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Terremoto. Dove sono finiti i soldi?

castelluccio-oggiAnna Lombroso per il Simplicissimus

Immaginate che i droni di un impero feroce abbiano sganciato una pioggia di bombe su una vasta area di un paese, producendo morte e distruzione.

Immaginate che non si tratti di un posto remoto, intoccato dalla superiore civiltà occidentale, ma sia collocato proprio del cuore di una nazione che vanta tradizione e storia millenaria, che costituisca un’eccellenza dell’arte, della creatività e del paesaggio, presente nell’immaginario collettivo come culla di opere immortali e anche del culto di santi nutrito in chiese di straordinaria bellezza.

Immaginate che da quell’infausto evento siano passati più di tre anni e che le strade che conducono a quel teatro di guerra siano ancora invase da macerie, che le case siano là come quinte teatrali a mostrare interni abbandonati in fretta e furia, coi letti disfatti, la tavole ancora apparecchiate, gli armadi spalancati e le cartelle aperte coi libri e i quaderni che perdono i fogli nel vento, con  le rovine spazzate dalla pioggia e coperte di neve.

Immaginate che ipotesi si potrebbero fare per spiegare il delitto e i crimini dell’abbandono di quella terra e dei suoi abitanti sopravvissuti, quelli che non sono scappati a cercare riparo altrove  e vorrebbero riprendere la vita, ma non hanno più le case, non hanno più il lavoro, non ci sono le scuole, le strade,  le fabbriche e le stalle sono distrutte, le bestie morte, alle coltivazioni di luoghi fertili e felici guardano speculatori e profittatori venuti da fuori.

Immaginate che  ci si sia messo anche il silenzio caduto sui delitti, sulle vittime, su chi resiste, e vi sarete fatti un quadro di quello che accade ed è accaduto nel centro Italia del sisma del 2016, dopo le prime   e le successive lacrime di coccodrillo, dopo l’avvicendarsi di misure eccezionali e commissari speciali, dopo i pistolotti tenuti durante le prime visite pastorali delle autorità compunte con le promesse di case, aiuti, presenza solidale e concreta, anche quella del sindaco che pare si sia intascato i quattrini dei sms dei benefattori.

Avreste diritto a  aspettarvi che  la rete sia  piene di denunce e petizioni, le piazze di giovani sdegnati che esigono giustizia e senso di responsabilità,  che in parlamento i rappresentanti eletti ogni giorno presentino interrogazioni e interpellanze, che i profili dei social dichiarino di voler impersonare i bisogni e la collera delle popolazioni colpite.

Niente del genere, invece.

Che la politica si sia ridotta a scontro di tifoserie in superficie e a negoziazioni opache più sotto è ormai evidente, e altrettanto evidente è che l’opinione pubblica segua l’andazzo schierandosi con le fazioni che fingono soltanto come in un teatro dei pupi di prendersi a bastonate e a colpi di spadoni di legno, così chi vorrebbe non stare né con gli uni né con gli altri pretendendo di poter immaginare altro dalle alternative poste della polarizzazione delle posizioni, diventa un molesto brontolone, un fastidioso qualunquista a meno che non decida di farsi arruolare, possibilmente nelle schiere del male minore, quello che vuol farci dimenticare di essere comunque un male.

Anche l’informazione di quello che a tre anni di distanza succede nel Centro Italia colpito non dalle bombe ma dal sisma è diventato merce da propaganda utile alla politica o all’antipolitica che poi ormai coincidono, e a far dire che lo stato imbelle deve essere sostituito dai privati, che le regioni devono avere più autonomia di spesa e investimento, che i comuni devono avere più competenze in materia di decoro o ordine pubblico per contrastare sciacallaggio e corruzione o, al contrario, che devono averne di meno per fare spazio a poteri straordinari.

E anche la mesta aritmetica delle cifre deve prestarsi alla polemica  e infatti solo un giornale storicamente legato alla destra si è preso la briga in chiave antigovernativa – e poco ci vuole a denunciare il susseguirsi criminale di inadeguatezza indifferenza i potenza cattiva volontà malaffare o eccesso di affarismo di tutti i governi alle prese col post terremoto qui, come all’Aquila in Emilia  – e pure per un soffietto al tecnico incaricato di poteri commissariali, di dare qualche numero.

Così dobbiamo solo al Tempo, e un po’ ce ne duole,  l’unica informativa della stampa ufficiale su come si vive, ammesso che possa chiamarsi vita, nel cratere del terremoto che ebbe epicentro ad Accumoli, in provincia di Rieti, colpì Lazio, Umbria, Abruzzo e Marche, e fece oltre 300 morti.

E apprendiamo che in questi tre anni sono stati spesi soltanto 49 milioni (proprio come quelli della Lega)  degli oltre 2 miliardi stanziati, che di 2291 interventi finanziati solo 15 sono stati ultimati. Che una prima ripartizione stimava che 300 milioni per le scuole, 40 milioni per le chiese, 197 milioni per 277 progetti di edilizia pubblica, 100 milioni contro i dissesti idrogeologici. Ma che le macerie che giacciono ancora nelle strade e nei paesi – le amministrazioni locali e regionali non hanno provveduto ai piani di smaltimento –  sarebbero più di 2 milioni e mezzo di tonnellate, che comprendono materiali a rischio, amianto compreso.  Che va riconosciuto al commissario straordinario (il terzo dopo Vasco Errani reduce dal flop emiliano e dopo l’attuale ministra De Micheli che mostra più talento nella costruzione che nella ricostruzione) aver permesso che non tornassero indietro i fondi per l’edilizia sociale che le regioni non erano state in grado di spendere entro la scadenza prevista per l’implementazione dei piani di case residenziali-popolari fissata al 31 dicembre 2018. Adesso, dopo il parere dell’Anac che ha permesso di “ammettere” almeno i progetti approvati, si sarebbe riaperto il tavolo che potrà dare il via agli interventi grazie ai 170 milioni di euro finora inutilizzati.

E se non vi basta potete apprendere da qualche sito di associazioni e organizzazioni locali, non da quello istituzionale della “ricostruzione” soggetto a interventi di aggiornamento,   che Norcia, Preci e tutte le frazioni adiacenti non hanno un ospedale, ma solamente un centro di Primo Soccorso fuori dalle mura, e che c’è una sola ambulanza, che per raggiungere l’ospedale più vicino, quello di Spoleto, deve percorrere 50 km. su strade tortuose. Che per il sindaco di Pieve Torina questo è l’anno peggiore, perchè dopo oltre tre anni la pazienza e le illusioni sono finite: “Abbiamo il 93% degli edifici inagibili, il 100% di quelli pubblici“.

Scoprireste che  malgrado la moria di animali prosperano i ladri di polli, se la Guardia di Finanza ha scoperto gli altarini di una struttura alberghiera della provincia di Macerata che ha incassato 1,5 milioni di euro da Regione Marche e Prefettura di Macerata per l’accoglienza degli sfollati del sisma ma ha inquattato uno  anche per comprare 51 lingotti d’oro prima di dichiarare bancarotta.  Che la piana di Castelluccio fa gola alle multinazionali delle sementi che ci vogliono piantare le loro lenticchie, primi tra tutti i canadesi che hanno gia avviato una proficua infiltrazione commerciale anche in vista della provvidenziale ratifica del Ceta, fortemente voluta dalla ministra Bellanova.

Quello che il Tempo non dice è che il silenzio e l’abbandono non sono casuali, non nascono da cattiva volontà o impotenza o incapacità. Ma da un disegno preciso che assomiglia a quello che ha determinato la espulsione dei residente e delle attività tradizionali, artigianali e commerciali, dai centri storici delle città per far posto al terziario delle banche, degli uffici delle multinazionali, degli shopping mall, degli alberghi e delle foresterie, della residenzialità del lusso.

Tutto congiura nel far sospettare che di questi territori da concedere a catene di coltivazioni e produzioni globalizzate come alle agenzie internazionali, si voglia fare un immenso parco tematico del turismo religioso e della “gastronomia” come piace al norcino di regime buono per tutte le stagioni, tanto che proprio sulla piana di Castelluccio si è tentato di erigere un monumento a questa oscena prospettiva con il Deltaplano che avrebbe dovuto accogliere osti graditi alle trasmissioni dei santoni tv e che si è ridotto a un mesto supermercato.

Intanto strangolati da imposte e spese (i governi che si sono succeduti si sono rimangiati  la promessa degli sgravi fiscali previsti) i pochi imprenditori locali vengono costretti a ricorrere agli strumenti del microcredito (quelli che ci hanno imposta dall’alto, Fmi e Europa con la sua apposita agenzia) che li incravattano sempre di più con debiti cui non potranno mai far fronte. E a ogni Legge di Stabilità si ripropone l’ipotesi dell’assicurazione obbligatoria contro i terremoti, l’albero della cuccagna per le compagnie, mentre ogni volta si riduce l’impegno della prevenzione.

Eppure i miliardi di euro spesi dallo Stato dal terremoto del Belice (1968) a quello del Centro Italia,  aggiornando gli stanziamenti, ammonterebbero almeno  a 121,6 miliardi di ieri. Il doppio o il triplo di quanto costerebbe oggi mettere in sicurezza sul piano antisismico quel 70 % dell’Italia che in sicurezza non è.

Un costo che si dovrebbe chiamare con il suo nome: investimento. Se pensiamo a che formidabile bacino occupazionale e di sviluppo costituirebbe la combinazione della messa in sicurezza antisismica con quella idrogeologica, quando  tutta la dorsale appenninica è ad alto rischio terremoti, il 98 % dei Comuni laziali e il 99 % di quelli marchigiani   risulta a rischio idrogeologico. E che straordinaria e vera Grande Opera sarebbe quella di garantire tutela delle vite, delle case, delle scuole, degli ospedali, del paesaggio, della bellezza e dell’arte.


Tre anni di solitudine

amatrice-ansa-1030x615Anna Lombroso per il Simplicissimus

“Non siamo residenti, siamo resistenti”. lo dicono quelli di Accumuli,di Amatrice, di   di Castelgrande  a tre anni dal sisma.

Lo dicono al vento che a Castelluccio soffia forte e mette a rischio la ardita opera architettonica chiamata Deltaplano che avrebbe dovuto far volare la ricostruzione e rilanciare attività economiche tradizionali, dando accoglienza alla distribuzione dei prodotti gastronomici locali e alle attività di ristorazione, crollate, chiuse e messe in ginocchio dal terremoto.

Soffia sulla strada  che collega i paesi del maceratese e Castelluccio, che viene riaperta solo di tanto in tanto,  ben guardata dalle forze dell’ordine,  tra i cordoli di cemento, le travi di ferro, fa tremare le vetrate della struttura – gli edifici sono 3-  di 6500 mq.,  già costata un bel po’ di quattrini stanziati dalla Regione con la modesta aggiunta di un dieci per cento del budget a carico di oculati sponsor,  tra tutti la Nestlè che ne ha fatto il tema di   in un battage pubblicitario per la rivitalizzazione dei luoghi mentre a  pochi chilometri di distanza licenziava 340 lavoratori della Perugina. Un’opera guardata con poco interesse e ancora più scarse aspettative dagli abitanti (120 secondo il censimento del 2011 ma solo una quindicina di persone fisse estate e inverno), molto contestata dagli ambientalisti,  ma sostenuta con grande determinazione dagli enti, Regione e comuni, che hanno diffidato più volte chi osasse diffondere notizie false sulla sua natura “solo temporanea” e  sui suoi intenti di promozione e valorizzazione degli operatori del territorio. Notizia false, fake, da denunciare e smascherare quindi, tra le quali  non credo si possa annoverare la constatazione  finora sono due le attività di ristorazione con tanto di numero telefonico sulle Pagine Gialle e che la commercializzazione dei giacimenti di beni e prodotti locali è a cura di un  supermercato (ne avevo scritto qui più di un anno fa:  Castelluccio, il deltaplano cadutoCastelluccio, il deltaplano caduto

“Non siamo residenti, siamo resistenti”, dicono le loro  nel vento perchè a scorrere i titoli della rete, le informazioni  sul dopo sisma e quelle sulla ricostruzione non occupano nemmeno le brevi in basso, salvo una iniziativa per una volta lodevole dell’Ansa che ha dedicato un corner alle notizia dal cratere. Dal quale si apprende che se ricostruzione e riavvio economico sono a “quota zero” saranno invece  innumerevoli le messe, le veglie e  le commemorazioni disertante senza troppi rimpianti e tante meno rimorsi da esponenti tutti ex governativi impegnati altrove in altre emergenze.

