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Archivi tag: dissesto idrogeologico

E adesso povero sorcio

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Quando penso agli italiani che ogni giorno si sentono minacciati nella loro identità e nella loro appartenenza a una civiltà con annesso stile di vita superiore, da etnie, abitudini e tradizioni incompatibili a loro dire con democrazia, libertà individuale, progresso, invece di prendersela con i loro carnefici, me li immagino come topini di laboratorio costretti a arrampicarsi su e giù per le scalette delle loro gabbie sempre meno dorate, pungolati nella loro dissennata corsa da rate, mutui, bollette e i mille capestri pensati per avvilirli, annientarne forza e indipendenza, ricattarli e impoverirli per farne sudditi annichiliti e animali spossati dal loro inutile affannarsi.

Adesso mi succede di vederne una nuova di cavia che si agita, corre su e giù, lancia squittii ormai inascoltati pensando siano ruggiti.  Perché non si tratta di un leone ferito e nemmeno di un cinghialone morente, è un sorcio che non ha conosciuto nobiltà nella vittoria e che mostra la sua miseria nella disfatta.

Non dirò povero Renzi nel vedere la sua ricerca di prove della sua esistenza, della possibilità, ormai remota, di resurrezione mentre insegue l’aborrito populismo, lancia risibili editti e scomuniche, invoca misure poliziesche, repressione e respingimento, o  cerca tribune e platee sempre meno influenti e sempre più ridotte, che, doveva saperlo, altri topi che aveva intorno hanno abbandonato da tempo la nave, fossero famigli per loro natura sleali, compagni di merende che ritengono di non aver mangiato abbastanza, affini e quindi come lui dediti a tradimento e abiura, celebrati censori a mezzo servizio e augusti giustizieri che si accorgono solo ora della trama oscura di misfatti nella quale agivano l’illustre babbo e l’acclamato amichetto del cuore.

Non dirò povero Renzi! di uno dei peggiori prodotti commerciali ridotto a esibirsi sugli scaffali dell’outlet della politica. Troppo dobbiamo imputargli: essere stato l’esecutore solerte di quella strategia che ha combinato debito pubblico sempre più ingente e impoverimento sempre più diffuso e devastante per esercitare un controllo sociale definitivo, con l’aiuto di misure e leggi speciali, il rafforzamento artificiale dell’esecutivo, lo smantellamento della rete dei controlli e l’esautoramento del parlamento, mentre diventavamo sempre più labili influenza e autorevolezza degli stadi intermedi, sindacati, stampa, organismi rappresentativi e partecipativi. A lui e alla sua cerchia di ministri si deve la poderosa ripresa in grande stile del sacco del territorio grazie al miserabile impegno investito nella difesa e protezione (dei 9 miliardi venduti ai giornali dallo sfrontato dittatorello due anni fa, sono stati trasferiti alle regioni solo 110 milioni), in virtù della priorità data sulla carta e non solo a megalomani progetti, già costosi nella fase di annuncio perché mettono in moto spese e  appetiti, perché promuovono alleanze scellerate tra imprese e amministratori creando le condizioni per corruzione e voto di scambio, mediante leggi che prevedono l’alienazione del bene comune attribuendo rilevanza alla rendita e alla proprietà privata. A lui dobbiamo la riforma  che ha mostrato inequivocabilmente  l’intento di cancellare  il lavoro per ripristinare le condizioni della schiavitù, con i suoi ricatti, l’intimidazione, la fine di valori legati a aspirazioni, talenti, vocazione e il volontariato obbligatorio  per  consolidare l’unico diritto sopravvissuto quello alla fatica, ma precaria, incerta, condizionata da racket e caporalato.  È stato lui il “demiurgo corrotto” che ha soffiato vita in banche intossicate, le stesse che mentre derubano i risparmiatori, riciclano indisturbate il “denaro sporco”, di cui droga, prostituzione, caporalato, traffico di esseri umani sono l’alimento, nell’intreccio velenoso di capitale finanziario e malavita.

Non dirò povero Renzi! Per carità. Se lo meritava di restare solo da quando, come avviene per i caratteri naturalmente distruttivi, ha messo in piedi la recita del guerriero solitario in lotta contro il male, del cavaliere senza paura che agisce per il bene rappresentato dal cambiamento e si attende il giusto riconoscimento tramite incoronazione referendaria, dell’avventuriero che sfida regole e leggi per far trionfare il suo progetto.

E mai vorrei cadere nella trappola di quei fini osservatori del costume nazionale già molto attivi, che a ogni caduta di despota, quando la testa rotola giù dal busto marmoreo ne approfitta non per denunciarne le colpe, ma per metterci sul lettino dello psicoanalista esprimendo schizzinosa deplorazione per la plebe ingrata, per il popolo incline per natura a omaggiare il potente e denigrarne la figura postuma, per la massa infida e la sua indole a servilismo e conformismo, che le stesse alate penne hanno alimentato e consolidato, contribuendo a creare l’icona positiva del vincente che si batte contro velleità e critiche di frustrati, parrucconi, disfattisti. È che bisogna guardarsi da chi trasforma le responsabilità del potere in colpe collettive, in chi manovra la livella in modo che criminali e vittime si mescolino, corruttori e comprati, imbonitori e creduloni accomunati dagli stessi vizi che una angusta antropologia attribuisce alla nostra identità nazionale.

Su un sentimento provo una lontana affinità con Renzi e i suoi: se ci hanno odiato tanto, è legittimo che lo stesso odio lo riserviamo a loro.

 

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Firenze devastata: il lamento di Attila

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Sulle barricate, sventolando il gonfalone del giglio, come in un Delacroix, a difesa della stazione dalla quale si promette che, come una volta, i treni arriveranno in orario grazie a un Si, il sindaco di Firenze ha gridato il suo sdegno: devastare una città è ignobile.

E come non dargli ragione. Prendiamo la sua città, ad esempio.  Con spericolata sfrontatezza si è scelto di celebrare la liturgia del credo renziano, il “derby fra cinismo e speranza”, in temeraria coincidenza con la tremenda alluvione del ’66, ma anche a sei mesi dallo smottamento che ha aperto una voragine di 200 metri sul Lungarno, causata da un “errore umano”, si è detto. E certo non è da attribuire a “cause naturali” che a 50 anni di distanza dal disastro, perfino uno dei più affezionati fan del regime, tornato alla difesa del suolo dopo la tutela e valorizzazione delle  veline di governo, ammette che  «Se agli interventi locali aggiungiamo l’affinamento delle previsioni meteo e la nascita della protezione civile il rischio a Firenze è diminuito, dal ’66, del 30 per cento». Che in altre parole sta a significare che per il 70% è insicura, malgrado di lì siano passati fior di sindaci, uno in particolare, del quale la struttura competente in materia di salvaguardia, Italia Sicura,  che – ma è una coincidenza – dipende direttamente da Palazzo Chigi, tace il nome, pur riconoscendo che oggi a mezzo secolo da allora “si sta correndo contro il tempo per fare quello che si è progettato nel 1968 e poi mai realizzato”, e avvertendo che comunque potrebbero ancora verificarsi “coincidenze disastrose” anche a causa dei “capricci” del cambiamento climatico. Se i fiorentini pensavano di stare sereno con uno che giù per li rami rivendica di discendere dai Medici e che si fa vanto delle sue radici, è meglio che come disse a suo tempo un altro “collega” a proposito di Venezia, preparino gli stivaloni come misura preventiva: per gli interventi di sicurezza mette a disposizione del suo vassallo a Palazzo Vecchio 130 milioni e 70 ne scuce Rossi, con i quali si dovrebbero realizzare le casse di espansione, l’innalzamento di un diga strategica e delle spallette dei lungarni. 200 milioni a fronte di un allarmante “preventivo” in caso di una inondazione analoga a quella del ’66, di circa 7 miliardi di danni solo a Firenze.

E qualcuno parla di pietosi cerotti su ferite forse insanabili, perché il suolo e il territorio della città sono ormai compromessi da una feroce cementificazione, quella degli anni 70, che non si è arrestata malgrado i tradizionali annunci del sindaco d’Italia, e alla quale si progetta di aggiungere la pressione di interventi inopportuni, che si possono facilmente elencare con a fianco il logo degli sponsor che c’è da immaginare non siano estranei ai fasti della Leopolda:  il nuovo aeroporto, voluto da Renzi, ENAC, Toscana Aeroporti guidata dal suo compagno di merende,  e Confindustria; il nuovo inceneritore a Case Passerini nella stessa piana fiorentina, quella in cui  sono stati rilevati i più alti tassi di inquinamento atmosferico d’Europa, per via della pressione del pendolarismo, a poca distanza dell’aeroporto, anche quello a cura di PD, Quadrifoglio (società partecipata dagli enti locali), da Hera e da Confindustria, la  TAV nel sottosuolo di Firenze, ancora appoggiato da Confindustria e dalla Regione, malgrado Cantone l’abbia definita “criminogena”, il completamento della linea 2 della tranvia  e la realizzazione onirica della linea 3, uno stadio che faccia concorrenza al Colosseo, ovviamente  caldeggiato dallo stesso mecenate e a condimento di queste portate principali, quasi una cinquantina di parcheggi molti dei quali nelle viscere della città per ospitare le new entry, quei privilegiati desiderati, attratti, chiamati, blanditi in sostituzione degli abitanti: uno a Piazza Brunelleschi,   a pochi passi dalla Cupola del Duomo pericoloso per i monumenti, lesivo dell’estetica della piazza, che sarà convertita in    tetto di un grande silos interrato.

A dirlo non sono gli “scalmanati”, i barbari sovversivi, quelli che protestavano davanti alla Leopolda, ma l’Unesco che in una lettera (ne abbiamo parlato qui: https://ilsimplicissimus2.com/2016/07/10/unesco-boccia-firenze-da-patrimonio-dellumanita-a-mangiatoia-del-renzismo/) ha bocciato la politica comunale degli ultimi vent’anni, minacciando di annoverare la città tra i siti a rischio, e condannando  l’assedio del turismo ai monumenti, i tunnel della Tav e della nuova tramvia che passerebbero non lontani da capolavori come il Duomo, Santa Croce e la Fortezza da Basso,  lo shopping immobiliare con decine di grandi palazzi che passano in mani private per diventare alberghi o residenze di lusso, il fenomeno che va sotto il nome di gentrificazione,  ossia la “produzione di spazio urbano per utenti sempre più abbienti” attraverso la sostituzione/espulsione dei residenti storici e delle attività commerciali a questi legate, far posto a strutture di accoglienza turistica e residente di lusso (compresa la Rotonda del Brunelleschi), e, in aggiunta «un centro storico a rischio inondazione e la situazione idrogeologica di vaste parti della città, classificata a rischio molto alto».

A Palazzo Vecchio Nardella issò un drappo nero contro la cieca violenza distruttiva  dell’Isis. Ma c’è da temere che dobbiamo issare bandiera bianca a Firenze e nelle città d’arte italiana a segnare la resa  ai barbari nostrani, che stanno riducendoci a guardiani i luna park costretti a tornare la sera nelle nostre periferie per lasciare i beni comuni nelle mani di pochi cui è stato concesso di alienarli e goderne in forma esclusiva, in nome della legge sì, quella   della speculazione immobiliare e finanziaria. A quelli di Gorino o Verona (quelli di Capalbio  invece possono stare tranquilli) dovrebbe interessare sapere che ormai non occorre essere neri o gialli, islamici o buddisti, per essere scacciati, grazie a espulsioni dirette, con gli sfratti, con fitti stratosferici (a Via Tornabuoni si chiedono anche 850 mila euro l’anno per un locale di charme), con il trasferimento di servizi essenziali, con quelle  indirette e trasversali, legate ai progetti di trasformazione urbana che incrementano in maniera abnorme i valori immobiliari delle aree e con quelle virtuali, non meno cruente, che cancellano appartenenza, memoria e socialità convertendo i nostri luoghi in prodotti da consumare per forzati del turismo e merce da acquisire per utenti di lusso.

È proprio vero, devastare una città è osceno, ma lasciarglielo fare lo è vergognoso.


In guerra per caso

tripoliAnna Lombroso per il Simplicissimus

Non ha nemmeno bisogno della fiducia per farci entrare in guerra. Non ha bisogno di un Parlamento espropriato, spodestato e volontariamente rinunciatario, in cambio di un’esistenza in vita  che permette ai suoi aderenti di godersi rendite di posizione, privilegi e benefits.

Si perché così come è già avvenuto con la consegna definitiva del Mare Nostrum e del nostro territorio, come basi per le scorribande dell’imperatore, comprese quelle senza pilota, (ne abbiamo parlato qui: https://ilsimplicissimus2.wordpress.com/2016/02/26/droni-e-cialtroni/), ma ciononostante non incruente, basta compiere una di quelle acrobazie semantiche grazie alle quali le azioni belliche, dopo essere state accreditate come interventi di pace, di export di democrazia e di aiuto umanitario, diventano magicamente missioni di intelligence, affidate a 007 dell’Aise, l’organismo che, come recita il sito istituzionale, svolge attività di informazione per la sicurezza che si svolgono al di fuori del territorio nazionale, a protezione degli interessi politici, militari, economici, scientifici e industriali dell’Italia, di individuazione e di contrasto al di fuori del territorio nazionale delle attività di spionaggio dirette contro l’Italia e le attività volte a danneggiare gli interessi nazionali, oltre che quelle di  controproliferazione di materiali strategici.

Certo il ribaldo che ci manda in guerra per via della sua smania a essere ammesso alla tavola di quei Grandi che si sentono tali solo quando armi in pugno eseguono i comandi del padrone e sbirro globale, avrebbe preferito che dietro a queste operazioni di polizia – e pulizia etnica in territori sui quali si vuole continuare a esercitare un’attività predatoria – ci fosse il suo compagnuccio di merende. Ma si accontenta che tanto l’Aise, tenuto ad informare tempestivamente  e con continuità, il Ministro della difesa, il Ministro degli affari esteri e il Ministro dell’interno per le materie di rispettiva competenza,  risponde solo e direttamente al  Presidente del Consiglio. E lo fa con tanta devozione che della possibilità che contingenti di militari in numera largamente superiore a quelli impiegati in altre operazioni belliche, non si sa nulla, filtrano gossip come si trattasse dell’Isola dei Famosi e lo stesso premier ha dovuto chiedere quel silenzio stampa che solitamente aborrisce. E che i suoi fidi vanno a balbettare penosamente nei talkshow, confessando che anche loro sono all’oscuro, che del poco che sanno sono informati dai giornali, rassicurando che il Parlamento sarà chiamato a pronunciarsi, prima o poi. Tanto che ci si chiede se lo stesso Renzi ne sappia davvero qualcosa, o se invece attenda, contro la sua natura, con pazienza, che Francia, Uk, Usa gli dicano cosa fare, quanta gente mandare al macello e soprattutto quanto riceverà in cambio della nostra abnegazione. E forse avrà formato a sua insaputa, tanto è secretato,  il decreto del quale dà notizia il Corriere, che disegna un piano di intervento per la Libia, con tanto di  rapporti di collaborazione tra i servizi segreti e le forze speciali della Difesa, regole d’ingaggio, tra le quali licenza d’uccidere e impunità per eventuali reati,  modalità operative e i contenuti degli accordi stipulati con gli “alleati”. Ne avrebbe parlato con la figurina Panini dei presidenti della Repubblica che avrebbe ovviamente approvato con il suo proverbiale e vibrante dinamismo il mandato in bianco che attribuisce al premier potere assoluto per agire e sorvegliare.

D’altra parte mica è nuova l’aspirazione a un dispotismo straccione, cialtrone e al tempo stesso scialbo e vigliacco. Quella trasformazione del “ghe pensi mi” del Cavaliere, in un autoritarismo personalistico ancora più infame, ancora più indecente, che si manifesta con ogni scelta, ogni decisione presa per accontentare famigli, amici, finanziatori e per scontentare noi, espropriati del diritto di critica, di opposizione, di espressione, dopo essere stati derubati anche di tutti gli altri.

Dovremmo riprenderceli, per reclamare ragione, pace, democrazia. Contro tutte le guerre, quella “tradizionale”, comunque la chiamino, ma pure quella contro i beni comuni, il territorio, l’ambiente, l’interesse generale. Che a fronte degli otto morti per il maltempo, affogati sotto la pioggia nelle brevi di cronache, sempre senza autorizzazione del Parlamento, che comunque farebbe si sempre si, il piccolo costruttore ci ha informato che il Ponte sullo Stretto di farà e al più presto. Anzi subito dopo aver completato altre grandi opere in attesa di definitiva realizzazione. Mica dopo aver provveduto alla salvaguardia dell’assetto idrogeologico, no, solo dopo aver rimesso in funzione i cantieri infiltrati dalla malavita, delle cordate degli speculatori, solo dopo aver riavviato il brand della grande corruzione, solo dopo aver offerto opportunità di business a investitori che vengono dagli stessi paesi impegnati a foraggiare i macellai.

Ma se continuiamo a brontolare,   sul ceppo insieme a quella dei capretti di Pasqua, ci finisce la nostra testa che abbiamo chinato troppo.

 

 

 

 


Il Ministro della Pioggia fotocopia il vecchio piano

Frana di Maierato

Frana di Maierato

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Si chiama Maierato, ma pochi si ricordano il suo nome, che non gode l’onore della cronaca nazionale a cinque anni dalla frana rovinosa che si è abbattuta sul “ridente paesino”, quando 10 milioni di metri cubi di collina si rovesciarono sull’abitato lasciando un nicchia, come una gengiva vuota larga 550 metri e alta 50. Eppure qualche mese fa il Noe di Reggio Calabria è giunto a una conclusione storica dopo anni di indagini, iniziate ben prima  della frana, nel 2008, a  seguito di una denuncia presentata da un contadino della zona che aveva segnalato una strana colorazione del fosso Scuotapriti accompagnata de esalazioni nauseabonde.  E infatti  l’evento “estremo”   che “ha modificato per sempre e in modo significativo la morfologia del piccolo comune calabrese”, nel quale molte delle famiglie colpite non potranno più fare ritorno,   non fu provocata dalla pioggia, da fenomeni “radicali” attribuiti al cambiamento climatico, ma dalla mancata gestione del depuratore a servizio della zona industriale e dall’illecito smaltimento di reflui industriali altamente inquinanti.   Le indagini hanno portato all’emissione di otto avvisi di garanzia nei confronti di due funzionari del Comune,  due funzionari della Provincia di Vibo Valentia e quattro imprenditori dell’area industriale di Maierato. I reati contestati  sono di disastro colposo per i quattro funzionari e di disastro ambientale per gli imprenditori.

Non è  casuale naturalmente che su questa notizia sia caduto un pudibondo silenzio, come accade ai messaggi inopportuni che non godono del necessario tempismo. Perché dopo Obama, anche il nostro governo ha avuto l’inattesa epifania, è stato colpito dalla folgorante rivelazione che il cambiamento climatico esiste e può ragionevolmente assolvere alla funzione di causa di tutti mali, di capro espiatorio talmente grande, globale e forse irreversibile da richiedere misure di lungo periodo, interventi planetari, azioni coordinate di nazioni e governi, di modo che nel loro piccolo tutti possano continuare a fare gli affaracci propri con la consueta provinciale e caparbia irresponsabilità.

Anzi, malaffaracci, perché certo Maierato è nella sventurata terra di Calabria, ma non è che a Genova, dove l’assessora alla protezione civile è stata indagata per omicidio e disastro colposo, ancorché fosse uno dei petali  del giglio magico renziano, vadano meglio e dove dopo il periodico e puntuale susseguirsi di “fenomeni naturali” seppure estremi le cose siano andate in maniera differente. I soldi stanziati per il riassetto non sono stati spesi, le colpe rimbalzano: dalla burocrazia, all’inadeguatezza del ceto dirigente locale, dalla rete di organismi di controllo poco solerti, ai vincoli capestro che bloccano gli investimenti.

Ma di una cosa possiamo stare certi, che il cambiamento climatico c’è eccome – mentre il clima dei governi non cambia mai – ma che i suoi effetti disastrosi sono imputabili alla criminale dissipazione di suoli, risorse e territorio, alla strategia dell’emergenza assurta al ruolo di politica di governo, per promuovere provvidenziali drammatizzazioni di crisi  in modo che degenerino in pericoli talmente funesti da richiedere poteri speciali, regimi eccezionali, commissari plenipotenziari in grado di sovvertire legittimamente regole, leggi, ragioni di legalità e opportunità, e dietro ai quali si possono consumare reati contro l’interesse generale, contro i bilanci dello stato, contro la salute e l’ambiente, in favore di speculatori, imprese che sorridono festose in caso di terremoti e altre catastrofi profittevoli.

Certo per il ministro dell’Ambiente è tempo di scoperte. Quella dell’esistenza del cambiamento climatico suggerita dall’unica vera autorità in tutte le materie, ammessa dopo che per anni era stata negata, dileggiata, sottostimata, e quella che, a causa di ciò,    il nostro territorio non gode di buona salute. Chissà se questa consapevolezza è frutto di qualche confidenza sussurrata al funambolico passaggio di consegne dalla struttura di missione contro il dissesto idrogeologico alla direzione dell’Unità di Erasmo de Angelis, dall’aver sfogliato qualche vecchio faldone giacente nel suo dicastero, dall’inanellarsi nefasto di accadimenti che portano rovina, lutti, danni irreparabili. Certo è che con la perizia della cricca di governo ha subito provveduto a impratichirsi nel solito gioco delle tre carte, annunciando in pompa magna l’ennesima svolta epocale con l’avvio di misure di adattamento ai cambiamenti del clima “che sono ancora più urgenti tanta è la velocità e la forza con cui gli eventi atmosferici intervengono sul nostro territorio, attraverso   il Green Act…  il nuovo piano eco-industriale del Paese. Dovrà disegnare l’Italia produttiva di domani, in cui l’ambiente è elemento centrale ed indispensabile di crescita”. E che come si addice alle azioni e agli accordi dei quali Italia e Europa rivendicano la leadership, dovrà avere “ cinque caratteristiche: universale, ambizioso, durevole nel tempo, dinamico e trasparente”. Ecco. E tanto per cominciare diffonde la buona novella: il governo stanzia un miliardo e 300 milioni, “dei quali  654,3 milioni, immediatamente disponibili, arrivano sul territorio e diventano cantieri”.

Lo so, stiamo sempre a lamentarci: è poco più di un terzo di quello che spende la Gran Bretagna ogni anno, potevano dirottare qualche briciola dei 12 miliardi previsti per la banda larga, per non dire dei 150 programmati per le Grandi Opere e per non parlare dell’extra costo da attribuire alle varianti “discutibili” intervenute a lavori in corso, valutato dal Consiglio degli Ingegneri in oltre 3 miliardi. Ma il fatto è che il miracoloso piano del governo  è lo stesso sventolato davanti agli occhi degli alluvionati liguri   il 20 novembre 2014,  che 654 milioni sono stati finanziati dal Cipe ma mancano gli altri 650, che secondo il neo  direttore della struttura di missione contro il dissesto idrogeologico di Palazzo Chigi “ci si augura vengano stanziati  con la legge di Stabilità”. E la “promessa” di questi 1,2 miliardi,  è stato ricordato da qualche informatore disubbidiente,  è stata ripetuta come uno stanco ritornello   negli ultimi 7 mesi almeno 10 volte in occasioni pubbliche, che, si sa, “la lotta contro il dissesto idrogeologico è una priorità”.

E i “cantieri” sarebbero gli stessi tante volte aperti virtualmente in questi anni, quelle “ aree metropolitane dove il pericolo elevato può interessare milioni di persone: Genova, Milano, Firenze, Venezia, Padova, Pescara, Olbia, Bologna, solo per citarne alcune”.

Speriamo che non piova, governo bugiardo. Speriamo che visto che sono nella lista, vengano avviati subito il lavori per il Bisagno, che si aspettano da 45 anni, o per il Seveso. Speriamo paradossalmente nella siccità in aree non investite dalla svolta epocale, se –ma non stupitevi se i dati sono invecchiati –   nel periodo 1985–2011 si sono regi­strati quasi mille morti da dis­se­sto idro­geologico, per oltre 15 mila eventi cala­mi­tosi e un danno eco­no­mico da circa 3,5 miliardi di euro all’anno; se la cementificazione, madre di tanti disastri , ha realizzato oltre a qual­che miliardo di volumi indu­striali e com­mer­ciali e tante incom­piute infra­strut­tu­re spesso inu­tili, un edi­fi­cio ogni 4 per­sone, ma un allog­gio su 4,  mentre  oltre 20 milioni di stanze risul­tano vuote; se il nostro Paese vanta il primato del territorio più fragile d’Europa (mezzo milione di frane), il 10% a elevato rischio idrogeologico, il 44% a elevato rischio sismico. E se prosegue indisturbato   il consumo di suolo: secondo dati Ispra, otto metri quadrati al secondo, per ciascun secondo degli ultimi cinque anni (con il  Lombardo-Veneto  al primo posto). Dati che trascinano l’Italia fuori dall’Europa, dove il consumo medio del suolo è del 2,8%, a fronte di un vergognoso 6,9% per il nostro Paese. Mentre giace in Parlamento una legge che lo difenda, persa da due anni in un iter che racconta molto dell’interesse dalla politica per il Bel Paese, ridotto a un pericolante groviera.

Italia stai serena.

 

 

 

 

 

 


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