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Sposetti: iscritti in fuga, restano le tessere “annonarie”


Sposetti e LusiAnna Lombroso per il Simplicissimus

Ci scommetto che qualcuno si sarà commosso leggendo l’accorata intervista, carica di nostalgico rimpianto, che Sposetti, l’ex tesoriere dei Ds ha rilasciato a Huffington Post, sulla crisi del tesseramento che denuncia quella della “forma partito” che ha travolto il Pd.

Succede che chi è stato ammesso, annesso, fidelizzato parli della crisi dei partiti, della politica e della partecipazione democratica proprio come quando parla della crisi economica. Come, cioè,  di un fenomeno naturale, imprevedibile e imponderabile, un accadimento che prescinde da colpe e responsabilità dirette e che probabilmente e auspicabilmente avrà fine così come si è manifestato, come quando l’arcobaleno segna il ritorno del sereno.

Come se in quella prolungata piccola apocalisse  non avesse fatto la sua parte il susseguirsi di coinvolgimenti in degenerazione, in scandali nei quali lo stesso Sposetti non rappresenta certo una scialba comparsa, come se non avesse contato la svendita di Botteghe Oscure, di Rinascita, intesa come la dinamica e necessaria   cancellazione di una memoria arcaica, così come la conversione dell’Unità, da giornale militante distribuito dai compagni la domenica mattina, in una fotocopia già stantia di quello che era diventato il vero pimpante giornale partito, trasformazione esemplare e rappresentativa dell’assoggettamento all’informazione spettacolo così come dell’adesione al pensiero neo liberista, sottoscritto e accettato come segno inequivocabile del cambiamento perfino dai precari del partito e del quotidiano. Come se quella liquidità della “ditta”, con la distruzione dei luoghi e dei modi dell’appartenenza, del dialogo, della passione e dell’attivismo,  non fosse stata voluta via via sempre di più, in previsione della formazioni di alleanze gassose e larghe intese delle quali era fisiologico fosse partner egemone,  apparentemente nella veste di convitato di pietra,  il grande antagonista, mai veramente condannato, mai veramente additato al pubblico ludibrio da una opposizione coinvolta, spesso correa, sempre codarda perché animata da motivi di analogo interesse, se non ai quattrini, certo a quel nuovo consociativismo,  che ha convinto anche i più restii a pensare: sono tutti uguali, generando disincanto e sfiducia. Come se gerarchie e burocrazie – di funzionari, eletti, amministratori – non avessero reso sempre più profondo il distacco tra ceto politico e cittadini, gli uni mossi da ambizione, avidità, interesse privato, gli altri inascoltati, disillusi, sempre più chiusi in un solipsismo difensivo.

E come se la demoralizzazione degli iscritti non fosse dipesa dalla “demoralizzazione” dei comportamenti e dei costumi della dirigenza, intesa come caduta di valori etici, di principi comuni e condivisi, di ideali, denunciati come ammuffiti residui del passato in favore di vitalistico pragmatismo, di intraprendente realismo, così che non resti spazio per idee “altre”, per visioni di speranza, per scampoli di utopia, ma solo il giogo della necessità, il cappio dello sbarcare il lunario, la supremazia del presente.

E non a caso per Sposetti a penalizzare adesione, appartenenza, entusiasmo militante, resa manifesta dal crollo del tesseramento, sarebbe anche il prezzo modico della tessera: “dal 2008, dice,  statuto e regolamento finanziario stabiliscono che la tessera la vai a prendere nel tuo circolo dando 20 euro. Non capisco. Con 20 euro non puoi costruire dentro di te, nel tuo animo, nel tuo sentire, l’appartenenza a una comunità che lotta. La tessera è una cosa importante ….. . Tu partito devi dargli un valore. Sennò chi glielo dà un valore? E non voglio parlare della storia dei due euro alle primarie per il segretario nazionale, il segretario regionale, il segretario provinciale …”.   Non è stato certamente solo Berlusconi a esaltare la cultura del marketing in politica, la commercializzazione di aspirazioni e ambizioni. Proprio Sposetti nella qualità di responsabile della tesoreria dei Ds, si impegna per l’approvazione dell’aumento del rimborso elettorale ai partiti: “Forza Italia spendeva l’iradiddio, si vanta nel 2002, comprava tutto, non c’era più partita… ho convinto i tesorieri di Forza Italia e Lega e dall’approvazione di quella legge in poi abbiamo sempre vinto fino al 2008…”. E’ sempre lui, pur restando nell’ombra e estraneo alle indagini sulla scalata alla Bnl, che sbotta nel 2006, con un’intervista a Repubblica e una al Corriere, in difesa di Consorte, “una delle persone migliori in circolazione”, e rivendica “con chi dovrei parlare io? Con gli straccioni? Sono il tesoriere di un partito , mi pare ovvio che io stia al telefono con qualcuno che conta, che fa girare i soldi..”. E ancora lui nell’ambito di due indagini che portano all’arresto amministratori, tecnici, funzionari pubblici, del comune di Montefiascone per reati che vanno dallo smaltimento illecito di rifiuti alla corruzione, dà il via a quella pratica di disturbo dell’azione della magistratura fino a firmare un’interrogazione rivolta all’allora ministro Mastella per sollecitare ispezioni e provvedimenti disciplinari nei confronti della procura. A lui si deve la svendita dei beni di famiglia, aiutato da Unipol e da Geronzi, in modo da fronteggiare le scadenze dei mutui contratti per una gestione dissipatrice del partito dopo l’unione con la Margherita. Restano fuori, anche grazie a lui,  le fondazioni, autonome, piene di iniziativa imprenditoriale, ben nutrite da finanziamenti pubblici e privati, nelle quali si fanno la cuccia notabili a livello centrale e periferico. Per salvare la casse del partito, è Sposetti a mettere la faccia quando si tratta di chiedere l’ennesimo aumento del rimborso elettorale nel 2011, grazie a una proposta sfrontata e svergognata che in barba al pronunciamento referendario raccoglie ben 58 firme bipartisan. Sconfitto, grazie ad un insurrezione popolare, Sposetti si ritira,  non si ricandida e oggi sgranocchia le sue madeleines, rese amare dal risentimento.  Lui  dice di continuare ad andare in giro a “parlare di sinistra”, ma i suoi biscottini proustiani devono essere insaporiti al fior di loto, quello che dona il dolce oblio di colpe e verità.


