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Anna Lombroso per il Simplicissimus

C’è una nuova divinità al cui culto sono chiamati a dedicarsi i ceti subalterni della società.

E’ quello della responsabilità e come per certe madonnine di campagna che piangono lacrime di sangue e certi  beati sconosciuti effigiati nei santini della Prima Comunione è l’oracolo dei disperati, disposti a qualsiasi sacrificio e rinuncia per guadagnarsi la salvezza in paradiso più ancora che in terra, che quella, si sa, se la compra  chi se la può comprare, come si compra cure miracolose, privilegi, spostamenti autorizzati, quelli insomma che possono una settimana prima di Natale ricoverarsi con altri affini in una bella villa riparata e romita, per sfuggire al grande male e festeggiare in buona compagnia. E in fondo è già stato fatto con profitto per la letteratura mondiale.

Non avendola in carico personale, sono questi che la responsabilità la pretendono invece da chi sta sotto, in modo da suffragare il principio alla base del loro potere immeritato: rivendicare quello che va bene come un successo e un merito, attribuire le colpe di quello che va male agli “inferiori”, per colpevolizzarli e far dimenticare il proprio passato e presente, connivenze, incapacità, impotenza usata come virtù del politico e come alibi per crimini e misfatti.

In questi giorni sono riusciti in una nuova impresa. La demenziale gestione del mini lockdown, con il creativo trascolorare del cromatismo regioni, le limitazione a chilometro zero come i pistacchi di Bronte e il lardo di Colonnata, che impedisce il transito da due Rio Bo con differenti amministrazioni distanti 500 m.  ma lo consente all’interno delle aree metropolitane di Roma o Milano o Palermo, le empie concessioni alle pretese confindustriali, il dubbio se a quasi un anno dal manifestarsi della pestilenza sarà permesso il godimento del diritto all’istruzione, gli ospedali, dove non si cura che il Covid, intasati dai “positivi” perché non si è fatto nulla per rafforzare la medicina di base  e territoriali, i mezzi di trasporto pieni più ancora dei centri commerciali il venerdì pomeriggio, ecco tutto questo viene omesso, rimosso, coperto dal coro sconnesso di deplorazione alimentato dalla stampa ma pure dai social per i nuovi reati da penalizzare con gogna mediatica e sanzioni, quelli, si dice, commessi dagli sciatori frustrati, dai forzati del cenone, del veglione e del trenino parappappappa.

Ancora una volta si allestiscono tribunali speciali per la condanna immediata e senza sconti di pena di giovani scriteriati che vorrebbero andare a ballare, di vecchi dissipati che si recano al supermercato a comprarsi il latte invece di farsi una bella spesa online con Glovo, di nonni  sventati che vorrebbero stare coi nipoti prima della doverosa dipartita precoce meritata per via della loro improduttività, insieme a frequentatori di rave party,  scambisti irriducibili, habitué di orge e ammucchiate.

L’intento è quello, e serve un’incursione nella sindrome di Tourette, di salvarsi il culo con l’aiuto di culialcaldo o di quelli cui arrivano degli spifferi, ma che fanno finta di non accorgersene per continuare a sentirsi parte di ceti che rivendicano e professano una superiorità sociale, economica, culturale e dunque morale.

Non è certo la prima volta che si invocano misure eccezionali per proteggerci da noi stessi, in passato si sono chiamate Monti, governi di salute pubblica, leggi speciali di Reale, Cossiga, Pisanu, vincolo esterno, sono servite di oscurare il dissenso in nome del contrasto al terrorismo, per imporre l’austerità come contrappasso per abitudini dissipate, per ripristinare l’ordine pubblico e il decoro danneggiati da NoTav e NoTriv, oltre che da molesti poveracci che rovinano la reputazione.

A quasi tutti i non residenti dei Parioli, Capalbio, Montenapoleone è capitato di sentirsi incolpare di abitudini e comportamenti  antisociali e irresponsabili, grazie ai quali diventa possibile praticare misure che fino a poco tempo prima erano inammissibili, anche grazie all’abilità di far incancrenire fattori di crisi in modo che diventino emergenze da risolvere con stati di eccezione, commissari straordinari, provvedimenti speciali secondo il principio della dura lex che è dura solo per noi.

