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Ttip con crauti

9742-10516Il Ttip non era morto come avevamo sperato e creduto, ma si era solo assentato e ora ritorna in una versione apparentemente ridotta, ma se possibile ancora peggiore perché sarà un trattato “tedesco” che ai guai precedenti aggiungerà anche quello di coronare l’egemonia di Berlino in Europa. Le oligarchie atlantiche, dopo le proteste e i milioni di firme, hanno compreso che forse era eccessivo far digerire un trattato che sotto le spoglie di un accordo commerciale nascondeva la cessione di potere legislativo e dunque di sovranità alle multinazionali, così ora ci riprova senza passare dalla porta principale, ma attraverso la finestra aperta da Trump con le sue guerre commerciali. Secondo quanto riportato dal Financial Time tutto nasce dalla necessità per l’inquilino della Casa Bianca di recuperare l’appoggio,  degli agricoltori, perso nelle elezioni di medio termine e dunque del tentativo di aumentare forzosamente l’export verso l’Europa. C’è un problema però visto che  la filiera agroalimentare statunitense presenta modalità, passaggi e pratiche non  ancora consentiti in Europa e per sbaragliare ogni resistenza residua Washington ha calato la spada di Brenno con la commissaria Ue al commercio Cecilia Malmstrom: se queste le barriere rimaste a tutela dei cittadini e della salute non cadranno, gli Usa potrebbero aumentare del 25% i dazi sulle importazioni di automobili e di materiali legati all’auto.

Ovviamente il Paese di gran lunga più interessato alla questione è la Germania visto che il gruppo Fiat non esiste più, la Francia esporta poco o nulla ed è investita dal problema solo per ciò che riguarda la consociata della Renault Nissan che tuttavia produce già in Usa e comunque fuori dalla Ue, la Gran Bretagna non ha più una vera e propria industria nazionale dell’auto visto che essa è ormai divisa fra tedeschi, indiani e americani e così dicasi per il resto del continente. Non stupirà dunque sapere che la Germania, spalleggiata da Austria, Olanda e Paesi dell’Est, sempre fedeli soldatini, anzi quasi burattini di Washington, sta facendo forti pressioni perché cada ogni barriera verso i prodotti dell’agricoltura e degli allevamenti ormonali made in Usa. A questo si deve aggiungere che la Bayer ha acquisito la Monsanto inventrice e maggior produttrice del glifosato oltre che di numerosi ogm e di certo una calata di braghe europea non farebbe che favorirla ulteriormente. Ma non basta perché nella trattativa generale entrano a quanto sembra anche gli interessi delle major dell’informatica e dell’intrattenimento statunitensi a cominciare da Facebook per finire a Netflix o a Amazon o Google che non soltanto chiedono esenzioni fiscali, ma la possibilità di far cadere le restrizioni in merito alla raccolta e alla vendita dei dati personali.

Insomma in un colpo solo il Ttip sarebbe di nuovo in piedi, più forte e più superbo che pria  imponendo fin da subito una modifica della legislazione agro alimentare, delle regole fiscali e di quelle sulla riservatezza personale, mentre saremmo sommersi di american shit prodotti dalle major: di certo un bell’affare per noi che ormai in Usa non esportiamo più nemmeno mezza vite o al massimo qualche auto di super lusso come Ferrari e Maserati (le Lamborghini sono comunque già tedesche) sulle quali l’aumento dei dazi influirebbe in maniera assolutamente marginale. Questo scherzetto presentato da Bruxelles come un dolcetto: servirebbe solo ad ottenere  l’ambito premio di  danneggiare forse in maniera definitiva agricoltura e allevamento già messi in pericolo dal Ceta con il Canada checché ne dicano mestatori nel torbido dell’alimentare come Farinetti e compagnia cantante o parlante. E questo solo per fare un favore alla Germania la cui egemonia sul continente crescerebbe ancora di più: francamente anche essere servi di due padroni ha dei limiti.

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Il dollari di Psyco

normanLa politica di Trump, o meglio quella che deriva da una sorta di gioco a scacchi con lo stato profondo facendo degli Usa un impero psicotico con doppia personalità, non costituisce in realtà una svolta rispetto alle amministrazioni precedenti, ma si somma ad esse in un caos pressoché totale che sta portando finalmente alla luce il declino dell’impero.   Per esempio il sistema di dazi contro la Cina e i Paesi come la Turchia che vanno puniti per l’ardire di non essersi piegati, in sinergia con il sistema delle sanzioni, sta ottenendo un effetto deleterio e del tutto contrario alle intenzioni, ovvero quello di spingere verso una relativizzazione del dollaro come moneta di scambio globale: senza dollaro infatti sanzioni e dazi sono del tutto inefficaci ed è naturale che un sempre più vasto sistemi di Paesi si stia attrezzando per sfuggire all’egemonia del biglietto verde.  Dunque l’America First sta mettendo in pericolo la fonte principale della residua supremazia, mostrando che essa ha già raggiunto l’apice alla fine del secolo scorso e ora percorre una ripida strada in discesa.

Un effetto curioso, ma significativo di questa logica lo si è visto proprio in queste settimane, quando i dazi posti ai prodotti cinesi nel tentativo di riportare le produzioni in Usa si sono rivelati un vero boomerang: moltissime aziende americane (come molte europee del resto)  lavorano infatti assemblando pezzi che arrivano dalla Cina, ma l’aumento dei prezzi dovuto alle nuove imposte sull’import, sta rendendo queste attività non più convenienti per cui invece di svilupparsi rischiano di morire o di trasferirsi completamente altrove. Si tratta di un piccolo esempio delle contraddizioni che stanno esplodendo, delle logiche del dominio che finiscono per rivoltarsi contro se stesse.  Il fatto è che i Paesi sanzionati e quelli daziati costituiscono in termini reali e non nominali oltre la metà del pil planetario  e che se a questi si aggiungono quelli che cercano una maggiore autonomia dai diktat di Washington si arriva a una massa di manovra impressionante che non resiste passivamente, ma che sta costruendo un sistema finanziario alternativo al di fuori delle possibilità di controllo americano: che si tratti dell’adesione ai centri finanziario nati attorno alla nuova via della seta, come lo Sco di Shangai, degli scambi commerciali senza passare per le forche caudine del dollaro, della costruzione di sistemi alternativi di controllo bancario come avviene in Russia e in Cina, persino della corsa alle cripto valute, tutto rende evidenti l’azione delle forze centrifughe rispetto al sistema imperial finanziario.

Già esistono delle fragilità di base che inducono alla prudenza nel detenere riserve in dollari il cui valore dipende troppo dalle decisioni della federal reserve e mette molti Paesi sotto ricatto, se poi a questo si aggiungono le tempeste sanzionatorie e daziarie, le condizioni per una fuga generale diventano sempre più urgenti. Tuttavia anche se non ci fosse tutto questo il problema c’è la circostanza fondamentale che l’economia americana rappresenta a mala pena il 12% di  quella mondiale, anzi parecchio di meno visto che una parte molto consistente è dovuta ad aziende formalmente americane, ma che in realtà producono e progettano altrove: insomma non ci sono più le condizioni per l’egemonia del biglietto verde nata quando gli Usa rappresentavano la metà del pil mondiale e quando i giganti economici, industriali ,tecnologici di oggi nemmeno esistevano. Il tentativo di conservare un dominio che è diventato di carta, anche se di carta verde che si ammonticchia nei vari casinò borsistici, nelle sempre più fragili speculazioni, è costretto a far affidamento esplicito o implicito sullo strumento militare, alle creazioni di caos, alle sovversioni della democrazia grazie ai ceti speculativi che vivono di dollari, alle azioni di forza di ogni tipo, persino alle Ong di rapina. Tuttavia proprio questo invece di rallentare o fermare il processo di declino lo sta accelerando perché la real politik di Washington alla fine è soltanto una fuga dalla realtà: anche l’illusione di Trump di invertire la terziarizzazione estrema della società americana e l’impoverimento di vastissime aree sociali si scontra con la natura del neo liberismo globalista.

La pluralità del mondo, rinata sotto altra forma dal mondo duale del dopoguerra, rende meno efficace la semplice minaccia che un tempo funzionava a meraviglia come dimostra fra gli altri il caso turco, perché una volta che si è bruciato questo deterrente o che il primo colpo non è andato del tutto segno come mostrano in diverso modo Ucraina e Siria, non rimane che perdere un altro pezzo di mondo.


Per un pugno di dollari

81-ImfdCBOL._SY445_Difficile comprendere il magma che attraversa il mondo: difficile capire perché un occidente ormai del tutto impazzito metta in piedi la vicenda Skrypal, palesemente inventata e talmente bugiarda che ora i protagonisti si rifiutano di portarne prove, per rinfocolare la guerra semifredda alla Russia o quale senso abbiano i dazi imposti da Trump alla Cina e a tutti quanti per quanto riguarda acciaio e alluminio, oppure la ripresa delle ostilità contro l’Iran, ben sapendo che dopo gli accordi sul nucleare Germania e Francia hanno siglato patti commerciali per miliardi euro con Teheran. Certo una spiegazione razionale o plausibile può essere trovata per ognuna di queste vicende, ma si fa fatica a vederne il senso di insieme, la strategia che ci sta sotto: diciamo che gruppi di potere diversi, ma sempre concentrati sull’ex Washington consensus seguono ormai proprie vie di azione e magari una certa parte dell’elite cerca di creare tensioni tali da sabotare quelle dell’altra. Sembrerebbe abbastanza  chiaro che il cosiddetto populismo di Trump vada contro gli interessi dei centri dell’economia finanziaria la quale risponde creando tensioni destinate nei suoi deliri a rallentare il protezionismo presidenziale anche a costo di un conflitto.

Si tratta ovviamente solo di ipotesi, del tentativo di capirci qualcosa, ma quando parliamo di America First dobbiamo per prima cosa capire il punto fondamentale su cui si regge la nuova parola d’ordine imperiale, visto che ogni mossa può avere vantaggi e svantaggi non prevedibili nel medio e lungo periodo e comunque non decisivi riguardo alla conservazione del primato. Ma basta dare un’occhiata ai tempi per mettere in ordine le cose e renderle più chiare: le campagne anti russe, sia per quanto riguarda il Goutha che l’attentato casalingo della signora May si sono intensificate, ma mano che appariva sempre più chiaro il rafforzamento di Putin all’interno della Russia, mentre i dazi sono comparsi dopo nemmeno un mese dal rimpasto di Xi Jinping e l’ascesa alla testa della banca centrale cinese di Yi Gang, uno dei maggiori strateghi della crescita del mercato interno e dell’internazionalizzazione dello yuan. Infatti quasi in contemporanea con la sua ascesa è diventata operativa la Borsa merci del petrolio di Shanghai, in cui si scambia greggio russo in yuan garantiti in oro e in cui cominciano a comparire partite di idrocarburi iraniani.  Qui si concentra tutto: quello che vengono considerati i maggiori nemici e competitori degli Usa non solo si stanno aggregando, ma lanciano una chiarissima sfida al dollaro come moneta fondamentale di scambio planetario. Per contrappasso è stato proprio l’oro nero a rendere il dollaro la divisa centrale delle risorse energetiche, una posizione de facto divenuta poi ufficiale e obbligatoria dopo la guerra, difesa a spada tratta dalle armi e dal potere. Gli Usa con un dollaro nazionale e non più globale diventerebbero immediatamente un Paese normale perdendo l’eccezionalità presuntuosa e tracotante: salterebbero così le rendite di posizione e con esse i rapporti e i bilanciamenti di un potere elitario creatosi nel corso di un secolo e mezzo, ma giunto in un certo senso al capolinea nel momento in cui la ricchezza così accumulata finisce nelle mani di pochissimi, non garantendo più come una volta quel surplus in grado di garantire la pace sociale e un possibile accesso al sogno americano.

Dunque il dollaro è la questione vitale e probabilmente le difficoltà daziarie poste alla Cina più che una prima applicazione delle promesse di Trump sono una sorta di avviso e di vendetta per aver osato bestemmiare il dollaro. Una situazione ancor più pericolosa dal momento che le sconsiderate mosse americane degli ultimi dieci anni hanno portato a un riavvicinamento della Cina alla Russia, ovvero al Paese con le maggiori riserve planetarie di petrolio e gas. Di qui una continua e  ossessiva escalation della russobobia, alimentata in mancanza di meglio con mosse così grottesche da finire in ridicolo: si spera forse con le minacce e le pressioni di separare un blocco che si è creato grazie alle indebite pressioni e alle minacce. La mancanza di lucidità in questo disegno rappresenta al meglio il declino delle elites occidentali. la loro scarsissima capacità strategica e l’aggio di fiducia che fanno sull’informazione per tenersi strette le loro opinioni pubbliche e sulla forza militare per impaurire: il peggio arriva è quando la cosa non funziona o funziona male lasciando allo scoperto violenza e la rabbia.


Coscienze sporche, per fortuna che c’è Trump

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ma che arcaico, ma che misoneista, ma che incivile, ma che retrogrado, ma che selvaggio quel Trump che minaccia di ergere muri per  ostacolare la libera circolazione dell’acqua Perrier e della San Pellegrino, peraltro svizzera, molto amate da sofisticati gourmet di Filadelfia, contro la Vespa che ha popolato l’immaginario delle wasp in partenza per delle vacanze romane, e prossimamente contro le orecchiette di Puglia, le olive di Gaeta,  i pistacchi di Bronte, i ciliegini di Pachino, imbanditi sulle tavole di Manhattan grazie al generoso e ingegnoso spendersi del mecenate di Eataly, oggi penalizzato là dalla distopia del presidente Usa e qua dall’eclissi del suo protettore che minaccia l’impero di norcino regale.

