Annunci

Archivi tag: consumismo

Il Credo del black friday

the trap of consumerismL’ ho fatto di proposito: nelle settimane scorse sono andato un po’ in giro per la rete e non, ad annotarmi i prezzi di qualcosa che mi poteva servire o attrarre per vedere se la sacra promessa degli sconti del black friday avesse una qualche consistenza. Inutile dire che non è accaduto: come nei normalissimi saldi solo i fondi di magazzino o gli articoli di scarso successo o quelli ormai usciti di produzione hanno goduto di qualche riduzione reale in maniera da esaurire le scorte, mentre generalmente ci sono stati addirittura aumenti di prezzo dell’ultim’ora in maniera che lo sconto fosse in sostanza inefficace. Tuttavia nella stragrande maggioranza dei casi, come  mi confermano anche alcuni conoscenti che hanno negozio, non c’è stato alcuno sconto se non quello che viene praticato quotidianamente sui listini: è solo l’atmosfera, il contesto che ha indotto a comprare ieri e non in un altra occasione, la paura di essere esclusi dalla festa, di rimanere ai margini della cerimonia.

Dubito molto di essere stato l’unico a notare l’assenza di una sostanziale convenienza a comprare nel corso di questo rito di nuovo conio, ma la bulimia inarrestabile, la voglia di cancellare l’angoscia del vuoto con la droga del consumo, di non rimanere seduti sul divanetto nella sala da ballo dove ci si scatena, è stata più forte di ogni altra cosa: se le difficoltà economiche in cui vivono moltissime persone o  l’istinto di mettere da parte qualcosa per tempo ancora più duri, tendono ad arginare la corsa agli acquisti allora ci si serve di  ricorrenze pensate come un rito religioso per abbattere ogni residua resistenza. Il black friday è come la Pasqua o il Natale, si aggiunge e spesso si sostituisce ad essi conferendo alla merce un ulteriore valore feticistico che allude a un valore sacrale interno al mercato e senza riferimenti esterni . Non è certo una riflessione di oggi: già Pasolini osservava la nascita di un politeismo di mercato delle sue nuove divinità ovvero oggetti di godimento e di desiderio che trasformano le persone da sudditi a consumatori, sommergendo e cancellando la dimensione democratica della cittadinanza. In fondo quello che diceva non era molto diverso dalla società liquida di Bauman, formatasi attraverso la feticizzazione della merce e in gradi dissolvere i legami sociali nella atomizzazione delle persone che appunto diventano una sorta di fluido statistico. E per questa volta vi risparmio Lacan. Tuttavia è evidente che l’azzeramento dell’orizzonte simbolico del mondo, non può eternamente navigare in una sostanza liquida e aerea, deve avere anch’essa la sua terraferma, deve solidificarsi attorno a qualcosa e questo qualcosa, questo rifugio lo si trova nella moltiplicazione degli idoli sotto forma di oggetti che fanno da unico ancoraggio dell’esistenza.

Naturalmente parlando di oggetti non s’intende  solo il cellulare o la lavatrice, l’abito o la chicchera inutile, ma tutto il sistema emotivo e relazionale che fa da impalcatura, si parla anche di pensieri e slogan precotti, di brandelli di ideologia, di luoghi comuni, di sessualità, di strutture familiari ad hoc e di avvalorazioni che sono anch’essi merce distribuite nei grandi magazzini dell’informazione o della comunicazione e che sostituiscono i bisogni umani con i desideri al tempo stesso inesauribili e facilmente placabili in modo che la soddisfazione e la mancanza siano sempre presenti proprio come in un sistema religioso, solo senza trascendenza e checon una sola direzione: la schiavitù o forse sarebbe meglio dire la schiavitudine intendendo l’insieme di  attitudini, mentalità, suggestioni, che porta alle catene imbottite come quelle dei giochi erotici.  Tuttavia il black friday e altre occasioni simili destinate a moltiplicarsi in pochi anni, costituiscono un salto di qualità: prima questi nuovi culti hanno conquistato e svuotato i vecchi in maniera che la loro avanzata non fosse troppo visibile, un po’ come è accaduto col cristianesimo che man mano si è appropriato dei riti pagani, poi è debordato sfruttando feste e date che comunque facevano riferimento al “vecchio mondo” le varie feste di papà, mamme, fidanzati, ma ora che la mutazione antropologica sembra essere andata abbastanza avanti e nel contempo cominciano a manifestarsi delle resistenze per la difficoltà di molti di reggere alle liturgie, si vanno istituendo dei riti propri e originali: il black friday che in origine e in un contesto diverso era il giorno in cui si smaltiva l’invenduto per rifornirsi del nuovo in vista di Natale, è diventato una cosa profondamente diversa, una sacra ricorrenza che onora i nuovi dei  fabbricati dal vecchio potere per mantenersi in arcione. Ma questa volta senza dover fare alcun riferimento ad altro, a traduzioni dei vecchi valori, a sostegni di tipo tradizionale, a modalità già presenti, ad analogie: è il vitello d’oro che scende dalla montagna con le tavole legge,

