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La dittatura delle bugie

media-500x438Anna Lombroso per il Simplicissimus

Non è mica colpa nostra se, per commentare l’introduzione del Red Button, lo strumento governativo affidato alla Polizia di Stato per contrastare le fake news tramite le segnalazioni dei naviganti, tocca ricorrere alla scontata citazione del Ministero della Verità.

Sono loro che con un certo ritardo sul 1984, attuano la profezia di Orwell e il proposito di ogni duce, führer  e aspirante tale, e impongono il loro passato, presente e futuro, tutti e tre bugiardi, come unica realtà legittima e legale,  in difesa smodata e soverchiante delle loro auguste persone e della loro reputazione, in nome di  una privacy inalienabile e comunque molto superiore a quella della gente comune, invasa invece da tutte le possibili e invasive forme di spionaggio e controllo e costretta al consumo coattivo dei prodotti della fabbrica delle menzogne.

Non ci piace vincere facile  e nemmeno  ci proviamo a compilare una graduatoria o una gerarchia dei gradi di  pericolosità delle notizie che circolano, per stabilire se rappresenta un maggiori rischio sociale la diffusione di dati farlocchi sull’occupazione piuttosto che la notizia altrettanto falsa di un impiego con lauta remunerazione per un parente della  Boldrini o di quello probabilmente autentico di una protetta didi Nardella, se sia più grave propagandare i fasti della casette per i senzatetto del sisma e della relativa ricostruzione, o i benefici del bicarbonato anticancro.  O se gli aggiornamenti sulle scie chimiche siano  più maligni su quelli che riguardano gli effetti demiurgici della Buona Scuola sulla competitività nazionale in materia di progresso e ricerca scientifica.

Come si addice ai titolari dei dicasteri della propaganda, i minculpop di ogni tempo e latitudine e sotto tutti i regimi assolutistici, a lor signori non interessa la verità, tantomeno la corretta divulgazione di notizie e dati, aborriscono la verifica dell’efficacia delle loro misure, vogliono cancellare la memoria delle loro promesse non mantenute,  intesi unicamente alla tutela della faccia che rivendicano di “averci messo” come sigillo plastico di infamie e soprusi.

Per questo l’iniziativa in difesa della loro veridicità, attendibilità, autenticità, sincerità, obiettività, oggettività, giustezza, precisione, è rivolta unicamente contro la rete e la circolazione in quei territori occupati dall’insano, ignorante e volgare populismo, di qualche probabile bufala, ma di molto malcontento, molta critica, molte rimostranze. Mentre risparmia generosamente e benevolmente i media tradizionali, gli autorevoli giornaloni che non costituiscono un pericolo per l’establishment come dimostra il recente caso di  Repubblica e la sorprendente rivelazione per i suoi giornalisti che il loro non è un editore puro e che il suo schierarsi è stato mefitico, velenoso e inquinante almeno quanto alcune sue attività imprenditoriali.

E non a caso, ristabilite le risibili convenzioni della par condicio in quelle parate di starlette  e comici dell’intrattenimento politico in tv, la guerra contro le fake news viene ufficialmente dichiarata in campagna elettorale a conferma che solo le loro, anche quelle per lo più diramate via twitter e social network, sono permesse, autorizzate, costituzionali e conformi alla legge. Per le altre fonti scatta la solerte denuncia, la opportuna delazione secondo criteri e valutazioni affidati al Viminale e procedure a salvaguardia dell’ordine pubblico che deve vigere anche nella piazza virtuale.

In previsione della mobilitazione di “piccoli pionieri” del Pd pronti a segnalare le infami indiscrezioni sulla cellulite delle ministre in carica, di ultrà di Calenda inneggianti alla smentita di ignobili insinuazioni sulle condizioni dell’Ilva di Taranto, di badanti virtuali del cavaliere che invocano al sharia per chi ne deride capigliatura e prestazioni virili, suggerirei di cominciare a usarlo noi il bottone rosso (che sia rosso vorrà pur dire qualcosa?).

Di materiale ne abbiamo e ne avremo tanto anche senza scomodare gli slogan che campeggiavano sul palazzo del ministero della verità:  “La libertà è schiavitù” o “L’ignoranza è forza”. E “La guerra è pace”, sempre attuale e sempre in vigore. E in fondo a quante missioni umanitarie, esportazioni di democrazia, interventi di aiuto e rafforzamento istituzionale abbiamo partecipato, grazie a un voto, semi clandestino magari in prossimità di meritate ferie,  di un parlamento illegittimo, che difende le sue illegittime fandonie e la legalità delle ingiurie a verità e democrazia-

 

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