Mai come adesso è palpabile la dimensione del grande recinto nel quale siamo rinchiusi, da  quando cinque o sei dinastie controllano l’informazione, cosiddetta indipendente  per tutelare i rapporti di proprietà e di produzione, da quando i “principi” e i valori dell’ideologia neoliberista vengono veicolati nella cultura di massa, nei social, dall’altra stampa “libera” ormai giocondamente allineata col governo, dal Fatto Quotidiano al Manifesto,  e diventano buonsenso, ragionevolezza e senso di responsabilità, gli unici autorizzati dentro i confini disegnati nel dibattito pubblico dai quali non si può uscire pena   la derisione, la marginalizzazione, l’ostracismo.

In questi giorni abbiamo subito proprio per questo l’ennesima vergogna, l’invettiva nemmeno tanto beneducata, lanciata contro la masse disordinate, la marmaglia che ha affollato i centri commerciali, additata con il disprezzo di chi si è conquistato l’appartenenza a élite “superiori” grazie al successo del divide et impera che sancisce la vittoria di chi sta sopra rispetto al formicolare di bisognosi e reietti, messi gli uni contro gli altri,  “Nord” e “Sud”, tecnologie e produttività arcaiche,  lavori manuali e professioni intellettuali e creative, materiali ed immateriali, forme contrattuali e informali,  produttivi e ‘improduttivi’, autonomi e diversamente garantiti, fino alle attività essenziali, delle quali abbiamo appena appreso non fanno parte i dettaglianti che vendono festoni, palloncini e alberi di Natale, comodamente reperibili su Amazon.

Così quelli che non stanno affogando si sono tolti il gusto di criminalizzare la socialità di gregge dei post-edonisti. che sono andati a comprare le lucette di Natale al centro commerciale, o a farci un giro senza acquistare niente, dimenticando che le piazze, i luoghi di incontro, chiese comprese, grazie alla teocrazia di mercato della quale sono adoratori, sono stati sostituiti dalle cattedrali dello shopping, rimuovendo la complicità di pensatori, informatori, intellettuali alla mangiatoia di Mondadori o di Mediaset, nel processo aberrante di trasformazione da cittadini e elettori, in utenti, telespettatori, clienti e consumatori, quando l’unico diritto concesso, e oggi sempre più ridotto, era quello di acquistare merci, status symbol rassicuranti, leader.

Nauseati dalla materializzazione dello spregevole populismo  in pellegrinaggio alla Romanina o a Milanofiori, li abbiamo visti discettare contro l’evidente anarcoide e auto dissolutrice irresponsabilità, che costringerà il Governo, per il nostro bene,  a facilitare con Tso la prossima sottomissione al vaccino salvifico e a tutte le opportunità del Welfare padronale sul quale investire tredicesime a salari.

Ma che plebaglia, pensano gli idolatri progressisti del Mercato, purchè venda a faccia comprare i loro instant book, le loro raccolte di pensierini, le loro sceneggiature, gli stessi che affidano la soluzione dei problemi a chi li ha creati, lotta al cambiamento climatico con il commercio di licenze di inquinare, medicine e medicina  nelle mani di chi ha creato patologie per metterle e reddito.

Ma che straccioni ignoranti e pusillanimi, che, invece di stare a casa a sfogliare qualche libro profetico, che ne so L’uomo senza qualità o, più consoni al momento La Peste o I Promessi Sposi, mentre il Decamerone è monopolio di chi sta già pensando di ritirarsi in anticipo sulle restrizioni, nella terza casa insieme a una selezione di amici, si sono riversati (cito dal Fatto Quotidiano) “negli spazi urbani   non dello svago culturale, ma del consumo”. Sicchè, abbiamo letto, “il momento della libera uscita è stato riservato in modo così massivo dalla corsa agli acquisti, tanto da indurre questure e prefetture a disporre l’invio di “pattuglie interforze” per limitare gli assembramenti”.

Già avevamo dovuto subire le prediche dal pulpito di Palazzo Chigi del prevosto infervorato nel ricordare che il Natale deve essere di riflessione solitaria e di raccoglimento spirituale. Ci si sono messi anche i culialcaldo, che giustamente non devono aspettare la tredicesima per le scarpe dei ragazzini, i fedeli sostenitori di Amazon, dove cercano i prodotti equi e sostenibili un tempo scovati negli incantevoli mercatini, tra una sciata e l’altra, a guardare con la lente dell’entomologo gli insetti, gli schiavi, i posseduti del “Se non compriamo non siamo” .

Manca solo il corollario di rito, alla stregua del Cavaliere quando ghignava a proposito di aerei e ristoranti pieni: ma non erano tutti senza soldi? L’odio di classe sarà una brutta cosa, ma visto che si muove contro di noi, almeno facciamo che sia reciproco.


Te piace ‘o Presepe?

Anna Lombroso per il Simplicissimus

La mia famiglia era acattolica, agnostica, atea, e, per severità combinata con i pochi quattrini, a-consumista. Però un albero, vero, veniva allestito per non far sentire noi bambini “diversi” dagli altri, che di differenze ce n’erano già abbastanza, non mancavano il panettone e i tortellini stesi sul gran tavolo di marmo in cucina, il pranzo coi nonni e le zie nubili che a 15 anni ci volevano persuadere che esistessero Babbo Natale e Befana, mentre noi da secoli capivamo a chi attribuire i modesti regalini già dalla confezione.

Si vede che anche noi avevamo preteso e avuto troppo. Dopo anni di austerità, dopo il recente avvio della campagna di frugalità, anche etica oltre che economica, incarnata esemplarmente dagli abitanti di posti dove mettono le prostitute in vetrina e che si segnalano come i principali produttori, consumatori e esportatori di droghe sintetiche comodamente accessibili online, l’ordoliberismo moralizzatore dell’Europa va a insinuarsi in tutte le pieghe della società facendo buon uso del doveroso stato di eccezione scelto come strategia transnazionale per contrastare il Covid19.

E quindi mentre in Italia ci dibattevamo tra Natale con i tuoi, shopping virtuale responsabile dal divano con le multinazionali e acquisti compulsivi reali presso le stesse multinazionali – che ormai il mercatino rionale e la bottega di quartiere sono morti di covid dopo una lunga agonia cominciata prima, l’Europa ci ha chiesto di mantenere il coprifuoco e soprattutto tener sì le messe ma senza canti. Solo atti di dolore, contrizione, penitenza.

Insomma non si devono alzare inni al signore, levare cori di giubilo e speranza, intonare l’Adeste fideles, commuoversi per figli e nipoti che stonano il “Tu scendi dalle stelle”.

L’indole puntigliosa dei burocrati di Bruxelles non è entrata in particolari, ma possiamo supporre che verranno dettate in tempo per il 24 regole ferree ad impedire che pargoli di quattro anni salgano sullo sgabello per recitare  filastrocche di Natale, ancorché di Rodari, o eseguire una personale interpretazione de Il coccodrillo, davanti a estatici famigliari sia pure in numero di 5 più l’artista. Unica concessione, insieme a performance su Skype, potrebbe consistere nel far sedere il giovinetto   al sintetizzatore per “fra martino campanaro”, in modo da favorire il necessario distanziamento nel rispetto del principio di precauzione, caposaldo europeo, e per ostacola il  disperdersi di sputazzini, goccioline criminali e mocci diffusi dall’ugola e dal naso di piccoli cantori.

E figuriamoci se l’epidemia non avrebbe esacerbato l’indole punitiva dell’Europa, non contenta di accanirsi contro le democrazie e le carte costituzionali, nate da resistenze nazionali colpevolmente ispirate a ideali “socialisti”, non abbastanza appagata dall’aver equiparato fascismo e comunismo, non sufficientemente soddisfatta di avere imposto ai sudditi più scapestrati e riottosi l’imperativa rinuncia a diritti e garanzie in cambio di una incerta sicurezza imperniata, grazie al terrore,   sulla lotta al terrorismo, sul contrasto alle invasioni di uomini e virus, non del tutto paga di aver soppresso, con l’appoggio incondizionato delle vittime, la sovranità nazionale degli Stati in nome di un superpotere sovranazionale, tirannico e feroce.

E infatti il messaggio, così mirabilmente rappresentato in quest’ultima solo apparentemente marginale “restrizione”, è proprio quello di colpevolizzare e quindi interdire tutto quello che riguarda la sfera affettiva, quella sentimentale, quella dei desideri innocenti e delle domestiche aspettative, della socialità, dell’amicizia, pericolosa perchè può suscitare sentimenti di solidarietà e coesione.

Comincia sempre così, si mette in galera il cantante con l’intento di far tacere la sua canzone, si bruciano i libri, si chiudono i musei per circoscrivere il contagio, si recintano i parchi, si limitano la circolazione e le manifestazioni di piazza. È il primo passo indispensabile, prima di proibire anche la denuncia dell’ingiustizia insita in queste misure, se il bello,   il libero, il festoso e anche il sano e salutare, sono invece concessi in regime di esclusiva ai pochi che possono comprarseli, che li hanno in eredità per appartenenza dinastica, che possono servirsene per meriti di affiliazione.

E vedrete se un governo più realista della regina cattiva non rinnoverà l’atto di fede anche con queste baggianate simboliche. È  già tramontata la stella polare del patriottismo che splendeva nel cielo buio dell’epidemia, quello che si sprecava nella lotta di trincea al Covid, esibiva i suoi eroi tirati fuori dalla naftalina in cui erano stati riposti tra tagli e privatizzazioni, mischiava Risorgimento atteso dopo la guerra all’invasore patogeno con la Resistenza dei partigiani del sofà, di Netflix, del “io resto a casa”.

Adesso la conformità di appartenenza, adesione e assoggettamento all’Europa si esprime con la definitiva negazione e abiura di poteri sovrani, con l’accettazione di un meccanismo che non è solo economico e finanziario, ma che ha un valore allegorico, ideologico e culturale,  di affermazione della “verità”  della credenza monocratica e monoteista  dell’Unione.

Ma non gli basta, non basta l’accanimento contro le democrazie, non basta la progressiva erosione della partecipazione come dimostrato dalla pantomima della celebrazione di una cerimonia elettorale per nominare un Parlamento che non ha poteri e competenze legislative, ma che assume una funzione educativa per i partner invitati a intervenire sulle carte costituzionali per replicarne la forma a livello nazionale. Non basta l’imposizione di regole e direttrici pensate e dettate per favorire la trasposizione regionale di modelli imperialistici, con paesi coloniali forti che condannano alla gregarietà e all’assoggettamento i Terzi Mondi interni.

L’ordine “europeo” così cieco e ottuso da non capire che la crisi americana segna la fine dell’impero d’Occidente, imita la Roma in declino, impone la celebrazione le sue divinità della corruzione e della sopraffazione, importa hospites e li mette in competizione col cives, in modo da ridurli tutti più agevolmente in schiavitù, autorizza lussi e piaceri dei potenti e toglie il pane e il tetto alla plebe.

Non abbiamo speranza in Pasquino, trattato da negazionista. E nemmeno nell’arrivo dei barbari, che erano comunque una soluzione. Neppure dei marziani, o dell’intelligenza artificiale, che, essendo appunto intelligente, preferisce non frequentarci.    


Cervelli sottovuoto

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Sono passati più di 60 anni dalla pubblicazione dei Persuasori occulti di Vance Packard, testo ormai leggendario che aveva rivelato al pubblico la minaccia alla libertà di opinione e di scelta, rappresentata dalla tecniche mutuate dalla cosiddetta psicologia del profondo  messe in campo per orientare  e influenzare i comportamenti individuali e collettivi non solo nei consumi ma anche in politica e nelle relazioni industriali.

I manipolatori di simbologie stavano imparando allora a solleticare il subconscio per autorizzarci ad esprimere desideri occulti che eravamo stati abituati a reprimere,  aspirazioni e velleità più segrete delle quali addirittura non saremmo consapevoli.

Naturalmente l’assunto è quello di avere a che fare con una massa di utenti, compratori e cittadini privi di coscienza critica, autodeterminazione e facoltà di scelta autonoma e responsabile, che diventano vittime e dipendenti da messaggi e consigli per gli acquisti di prodotti e leader, che possono  appagare alcuni bisogni segreti di rassicurazione emotiva, di  consenso, considerazione e di appartenenza a un ceto e una cerchia, a partire da quella familiare, di affermazione del proprio “talento” e della propria personalità, fino a quello di “immortalità” che, secondo Packard, si esprime allegoricamente con la sottoscrizione di assicurazioni e polizze vita, a garanzia del perpetuarsi della propria “presenza”, anche dopo il decesso.

Sono passati tanti anni durante i quali il libro è stato un vangelo a un tempo irritante e stimolante, saccheggiato e abusato, entrato, e malinteso, nell’immaginario collettivo.

Ma adesso vale la pena di interrogarsi sulla sua attualità, adesso che il susseguirsi di crisi hanno sempre più concentrato il potere d’acquisto nelle mani di pochi e limitato i consumi dei molti,  proprio quelli, molti, che prima erano stati sottoposti alla conversione da cittadini a utenti e compratori di merci, ideali, valori e pure dei loro produttori e impresari di sentimenti e  convinzioni, che via via hanno perso la loro carica di “ottimismo” progressista, entusiasmo dinamico, immaginazione fattiva.

Tanto che già da anni siamo stati incitati a fare shopping compulsivo di paura, diffidenza, sospetto, grazie a una propaganda che offriva,  come i buoni fedeltà all’affezionata clientela, un modello di ordine costituito che promuove discriminazione dei soggetti pericolosi, incrementa la militarizzazione urbana recintando le aree del privilegio e confinando ai margini, nelle geografie del brutto, i nuovi cattivi, che, in sostanza, accontenta i primi e rassicura i penultimi, criminalizzando gli ultimi.

Sono così cambiati anche i veicoli e i modi della pubblicità, si può risparmiare sugli investimenti in persuasione e convincimenti, a conferma che il capitalismo nella sua attuale declinazione riesce a trasformare in ideologia e a imporre come stile di vita  i capisaldi che lo tengono in vita.

L’austerità ha messo in moto un meccanismo autopunitivo che ci ha indotti a ritenere la rinuncia a beni, diritti e libertà come il doveroso sacrificio se non addirittura il castigo per aver vissuto al  di sopra delle possibilità, sottoposti a un trattamento che alterna il bastone delle restrizioni economiche, della precarietà, dell’abiura della dignità e dell’abdicazione doverosa delle prerogative della democrazia, con la carota delle elargizioni arbitrarie, delle concessioni discrezionali anche sotto forma di ammissioni e riconoscimenti sostitutivi di diritti fondamentali che credevamo inalienabili.

L’integrazione del marketing  per promuovere mercificazione e commercializzazione di ogni prodotto, degli individui, del loro lavoro, della creatività, nell’offerta e nel consumo politico, informativo, culturale ha contribuito a convertire la persuasione da occulta a esplicita, evidente, palese.

Ci siamo arresi a pagare un sovrapprezzo per ogni acquisto che facciamo per procurarci la blandizia, l’incoraggiamento di un spot che ci ritrae, di un messaggio indirizzato proprio a noi, di una promessa elettorale che sappiamo non verrà mantenuta alla stregua del detersivo che lava più bianco nel rispetto dell’ambiente, della merendina senza olio di colza che ci esonerano da sensi di colpa ecologici,  sicché acquistando, spendendo, possiamo compiacerci di compiere anche un atto “democratico” e responsabile.

Poi ci sono imposizioni che conservano carattere coercitivo, quelle necessarie a garantire l’appartenenza a un ceto sociale, a una categoria che così può rivendicare superiorità sociale e quindi morale, si parla dell’imperativo consumo di prodotti informativi e culturali, “turistici”, estetici, degli status symbol che consolidano processi identitari e dei quali non si può fare a meno pena l’emarginazione che colpisce anche i bambini.

E soprattutto quelle oggetto della sorveglianza di comportamenti e abitudini, apparentemente meno cruentemente repressiva, ma che applica sistemi di intrusione nelle esistenze cui è impossibile sottrarsi a meno di non condannarsi alla marginalità con la profilazione e la targhettizzazione  degli utenti, per controllare scelte, aspirazioni, oltre che spese e movimenti, che impone la carte di plastica, l’accesso informatico ai servizi, in una sorta di “reperibilità” totale e perenne del cittadino, il conto corrente per la pensione del novantenne,  che rende gradita la rintracciabilità di ogni movimento in modo da contrastare la delinquenza del ladruncolo favorendo quella della banca, e che oggi è raggiunge il suo acme con lo smartworking straccione e la Dad dilettantistica che mostra la volontà di attuare la distopia padronale dello sfruttamento da remoto h24.

 Il potere è feroce, ma noi ci siamo fatti occupare e possedere senza resistenza. Ogni fenomeno, ogni incidente dalla storia anche quelli prevedibili ci coglie impreparati a resistere alla pressione concreta e virtuale, come se fosse segnato ormai il nostro destino all’obbedienza senza alternativa.

Così la repressione, le multe le sanzioni le intimidazioni hanno ancora ampio spazio di manovra, ma anche e soprattutto in casi eccezionali è la moral suasion, ultimamente di carattere profilattico e sanitario,  a permettere a governi e regimi di esercitare il suo  potere intrinseco,  inducendo i soggetti vigilati a assumere un comportamento eticamente e socialmente corretto, non ricorrendo direttamente alle potestà che la legge mette loro a disposizione, ma basandosi sull’autorevolezza del proprio status.

Tanto che si fa ricorso a questa forma di pressione quando l’autorità vuole conseguire il raggiungimento di obiettivi non sempre compatibili con le carte costituzionali o quando non possiede la competenza o la funzione regolamentare per adottare i provvedimenti del caso e agisce, appellandosi a personalità, dottrine, pareri scientifici e tecnici,  tramite un consiglio autorevole anziché tramite un comando a carattere imperativo. E lo sappiamo bene per aver visto un Presidente del Consiglio “raccomandare” attitudini e atteggiamenti consoni al momento grave, sia pure per Dpcm.

Tanto  che l’app Immuni è stata vivamente consigliata e non resa obbligatoria, in modo tra l’altro da attribuirne il fallimento agli intemperanti sciagurati che non l’hanno scaricata, proponendola come un atto di civiltà e solidarietà, indifferenti agli effetti che l’uso maldestro avrebbero avuto sui malcapitati viaggiatori per lavoro su una metropolitana e su un bus affollato, sulla evidente impossibilità di effettuare un tracciamento efficace, condannando lavoratori in attesa del tampone peraltro inattendibile,  a quarantene e sospensioni contrattuali.

Tanto che adesso c’è un fervore nel dichiarare che il vaccino verrà somministrato su base unicamente volontaria, come è d’obbligo in un paese democratico dove vige lo stato di diritto. Salvo renderlo di fatto obbligatorio, inevitabile, ineludibile infliggendo l’ostracismo a chi non vi si sottopone, instaurando un regime di certificazione tramite patentino che condanna a discriminazione chi, compreso Crisanti? conserva dubbi sulla effettiva efficacia.

E non basta, vengono fatti entrare in gioco testimonial e ripetitori del messaggio di doverosa coscienziosità che reclamano penalizzazioni acconce e castighi esemplari per i trasgressori e invece una forma di tesseramento per i militanti dell’immunoprofilassi che permetta solo a loro la frequentazione esclusiva, parola di Alessandro Gassman,  di “ristoranti, bar, cinema, teatri, stadio, negozi, autobus, taxi, treni, e poi vedi che tutti lo fanno».

Beati i tempi in cui certi cretini si potevano liquidare chiedendosi chi li avesse pagati per proferire baggianate degne del Mago Otelma, di Vanna Marchi, di sindacalisti di polizia che vendono amuleti, del microfascismo che vige in Italia trasferito dai  bar e dagli scompartimenti ferroviari ai social. Macché, è peggio di così, l’adesione alla retorica delle delega in bianco ai poteri, politici, tecnici, scientifici, dell’obbedienza e del conformismo che sortiscono anche l’effetto non secondario di regalare venti secondi di visibilità, la possibilità di rivendicare una superiorità morale a poco prezzo, valgono il cachet di un spot, di una soap in Rai o Mediaset, che tanto è lo stesso.


Governo, le renne di Babbo Natale

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Il passaggio dalle prediche edificanti all’omelia urbi et orbi, dallo status di ruspante pretonzolo col santino di Padre Pio infilato tra i codici, le pandette e i sermoni,  a quello di moralista à la Montaigne, è stato brusco.

Ormai il Presidente del Consiglio rivela la sua vera indole pedagogica e maieutica raccomandando (ma quella ormai è una mania) agli italiani le buone pratiche per convertire in opportunità etiche gli effetti della pandemia, come quelli che si beano delle restrizioni avendo scoperto l’arcadia e la decrescita felice nelle città deserte con le serrande tirate giù e gli esercizi falliti.

“Il Natale, evangelizza dal pulpito che ha condiviso in questo frangente con il segretario della Cgil Landini in veste di chierichetto,  non lo dobbiamo identificare solo con lo shopping, fare regali e dare un impulso all’economia. Natale, a prescindere dalla fede religiosa, è senz’altro anche un momento di raccoglimento spirituale. Il raccoglimento spirituale, farlo con tante persone non viene bene“.

Per parte nostra dovremmo raccomandare di far pace col cervello: per anni l’unico diritto rimasto inalterato e inviolabile era quello a consumare secondo rituali officiati principalmente nell’arco di tempo da Natale alla Befana. Poi è diventato un dovere in modo da contribuire al bilancio e allo sviluppo del Sistema  Paese. Adesso viene retrocesso a pratica criticabile, anche perché dà vita a pericolosi assembramenti che minano il distanziamento sociale, tanto che viene consigliato dopo la Dad e lo smartworking, l’acquisto agile online con carta di credito e possibile bonus risarcitorio.

Lo stesso vale per i nonni, un tempo lodati in quanto custodi, come i sacri Lari, dei fondamenti sani dell’Italia, di quei risparmi che costituivano il tesoretto nazionale, e che fornivano ancora la “sussistenza” a figli e nipoti, pagavano master, mezzi di trasporto, Erasmus, mutui, concedevano la casetta al paesello da trasformare il B&B, accudivano bambini, ammaestravano adolescenti riottosi, facevano da autisti e accompagnatori in palestra, a flauto, a arrampicata, si ritiravano generosamente nella cameretta in fondo della casa comprata con antica e oculata parsimonia, per rendere meno faticosa la convivenza.

Adesso come insegnano Toti, Lagarde, Fornero devono aggiungere il sacrificio di diventare invisibili in modo da esonerare degli obblighi della coscienza, possibilmente conferendosi in strutture idonee che collaborano a rafforzare le rendite e i patrimoni laici o ecclesiastici, comunque privati, diventando provvidenziali focolai che ne affrettino la dolorosa ma socialmente utile dipartita precoce.   

Intanto comincino a starsene al chiuso, soli, isolati, per il loro bene eh, si industrino per trasformarsi in nativi digitali ordinando su Glovo e Amazon, saldando le fatture su PayPal e provvedendo a regalie natalizie con doviziosi bonifici online in modo che giovani congiunti finalmente liberi dalle responsabilità figliali e dinastiche possano festeggiare in numero di 6 e pure dedicarsi a attività contemplative e spirituali con la panza piena grazie a loro.

E infatti qualcuno del Pd in vena di rinnovo della rottamazioni si aggiunge all’invito al solitario romitaggio presidenziale: “Cenone di Natale solo tra i familiari di primo grado” e un virologo, tal Fabrizio Pregliasco sulla Stampa lancia un monito: “Gli italiani devono rassegnarsi a un Natale in famiglia, ma nel senso più stretto del termine, senza nemmeno poter avere i nonni a tavola”.  

E dire che in tanto ve l’avevamo detto che il Covid non sarà frutto avvelenato di un complotto ma ha assunto la forma di una macchinazione tossica per produrre quelle divisioni che aiutano gli imperi, per spezzare antichi patti affettivi, sociali, generazionali, per creare disuguaglianze ancora più profonde tra superiori economicamente e moralmente e inferiori immeritevoli di cure e prerogative che erano state conquistate dal tutti e per tutti. E che la continua proposta della solitudine, dell’isolamento, del distanziamento dagli altri è opinabile che rappresenti la salvezza dal contagio, ma è certo che crei danni insanabili, oltre a quello “civile” di creare diffidenza, sfiducia negli altri e di consolidare l’indole punitiva di poteri che declinano le loro responsabilità addossandole a una cittadinanza puerile, sconsiderata e scioperata.

Lo hanno ripetuto esperti del settore inascoltati forse perché si esprimono da studi, ambulatori, corsie e non dagli studi televisivi a cominciare da 700 psicologi e psichiatri che già nella primavera scorsa denunciavano gli effetti collaterali di una “ospedalizzazione domestica” imposta a una popolazione sana, riferendo del  sostanziale aumento delle violenze dentro le mura di casa,  l’aumento delle nuove dipendenze e dell’uso di sostanze, con conseguente crescita della criminalità connessa,  dell’impossibilità  di regolare l’ansia in bambini e adolescenti, obbligati a modalità di didattica a distanza e così privati del contatto con amici e docenti,  e in soggetti con preesistenti problematiche mentali.

Lanciavano già dai primi mesi l’allarme per l’inevitabile aumento nella popolazione di “stati affettivi negativi”, di ansia generalizzata, di incertezza per il futuro per via della perdita di sicurezze e garanzie, oltre che di una progettualità  lavorativa, fattori, evidenziavano “che contribuiscono ad un preoccupante aumento del rischio di suicidio”.

Associazioni di medici francesi (di quelli italiani ho parlato ieri qui: https://ilsimplicissimus2.com/2020/11/14/medico-cura-te-stesso/ ) hanno presentato ricorsi al tribunale di Strasburgo contro i loro Ordini professionali colpevoli di inadempienze rispetto alla missione e alla deontologia per non aver vigilato e informato sui danni dell’isolamento, sulle cifre e i dati provenienti dai registri di Stato, sulle ricadute ambientali, sui risvolti piscologici e psicosomatici dell’allarme generato e della condizione di paura alimentata in questi mesi.

Voci isolate rispetto ai denunciatori delle movide che hanno spinto come branchi di lupi feroci i giovinastri dalle periferie ai Navigli monopolio di creativi, art director, giovani manager, dei convogli di malaccorti meridionali che tornavano a casa, di dissipati lavoratori che si assiepano sui mezzi invece di ricorrere a provvidi monopattini per raggiungere fabbriche e posti di lavoro uscendo dai loro squallidi e meritati appartamentini di remoti hinterland.

Che non hanno giustamente voce o ascolto per via di una scriteriata incoscienza e di un istinto a fare “massa” informe, rozza e primordiale che va penalizzata, anzi criminalizzata perché potrebbe sfociare in ribellismo insurrezionale.

Eh si, è risaputo che il piacere della solitudine coltivata tra pochi eletti per stirpe o selezione di affinità e interessi riguarda una scrematura della società, quella acculturata, quella che ha ricevuto o si è comprata l’accesso e l’uso di piaceri esclusivi in case comode e calde o opportunamente refrigerate, tanto spaziose da assicurare la necessaria privacy proibita al popolino che deve essere scrutato, controllato, vigilato e sanzionato anche nei comportamenti più personali, nelle inclinazioni, negli affetti.

E si sa che la discriminazione nell’accesso ai servizi e ai diritti,  all’assistenza, all’istruzione funziona con maggiore efficacia se quelli che non li meritano sono isolati, per coercizione o per sfiducia, diffidenza e sospetto, se lo sfruttamento non viene percepito perché il padrone o il manager è una entità immateriale che ti concede di sceglierti il tragitto in moto per recare la pizza a domicilio, se diventa una opportunità per le donne che grazie a un nuovo cottimo possono alternare lavoro e lavori domestici non riconosciuti come tale.

Ormai non solo gli anziani sono un peso, larghi strati di popolazione sono diventati improduttivi, perché non rendono e non consumano, perdendo così il diritto a esistere, a volersi bene, a guardarsi negli occhi, a baciarsi e fare l’amore, ormai attività a rischio anche quella. Non hanno lasciato loro nemmeno la letterina a Babbo Natale, che di regalini ne hanno avuti fin troppi, gli ingrati.       


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