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Concita malconcia

LAPRESSE - SETTI - Presentazione della nuova veste de "L'Unitˆ"Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ci vuole davvero un cuore di pietra come il mio per non esprimere sensi di solidale vicinanza per una eroina del nostro tempo, che denuncia la ferocia dei poteri forti.  Voi fascisti, mi potete anche sequestrare i conti correnti, mi potete impedire di pagare l’acqua e la luce ma non è così che avrete la mia testa e la mia voce, poveri illusi. Che ne sapete voi della libertà”, tuona  da Twitter, proprio come una licenziata della Pernigotti, proprio come una senzatetto del Laurentino, che non può più far fronte ai bisogni dei suoi passerotti nel nido, Erasmus o minicar, cui hanno tolto il Suv per andare a Capalbio a presentare l’ultimo libro di Ammanniti. O peggio come la proprietaria di una villa Ansedonia nel cui giardino l’architetto scriteriato  ha installato una piscina senza permesso, come un ministro nella cui dichiarazione dei redditi il commercialista ha omesso  di denunciare una opulenta proprietà, come un candidato sindaco e ex commissario di un grande evento la cui reputazione viene macchiata dall’intrallazzo di un amico che si è approfittato – a sua insaputa, è ovvio – della sua protezione.

Perché Concita De Gregorio  sarà costretta a pagare 5 milioni di euro in qualità di ex direttore responsabile de l’Unità  dal 2008 al 2011. Un periodo nel quale, racconta, ci sono arrivate ben 145 azioni legali per diffamazione nei miei confronti come direttore, il quale come noto è responsabile in solido con l’editore con l’autore di ogni articolo. Il totale di queste 145 azioni civili è corrisposto alla richiesta di 5 milioni di euro di risarcimento danni. Le varie persone che hanno intentato queste cause, nomi che posso fare dato che corrispondono ad atti pubblici, sono i vari Dell’Utri, Miccicché, La Russa, Taormina, Previti, Angelucci oltre a Paolo, Silvio e Piersilvio Berlusconi ed altri.

Da vera guerriera dunque, oggi si batte per la revisione di una legge arcaica e chiedendo una mobilitazione popolare  contro l’impunità per i reati e gli abusi ai danni della stampa, una lotta che conduce in nome dei giovani che si affacciano fiduciosi nel mondo dell’informazione.  Intento lodevole, anche se c’è da ritenere improbabile che aspiranti giornalisti, cronisti precari e freelance a 20 euro a pezzo possano aspirare a una carriera analoga alla sua se non appartengono a dinastie, figli di.. o orfani eccellenti cui la patria lo deve,  o a cerchie fidelizzate, o, meglio ancora a tutti e due, quelle stirpi che ieri avevano come testimonial Veltroni e oggi Calenda, pescati nel delfinario del privilegio per ricoprire ruoli e funzioni in veste di portatori d’acqua privata e utili idioti, promossi da praticanti a  direttori, da simpatizzante o pioniere a segretari di partito o ministri senza aver passato verifiche elettorali o pubblici esami, salvo quello – perlopiù da raccomandati speciali – per l’ingresso trionfale nella corporazione e che esigerebbe, tanto per fare un esempio delle attribuzioni e degli obblighi di un responsabile.

Eh sì, perché i reati in capo alla De Gregorio sono quelli legati alla sua funzione di sorveglianza a controllo sulla veridicità di quello che scrivevano i subalterni in una fase nella quale l’opposizione e la sua stampa svolgevano un ruolo critico particolarmente impegnato nella diffusione di retroscena pruriginosi, di intercettazioni piccanti, di rivelazioni guidate e telecomandate su usi e costumi degli arcana imperii, spesso suggerite ad arte non solo da traditori e spioni, ma a volte perfino dagli stessi interessati in vena di mostrare il loro lato debole, o di esibire l’altra faccia del potere, quello delle vittime, delle ricattate e degli intimiditi che non ne possono più e alzano la testa.

