella rivendicazione di altri diritti definiti civili in contrapposizione a quelli primari che sembravano nostri e inalienabili, e concessi al minimo sindacale: matrimoni omosessuali, gite procreative fuori porta, pari opportunità, e solo per chi può permetterseli.

Per gli altri resta solo l’elargizione di una carità pelosa,  delle mance degli 80 euro, dei prestiti a pronta restituzione.

E infatti, in pieno clima di Ricostruzione affidata all’immaginazione creativa di alte autorità competenti in cultura del management e del marketing, intese a promuovere misure immediatamente digitalizzabili e nemmeno lontanamente realizzabili, il neo Commissario Speciale per la Famiglia si è fatto promotore di una proposta per i nuclei prolifici tramite un assegno universale(mensile) che includa tutti gli aiuti per la famiglia, uno per ogni figlio fino alla maggiore età (ma senza limiti d’età per i figli disabili). E poi, detrazioni fiscali per le spese dedicate all’istruzione dei figli, dallo sport alla musica, dai libri alle gite scolastiche, permessi retribuiti per assistere un figlio malato ma anche per partecipare ai colloqui con i professori. E minimo 10 giorni di paternità per i neopapà, «a prescindere dallo stato civile o di famiglia».

La proposta che si è materializzata in forma  di Ddl recante «Misure per il sostegno e la valorizzazione della famiglia», immantinente votato con entusiasmo dal Consiglio dei Ministri, è stato caldeggiato dalla ministra della Famiglia Elena Bonetti insider di Italia Viva.

E infatti il suo leader, che ha sempre dimostrato un particolare attaccamento alle tradizioni dinastiche e alla trasmissione dei loro “valori” in senso lato, iniquamente perseguiti in tribunale,  ha subito tenuto a ricordare  che un analogo progetto di legge “che metteva al centro delle politiche sociali i bambini nella consapevolezza che i figli sono un valore per la loro famiglia e per la società che li accoglie e che condivide con i genitori il compito di accudirli ed educarli” era stato presentato già alla Leopolda 10.

Ecco, ci vuole proprio una ineffabile faccia di tolla, una impareggiabile e spericolata sfrontatezza da parte del governo e dei suoi bizzosi supporter a intermittenza per parlare di bambini, dopo tre mesi di galera dei minori alla stregua dei figli delle carcerate, dopo un susseguirsi di insensate ipotesi per la gestione futura della scolarità, tra cubicoli e nicchie in plexiglas, dopo il fallimento della didattica a distanza affidata al potere/volontariato sostitutivo di mamme digitali, dopo che è stata sancita la sua qualità discriminatoria adottabile solo in condizioni di “privilegio”: pc, rete, spazi, genitori acculturati, insegnanti formati e competenti anche di informatica.

E dopo i tagli di Stato, Regioni e Comuni a fondi per le scuole, per   l’assistenza ai minori disabili, all’insegnamento di sostegno, dopo la Buona Scuola che ha promosso definitivamente  la conversione dell’istruzione dell’obbligo in pedagogia standardizzata a uso del futuro ceto dirigente oligarchico, dopo la beffa dei finanziamenti per la messa in sicurezza degli edifici scolastici, che dovrebbero ora trasformarsi in laboratori pilota per la cultura del distanziamento.

E per chi confida nelle quote rosa, nell’applicazione in corpore vili dei quelle squisite qualità femminee di sensibilità, indole alla comprensione e alla solidarietà che saprebbero esprimere le donne in politica, ci hanno pensato la ministra Bonetti, che si compiace: “per la prima volta si investe in umanità, per cambiare in meglio la vita delle famiglie: da qui l’Italia può ripartire, è una scelta di speranza e di coraggio, una riforma che deve vedere il gioco di squadra di tutti” e pure la ministra del Lavoro Nunzia Catalfo che sottolinea la sinergia con le altre ministre messa in atto per “garantire più sostegno alle famiglie e un importante incentivo al lavoro femminile”.

Manca solo il pregevole contributo di Colao, che magari c’è stato, prima che il suo rapporto finisse a reggere le zampe della scrivania traballante di Conte, per  dare maggior piglio futurista e imprenditoriale  alla strategia di  aiuti alle neo mamme, “per incentivare il loro lavoro e l’armonizzazione dei tempi”: quindi detrazioni per babysitter e colf, da aggiungere ai bonus per le rette scolastiche di nidi e asili fino ai 6 anni. Ma soprattutto per valorizzare la forza produttiva degli incentivi a  “forme di lavoro flessibile” per chi ha figli sotto i 14 anni,  con premi anche per i datori di lavoro “che realizzino politiche atte a promuovere una piena armonizzazione tra vita privata e lavoro”.

Avevamo avuto al prova generale con il lockdown, adesso è il momento della messa in scena della commedia all’italiana, con le donne a casa, a alternare l’aggiornamento del cottimo a domicilio alla macchina da maglieria, a cucire guanti e incollare tomaie, sostituito dal Pc, con la cura di figli, compresa di supporto didattico, genitori, malati. Che se poi si riesce a “svoltare” c’è sempre la possibilità di pagare un’altra donna, meglio se straniera in attesa della sanatoria della Bellanova, per tentare la scalata al successo riservata  a una scrematura di talentuose arriviste, selezionate dalla lotteria maturale o per disposizione antropologica all’affiliazione di cerchie di potere.

Altro che Mulino Bianco, gli spot del Rilancio mostreranno la continuazione dell’isolamento – magari in preparazione di seconde, terze quarte ondate pestilenziali. Tutti a casa, alacremente sfruttati e rabbiosamente condannati alla coabitazione coatta, dove la pratica normalmente in uso, preliminare alla riproduzione, potrebbe diventare anche quella una fatica imposta da chi ancora invece ci si diverte e se la gode.