Apprendiamo anche che tra Accumuli e Amatrice dopo tre anni, la rimozione delle macerie è “quasi conclusa” salvo altri interruzioni  e incidenti di percorso “imprevedibili” come quando la ditta Cosmari ha dovuto interrompere i lavori per la presenza “sorprendente”  di amianto nelle macerie.

Apprendiamo anche nella parte marchigiana del cratere sarebbero  un’ottantina i cantieri per la ricostruzione pubblica   (scuole, ospedale, opere di urbanizzazione, dissesti, caserme e municipi) con un budget di 120 milioni  per 76 mila immobili colpiti in modo più o meno grave. Che fa meglio (sempre con i nostri quattrini, però)  la Diocesi competente, quella di Rieti  che sta “lavorando” per rimettere in piedi 70 chiese danneggiate dal sisma: 40 interventi, altri 15  in progettazione, 5 in esecuzione e 10 in fase di inizio lavori. Che su 8.168 richieste di fondi pubblici presentate, ne sono state approvate 2.420, cioè una su tre. Che 

Non apprendiamo invece proprio un bel niente dal sito per la Ricostruzione affidata al Commissario straordinario Farabollini succeduto a Errani e alla De Micheli, si direbbe nel segno della continuità, se non la  pubblicazione di ordinanze e circolari (più di 80) interpretative dotate di quel gergo indecifrabile e criptico che caratterizza i prodotti giuridici e amministrativi mirati alla semplificazione e che dovrebbero facilitare l’iter di richiesta delle agevolazioni fiscali in favore delle imprese e dei professionisti delle tre regioni del cratere per il periodo 2019-2020 (grazie a risorse pari a 142 milioni), la ottimistica enunciazione delle misure contenute nel decreto sblocca cantieri che prevede  le norme per “velocizzare” la ricostruzione, e in forma di cerotto sulla ferita aperta il via libera alla realizzazione di altre “case mobili”.

Non sarebbe invece ancora perfezionato il sistema di riconoscimento dei cosiddetti “danni lievi” che deve essere dall’assunzione di tecnici, almeno 350, dall’adeguamento del tariffario dei professionisti, dall’estensione dei benefici della Zona Franca Urbana, dall’affidamento al prezzo più basso delle gare fino alla soglia comunitaria, e parimenti dall’innalzamento della soglia per il ricorso alla procedura negoziata, oltre che dal rituale alleggerimento delle procedure burocratiche. E se questo vale per i “danni lievi” lascio all’immaginazione ipotizzare cosa sia accaduto e accada per quelli “gravi”, mortali, irreversibili. 

Così adesso sappiamo che è possibile sveltire, accelerare, semplificare, aggirare, affrettare mentre pare sia impossibile fare, realizzare, costruire e ricostruire secondo principi di qualità, efficienza e sicurezza.

Che Stati espropriati dell’autodeterminazione in materia economica sono condannati all’impotenza e all’inazione, o persuasi col ricatto, l’intimidazione o oscene blandizie a spendere male il poco che hanno per appagare appetiti padronali interni e esteri. Che governi e enti locali a volte non fanno per paura, a volte non fanno per indecisione, a volte non fanno perchè così non si sbaglia, a volte non fanno perchè anche senza saperlo si adeguano a un modello di futuro e di territorio nel quale i residenti, specie se sono resistenti, sono scomodi, molesti, quando non vogliono trasformarsi in inservienti, camerieri, guide, osti e affittacamere del grande parco tematico chiamato Italia.

Che solo a pochi dotati di mezzi individuali è concesso restare o tornare dove sono nati, riprendere attività e commerci, salvare beni e memorie, secondo quel regime di disuguaglianze in questo caso ancora più tragicamente inique.

E che si può essere stranieri e stranieri in patria a pari condizioni di emarginazione, invisibilità, disperazione.

 


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