Si preparava la marea sdegnata del senononoraquando, della gogna per il puttaniere più deplorevole del golpista, del corruttore di aspiranti veline più che di deputati e giornalisti, del tycoon spregiudicato più che del fraudolento istigatore e esecutore di attentati alla democrazia. Quindi oggi dopo una serie di vertenze giudiziarie che l’hanno vista perlopiù perdente, salvo, pare,  8, la condottiera della libera stampa si vede pendere sul capo la pena dei risarcimenti milionari che possono essere richiesti a un direttore che, lo afferma lei, guadagna 2000 euro al mese e non per articoli a sua firma. E non potrebbe che essere così e non solo perché questo stabilisce la legge, ma anche perché vedemmo la fiera contestatrice del Cavaliere esibirsi in faccia a faccia in autorevoli talk show, mostrare la sua indulgente e sensibile indole muliebre, compassionevole delle inclinazioni patologiche di un uomo potente ma solo con il suon priapismo, consigliandoli pratiche umanitarie e solidaristiche che lo distogliessero da quelle sue esecrande abitudini.

Adesso va a capire chi sono i fascisti contro i quali si scaglia inviperita.

Se la pietra dello scandalo sono i giudici che interpretano restrittivamente se non addirittura arbitrariamente delle leggi antiquate e oggi inadeguate più che mai a accogliere la sfida dei nuovi modi di fare informazione, quando il rispetto della privacy è aleatorio, quando chi detiene tribune e scranni altolocati può lanciare anatemi e esigere riparazioni e perfino vendetta a differenza dell’uomo qualunque, quando modesti blogger vengono costretti a smentite o a subire censure se tratta da fascista un fascista fiero e dichiarato, mentre ogni giorno a chi detiene poteri è concesso l’uso di bugie e falsificazioni autorizzate come necessario corredo della comunicazione politica.

Se lo è una dirigenza di partito (quella stessa del  Patto del Nazareno)che ha condotto a morte sicura e nemmeno tanto lenta il suo organo ufficiale, fondato da Antonio Gramsci, come atto finale del suo processo di abiura e oblio del mandato di rappresentanza di sfruttati e diseredati, che l’aveva scelta non malgrado fosse una donna, ma proprio in ragione di ciò, per strizzare l’occhio a pubblici di opinione e elettorali, interessato a far valere le ragioni di un ceto salottiero e alto borghese come target di preferenza da formare e affezionare alla causa dell’azienda, quando invece indifferente all’obbligo di ragguagliare, far sapere, ascoltare e dare voce, talmente dimenticato che proprio in quegli anni lo slogan dei giornalisti che si battevano contro le prevaricazioni e le censure rivendicava appunto il diritto e non il dovere di informare. Talmente rimosso da aver contribuito alla creazione di Raiset, quel mostro che ha integrato comunicazione, spettacolo, pedagogia e intrattenimento, insieme a dirigenza, ideologia di riferimento, creativi, star omologati e scambiati all’interno di un circuito commerciale.

Se lo sono i fantasmi di una proprietà fantasmatica che si è “data”, scomparendo nel gioco di scatole cinesi che ha condotto alle ultime comiche vicende del quotidiano, passato da organo del Pci a oggetto del desiderio e della rivincita morale di Lele Mora, e sfuggendo agli obblighi della  legge 47 del 1948 sulla stampa, che stabilisce che in caso di richiesta danni per diffamazione il giornalista, il direttore e l’editore sono responsabili “in solido” per il risarcimento del danno causato, cioè tutti e tre insieme, sicché  ognuno dei tre deve pagare una specifica parte del danno (un terzo a testa, se non specificate diverse percentuali). Sottraendosi così alla regole tacita ma generalizzata che obbliga gli editori a offrire ampie protezioni ai loro giornalisti più esposti, mettendo da parte fondi e risorse per pagare le loro spese legali, per difenderli in tribunale e per  risarcire coloro che dovessero vincere le cause di diffamazione.

Certo deve essere stata un’amara rivelazione scoprire che anche lei, perfino lei, è soggetta a leggi – anche quelle non da personam, che possono essere ingiuste o applicate come teoremi, che anche lei, perfino lei, può essere vittima di quei teoremi se a torto ha sottovalutato il peso e gli oneri di responsabilità pagati profumatamente e portatori di visibilità e onori,  se anche lei, perfino lei, prova sulla pelle, quella del portafogli, il tallone di ferro dei padroni, proprio come qualsiasi lavoratore soprattutto dopo le riforme volute dal suo partito e come un altro direttore rimosso in questi giorni che avrebbe bisogno dell’articolo 18, se anche lei, perfino lei, è stata costretta ad accorgersi che se si scrivono falsità per una buona causa la causa si perde perchè si è commesso un reato, almeno quello di arrogante cretineria.

 

 

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Raffiche sulla libertà d’espressione

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Su segnalazione di un’amica la cui intelligenza è un conforto quotidiano, sono andata a guardarmi le esternazioni del presidente del Consiglio sulla strage di Parigi. Lo sciacallaggio in occasione di eventi che colpiscono così crudelmente l’opinione pubblica assume varie forme.  Quello a fini elettorali, che alimenta paura e quindi irrazionalità, che suscita torbidi istinti ferini e indifferenziati contro chi è straniero e quindi estraneo e quindi nemico, e che si nutre di  stereotipi triti e letargici, è una delle più odiose.

La rivendicazione di ricoprire il ruolo di custodi dei valori di libertà e democrazia da parte di chi ha abiurato ad entrambi, in Italia come in Francia come nell’Occidente, tramite la rinuncia obbligatoria a diritti, garanzie, lavoro e rappresentanza, suona odiosa. E lo è altrettanto la volontà di omettere le proprie responsabilità da parte di chi ha intriso la società dell’humus dell’odio, incrementando le disuguaglianze, conducendo guerre umanitarie in nome di un ossimoro imperialista, finanziando a intermittenza nemici pubblici in modo che diventino occasionali alleati.

Ormai chi non si arrende al buio del pensiero deve difendersi dallo scannatoio di chi ammazza i redattori e disegnatori di un giornale satirico, il cui segno irriverente ha accompagnato le nostre vite. Ma anche da chi ne usa la morte per inaugurare una recrudescenza di reazione “bellica”, di repressione e di isolamento, parlando a nome della superiorità di una civiltà,   della vocazione  dell’Europa alla manutenzione di valori di coesione sociale e politica, della Francia culla dell’illuminismo e poi della rivoluzione e della sua triade irrinunciabile, dell’Italia “di Dante” per dirla con il premier, di navigatori e di poeti, secondo la retorica dei sussidiari, e che non si interroga sugli effetti dell’acquiescenza agli Stati Uniti e alle sue spedizioni punitive come dell’assoggettamento al suo modello di sviluppo, al contagio della speculazione folle e dissennata, alla scriteriata dissipazione di risorse e ambiente.

E che dire della preoccupazione della nostra classe politica che legge nella macelleria di Parigi un atto contro la libertà di stampa e si erge al ruolo di difensore ad oltranza dell’informazione indipendente?  Se quello fosse l’intento primario degli assassini, l’Italia potrebbe essere esentata dai prossimi massacri: autocensura, bavagli volontari o ben tollerati, docile accondiscendenza ai regimi, indole al consenso nei confronti di chi governa, corporativismo e precariato hanno reso il nostro giornalismo particolarmente influenzabile, particolarmente vulnerabile dal ricatto, particolarmente embedded, integrabile e “trattabile”.

E adesso poi, visto che il giro di vite della consegna al partito della Nazione, al suo leader e al suo padrino non pare sufficiente, se ne imprime un altro per limitare l’espressione di chi non ha alle spalle un’organizzazione strutturata, studi legali e assicurazione e quindi i blogger, i collaboratori precari, quelli che a dispetto di retorica e ridicolo continuano a pensare che la loro sia una vocazione oltre che una professione e che trasmettere agli altri fatti, impressioni e opinioni aiuti libertà, dignità, responsabilità e diritti.

Proprio ieri, per una sinistra coincidenza, le disposizioni sulla diffamazione approvate al senato, sono approdate alla Commissione Giustizia della Camera. Le norme cancellano sì la reclusione per i giornalisti ma in cambio prevedono multe da migliaia di euro, rettifiche senza diritto di replica, “oblio” che  “cassa”  i fatti.

L’intento – è evidente- non è solo quello di punire un reato odioso, quale le denigrazione e la calunnia attuate attraverso menzogne ed insinuazioni non verificate.

