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Sussurri, grida e balle d’autore

Kari Sylwan, Harriet Andersson.

Quando si è giornalisti del padrone, si è anche malati del padrone e così si è certi che per sparare cazzate non c’è alcun bisogno di documentarsi, anzi c’è proprio bisogno di non sapere:  cosi Massimo Gannini, direttore de La Stampa, edito dagli stessi che fabbricano mascherine e che sulla pandemia ci lucrano, ha passato qualche ora al Policlinico Gemelli per essere risultato positivo al coronavirus, cosa che in pratica non significa nulla visto che i tamponi sono del tutto inaffidabili, anzi non sono concepiti per le diagnosi come da mesi dice invano quel negazionista del loro inventore che si rifiuta di dare ascolto ai redattori dei media di regime che ne sanno evidentemente molto più di lui.  Non hanno senso perché rilevano la presenza di frammenti di moltissimi virus.  Subito dimesso, il prode cantore della pandemia, positivo, ma non malato, ammesso che sia sano dirigere La Stampa, ha voluto controbilanciare questa indiretta testimonianza della debolezza del virus narrando delle urla dei malati di Covid che avrebbe sentito durante la sua permanenza in ospedale: peccato che se ci sono patologie che impediscono di urlare siano proprio quelle polmonari di ogni tipo e dunque anche di quelle presuntivamente attribuite al Covid. Forse avrà sentito le urla di altri malati completamente trascurati perché medici e infermieri, i nostri eroi,  ornai fanno il meno possibile e si trastullano con i tamponi, guadagnando anche di più.  Bene, ritenta la prossima volta e magari informati prima.

Ma del resto siamo ormai al di là dello specchio di Alice: per esempio la nuova ordinanza che impone di indossare la mascherina anche all’aperto salvo che si sia in luoghi isolati, concetto peraltro non ben definito o se si fa attività motoria o sportiva. Peccato, mi tocca dirlo per la seconda volta in poche righe, che secondo l’Oms, da cui costoro dicono di trarre ispirazione definisce l’attività motoria come “qualunque movimento determinato dal sistema muscolo-scheletrico che si traduce in un dispendio energetico superiore a quello delle condizioni di riposo”. Vale a dire che anche il semplice camminare o al limite anche stare in piedi fermi bilanciandosi sui due piedi sono attività motoria,  quindi per farla non c’è bisogno di  “andare a fare esercizio fisico nel parco con scarpe da ginnastica e tuta” che secondo un sondaggio tra i poliziotti romani sarebbe l’dea che questa evoluta parte della società ha di attività motoria. D’altronde che coerenza ci potremmo aspettare da una messinscena che viene giustificata dal governo con due argomenti contrapposti e per giunta contraddittori in sé : il primo è che non dobbiamo perdere i vantaggi acquisiti con le segregazioni di primavera e il secondo che i contagi tornano ad aumentare (per forza, fanno più tamponi). Ma quali sarebbero allora questi vantaggi se dobbiamo rifare tutto come prima? Tra l’altro l’argomento che le terapie intensive sarebbero prese d’assalto è una sciocchezza perché la stragrande maggioranza dei casi non ha nemmeno bisogno di ospedalizzazione e semmai le terapie intensive potrebbero riempirsi di pazienti trascurati, anzi abbandonati a se stessi in questi mesi.

Evidentemente però, soverchiati dal regime di terrore pandemico la maggioranza delle persone stenta ancora a comprendere cosa sta davvero accadendo: lo si capisce dalla caterva di associazioni dell’artigianato o del commercio che supplicano l’esecutivo di non ritornare a misure draconiane di segregazione  che affonderebbero anche le piccole aziende che fino ad oggi hanno resistito: non hanno capito che le “misure” sono prese proprio per ottenere questo effetto, per spazzare via i piccoli e sostituirli con le grandi organizzazioni, le multinazionali, ovvero con quella governance che ha trovato nella pandemia fasulla il pretesto per una grande ristrutturazione sociale e l’eliminazione di un’economia reale che fino ad ora aveva resistito alla finanziarizzazione. Le richieste sono perciò irricevibili dal governo e men che meno sono sottoposte al buon senso perché alla fine è chiaro che chiusure obbligate e segregazioni sono state vendute come un modo per uscire presto sono state fin da un inganno. D’altronde anche la recente tornata elettorale ha dimostrato che non c’è una reale comprensione delle dinamiche in atto e che a molti sfugge come le assurdità che stiamo vivendo siano una rottura del patto sociale che in qualche modo aveva resistito al vincolo esterno e alla perdita di sovranità. Quarant’anni di caduta vertiginosa della cultura politica e della cultura in generale hanno infine prodotto l’effetto che qualcuno si attendeva: l’incapacità di resistere.


Tutto sta andando a Bilderberg

tumblr_m3j1ik0icJ1rt47g5o1_1280La riunione del Bilderberg si è chiusa nel più assoluto silenzio, con i partecipanti che hanno fatto di tutto, anche ricorrendo a trucchi grottesci  per evitare domande e risposte, persino quelle più semplici e ingenue, che palesemente non sanno dare o non possono dare essendo distruttive anche per opinioni pubbliche allevate come polli da consumo. Quelle a cui si può dar da bere – faccio un esempio italiano – che il pil è aumentato mentre tutti i consumi energetici sono diminuiti. Ma del resto c’era da immaginarselo che questa volta anche i narcisisti più interperanti non avrebbero spezzato la catema del silenzio  perché le cose sono arrivate a un punto di non ritorno, a un degrado che viene soltanto nascosto dalle statistiche ufficiali, dalle econometrie di comodo buone per gli allocchi. Per esempio gli Usa hanno avuto sulla carta la crescita più lunga della storia e allo stesso tempo anche la più debole pur senza fare la tara delle manipolazioni numeriche: 96 mesi alla fine dei quali si scopre che gli indici azionari sono 24 volte magiori degli utili reali, sancendo la definitiva trasformazione in casinò dei mercati, anche se a dire il vero nelle case da gioco gli squilibri sono inferiori.

Tuttavia se Wall Street, naviga in un mondo di pura fantasia tra mille bolle pronte a scoppiare, Main Street soffre e non poco perché gran parte degli utili reali così inferiori alle quotazioni è passato dal lavoro al capitale, ovvero dai poveri ai ricchi e questo ormai non può più essere nascosto con le acrobazie numeriche: nonostante i tassi al minimo si sta cominciando a vedere il tracollo del debito studenti, dei prestiti per le auto, di nuovo dei mutui casa che trascinano con sé anche quello della vendita al dettaglio: dal dicembre del 2015 c’è stata una riduzione complessiva di 1 milione e 400 mila posti nel settore, mentre la grande distribuzione fa registrare cali del 50% in termini reali (30% in valore nominale) rispetto al periodo pre crisi, (una caduta del 15% solo l’anno scorso) sebbene circa il 20% delle famiglie grazie alla polarizzazione del debito e alla disguglianza galoppante abbia potuto spendere un po’ più di prima. Insomma, la politica del debito facile necessaria a mantenete in piedi la fatiscente baracca, non può più artificialmente tenere alti i consumi:  il Financial Times annuncia che gli americani hanno oltre 1000 miliardi debito solo sulle carte di credito, le aziende 7,8 mila miliardi e che il debito complessivo pubblico e privato è arrivato al 350% del Pil.

In queste condizioni, basta un soffio per far crollare il castello di carte e far scoppiare la bolla di Wall Street con effetti a catena perché le stesse politiche replicate in tutto l’occidente e imposte alle colonie hanno prodotto un debito globale  che assomma a 225.000.000.000.000 miliardi di dollari (225 mila miliardi, ma scritto in numero si rende meglio l’idea dell’enormità). Perciò al Bilderberg si tace, perché sta diventando sempre più chiaro che questi debiti non potranno mai essere ripagati e che gli esiti futuri sono soltanto due: un nuovo schiavismo generalizzato e collegato a forme feudal aziendali senza stato, diritti e libertà oppure la fine ingloriosa e drammatica del neoliberismo politico che ha creato le oligarchie e combattutto la democrazia con l’ovvia caduta delle elites responsabili e della loro ideologia. Insomma una lunga stagione di lotte o di atonia della civiltà i cui esiti sono indecifrabili. Ma c’è una terza ipotesi, un’uscita di emergenza forse più semplice nel suo orrore che sembra attrarre i ceti di comando e che probabilmente si riverbera e promana dai think tank liberisti e globalisti, ovvero la guerra che permetterebbe di azzerare molte situazioni e di ricominciare il gioco da una posizione di forza o così pensano i magnati che non sanno pensare. Non si tratta di un piano o di un programma e nemmeno di un’intezione, ma semplicemente di una disponibilità e di una tentazione ad accettare il peggio per l’umanità nel tentativo di preservare il meglio per loro: da qui nasce l’incoscienza dal va o la spacca nel buttarsi in avventure che al di là di ogni precauzione possibile possono dar fuoco alle polveri, come dimostra tutto il vaniloquio sulla necessità di far rientrare la Russia nel nuovo ordine mondale.