Sono certamente innominabili i moventi che hanno spinto Trump a questa decisione. L’uomo si sa è troppo trucido per schierarsi in favore delle produzioni Km zero, per tutelare i doc, i dop, i stg, gli igp che stanno tanto a cuore all’Europa, ai buongustai nostrani tirati su a suon di Masterchef, ai numi tutelari della nostra biodiversità che hanno chiuso un occhio sulla conversione della Campania Felix nella discarica avvelenata della Terra dei Fuochi, agli amministratori che si sono prestati alla cementificazione e alla svendita di interi territori agricoli e pure a quelli che hanno concesso l’ospitalità in piazze e vie prestigiose alle catene degli hamburger, ai governanti che hanno protetto, favorito, coperto svariate operazioni di festosa cessione di aziende pubbliche e beni comuni, aerei, latterie, acque, autostrade, coste, palazzi, marchi storici, brevetti.

Per fortuna che c’è lui a interpretare la parte del cattivo, la parte del promoter di ingiuste carognate, di operoso muratore che tira su barriere contro gli straccioni, permettendoci di tacere, non vedere, non sentire e far finta di non sapere quello che succede a casa nostra, dove l’Austria sguinzaglia armigeri per setacciare i treni che arrivano dall’Italia, per favorire controlli e retate di immigrati, dove a Ventimiglia si criminalizza e punisce la solidarietà militante esercitata da   volontari francesi e italiani che distribuiscono cibi e bevande ai profughi accampati da mesi dentro e fuori la città, dove la commissione territoriale  per le richieste di asilo di Padova ha l’uso di disporre il 78 per cento di dinieghi alle domande e quando sono presenti esponenti della Lega, il 90 per cento, dove amministratori e governatori, Zaia per l’appunto, reclamano leggi speciali sul modello francese, per contrastare il rischio che tra le file degli immigrati si celino pericolosi terroristi.

E dove pare ormai unanime il consenso per il decisionismo del ministro di ferro e per i suoi decreti, che piacciono in forma bipartisan in Italia e ben si addicono all’indole rivelata della fortezza europea. Reca l’anodino titolo di «Accelerazione dei procedimenti in materia di protezione internazionale, e per il contrasto dell’immigrazione illegale», il decreto firmato congiuntamente da Minniti e dal candidato che vuole restituire il volto umano al Pd, Orlando, e che ipotizza una giustizia parallela ma disuguale ad uso degli stranieri, sancendo l’adozione  nel nostro ordinamento di norme grazie alle quali agli extracomunitari è “dedicato” un percorso giudiziario speciale, giustificato come al solito dalle condizioni di emergenza e dalla opportunità di introdurre le necessarie  e desiderabili semplificazioni all’iter previsto dai trattati di protezione internazionale, in deroga alle garanzie processuali delle quali godono i cittadini italiani.

Così non viene previsto l’appello per il richiedente asilo che ha ricevuto un rifiuto alla domanda di protezione: l’impugnazione dei pronunciamenti delle Commissioni territoriali è limitata al primo grado e  la sua portata è limitata visto che in assenza del contraddittorio  il richiedente asilo perde la prerogativa della “difesa”, un diritto che abbiamo tutti, noi,  in tutti i casi, in presenza, di reati gravi, contenziosi lievi, furti o assassinii. Loro, invece, no.

Non so come non si voglia comprendere che questo atto di ossequio agli imperativi immorali dell’Europa, alla sua ideologia del rifiuto e alla sua ottusa indole all’arroccamento intorno alla parvenza ormai obsoleta di cancellerie forti e indipendenti, suoni beffardo, estemporaneo,  contrastante  con il ruolo che ci è stato assegnato come un destino antropologico, quello di diventare un grande lager a cielo aperto, con una popolazione divisa tra kapò ubbidienti all’impero e straccioni di vari livelli e gerarchie, indigeni cui viene fatta balenare una pelosa superiorità caritatevole e stranieri, ridotti a vite nude, espropriate di tutto, che nessuno vuole e è disposto a tollerare.

Che poi anche quel diritto alla difesa, prerogativa dei nativi, è soggetto a profonde disuguaglianza, come dimostra la sempiterna attualità della differenza tra chi ruba la famosa mela al supermercato e i Riva, gli imprenditori delle cordate del cemento, gli industriali che hanno prodotto silicosi, cancro, veleni e disoccupazione, i banchieri criminali e i loro protettori.


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