 

 

 

 

 

 


Lenin, la Catalogna e la finanza

4bdbe1b10484da5837c70d12159e5020-18578-18714-kqbG-U11012173363902z-1024x576@LaStampa.itForse speravano che il referendum per l’indipendenza della Catalogna non ci sarebbe effettivamente stato, poi che sarebbe stato represso efficacemente dalla polizia spagnola, infine che Re e primo ministro avrebbero trovato una via d’uscita, un compromesso dopo aver agito con stupidità assoluta e così gli oligarchi di Bruxelles non avevano dato apertamente il via al ricatto bancario e finanziario di cui sono ormai consumati interpreti: adesso invece visto che la situazione rischia di precipitare ecco che arrivano i annunci di aziende e banche che minacciano di lasciare la Catalogna se per caso si dovesse davvero arrivare all’indipendenza a cominciare dalla CaixaBank, il principale gruppo finanziario catalano, ha convocato il proprio Cda per decidere se trasferire la propria sede sociale fuori dal territorio catalano .

Certo qualsiasi cambiamento può essere pericoloso per il capitalismo di rapina, ma è davvero grottesco vedere proprio quelli che proclamano ogni momento la fine dello stato e la globalizzazione, l’indifferenza dei luoghi e dei Paesi, sentire come una minaccia l’eventuale passaggio di una regione dall’autonomia all’indipendenza che, oltretutto, nelle intenzioni dei referendari, non prevede affatto di abbandonare l’euro o l’Europa. Ma a questo punto l’oligarchia continentale può far leva solo sull’alta borghesia che si sente protetta da Madrid nei suoi affari per cercare di dividere l’indipendentismo ed evitare una scomposta reazione di Madrid che sbugiarderebbe definitivamente l’Europa perché non c’è peccato maggiore che apparire come effettivamente si è. Tutto questo però mi fornisce lo spunto per parlare di popoli e nazioni proprio nei giorni che precedono il centesimo anniversario della Rivoluzione d’ottobre, anche in considerazione di certe posizioni anodine e imbarazzate della sinistra italiana e continentale  che ormai ha accettato come internazionalismo il globalismo neo liberista e insieme ad esso i suoi presupposti. Bene 101 anni fa, esattamente un anno prima della rivoluzione pubblicava le sue “Tesi sul diritto della nazioni ad autodeterminarsi” che andavano in totale controtendenza rispetto all’opinione comune tra i rivoluzionari secondo i quali le lotte nazionali distraevano il proletariato da quella per il socialismo. Lenin replica, in modo straordinariamente moderno, che il socialismo significa lotta contro ogni forma di oppressione, compresa quella nazionale e al contrario dell’ortodossia prende in considerazione molto seriamente la questione dell’autodeterminazione, respingendo un internazionalismo astratto. Difficilmente si potrebbe comprendere la Rivoluzione d’ottobre se ci si dimentica che la sfida di Lenin al dominio coloniale e ai suoi massacri , che era rivolto si all’occidente, ma anche alla Russia stessa e alle sue nazionalità oppresse dal regime zarista.

Che avesse colpito nel segno viene dimostrato dalle reazioni che suscitarono le tesi proprio presso coloro che teoricamente erano i più portati ad ontologizzare le nazioni, le appartenenze, le fantasie identitarie: il giornalista americano Lodrop Stoddard, fra gli ideologi del suprematismo bianco lo accusa di “stimolare la crescente marea di persone di colore”, alleandosi con loro contro l’Occidente. Così il bolscevico è “il rinnegato, il traditore del nostro campo, pronto a vendere la fortezza, il nemico mortale della civiltà e della razza”. Da parte sua Oswald Spengler denunciò “l’odio infiammato contro l’Europa e l’umanità bianca” che animavano il bolscevismo, tutte cose che vent’anni più tardi verranno riciclate nelle diatribe naziste sulle ” razze inferiori “. E in effetti dopo il fallimento delle rivoluzioni comuniste in Occidente e principalmente in Germania spostò il problema sul piano mondiale e fu tema di una battaglia anche di informazione sui piani segreti inglesi e francesi in medio oriente, sui regimi coloniali in Africa e in Asia, ma che sconfisse anche il nazionalismo grande russo all’interno dell’Unione sovietica.

Lenin insomma ci mette di fronte a un ribaltamento completo di giudizio rispetto all’internazionalismo esangue che civetta in continuazione con il globalismo neo liberista finendo poi per approvare ogni imperialismo. L’idea di Lenin di una nazione o di uno stato unito da una lingua comune che è sì prodotto del capitalismo e della dialettica storica, ma che al tempo stesso costituisce la base per la lotta anticapitalista, è stata completamente abbandonata, mentre paradossalmente è rimasta attaccata la parte peggiore del discorso, ossia quella che non riconosce i Paesi come entità culturali e comunità, come popolo insomma. Dunque la sovrastruttura viene abbandonata assieme però alla struttura dando per risultato dell’operazione il nulla, l’inazione sostanziale, la dialettica senza sintesi  e aprendo tutti gli spazi possibili alla distruzione della democrazia. Salvo approvare l’ingerenza dei forti in nome della stessa, tanto cosa conta l’ “arcaica della sovranità degli Stati”? E senza nemmeno accorgersi che colpendo la sovranità nazionale, l’interferenza imperialista nega la sovranità popolare: non esiste posizione più reazionaria di quella espressa da sedicenti progressisti i quali probabilmente non hanno mai letto Engels che arrivava a dire ” Il proletariato vittorioso non può imporre la felicità di qualsiasi nazione straniera senza compromettere la propria vittoria. 


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