Ma, come a suo tempo dichiarò Stefano Rodotà, assume la potenza “di una resa di conti della politica contro i media”, quelli scomodi, è ovvio, creando un clima intimidatorio e paralizzante di paura, inducendo  censura preventiva su ogni forma di critica che possa dispiacere a chi sta in alto e teme dissenso e opposizione,  agitando uno spauracchio che deve intimorire chiunque scriva qualunque cosa, attribuendo potere esclusivo  a chi si “senta” danneggiato, grazie all’imposizione di un “prezzario” che ogni tipo di stampa, dai quotidiani, alle testate registrate sul web, ai libri, alla tv, dovrà pagare per evitare le manette: fino a 10mila euro per una diffamazione commessa, per così dire, in buona fede. Che se invece c’è “cattiva fede”, se è stato pubblicato «un fatto determinato falso, la cui diffusione sia avvenuta con la consapevolezza della sua falsità» (definizione arbitraria e difficilmente dimostrabile), allora la multa andrà da 10 a 50mila euro.

In una realtà nella quale in un mondo in cui l’informazione digitale,  il giornalismo partecipativo e il confronto online stanno diventando maggioritari, si è quindi confezionata una legge contro il web,  ampliando la responsabilità del “direttore”, imponendo l’obbligo di rettifica in 48 ore per le testate online e la possibilità di chiedere la cancellazione dell’articolo considerato diffamatorio, introduce il  diritto all’oblio senza il contrappeso necessario del diritto di cronaca e all’informazione e senza contraddittorio. Cosicché il direttore è condannato  ad ubbidire in tempo reale per evitare un contenzioso infinito,  costoso o ingestibile, ma soprattutto e a motivo di ciò,  a non rendere pubbliche notizie per le quali è probabile la richiesta di cancellazione,  imbavagliandosi a priori, nella previsione concreta di non avere tempo e modo per difendere nemmeno la verità conclamata.

Qualche giorno fa il presidente uscente ha messo in guardia dal rischio eversivo rappresentato dall’opposizione. Ha ragione, chi si oppone alla libertà di espressione e di critica è un sovversivo e un terrorista. E peggio ancora se per esercitare la sua potenza usa le leggi dello Stato come un’arma d’offesa. Anche quello è un crepitare odioso, che ci offende e ferisce.

 

 

 

 

 


Intimidazione al potere: torna il bavaglio alla rete

censura Anna Lombroso per il Simplicissimus

Oggi chi mi legge è autorizzato ad accusarmi di aver scritto un post ad personam. Ma ancora per un po’ deve essere lecito e permesso a chi esprime convinzioni, persuasioni, idee e critiche, per passione e senza remunerazione, se non quella di ricercare la verità e magari ottenere qualche consenso, manifestare la sua preoccupazione per le misure di censura contenute in quelle modifiche alla legge 8 febbraio 1948 n.47, al codice penale e al codice di procedura penale in materia di diffamazione a mezzo stampa o con altro mezzo di diffusione, che come un fiume carsico, scompaiono e ricompaiono periodicamente e che in una veste particolarmente severa per gli “altri mezzi di diffusione” approdano al Senato.

Qualcuno che avremmo preferito occupasse la poltrona del Colle, in modo che restasse  tale e non diventasse un trono regale sottratto a obiezioni e dissenso, le ha definite una vendetta dei notabili, una volontà di risarcimento e non solo morale del mondo politico contro i giornalisti e i blogger, rei – e i primi, quelli della carta stampata, sono pochi,  già ampiamente ricattati da varie forme “assistenziali” di finanziamento o semplicemente da una pratica di fidelizzazione opaca– di pronunciare e scrivere verità e fatti poco noti, spesso soggetti già al peggiore dei bavagli, l’autocensura.