Annunci

Madre mercato

_1_f74ee764C’erano una volta le mamme castranti, una vera benedizione per psicanalisti, cinema e letteratura che potevano essere usata per una serie infinita di prodotti dal libro d’introspezione come per Psyco, ma la situazione è cambiata e abbiamo tutti una stessa madre matrigna castrante che è il mercato e solo in questo senso siamo tutti fratelli  e al tempo stesso completamente estranei fra di noi. Che questa società venga chiamata del consumo, dello spettacolo o del desiderio, l’implacabile irruzione del neoliberismo ha distrutto gli spazi intermedi tra individui e mercato ovvero famiglia, corporazioni, sindacati, comunità, Paesi, famiglie, favorendo la proliferazione dei bisogni indotti e l’ atomizzazione delle persone, creando persino un nuovo linguaggio che lascia intravedere questo nuovo rapporto fra il nostro io e la produzione di merci e servizi: spesso l’esorbitante uso dell”inglese fa appunto riferimento a questa neolingua e alle sue sintassi che si sono create al centro del capitalismo di scuola neoliberista, insomma alla traduzione originaria. La stessa libertà diventa semplicemente l’orizzonte di una potenziale soddisfazione di desideri infiniti peraltro creati come una droga: se fino a qualche decennio fa la produzione di stupefacenti del consumo era, per così dire, ancora artigianale, le possibilità offerte dalle nuove tecnologie informatiche e dalle risorse delle neuro scienze hanno aumentato di molto le possibilità predittive per cui alle persone diventa di fatto impossibile sfuggire  a questa gabbia, se non avvertono la presenza di nuovi orizzonti.

Più ci si sente soli e isolati,  più si trova conforto attraverso il consumo guidato e gridato in ogni angolo della vita quotidiana dove, come ben sappiamo, le vetrine luccicanti e seducenti ci inseguono anche bei recessi più intimi delle case, innescando un circolo vizioso forte come una catena di acciaio che allinea la libertà degli individui agli interessi di un capitale sempre più accentrato in poche mani, perché non c’è alcun dubbio che l’infernale meccanismo cerchi di orientare i modelli comportamentali in maniera che si adattino perfettamente a quelli previsionali del mercato. La vecchia idea, peraltro spacciata proprio dal neoliberismo, secondo cui oggetti e servizi, siano essi un telefonino o una trasmissione televisiva, un’auto o un libro, si adattino ai desideri della “ggente” non fa che ribaltare artatamente l’ovvio, ossia che sono queste cose che formano e orientano i nostri desideri e non il contrario. Ecco perché ho scelto l’immagine della madre castrante, perché essa si attaglia benissimo a un modello  che apparentemente non esercita una coercizione esplicita, anzi pare nascere dalla cura e dalla soddisfazione del desiderio, ma che in realtà guida e condizione ogni attimo della vita in modo morbido e protettivo, ancorché qualsiasi reale protezione sia in via di smantellamento. Siamo diventati così prigionieri volontari.  mucche  da latte le cui mammelle forniscono l’unica sostanza che vale per il capitale: il potere d’acquisto. Non a caso l’unico vero problema è costituito dalla sua insufficienza, dal momento in cui ci accorgiamo di essere stati solo adottati per essere messi al giogo, ma questo se è fonte di malcontento non è sufficiente a strappare il velo di Maia, anzi spesso si traduce in una auto colpevolizzazione.

Con l’avvento delle tecnologie informatiche con la virtualizzazione di gran parte  delle relazioni umane che in qualche modo facevano da argine alla costruzione di un vero e proprio panopticon capitalista, la capacità di seduzione è aumentata in maniera esponenziale: la necessità di estrarre sempre più plusvalore ad automatismi di gestione della società e di autoregolamentazione che si costruisce grazie alla digitalizzazione dei flussi tra individui incanalabili a volontà, nelle direzioni più opportune suggerite dal momento. Non c’è da stupirsi se la politica  diventata una parola vuota quando non sospetta o usata da burattini per ambiti marginali rispetto al suo significato originario, mentre autonomia, comunità o libertà sono ormai chimere dentro una condizione di servitù volontaria. Infatti la politica dovrebbe per l’appunto essere quella forma di pensiero del futuro che opera nel presente e grazie alla quale si potrebbero aprire le celle e propiziare un’evasione di massa. Sempre che anche questo non sia diventato letteratura. 


Se non spot quando?

CatturaQualche giorno fa, nel disperato zapping per  evitare la pubblicità, mi sono trovato di fronte a una scena riassunta nella foto: una mercedes grossolanamente privata della stella a tre punte, sostituita da una specie di orrida stella marina, perché evidentemente la casa  automobilistica non ha ritenuto di dover pagare l’obolo pubblicitario. Altri , come avremo visto mille volte offuscano i marchi di qualsiasi prodotto non paghi l’onore di fare da comparsa. oppure gli escludono dallo scenario, o non citano nomi perché una delle virtù teologali del mondo contemporaneo è che non si fa  si fa pubblicità gratuita, o ancora altri hanno recentemente preso spunto dalle ultime nequizie regolamentari europee per negare al’accesso ai contenuti se non si offre il petto alle pallottole della “promozione” via web. E’ solo un caso particolare di un gigantesco giro di affari,  probabilmente quello più rilevante nell’economia capitalistica, dopo la droga ( ammesso, ma non concesso che la pubblicità non sia uno stupefacente) con più di 600 miliardi di dollari investiti in chiaro, ma probabilmente più che doppi pensando che si tratta di cifre ottenute a campione e che molto spesso per non dire sempre il settore ha una componente sotterranea di varia natura molto difficile da scoprire.

Questo gigantesco flusso di denaro costituisce solo una parte e non la più rilevante del problema  per alcuni motivi evidenti: l’esistenza di un ossessiva pubblicità occulta prima esercitata con le cosiddette marchette sulla carta stampata e sulle televisioni, ma che è successivamente dilagata sul web e sugli altri media con una massa enorme di false recensioni, prove, indicazioni, consigli, suggerimenti indiretti, in ogni e qualsiasi campo dalla cucina all’elettronica che vengono pagati in cambio merce, brevi manu, in cambio favori er lobbym gruppi di pressione, clan di varia composizione e in altri mille modi alimentando ovviamente una sorta di economia in nero che poi si moltiplica e deborda per fattori imitativi e anche qui comunque legati a un qualche ritorno indiretto in termini di consenso o di lettura e dunque di potenziale spazio pubblicitario. Non solo si auto alimenta un consumismo paranoico, ma la percezione della realtà diventa a pagamento senza che noi ce ne accorgiamo e anche quando non lo è i metodi e le mentalità create da questo tipo di percezione mercatista del reale sottendono ogni angolo della comunicazione, anche quando vengono usati a fin di bene, nella convinzione di “educare” il pubblico.  Per esempio mentre i personal computer della Apple chiamati erroneamente Mac hanno a mala pena il 10% del mercato essi costituiscono il 98% di quelli che compaiono nei film, negli sceneggiati e nelle serie Tv per motivi ovvi grazie agli investimenti pubblicitari in chiaro, ma soprattutto occulti in cui questa azienda sembra essere maestra. Insomma come se il Pc non esistesse.  Analogamente, ma questa volta senza presumibili vantaggi commerciali, il 90% delle persone che vediamo scrivere nei film lo fanno con la sinistra, forse nella convinzione di contribuire ad eliminare pregiudizi medioevali, ma ormai scomparsi ben prima che si manifestasse il mancinismo cinematografico.

In ogni caso i metodi pubblicitari non sono mai una buona idea perché tentano una persuasione subliminale che non sfiora l’ideazione cosciente, ma solo la sfera emotiva e men che meno servono a smussare i pregiudizi e la loro radice proprio perché in un certo senso non devono aprire li occhi, ma accecare e funziona solo se agisce su ciò che già fa parte del prorio orizzonte. Non a caso il consumismo non è figlio della pubblicità, ma l’esplosione di quest’ultima è dovuta a un sistema valoriale nel quale si è soli e ci si identifica con gli oggetti posseduti e che in realtà ci possiedono. La pervasività di questo sistema è cresciuta col tempo ed è ormai tale che non solo propone e asserisce qualcosa, non solo mette sugli altari questo o quell’oggetto del desiderio, ma ormai cancella tutto quello che non rientra in questa logica, come se il mondo reale esistesse solo e soltanto a pagamento. Non c’è perciò da stupirsi se tutto questo si applica anche  al discorso pubblico dove è possibile nascondere intere parti di mondo e focalizzarne solo alcune, oppure togliere qualche marchio celebre e magari attribuirne qualcuno a una carretta. Ma si può avere una certezza:  nessuno sarà soddisfatto o rimborsato.

