Annunci

Archivi tag: Darwin

Il povero è negro, una lezione americana – seconda parte

qi1L’idea che l’uomo potesse derivare dalla scimmia come si diceva dopo aver mal digerito Darwin, cadde come un macigno su un mondo impegnato nello sfruttamento delle risorse materiali e del lavoro, ma se da una parte creava sconcerto e spaesamento  per l’abolizione di un Dio sempre più forzatamente immaginato come garante dell’ordine costituito, dunque delle differenze razziali e sociali, dall’altra divenne ben presto una preziosa miniera di argomentazioni e di alibi che non facevano rimpiangere il ricorso a un’istanza metafisica piuttosto logorata. Lo stesso Darwin si accorse di questo e lo sintetizzò come meglio non si sarebbe potuto fare: “Se la miseria dei nostri poveri non fosse causata dalle leggi della natura, ma dalle nostre istituzioni, la nostra colpa sarebbe grande”. 

Infatti la colpa è grande,  ma una scienza inconsapevolmente ideologizzata, si incaricò di produrre la buona coscienza necessaria all’epoca del colonialismo e all’esplosione del capitalismo. Fin dall’epoca napoleonica la craniologia, mescolata alla fisiognomica, avevano messo le basi per ravvisare le differenze di natura tra le razze umane e le classi sociali. Un’idea sviluppata in Francia, grazie a Paul Broca (quello delle celebre e omonima area cerebrale che sovrintenderebbe gran parte dei processi linguistici)  ma poi sviluppata soprattutto in ambiente anglosassone, tanto che a metà ottocento un solo naturalista di rilievo, Alexander von Humboldt non credeva nelle differenza intellettuale fra le razze. Samuel George Morton  invece ci ha lasciato l’immortale “Crania Americana”, oltre ad altre opere del medesimo segno nella quale dimostra come i crani degli uomini bianchi anglossassoni siano i più capienti, poi vengono quelli dei tedeschi, poi nell’ordine quelli dei mediterranei, degli slavi, dei mongoli, dei semiti, dei pellerossa, dei neri e delle donne. Un’opera colossale che tuttavia è contraddetta innanzitutto dal fatto che le grandezze dei cervelli sono variabilissime anche all’interno della medesima etnia e in secondo luogo dal fatto che Morton barò in maniera scandalosa immettendo ed escludendo crani che non dimostravano la sua tesi.

In seguito con la diffusione delle teorie evoluzionistiche questo mucchio di sciocchezze fu utilizzato in maniera creativa: se non era un Dio ad aver fatto gli uomini e i cervelli diversi, l’evoluzione dimostrava che a parte la razza bianca, tutte le altre presentavano segni di atavismo ossia di maggiore vicinanza all’elemento scimmiesco: visto che l’ontogesi ricapitola la filogesi secondo la geniale idea di Haeckel, accade che neri, gialli e donne si fermano prima verso il cammino della perfezione ossia del maschio bianco e ricco, sono come degli adolescenti o bambini che non possono nemmeno pensare di auto governarsi: dunque devono sottostare ai regimi coloniali, accettare uno status inferiore o fare la calzetta. E’ appunto questa idea dell’atavismo che in un ambiente diverso, meno coinvolto nelle fasi del dominio occidentale e più interessato al gattopardismo del tradizionale notabilitato conservatore, produsse  l’idea dell’uomo delinquente di Cesare Lombroso: qui il discorso viene limitato alla deviazione della norma, all’atavismo del criminale che non può sottrarsi ai suoi istinti, che si avventa su società incolpevole e mostra questa sua natura attraverso delle stigmate anatomiche, fisiologiche, sociali ed è inutile dire che quelle anatomiche riportano in qualche modo alla scimmia. In un certo senso questa limitazione della tesi atavistica all’ambiente criminale e dunque all’interno dei gruppi etnici costituisce una forma di progresso rispetto al panorama generale, ancorché Lombroso abbia fatto scuola e il suo pensiero sia stato di volta in volta riproposto sotto forme diverse , talvolta insospettabili, come ad esempio la clamorosa sciocchezza sul gene xyy, ovvero la sindrome 47, oppure attraverso una sorta di determinismo psicologico e/o psicoanalitico ancora una volta utilizzato in Usa in senso razzista ancorché di un razzismo compassionevole.

Diciamo però che la straordinaria crescita di conoscenza scientifica dell’epoca fa apparire progressivamente le considerazioni anatomiche rozze e sommarie. Ed è in questa fase che matura l’abbandono dell’approccio medico e craniologico per provare il determinismo biologico con metodi più sofisticati i quali  sostituiscono il contenitore con il contenuto: nel 1904 Alfred Binet viene incaricato dal ministero dell’istruzione francese di sviluppare tecniche per identificare i bambini il cui insuccesso scolastico suggerisce la necessità di un aiuto supplementare negli studi: nasce così la misura del QI attraverso appositi test. Si trattava in sostanza del tentativo di separare le capacità intellettive prese di per sé e innate da quelle culturali e ambientali per aiutare i bambini e non per discriminarli. Non si sa bene se questo tipo di approccio abbia davvero un senso e un risvolto euristico, ma sta di fatto che non appena il test di Binet, che è alla base di tutti quelli odierni,  traversò l’Atlantico fu immediatamente usato per sostenere le tesi razziste e xenofobe e per dimostrare che neri, italiani, ebrei, polacchi, irlandesi erano meno intelligenti dei bianchi anglosassoni, cosa davvero difficile da credere, e che naturalmente questo livello di intelligenza era ereditario.  Le solite idiozie insomma, insomma, ma qui il passaggio è fondamentale perché la possibilità, via via sviluppata anche grazie alle prime macchine elettroniche a scheda perforata, di fare migliaia, anzi milioni di test (pensiamo solo a quelli dell’esercito istituiti in vista della seconda guerra mondiale)  fa balzare in primo piano anche la questione sociale. Ovviamente questi test in realtà non miravano all’intelligenza, ma al grado di acculturazione e di conoscenza dell’ambiente: l’atavismo viene rimaneggiato, diventa oggetto di studio di massa, si crea la parola “moron” per definire in maniera eufemistica l’idiota che è poi sempre un nero o un recente immigrato, ma anche semplicemente un rappresentante delle classi povere finendo per saldare strettamente razzismo ed esclusione sociale.

L’uomo che mise in moto questo meccanismo è stato H.H. Goddard di cui alcuni brani illustrano alla perfezione il senso del suo tentativo e della sua posizione: “Ora dobbiamo capire che ci sono vasti gruppi di uomini, operai, che sono poco al di sopra del bambino, cui deve essere detto cosa fare e mostrare come farlo; i quali, se vogliamo evitare un disastro, non devono essere collocati in posizioni in cui possano agire di loro propria iniziativa  o a loro proprio giudizio. Ci sono solo pochi che dirigono i più devono essere diretti”. Goddard scrive queste cose nel 1918 ed è fin troppo ovvio il suo sconvolgimento per la Rivoluzione d’ottobre, ma mette le basi per quella che potremmo chiamare la moderna ideologia americana e neo liberista: l’inferiorità sociale non è un prodotto delle politiche e delle istituzioni, ma deriva da un’inferiorità che oggi chiameremmo genetica e che si perpetua nei figli. La disoccupazione non è una disgrazia, ma una colpa. I timori di Darwin si sono realizzati, la vecchia bugia di Platone torna in campo, comincia a prendere forma il mondo contemporaneo.

Certo i goddadisti, i testatori di  di professione, si trovarono a mal partito quando dopo la crisi di Wall street si ritrovarono per qualche anno disoccupati e quindi imbecilli ad honorem, magari qualcuno avrà anche il tifo per il new deal, ma intanto essi hanno messo a punto un’arma preziosa per il futuro. Quello che vedremo nel prossimo post.

Fine seconda parte   

Vedi qui la prima 

Annunci

Erdogan, Darwin e le guerre di civiltà

evolution_08orig_mainNelle pieghe delle notizie che giungono dal mondo ce n’è anche una che farebbe la felicità dei guerrafondai di civlità se essi stessi non fossero così arretrati da confluire nelle tesi del nemico: il governo turco si appresta a eliminare la teoria dell’evoluzione dai programmi scolastici. Effetto della cultura dell’Islam non più temperata da laicismi sociali? Senza dubbio, ma in realtà effetto in generale di una visione presente in tutte le religioni positive monoteiste. Una ricerca di Science del 2006  in 25 Paesi, rivelò che solo il 30% della popolazione turca accettava la teoria dell’evoluzione, classificando il Paese all’ultimo posto della lista, tuttavia preceduto a poca distanza dagli Usa classificatisi penultimi: i risultati nel complesso evidenziarono il fatto che più cresce la popolazione diciamo così consapevolmente secolarizzata e più aumenta il credito nell’evoluzione.

Non è certo una sorpresa: sebbene da un punto di vista astratto l’evoluzione possa tranquillamente essere incorporata e in diversi modi nelle varie teologie come del resto è avvenuto con le rivoluzioni astronomiche, tanto che uno degli evoluzionisti più in vista del secolo scorso fu il gesuita Teilhard de Chardin, da un punto di vista psicologico le cose cambiano di parecchio visto che a Dio viene sottratto il miracolo della vita e dunque in qualche modo la legittimazione a ordinarla per tramite delle chiese, il che non è un inconveniente da poco per il potere delle stesse. Così, come in ogni circolo vizioso che si rispetti, tutto questo ci riporta al punto di partenza, perché la massima parte delle considerazioni in cui si radicano le pretese identitarie ha un’origine religiosa o la prende a pretesto, funge da alibi presentabile.

Il problema è che ormai da almeno una settantina di anni la teoria evolutiva non è più una dottrina che dispone di schiaccianti  prove indiziarie, ma è divenuta una scienza operativa: la scoperta del Dna ha illuminato meccanismi che prima sfuggivano e hanno dato inizio a pratiche che in qualche modo la dimostrano e che sono ormai letteralmente pane quotidiano per tutti visto che – per esempio – la quasi totalità dei cibi che arrivano sulla nostra tavola sono frutto di incroci di tipo tradizionale o da laboratorio, irradiazioni, tecniche genetiche mirate. Al di là di qualsiasi considerazione tutto questo illustra non solo i meccanismi di base delle mutazioni, ma anche  che esse non sono soltanto una possibilità, ma una necessità degli esseri biologici.

Non è proprio che sappiamo tutto, anzi ben poco, il panorama della comprensione è ancora immenso tuttavia è piuttosto stravagante il fatto che l’evoluzione sia ancora un sorta di tabù per le religioni organizzate o per quelle posizioni di analoga anche se inconfessata radice che si riferiscono a un’idea di natura immobile e platonica (ma spesso tradotta in termini disneyani) la quale prende corpo in certe futilità naturiste che alla fine valgono quanto i diktat creazionisti di Erdogan. Quindi qualsiasi guerra di civiltà o di cultura ha poco a che vedere con le diversità delle religioni, ma con una diversità di atteggiamento fondamentale nei confronti del mondo: i confini non si tracciano sull’atlante ma in noi stessi.

A questo proposito va però detta una cosa fondamentale: la teoria dell’evoluzione ha ben poco a che vedere con il darwinismo che col tempo ne è invece divenuta una sorta di derivazione ideologica ben accolta e anzi alimentata dal capitalismo. Darwin, insieme a Wallace, è quello che ha avuto l’idea iniziale della selezione naturale, ma viste le conoscenze dei suoi tempi non poteva che focalizzarsi esclusivamente sugli individui su cui gravava tutto l’onere e l’onore di essere i più adatti o i più forti, vincitori o perdenti per volontò naturale, il che si accordava con psicologica perfezione alle tesi di Adam Smith e di quel liberalismo che si avvierà di li a poco con l’affermazione della teoria neoclassica dell’economia a diventare liberismo. La lotta e la vittoria del migliore erano manna per quel mondo che così poteva giustificare e la disuguaglianza come fatto naturale. Oggi le cose appaiono molto più complesse, dovendo rispondere a meccanismi genetici digitali del tipo 0 – 1 e non più di tipo analogico come era naturale pensare al tempo di Darwin, ma soprattutto si comincia a comprendere che i meccanismi che coinvolgono l’evoluzione riguardano le specie o addirittura i gruppi di specie e non gli individui sebbene essi ne siano i portatori visibili, che insomma il mondo della vita non è una sorta di lotteria atomistica, ma somiglia molto di più a un’opera corale, che è l’insieme che costruisce gli individui non il contrario, esattamente come come avviene nelle società umane, cosa così evidente da essere difficilissima da scorgere.


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: