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Arcadia infelix

covir Anna Lombroso per il Simplicissimus

Non tutti i mali vengono per nuocere. Ogni medaglia ha il suo rovescio. E chi ti dice che sia una fortuna, e chi ti dice che sia una disgrazia.

Succede sempre che quando siamo alla canna del gas, qualcuno tiri fuori la cara, vecchia saggezza popolare: in tempi di carestia nessuno soffre di diabete, alla guerre succede la benefica ricostruzione, il grande massacro ha favorito l’ingresso delle donne nel mondo del lavoro e così via.

E da tempo esiste una corrente gastrofilosofica che ci raccomanda di approfittare della crisi per allestire l’orticello autarchico in poggiolo, che invita a tornare alle ricette della nonna gettando alle ortiche, peraltro ottime nella frittata, i 4 salti in padelle di mamme lavoratrici part time negligenti, insieme a lauree in dottrine fino a oggi propagandate, per dedicarsi – anche in questo caso grazie ai nonni, a occupazioni che prevedono un sobrio ritorno alla natura e alla manualità creativa, intrecciando cesti, producendo un  numero limitato di vasetti di yogurt vegano di latte di mandorla da scambiare con l’augurabile riproposizione del baratto.

Pare siano queste le nuove frontiere della decrescita felice.

Peccato che ci caschi anche qualche intelligente opinionista che dimostra nelle pieghe delle sue convinzioni una appartenenza elitaria e un carattere “aristocratico” inestinguibili. È successo a Montanari che ha somministrato sul Fatto una lezione di positività al virus, citando Sant’Agostino: “Ex malo bonum”, per dimostrare che anche dal pessimo Covid19 avremmo il modo di ricavare qualcosa di buono. La faccia benevola del mostro bifronte come Giano, e come il progresso che con un incremento delle disuguaglianze e dello sfruttamento ci reca – almeno finora- il contrasto a tremendi morbi e tecnologie prodigiose,  consisterebbe nella “decisa frenata della turistificazione di città come Venezia o Firenze, che hanno improvvisamente perso circa la metà delle prenotazioni, e che in questi giorni appaiono belle e accoglienti come non lo erano da trent’anni almeno. Una tragedia economica, un paradiso civile e sociale

Prima di lui la stampa straniera, quella anglosassone in particolare, si era beata di panorami dimenticati, dei passi lenti che risuonano sull’antico selciato di città d’arte finalmente deserte e silenziose, dell’inusuale privilegio di non stare in fila davanti a Giotto o all’ingresso del Colosseo. Almeno lo storico dell’arte fiorentino, impegnato non solo nella sua disciplina ma su fronti civili e politici,  si interroga e si augura che quella  “clamorosa contraddizione” ci insegni qualcosa “sulla follia di un modello che distrugge inesorabilmente la “bellezza” che vende”, con un auspicio: “ Se per cambiare vita abbiamo spesso bisogno di un trauma. Ebbene, per cambiare vita tutti insieme sarebbe saggio farci bastare questo trauma: il prossimo potrebbe non lasciarcene il tempo”.

E’ che nulla intorno fa pensare che siamo attrezzati a ricevere e far tesoro di questo insegnamento. Ma soprattutto in quale sacra scrittura è stabilito  che sia necessario che si produca un danno che colpisce indifferenziatamente tutti, ricchi e poveri, nobili e umili, per rovesciare i processi che hanno reso i primi più forti, potenti e abbienti e i secondi più indigenti e sofferenti? Che ci debba essere una livella che si abbatte indiscriminatamente su colpevoli e vittime – che poi nemmeno quella è giusta se a ogni posto letto tagliato nella sanità pubblica ne corrisponde uno sontuoso e selettivo in quella privata –   per riprendere nelle mani responsabilmente la nostra vita, per riappropriarci di diritti e prerogative rubati, per assaporare l’assenza o la fine di un dolore acuto come fossero piacere e felicità. A ben altro dovremmo aspirare.

E infatti non bisogna essere anarchici insurrezionalisti per osservare e adirarsi se gli  effetti della pestilenza che svuota le città d’arte, i cinema, i ristoranti, gli hotel, non solo non cambieranno i programmi del sistema economico e finanziario ma già ora incidono ben poco nelle tasche delle multinazionali di turismo, delle società immobiliari che hanno cacciato i residenti dai centri storici per trasformare il tessuto abitativo in alberghi diffusi, delle majors del commercio che hanno ridotto in miseria artigiani e attività tradizionali sostituendoli con le cattedrali del lusso e con le loro merci tutte uguali a ogni latitudine.

Chiunque è abilitato a capire che, per i corsari delle crociere che si sono arricchiti grazie all’insano attraversamento della città più delicata e vulnerabile del mondo e che a un mese dall’allarme vanno girovagando per il mondo pressoché intoccati da misure di sorveglianza e profilassi sanitaria, una interruzione dell’attività porta a un perdita irrilevante che si contrasta producendone una ingente, decisiva, fatale su personale assunto con contratti atipici, con patti precari e illegittimi.

O che le grandi catene alberghiere, comprese quelle del turismo religiose nelle mani sicure e abili di soggetti esenti da tasse e balzelli, possono permettersi una pausa che scaricano sui lavoratori, con licenziamenti a raffica, a meno che non si tratti di addetti in tonaca e saio. O che perfino per i grandi musei si tratta di una sgradita perdita di lustro, una interruzione che nuoce alla fama di direttori manager intenti a fare marketing con mostre estemporanee che impegnano investimenti in falsi miti, coperture assicurative per l’export di pezzi unici messi a rischio per megalomania e fosche ambizioni professionali, ma infine il passivo si risolve limitando al vigilanza, eliminando gli ingressi gratuiti, riducendo la manutenzione ordinaria e straordinaria.

Altro che incidente della storia purificatore e evolutivo: come al solito a pagare sono quelli che stanno sotto, infetti, portatori sani, perfino i salvati dal virus ma non dalla miseria che sa sempre dove andare a colpire.

La speranza di Montanari fa il paio con altre convinzioni che un tempo sarebbero state definite radical chic, ma che, perfino quelle, hanno perso il connotato del radicalismo, se Podemos o Sanders paiono estremisti, se per antifascismo si spaccia la condanna alla comunicazione inelegante di uno sbruffone che nutre il suo mito grazie alle contestazioni più di affini che di contrari.

Si tratta di quelle, tanto per restare in tema,  secondo le quali è arcaico e autolesionista non assecondare i trend dello sviluppo che segnano per gli italiani un futuro di operatori turistici, di affittacamere tramite B&B, non solo perché così vuole la modernità, ma anche perché così si risparmierebbero le generazioni future che non hanno le spalle coperte grazie a destini dinastici, dall’emarginazione e pure dalla fatica fisica, grazie a quel felice matrimonio tra flussi turistici e grandi piattaforme tecnologiche grazie al quale se si è con l’acqua alla gola, di fa i locandieri con casa di babbo e mamma, dormendo da piedi.

Basta pensare a  quel paradosso del consumismo progressista che alimenta l’apologia del turismo di massa come veicolo di democratizzazione e che altro non è che cinica manifestazione di supremazia oligarchica, secondo la quale è equo e giusto che il viaggiatore non acculturato, non privilegiato, mangi male, sfiori la bellezza con davanti altre centinaia di teste immeritevoli quanto lui che gli impediscono di vedere la Ragazza con l’orecchino di perla, catalizzatrice di interesse effimero per via di un brutto polpettone. E che per giunta venga sfruttato dai soliti padrone grazie alla mercificazione del tempo libero e del consumo culturale e del paesaggio, secondo la legge fordista: dare un po’ di straordinari agli operai in modo che si comprino i ferrovecchi che producono.

Una sola lezione dovremmo apprendere dalla peste, la rivelazione che c’era già prima e che se ci ha infettati, forse potremmo guarire riprendendoci le decisioni, la libertà e la vita.

 

 

 


Nuove droghe: l’unboxing

getty_479364011_20001333200092800_121959Se andate su You tube o su altri analoghi siti  per vedere cosa si dice di un determinato prodotto, vi accorgerete che immancabilmente una buona parte dei video ad esso dedicati  riguardano esclusivamente l’unboxing, ovvero l’apertura della scatola nella quale viene venduto e questo accade per i più vari oggetti del desiderio senza che vi sia alcuna disamina del prodotto stesso: tutto finisce una volta che le varie parti sono state estratte da quelle caverne di cartone che sono le confezioni. Si tratta di video di una noia e di un’inutilità esemplari, insomma un’ennesima cretineria americana dilagata anche da noi. A chi può mai importare una roba del genere che di certo non presenta difficoltà e che non dice nulla sul contenuto? Invece la cosa spopola e stimola una vasta schiera di pseudo recensori a caccia di click che vivono di pubblicità e di “gentili omaggi” da spacchettare davanti alla telecamera. com’è possibile tutto questo?

Poi mi sono ricordato come da bambino amavo aprire le scatole dei regali, momento che leopardianamente era il più intenso del rito, ma so anche che da adulto le confezioni, le scatole, ancorché attraenti, sono diventate un ostacolo da affrontare, forbici in mano, per arrivare alla sostanza. Tuttavia questo passaggio di età tra la fase in cui prevale l’elemento magico – rituale e quella in cui la seduzione della merce prende caratteri più adulti e razionali, sembra scomparso, travolto dall’ossessione del consumismo di massa che ha portato a sviluppare un vero e proprio culto della confezione, sia come immediato agente di attrazione verso la merce, sia come rassicurazione quando ci si trova a tu per tu con il proprio acquisto e spesso a contatto con la sua labilità emotiva. E’ la prova di una sempre maggiore identificazione tra desiderio del prodotto e il desiderio di vivere il rituale del suo strip tease.

Insomma siamo di fronte, anche in questo campo così futile per i massimi sistemi e così vitale per gli spacciatori di merce, a un diffuso infantilismo resiliente ad ogni accumulo di anni che è poi una caratteristica peculiare della contemporaneità dove a un aumento dell’età anagrafica media, corrisponde una diminuzione dell’età media della mente emotiva. Del resto questo processo è essenziale al mantenimento dei livelli di consumo perché le merci che acquistiamo sono sempre più spesso superflue e il loro fascino emozionale  si estingue in poco tempo dopodiché si va alla ricerca di una nuova scarica di serotonina da acquisto. Parafrasando Lessing, tanto per sottrarlo  alla maledizione dei baci perugina,  si potrebbe dire che l’attesa del prodotto è essa stessa prodotto. D’altronde il fenomeno è facilmente spiegabile anche a un livello più basico: dopo la scoperta dei neuroni a specchio e la constatazione che le medesime aree cerebrali si attivano sia che si compia un’azione che che la si veda compiere, si può arguire che guardare l’apertura di scatole in video restituisce in parte i fattori emotivi in gioco nell’azione reale, facendo dell’unboxing l’unica droga che pare avere una qualche efficacia anche soltanto assistendo alla sniffata. In fondo è qualcosa di affine alla pornografia nei suoi meccanismi.

Con il crescere del commercio online  questa pratica è divenuta da moda bizzarra a strumento di marketing perché l’importanza della confezione diventa cruciale: lo stesso oggetto viene percepito in maniera diversa se lo si riceve diciamo così in una confezione povera oppure in una ricca, complicata ed ecologicamente costosa. Comunque la si voglia vedere anche questo ambito, testimonia che la cattività delle persone in un mondo adolescenziale (del resto anche tutti i rapporti interpersonali sono segnati dalle medesime stimmate), è qualcosa che consente un controllo sociale più facile. Basta semplicemente far caso alle genealogia temporale del fenomeno nato attorno al 2006 in Usa, ma  dilagato a cominciare dal 2008 con l’avvento della crisi: man mano che un numero sempre maggiore di persone perdeva capacità di acquisto, lo spacchettamento in videro diventava un succedaneo, un metadone che permetteva di simulare in qualche modo il momento magico successivo all’acquisto. Si tratta insomma di una vera e propria droga che sfrutta la chimica interna dell’organismo piuttosto che ingannarla con sostanze esterne.


Viaggio in euro-auto

103716559-e47a4f86-cd1b-42fb-aeef-8a6daae7d203Cambiare auto è oggi un’esperienza che se accompagnata dalla curiosità di comprendere a fondo le cose, è un’esperienza imperdibile per capire sulla nostra stessa pelle come veniamo presi in giro dai costruttori, cosa assolutamente ovvia, ma anche e soprattutto  da quei poteri di regolamentazione che si vorrebbero porre a tutela dei cittadini – consumatori e persino dell’ambiente, ma che in realtà fanno parte della meravigliosa filiera del capitalismo. Per quanto possa sembrare paradossale comprare un’auto significa toccare con mano il funzionamento del sistema neo liberista nel suo complesso e dunque anche della sua parte politica. Tralasciamo il dettaglio su ciò che concerne la parte finanziaria della questione: magari pensate che pagando tutto in un’unica soluzione potrete spuntare un prezzo migliore, ma non è così, lo sconto vero ve lo fanno per l’acquisto a rate perché il concessionario guadagna di più dalla finanziaria che dall’auto stessa: voi alla fine pagate la vettura un terzo in più del prezzo nominale e diventate vittime sacrificali dell’economia di carta, ovvero della finanziarizzazione del capitalismo. Senza dire che spesso le formule sono studiate perché dopo quattro anni convenga cambiare vettura con il medesimo modello piuttosto che svenarsi per tenersi quella vecchia.

Ma certamente vorrete un’auto che consuma poco e inquina anche meno, visto che i due parametri sono strettamente collegati e che i criteri adottati dalle varie autorità, nel nostro caso tutto il sistema di euro 1,2, 3 e via dicendo, con i vari divieti collegati, sia la strada giusta per diminuire le emissioni. Tuttavia basta leggere qualcosa in più per rendersi conto che non è affatto così: queste regolamentazioni sono state pensate per favorire il ricambio delle auto, per tenere artificiosamente alto il mercato e non per proteggere l’ambiente. Intanto questi criteri tengono conto anche di dotazioni di sicurezza che non hanno nulla a che fare con le emissioni e secondo, se andate a prendervi le tabelle vi accorgerete che spesso alcuni “euro” precedenti sono più severi di quelli successivi per alcuni parametri, per esempio la Co2 o gli ossidi di azoto: si ha la netta sensazione che queste complicate formulazioni seguano più le esigenze dei produttori e i loro trucchi che quelle dell’ambiente. Inoltre le cifre delle emissioni costituiscono un massimo per cui certamente un’utilitaria euro 4 ha emissioni complessivamente inferiori di un suvvone euro sei che pesa due tonnellate e passa. Se poi pensiamo che la fabbricazione di un’auto produce un inquinamento quasi pari a quello della sua vita media, si vede facilmente che provvedimenti volti a sollecitare il cambio della vettura, anche se apparentemente sensati, restituiscono un bilancio netto molto negativo. I motori aspirati attuali possono tranquillamente raggiungere  i 700 – 800 mila chilometri senza interventi al di fuori di quelli di routine, ma si instilla l’idea che a 100 mila km un’auto è finita: si vede benissimo che proprio l’uscita continua di nuovi modelli, la cura nel centellinare accuratamente le dotazioni su una serie continua di edizioni,  costituiscono un’incoraggiamento al cambio macchina che viene poi potenziato anche attraverso regole apparentemente virtuose ma in realtà perfette per inserirsi nella corrente del consumismo. Se davvero si volesse proteggere l’ambiente si dovrebbe costringere le industrie a garantire le auto su tutti i sistemi principali per un numero di anni non inferiore a 5  e ad adottare logiche costruttive che favoriscano gli aggiornamenti piuttosto che le sostituzioni.

In ogni caso i parametri di emissione sono legati a quelli di consumo, i quali non prevedono alcuna prova reale, ma solo di laboratorio e vengono di fatto ricavati in base ad algoritmi che non hanno nulla a che vedere con la realtà  senza dire che spesso  sono basati sui dati forniti dagli sessi costruttori. Recentemente si è gridato al miracolo perché dai vecchi standard si è passati a nuovi criteri che prevedono prove di omologazione di 30 minuti con una velocità media di 46,5 chilometri ora a temperatura rigorosamente di 23 gradi, al posto delle precedenti che implicavano ( sempre sui rulli) 20 minuti e una media di 30 all’ora, sebbene a temperatura variabile, cosa che una grande differenza. In realtà è cambiato pochissimo semplicemente perché ai costruttori basta adeguare opportunamente le curve di potenza per affrontare i nuovi parametri, senza che questo implichi però variazioni di consumo concrete nell’ uso reale. Ma ad ogni modo con l’introduzione il nuovo sistema di rilevazione e omologazione dei consumi chiamato WLTP, si è compiuto un vero prodigio: le stesse identiche auto sottoposte al vecchio e al nuovo test hanno dato risultati sconcertanti, alcune riducendo addirittura  i consumi  (per esempio Citroen Cactus o Toyota Prius che li ha addirittura dimezzati) , altre lasciandolo invariato e altre ancora facendo registrare aumenti talmente minimi da non essere  credibili. Se il vecchio standard di rilevazione veniva accusato di essere del tutto irrealistico, il nuovo che doveva colmare il gap si rivela in qualche caso ancor più distante dalla realtà. E con esso anche i test di inquinamento che naturalmente vengono condotti contemporaneamente.

Insomma il sistema basato sul consumo di merce e di denaro come super merce  sfrutta le preoccupazioni ambientali legate al medesimo per perpetuarsi e addirittura crescere. E’ per questo che non si perita di inscenare anche campagne ecologiche basate su facili simbologie, di fabbricare esche per farci abboccare.

 


Auto duplex

auto-testa-accertamento-fiscale-acquistoTutti gli ultimi cinquant’anni sono stati contrassegnati da una vera e propria ossessione individualistica, in cui  tutto ciò che era pubblico e/o comune è stato via via rifiutato in nome del privato e dell’io desiderante, fino ad arrivare imperterriti al ridicolo dei vari  “personal” per i futili allenamenti e persino per le compere. Insomma la mania del personale si è rivelata la maggiore e più potente fonte di spersonalizzazione e di omologazione che spazia dalla griffe ovvero dall’imposizione del gusto, fino ad arrivare all’organizzazione seriale di matrimoni da parte di pronubi che propongono sempre le stesse cose visto che fanno tendenza, ovvero si adeguano al “si fa” e al “si dice”. Il consumatore – individuo proprio per questa sua natura  rinuncia alla capacità di scegliere e decidere in proprio delegando ad altri il compito di farlo proprio perché non può, anzi prova angoscia nell’uscire dai binari del conformismo globale:  si vuole distinguere ad ogni costo e in questo diventa massa.

E’ un fenomeno che si riscontra in ogni campo, persino nel politico in quanto merce  e costituisce uno dei caratteri primari dell’alienazione contemporanea, della contraddizione che ci frantuma. Tuttavia l’arrivo della crisi e la progressiva erosione dei redditi stanno increspando la superficie piatta di questo mar morto occidentale creando adattamenti inconcepibili fino a qualche tempo fa che servono a mettere una pezza sulla caduta della domanda aggregata  e contemporaneamente a non trasformare il disagio in volontà di cambiamento di sistema. Chi legge questo blog sa che mi piace portare all’estremo i movimenti millimetrici, nella convinzione che gli stivali della storia spesso calzano sulle esili e quasi invisibili zampette dei millepiedi e così quando ho appreso con molta sorpresa che alcune case automobilistiche la Nissan e in particolare la Volkswagen in calo di vendite col suo marchio originale , mentre crescono impetuosamente i surrogati Seat e Skoda, stanno invitando in maniera esplicita le persone ad acquistare i propri modelli in comproprietà, mi è sembrato un segnale non trascurabile. In questo modo tutte le spese di finanziamento, assicurazione, manutenzione vengono divise tra due o più persone  che così possano affrontare la spesa di avere un auto della marca “giusta” per l’immagine di sé. Visto che i concessionari e le case guadagnano forse più per la vendita di finanziamenti che per l’auto in se stessa e che il rischio di insolvenza diminuisce, la cosa è molto più conveniente di quanto non appaia  a prima vista. Ci sono segnali  che provengono dal Nord Europa che questa formula, allargata a gruppi numerosi di persone potrebbe sostituire il Car sharing. Ma è  come tornare al tempo del telefono duplex, quando non tutte le famiglie potevano permettersi un apparecchio tutto loro e dovevano condividerlo, ed è chiaro che la stessa formula potrebbe essere estesa praticamente ad ogni cosa, persino ai vestiti, così come anche quella del noleggio a lungo termine che sta cominciando a prendere piede, spostando l’asse del consumo da quello della proprietà a quella dell’uso.

Questo  esempio minimo e tuttavia al cuore di uno dei principali oggetti di culto da oltre un secolo a questa parte, potrebbe anche essere il segnale che qualcosa va cambiando nella struttura ideologica di base del capitalismo neoliberista, perché la proprietà, anche quella bagatellare, mai come in questo inizio di secolo è l’altra faccia del Sé, il centro dei rapporti col mondo esterno. Un cedimento per necessità sull’ontologia dell’ homo oeconomicus dove l’interesse è indistinguibile dal possesso pieno, ancorché episodico,  potrebbe anche essere la crepa quasi invisibile che annuncia l’indebolimento della fortezza. Intendiamoci le oligarchie  globaliste sono così forti o così deboli, a seconda dei punti di vista, che sono spinte a possedere tutto, dai mezzi di produzione alla produzione stessa, ma probabilmente non potranno più contare sull’adesione fideistica e sulla stimolazione degli archetipi che le ha portate all’attuale dominio. Così gli escamotage per vendere di più possono anche rivelarsi colpi di piccone.

 


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