 


Masteripocrisia

Chef rifugiatiSpesso gli spunti interessanti arrivano da dove non ce le si aspetta, dagli angoli bui, ma anche da quelli cos’ illuminati da creare abbagli. L’altro giorno un amico di Facebook mi ha segnalato un siparietto culinario su Masterchef come ricetta illuminante dell’ipocrisia contemporanea e non ho stentato a credergli visto l’ambito che è quello di una gara di cucina amatoriale completamente fasulla e per di più emanata da Sky ovvero dalla maggiore centrale, insieme a Fox, dei più turpi infingimenti dell’impero. Dunque ero preparato al peggio, ma sullo streaming non potevo credere ai miei occhi e alle mie orecchie: un gruppo di cuochi extracomunitari, provenienti dall’Asia e dall’Africa presentati come rifugiati, dovevano assistere i concorrenti nella preparazione di un piatto tipico del loro Paese, avvolti nello zucchiero filato di una mielosa quanto generica enfasi sull’accoglienza,  miscelata al valore del fusion.

Fin da subito è apparsa chiara tutta l’artificialità della tenzone, tra l’altro con aspiranti chef del tutto ignari persino del pollo al curry e guidati in ogni singolo passo dai cuochi dell’altrove, anzi pareva quasi uno spot elettorale appiccicato di forza ai fornelli, con un grottesco Bastianich che è riuscito a confondere l’emigrazione . probabilmente di lusso della sua famiglia – con il dramma immane delle migrazioni, ma il fatto è che la retorica  dell’accoglienza strideva in maniera lancinante con la provenienza dei  rifugiati stessi: Somalia, Nigeria, Afganistan, Pakistan, Mali, Yemen, Palestina,  Sarebbe interessante chiedersi come e perché questi siano dei rifugiati visto che tutti provengono da Paesi straziati direttamente o indirettamente dalle guerre occidentali e ancor più dalla rapina delle risorse locali che sia il petrolio nigeriano o l’oro del Mali che viene perpetrata sostenendo dittatori infami o governi impopolari?  Non abbiamo forse portato la democrazia in Afganistan gettando nel caos il Pakistan  e allora da che si rifugia il cuoco se non dalla guerra ormai ventennale che conduciamo lì e che fra l’altro ha reso sia i talebani che il tribalismo più forti? Vogliamo parlare della Palestina o della Somalia o dello Yemen dove si muore anche a causa delle mine italiane che non sono proprio un elemento croccante? O del fatto che al confine del Mali ci sono truppe italiane che senza il consenso del governo nigerino, sono li come vallassi degli Usa e valvassini della Francia per difendere le risorse uranifere e impedire che questa ricchezza vada alle popolazioni?

Forse la scelta dei Paesi di provenienza non poteva essere migliore per descrivere il baratro che esiste tra la retorica dell’accoglienza e le ragioni della fuga in massa da guerre e miserie in gran parte provocate dai colonialisti che amano travestirsi da accoglienti e che sono la massima espressione di una xenofobia compassionevole, vanamente nascosta dentro gli artifici di un’accoglienza pelosa. In compenso ci apriamo al mondo degnandoci di assaggiare piatti esotici nel grottesco parterre televisivo con i suoi personaggi di cartapesta: uno scenario che comunque è all’altezza dell’ipocrisia nella quale viviamo e anzi la disvela a chi sa coglierla. Gli abbagliati di tipo A si estasiano di fronte a tanta falsa apertura non riuscendo o più probabilmente non volendo trovare  la magagna per rimanere nella comoda atarassia etica, gli imbecilli di tipo B addirittura brontolano per questa sorta di  passaporto culinario dato ai rifugiati: uno scenario che ci dovrebbe far vedere in quale sprofondo di paranoia, di incoerenza, di autofinzione viviamo. Del resto difficilmente si potrebbe trovare uno scenario metaforico migliore per mettere in piedi la commedia dell’accoglienza umanitaria verso chi massacriamo e derubiamo per mantenere in piedi la folle bulimia consumistica nella quale ormai consistiamo e che non si può fermare un momento pena la caduta di un sistema che da buon pescecane deve sempre andare avanti per non affondare.  E ci facciamo pure prendere il naso dalle narrazioni assurde e ancheìesse declamatorie sul sostenibile, per scaricare una coscienza ormai sull’orlo di una crisi di nervi.


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: