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L’impronta digitale del premier

re e carAnna Lombroso per il Simplicissimus

L’abbiamo visto inorgoglirsi per l’omaggio canoro di bimbette a scuola, compiacersi per gli auguri cantati dalla Puppato nelle vesti di Marylin, l’abbiamo visto infliggersi una secchiata d’acqua pur di ribadire la sua esistenza sui media e quindi in vita. L’abbiamo visto davanti alla lavagna come il maestro Manzi a spiegare al popolo bambino la sua pedagogia, l’abbiamo sentito sproloquiare in puro broccolino, l’abbiamo visto e sentito, più guitto  che mai, nella sua scadente interpretazione di leader sciovinista che duella proprio come nelle sceneggiate coi due bulli che si minacciano ubriachi di vino cattivo e paura, sperando che gli altri guappi li trattengano per non rischiare un pugno dato o preso: tenetemi che l’accido! Che si sa che i nostri tiranni non riescono mai a essere indipendenti da qualche altro più tiranno di loro.

L’abbiamo sentito farsi guardiano di legalità e trasparenza, mentre infuria un caso di infame corruzione, malaffare avvelenato, familismo sfrontato: i babbi so’ piezze ‘e core, condito di quel tanto di  P2 che in quei traffici opachi non guasta. L’abbiamo visto sulle piste, in barca, correre, pedalare. Non l’abbiamo visto, come altri prima di lui, mietere, trebbiare, piegare la potenza del marmo al suo virile piccone, perché si sa che non gli si addice la fatica e nemmeno il lavoro, che aborrisce talmente da averlo cancellato per far posto alla schiavitù, la nostra.

Ma che dittatore sarebbe, sia pure nella categoria dilettanti – e spetta a noi non farlo diventare professionista – se non avesse pensato di farsi la sua polizia, non di quelle di una volta, Ovra, Stasi, Kgb, Cia, Mossad, alcune delle quali ancora attive e non tanto segrete da non essere facilmente sospettate e identificate dietro crimini, delitti, trame, complotti. No, la sua deve essere come lui, tecnologica, innovativa, futurista, dinamica. Quindi deve parlare in gergo, ovviamente – non a caso il potenziamento renziano del Nucleo per la Sicurezza istituito nel 2013 dal governo Monti, si chiamerebbe Agenzia per la Cyber Security – ma soprattutto deve rispecchiare la sua  filosofia: stare virtualmente dentro lo Stato, per essere beneficato di investimenti, organizzazione e risorse, per ricevere legittimazione e protezione, ma  essere invece “personale e privata”, tanto che a dirigerla è stato incaricato Carrai, il più vicino, affine, amato e premiato dei famigli del reuccio, prescelto – e questo a prima vista potrebbe essere originale e sorprendente rispetto alla tradizione del giglio magico, fatta di improvvisazione, incompetenza, impreparazione esibite come qualità irrinunciabili – per la sua esperienza in materia, collaudata addirittura in una  società di sua proprietà, in barba al conflitto d’interesse.

È stato il Fatto, giustamente scandalizzato, a annunciarci che la selezione del personale è andata a buon fine. Ma è ovviamente l’Unità a congratularsi perché la nostra sicurezza è in buone mani. Lo fa con un commento entusiasta  sul quotidiano fondato da Gramsci, ma anche con uno analogo e dello stesso autore, Paolo Messa, sul “quotidiano net”  Formiche, fondato dal Messa medesimo,  che si estasia per la lungimiranza con la quale Palazzo Chigi ha deciso di prevenire i rischi legati alla Cyber Security,  non  ancora “percepiti dall’opinione pubblica”, raccogliendo raccomandazioni e direttrici del principale alleato dell’Italia,  gli Usa, intenti a promuovere, e esportare com’è costume,  “un’adeguata cultura della sicurezza”. E se lo scrive Formiche, ci dobbiamo credere: è stato soggetto promotore, si legge in Formiche.net, prima di un cyber breakfast (sic) poi di un seminario con  le intelligenze più lucide dell’intelligence occidentale dalla Pinotti, al direttore del Cyber security national laboratory, dal presidente della Delegazione italiana presso l’Assemblea parlamentare della Nato,   al Rappresentante permanente d’Italia presso la Nato, e  per non lasciare dubbi, alla presenza di  due autorevoli ospiti statunitensi: una ricercatrice del Center for strategic and international studies, e la Chief information officer di Lockheed Martin.

Ecco, non sorprende dunque il consenso suscitato dalla Cyber security targata dal tandem Renzi – Carrai, indirizzata a ispirare l’azione dei soggetti pubblici: ministeri, autorità, organismi militari, a stringere “efficaci partenariati con i soggetti privati cui è affidato il “controllo delle infrastrutture informatiche e telematiche”, tutti ugualmente concordi nella volontà di salvaguardare la “sensibilità delle informazioni del governo, delle sue infrastrutture critiche, dei suoi asset scientifici ed industriali che sono alla base dell’economia nazionale”.

Fin troppo facile per chi come me è affetto da un’indole diffidente nei confronti dei reali intenti del regime, sospettare che si possa trattare della contemporanea e moderna rivisitazione del ruolo dei delatori di condominio, di Giuseppone ‘o spione, aggiornati grazie a un sistema di sorveglianza esteso ai comportamenti e all’agire dei cittadini, “monitorati” nei consumi, nelle spese, nelle preferenze, nelle conversazioni, nelle inclinazioni, con l’esclusione di chi è collocato sull’inviolabile scanno di un qualche potere, del quale sempre di più, grazie a bavagli e limitazioni, sarà protetta la privatezza, compresa quella concernente dialoghi di ordinaria corruzione, abitudini disdicevoli, frequentazioni disinvolte.

E non ci rassicura la “competenza” dell’esperto cui è affidato il delicato incarico. Palazzo Chigi avrebbe smentito che l’incarico abbia natura “politica”, ha al tempo stesso assicurato che verrà superata la incompatibilità “tecnica” e di opportunità: Carrai il fondatore della Cys4, una start up che si occupa proprio di sicurezza informatica e ha soci israeliani e americani. E intende fare chiarezza sulla qualifica di Carrai, che avrebbe rivendicato per sé e per i suoi uomini la qualifica di “agente”.

Ma non potrà certo confutare che il criterio primario di scelta sia la fedeltà cieca e assoluta al premier, che vuole imporre il suo supersceriffo contro il parere dei Servizi, specie l’Aise, il Servizio esterno, ex Sismi, l’ Aisi o il  Dis, Dipartimento per le informazioni e la sicurezza della Presidenza del Consiglio, che si sono sempre opposti  per non perdere competenze e preoccupati della possibile subalternità dell’organismo all’Esecutivo.

Non sarà che nell’Olimpo  di Renzi, i dittatori di riferimento siano quelli delle repubbliche di Bananas? Quelli ben attrezzati di squadroni e squadracce, di una rete di spioni addetti al controllo della popolazione, a tutelare i traffici, a intrattenere relazioni con le varie malavite, grazie a agenzie e polizie provate convertite in organi di Stato e organi di stato tramutati in aziende personali?

 

 

 

 

 

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Vuoi salvare il pianeta? botte da orbi

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ormai fare le Cassandre è diventato un mestiere facile, che non richiede grande professionalità, istinto divinatorio o qualità premonitrici. È che chi prende le decisioni anche per noi, segue copioni prevedibili che ubbidiscono a un disegno tracciato da secoli, un moto ripetitivo: quello della storia che si avvita sempre sul perno del profitto e dello sfruttamento, o del movimento del pendolo, il quale ripercorre la stessa traiettoria diverse volte, in versi opposti,  ma attende e realizza un eterno ritorno: creare e nutrire nemici per motivare una guerra, alimentare la paura e l’incertezza per limitare le libertà, incrementare la diffidenza nei confronti di chi vive altrimenti da noi da annoverare tra avversari pericolosi e fanatici chiunque esprima critica rispetto a un pensiero comune intossicato dal terrore.

Così, per “motivi di sicurezza”, le autorità francesi hanno vietato la marcia che si tiene in tutto il mondo per reclamare un accordo globale e vincolante sui gas serra ai governi che partecipano al summit. Nonostante la proibizione, in mattinata la piazza cuore del quartiere colpito dagli attacchi del 13 novembre era stata “invasa” da migliaia di scarpe: un’iniziativa per aderire almeno in modo simbolico alla manifestazione mondiale. Poi la situazione precipita alle 14 e mentre in tutte le città del mondo partono i cortei, a Parigi alcuni manifestanti “Anticop21″ decidono di improvvisarne uno non autorizzato.

Le forze dell’ordine in tenuta antisommossa caricano, lanciano lacrimogeni, fermano almeno 100 manifestanti. Pericolosi, pericolosissimi. Hanno gridato: “Stato d’emergenza, stato di polizia, non ci toglierete il diritto di manifestare”. E sono scesi in piazza perché pensano che la guerra ha sempre gli stessi generali e gli stessi mandanti, le stesse vittime “civili” e non. Magari, a volte, cambiano i teatri, gli scenari e le armi, ma certo non si può dire che non sia guerra quella mossa contro l’ambiente, per via di una scellerata smania di dissipazione e sfruttamento illimitato di risorse, razziate in paesi ridotti in servitù da imperialismo e dispotismo interno, rapinate a popoli in fuga e a territori devastati. E non si può dire che non sia una guerra globale, se un padronato planetario per avidità insaziabile ci ha spinti oltre ogni limite, quando ormai la parola mitigazione è diventata utopica, quando i danni sono irreversibili, quando dati accertati profetizzano, anche loro, che non c’è più tempo.

Ecco non so come possiamo chiamare l’altro fronte aperto. Quello contro le libertà e i diritti. Le scaramucce e poi le prime aggressioni sono cominciate ben prima della stato di necessità antiterrorismo, con lo stato di necessità anticrisi. Ambedue vengono trattati come imprevedibili e imponderabili fenomeni, accadimenti paragonabili a terremoti e tsunami, come se non fossero evidenti cause, come se non sarebbe stato possibile contrastarne le origini o almeno governarne gli effetti, anziché subirli, appunto, come eventi ineluttabili e irresistibili, che devono obbligatoriamente indurre alla rinuncia di sicurezze, conquiste, diritti, prerogative, libertà.

E  già molti giornali hanno calzato l’elmetto e gli stivaloni e per uno Scalfari che converte la predica domenicale in proclama consigliando Renzi a farsi promotore di una cessione di sovranità dei partner europei in materia di sicurezza e difesa,  per un Gabrielli intervistato che ribadisce come vedere tanti militari in divisa in giro per la città, rassicuri la gente, ce ne sono altri che titolano “giro di vite”  sul web, come misura forzata e doverosa per la lotta contro il terrorismo, nella veste di altoparlanti del Ministro Orlando, quello che non era riuscito nemmeno a raccogliere i dati sulle industrie inquinanti, Ilva compresa, e sul dissesto del territorio, ma che  ora promette un potenziamento del sistema della intercettazioni e rilevazioni e controlli perfino sulle Playstation, e del premier, pronto perfino a rinunciare a  twitter, e che annuncia  norme di emergenza tali da spingersi fino all’oscuramento del web e delle comunicazioni telefoniche, a imitazione di quanto fatto in Francia.

Il primo passo sarebbe quello di  rivedere  la direttiva sulla cyber security, approvata dal governo Monti che tra le altre misure aveva  attribuito ai  servizi segreti la competenza ad accedere ai metadati dei cittadini, e istituendo un complesso  sistema di gestione delle emergenze con il coinvolgimento dell’Intelligence e di altre amministrazioni centrali dello Stato.

Non so voi, ma non sono fiduciosa. Non vado in chat, non possiedo una console, non credo che sarei oggetto di particolare cyber – sorveglianza. Ma abbiamo capito che la critica, il voler ostinatamente leggere oltre le righe della stampa ufficiale rappresenta un potenziale reato. E potrei anche essere disposta a rinunciare a Facebook per salvarmi la pelle, a malincuore subirei che qualcuno ascoltasse le mie telefonate personali e non: anche in tempi più combattivi non ho mai pensato che questa concessione e l’annessa rinuncia alla privacy fosse accettabile “non avendo nulla da nascondere”. Il fatto è che mettere in modo tutta questa poderosa macchina di controllo e vigilanza è impossibile. Anche i profani sanno che è irrealizzabile  penetrare in tutti gli strati del sistema a cipolla che permette l’uso anche innocente di una Playstation, anche i più ottimisti sono a conoscenza del formidabile livello di preparazione che occorre per infiltrarsi in sistemi di comunicazione:  cyber-soldier, detective informatici, specialisti di difesa tecnologica devono possedere competenze ed esperienze difficili da trovare sul mercato e strapagate della multinazionali e  c’è da dubitare si prestino in forma volontaria a entrare nei ranghi della Polizia, dove peraltro si dovrebbe cominciare a addestrare una rete   di interpreti. Anche i più europeisti e occidentalisti sono consapevoli che in barba a Scalfari, nessun paese è disposto a cedere sovranità e nemmeno a garantire trasparenza, preferendo da sempre, alla collaborazione e al coordinamento, fare gli spioni dentro ai sistemi, alle reti e ai telefoni altrui. Non ci salverà una leva di ragazzi capaci di smanettare come vediamo fare a amici particolarmente talentuosi nel piratare o ai nostri figli. E anche i meno sospettosi si interrogano su quanti amici e famigli tra i fornitori potranno essere benedetti dalla campagna acquisti di hardware e software.

L’impressione, inquietante, è che siamo nelle mani di spacconcelli già attempati che una volta passavano il tempo al tavolo da biliardo e adesso invece a trastullarsi con i wargames.

 

 

 

 


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