Si prende dunque a pretesto un reato, peraltro sempre più difficile da accertare e dimostrare, la diffamazione, per imporre regole ferree e arbitrarie forme di controllo soprattutto ad un contesto mobile, aereo, quel cyberspazio, “nuova dimora della mente”, nella quale, secondo la Dichiarazione di John Perry Barlow, i governi, gli “stanchi giganti di carne e d’acciaio” non devono avere sovranità. I delitti e le pene previste rivelano le intenzioni punitive del legislatore che ha a suo tempo addomesticato le norme con una perdonanza ad personam confezionata su misura per Sallusti, cancellando il carcere, ma lasciando forme di intimidazione e deterrenti micidiali,  imperniate   su rettifiche  cappio ad horas, su sanzioni per migliaia di euro (fino a 50mila per un falso cosciente), sull’interdizione per sei mesi, sulla responsabilità dei direttori per qualsiasi notizia diffamatoria anonima, insomma su .un sistema di minacce e soperchierie  che colpiranno soprattutto le testate online. E infatti particolarmente penalizzante è la procedura di rettifica:   “il direttore è tenuto a pubblicare gratuitamente e senza commento, senza risposta e senza titolo, con la seguente indicazione “rettifica dell’articolo (titolo) del (data) a firma (l’autore)” nel quotidiano o nel periodico o nell’agenzia di stampa, o nella testata giornalistica online  le dichiarazioni o le rettifiche dei soggetti di cui siano state pubblicate immagini o ai quali siano stati attribuiti atti o pensieri o affermazioni da essi ritenuti lesivi della loro dignità o contrari a verità”.   Per le testate online va effettuata  “non oltre due giorni”, “con la stessa metodologia, visibilità e rilevanza”. Se non si rettifica entra in scena il giudice che “irroga la sanzione amministrativa”, avverte il prefetto e pure l’ordine professionale. Il quale sospende fino a sei mesi. Ma non basta, oltre alla rettifica e alla richiesta di aggiornare le informazioni, l’interessato “può chiedere l’eliminazione, dai siti internet e dai motori di ricerca, dei contenuti diffamatori o dei dati personali” e presentare istanza al giudice  perché ordini    la rimozione delle immagini e dei dati ovvero di inibirne l’ulteriore diffusione”, e “In caso di morte dell’interessato le facoltà e i diritti possono essere esercitati dagli eredi o dal convivente”.

È perfino banale sottolineare che si tratta, come al solito, di un esercizio di disuguaglianza che marca la differenza di trattamento all’origine, tra chi parte avvantaggiato da uffici legali, principi del foro, impegnati con contratti milionari, a difendere onorabilità ma soprattutto interessi economici di grandi testate e dei loro autorevoli  giornalisti, e volonterosi “informatori” e commentatori, dissuasi ed dire la loro grazie a un impianto intimidatorio che non può non condizionare la libertà di espressione, grazie al palese rischio di rappresaglie.

Mentre, a parte la repressione  di  aspetti inaccettabile, pedofilia o altre forme esplicitamente  criminali,  la circolazione di pensieri, pareri, critiche, dati in rete dovrebbe essere libera, anche a prescindere il più possibile dalla tutela della privacy, terreno scivoloso soprattutto per quanto riguarda la riservatezza, la nostra, di normali cittadini, continuamente compromessa tramite provider telefonici, istituti di credito, sondaggisti, difesa invece fino al sopruso, alla rimozione e all’inganno quella dei potenti.  E altrettanto vale per i diritti di proprietà, sui quali vigono norme arcaiche e poteri inamovibili, a salvaguardia di prodotti, merci culturali e di eredità immeritate e delle rendite di posizione e finanziarie che ne derivano.

Che se poi dovesse essere punita la diffamazione come lesiva della verità e della realtà, altro che galere, altro che multe. Altro che bavaglio ai tweet del premier, “commessi” contro i cittadini “indolenti”, i lavoratori parassiti, i pensionati privilegiati. Altro che censura sulla propaganda Usa in favore di formazioni neonaziste foraggiate generosamente, di sanzioni rovinose, colpevole di quella che si può definire l’eutanasia del reale attraverso immagini e slogan di regime. Ma è proprio per questo che c’è ancora tanta paura di Wikileaks: fughe di notizie, rivelazione di segreti ci sono sempre state, ma è la dimensione globale e inafferrabile che hanno assunto che spaventa quelli che il premier ha indicato come “poteri forti” e il loro pensiero debole.

Dobbiamo e in tanti, difenderci, difendere il diritto  inalienabile di cercare, ricevere e diffondere informazione. E critica. Nell’unico mondo rimasto senza confini.

 

 

 

 

 

 

 

 


Gli attacchi al web generano la fantagiustizia

magoGli attacchi alla libertà del web, il richiamo a regole repressive destinate a creare un clima di intimidazione e autocensura, raccolgono i loro frutti avvelenati dovuti alla sinergia tra una legislazione ancora seicentesca  in cui la diffamazione si riferisce ad un vago concetto di onorabilità autopresunta, senza alcuna relazione con il vero fattuale e il timore inconscio, presente anche nella migliore classe dirigente, che la comunicazione orizzontale decostruisca un privilegio di preminenza alle parole di chi ha una posizione e in soldoni smonti l’informazione verticale che è uno dei segreti del potere. Frutti avvelenati certo, ma non privi di quella patina di ridicolo e di provincialismo che è un ingrediente fondamentale delle vicende italiane.

Così accade che l’ Aduc, l’Associazione per i Diritti degli Utenti e Consumatori, sia stata condannata dal tribunale di Firenze a pagare 2000 euro di risarcimento a tale Fabio Oreste a causa di un forum aperto sul pòroprio sito  e titolato molto castamente “Fabio Oreste e la fantafinanza”. Se nei giorni scorsi è venuto all’attenzione l’assurdo di una blogger condannata per alcuni commenti su un post del tutto corretto, adesso ci troviamo di fronte a una opinione assolutamente legittima scambiata per diffamazione, Non solo legittima, ma anche doverosa visto che Fabio Oreste altri non è che l’ex “mago di Bahia, cartomante demonologo esorcista e sensitivo”, già condannato due volte per pubblicità ingannevole e ora  riciclatosi quale esperto di finanza. Egli è l’illuminato portatore di una teoria della Vibrazione, secondo la quale i mercati finanziari sono legati a fenomeni fisici ed astronomici, per cui  seguendo i suoi corsi (ovviamente a pagamento) si può arrivare ad ottenere guadagni del 512%. Si tratta di un chiaro abuso della credulità popolare, la cui sottolineatura meriterebbe una medaglia. Ma forse siccome era sul Web…

Tra l’altro il prefisso “fanta” come chiunque potrebbe accertare avendo un minimo di cultura, si riferisce a eventi, scoperte, conoscenze non ancora dentro il paradigma del sapere, ma ritenute pur sempre possibili. Dal momento che nella letteratura scientifica ed economica mondiale non c’è nemmeno l’ombra di “vibrazioni” definire le teorie dell’ex mago come fantafinanza è del tutto  appropriato e anche benevolo. Altrimenti più esattamente si sarebbe dovuto parlare di cazzate assolute. Ma il giudice ha ritenuto che ” deve essere accolta la domanda di risarcimento presentata dal sig. Oreste sotto il profilo del danno morale. Il pregiudizio sofferto dall’attore deriva dalla lesione del bene della reputazione in conseguenza della diffusione in internet del titolo del forum “Fabio Oreste e la fantafinanza”, avente carattere diffamatorio, lesione che assume rilievo sia in considerazione della particolare natura dell’attività esercitata dal signor Oreste, che necessita di una assoluta fiducia da parte dei clienti, sia del mezzo di diffusione utilizzato, che rende possibile la divulgazione delle notizie in un ambito spaziale e temporale virtualmente illimitato.”

Una volta si diceva: ma a te chi te l’ha data la patente. Però in questa Italia mica possiamo disperdere certe magiche competenze per la paura che qualche credulone perda inutilmente soldi. Ed eventualmente si può sempre a posteriori istruire un bel processo di una quindicina  di anni per truffa e abuso di credulità. Però attenzione a scherzare: nella sentenza c’è il cuore del problema. Pare di capire che la condanna sia arrivata perché la presunta “diffamazione” è stata esercitata su un mezzo che ne rende possibile la diffusione in un ambito sia geografico che temporale indefinito, valle a dire non controllabile, segmentabile, influenzabile, temporizzabile. E sono proprio queste le caratteristiche eminenti della comunicazione verticale che essendo unidirezionale può gestire l’informazione, metterla in rilievo o farla scomparire, puntarla su un ambito territoriale o espanderla a seconda dell’occasione, dell’interesse, della moda, delle possibilità dell’audience e dell’edicola. Mentre l’informazione web ha dinamiche differenti e soprattutto conserva le notizie, è una sorta di memoria ad accesso casuale poco condizionabile e di fatto automatica, Non è certo una coincidenza che proprio quest’ultima caratteristica sia tra le più invise al potere e dunque anche quella che viene investita da progetti di “oblio”.

Si sente insomma una certa insistente  “vibrazione” in questo senso. E certo ci sarà qualcuno che pensa di potere ricavare un bel guadagno, magari anche del 512% da un’atmosfera di intimidazione i cui benefici, immediati e futuri, sono così ben radicati anche nei tribunali della Repubblica. Tanto da arruolare anche i fattucchieri per le prove generali.


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