Mps, il candidato ombra

montedeipaschi-portoneroccasalimbeni450Nei giorni scorsi mie ero incautamente spinto in un  territorio appena fuori dai confini della rassicurante ovvietà indignata sostenendo che a causa della subalternità della politica non era tanto il Pd a possedere Mps, quando Mps a possedere il Pd e a determinarne le scelte di fondo e le mosse. Poteva anche sembrare una tesi astratta, ma la polemica che si è sviluppata nelle ultime ore sul rapporto tra De Benedetti e il Monte dei Paschi, illumina  parecchie penombre degli ultimi anni.

Sappiamo che quando nel 2007 la banca senese entro con la quota dell’ 1,2% in Sorgenia, mise a punto una strategia complessiva riguardo alle aziende energetiche e idriche  dentro un pacchetto il cui vero obiettivo era quello di premere per una privatizzazione del settore. E a quel tempo c’era il governo Prodi. Non si tratta infatti di una piccola partecipazione azionaria quanto del fatto che mesi prima, ancora nel 2006, Mps avera formato un pool di banche per dare un finanziamento di 500 milioni a Sorgenia che De Benedetti era incerto se tenere o meno viste le incertezze sul mercato dell’energia e dei beni comuni. L’arrivo dei soldi, ma probabilmente anche di una qualche prospettiva politica nel senso voluto dal mercato contribuì alla decisione dell’ingegnere di tenersi Sorgenia, ma anche tutto un ramo d’affari: con i soldi ottenuti infatti l’azienda fece salire al 78% la sua partecipazione a Energia Italiana (Acea, Electrabel, Hera, Iren oltre alla stessa Mps e alla Bnl). Com’è facile vedere si tratta di aziende interessate interessate alla privatizzazione dell’acqua pubblica.

L’ingresso di Mps in Sorgenia, quindi, al di là della piccola quota, era in sostanza una sorta di “garanzia” che l’istituto di credito dava a De Benedetti riguardo ai futuri e affari e non stupisce che il titolo Cir il giorno dopo, schizzò talmente in altro che dovette essere sospeso dalle contrattazioni. Ora è lecito chiedersi se l’ostitlità che il Pd ebbe nei confronti dei referendum e in special modo di quello sull’acqua pubblica, ostilità del tutto incoerente sul piano politico e suicida su quello elettorale (tanto da costringere a un cambiamento dell’ultima ora) non sia derivato dal fatto che i soldi della Fondazione Mps esigevano un prezzo politico. L’ipotesi contraria, che siano stati gli allora Ds a guidare la banca  la banca nel’operazione Sorgenia è certamente più debole, nonostante al presenza di personaggi politicamente ambigui come Bassanini. Del resto non è un caso che De Benedetti sia dentro fino ai capelli nell’operazione “Pd” destinata a “modernizzare” e ad abbassare le resistenze verso la predazione dei beni comuni.

Lo scandalo vero dunque non è che il Pd avesse voce in capitolo nel Monte Paschi, ma soprattutto che il Monte Paschi e i suoi derivati, la sua eticità slabbrata come del resto avviene per tutta la finanza mondiale, avesse voce e che voce nella politica. Una sorta di candidato ombra che gli apparati, le correnti e tutto ciò che attraversa un partito accettavano in cambio della lauta mancia.


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