Ma tutto questo non si può nemmeno accennare pubblicamente, il Bilderberg tace ancora più di prima non facendo trapelare nulla di cosa si sia detto, di come le elites si trovino da dover misurare i sentieri interrotti in cui si sta tramutando l’autostrada liberista.


Altro che Yellowstone, il vulcano si chiama finanza

download (6)Cento mila miliardi di dollari. Questa è la lava incandescente che si accumula sotto l’economia reale e contro quel po’ di civiltà del lavoro che si era faticosamente raggiunto. Altro che Yellowstone e i cataclismi del millenarismo militante. Una cifra quasi impossibile da immaginare, ma che, stando ai numeri della Banca dei Regolamenti Internazionali, è la misura raggiunta dal debito globale. Ancor più folle di quello accumulatosi nel 2007 all’apice della bolla dei titoli spazzatura, anzi quasi il doppio. L’eruzione sarà dunque ancora più disastrosa di quella avvenuta sei anni fa.

Il fatto è che gli squali della finanza hanno sfruttato per speculare selvaggiamente  le gigantesche immissioni di denaro da parte delle banche centrali e indirettamente dagli stati, attraverso l’aumento del debiti pubblici, pensati proprio per rappezzare l’economia dopo il 2008. Così mentre milioni di persone si sono ritrovate impoverite, intere società hanno conosciuto uno straordinario regresso sociale e di democrazia, la creazione di denaro ha preso la strada delle banche e delle borse che hanno registrato record a ripetizione, pur in panorama di caduta produttiva: il Dow Jones ha avuto un incremento del 177%, il Nasdaq del 242% il Nikkei del 113%, il Dax tedesco del 155%. Pure la borsa di Milano è cresciuta del 60%. E se si confronta il grafico dell’indice Standard e Poor’s che riguarda le 500 aziende americane a maggior capitalizzazione con quello che descrive le immissioni di denaro della Federal Reserve, si vede che si sovrappongono perfettamente: i 3500 miliardi di dollari emessi dalla banca centrale americana dopo il 2008 sono finiti direttamente lì.

Ormai i valori reali non hanno più nulla a che vedere con quelli azionari, segno che si approssima lo scoppio di questa bolla cresciuta sulla prima. E se i piccoli risparmiatori mandati al massacro dai “pastori” dei fondi comuni dovrebbero cominciare a preoccuparsi, invece di rallegrarsi del quantitative easing che Draghi fa balenare in funzione elettorale e che finirà, grazie all’euro,per alimentare lo stesso circuito, ciò che davvero conta è lo strumento che i poteri finanziari hanno adottato per poter portare avanti il loro gioco: agire su una politica subalterna e genuflessa per evitare regolamenti, sanzioni, ostacoli, ritorno alle ragioni dell’economia reale, alle sue dinamiche e alla centralità del lavoro, attraverso l’imposizione di oligarchie di fatto e lo scasso delle costituzioni. La crisi con le sue paure è stata d’aiuto, così come lo è stata la governance europea, tutta formata da mediocri travet del disegno finanziario, che con i ricatti ha costruito il panorama attuale.

In qualche caso fa impressione che certi premier non eletti siano stati lanciati nell’agone politico nazionale proprio da quella J P Morgan che come filosofia di fondo propone di estirpare l’antifascismo e le regole del lavoro dalle costituzioni. Ma certo con risorse illimitate non è difficile trovare qualche Masaniello da giocarsi per mantenere al tavolo verde le diverse componenti nazionali e continentali di una governance amica o così scadente, così profondamente cretina da non accorgersi di nulla. In fondo ci sono quei 100 mila miliardi di dollari, la gran parte inesistenti e/o inesigibili da tenere in campo. Mica noccioline.

Certo il vulcano finirà per scoppiare, ma quando accadrà si spera di poter contenere, dentro il nuovo assetto oligarchico, quelle reazioni di rigetto che sarebbero ovvie e naturali in democrazia. I grandi squali incasseranno gli utili, le multinazionali il frutto di una guerra salariale verso il basso, anzi lo sprofondo e ci toccherà sentire il pigolare di gallinellle e gallinacci che siedono sulle loro teste mentre straparlano di nuovo. Poi magari una bella guerra come accadde nel 1914 risolverà tutto.

 


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