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Conte si compra la piazza?

Come ho scritto l’altro giorno la piazza paga: dopo mesi di obbedienza, al limite del masochismo. le vittime economiche delle segregazioni hanno cominciato a protestare, vedendo che i loro sacrifici non erano serviti a un bel nulla, anzi avevano indotto il governo a pensare di poter esagerare con la politica del terrore sanitario, proprio mentre diventa sempre più chiaro che non c’è proprio nulla di cui avere paura se non di chi la stimola  e la strumentalizza a proprio vantaggio. Tuttavia non si può pensare che possa durare: il popolo delle botteghe commerciali e artigiane o quello delle partite iva, è troppo fragile per poterla spuntare e così Conte con sei miliardini, praticamente un’elemosina visto che si spalma su milioni di persone, cerca di comprarsi la pace sociale: sono soldi che non serviranno a salvare nulla e nessuno, ma che purtroppo sono utili a sedare tutto. E qui veniamo alle solite falle cognitive: proprio la velocità con cui sono stati promessi soldi subito dopo aver finalmente fatto sentire la propria voce, fa capire che si può strappare molto di più, che Conte e il suo governicchio sono letteralmente  terrorizzati dalla protesta e che dunque si potrebbe imporre all’esecutivo e al milieu politico quanto meno un’ obbedienza molto più lasca ai dettami del globalismo sanitario cercando di  salvare il tessuto economico basilare del Paese.

E invece c’è da scommetterci che ci sarà una calata di braghe che permetterà di istituire un nuovo lockdown e quindi di produrre molti più danni dei “ristori” promessi da Conte: si tratta di un circolo vizioso al quale ci si può sottrarre solo cercando di non fare il gioco dell’avversario. Anche il più semplice dei calcoli dovrebbe rendere evidente che prendere al volo la prima offerta è il miglior modo di suicidarsi e tuttavia decenni di egemonia neo liberista hanno prodotto una sorta di paralisi dell’azione politica così da rendere molto difficile se non  impraticabile una vera strategia di riscossa. Innanzitutto gli autonomi non sono una classe e nemmeno una categoria, ma rappresentano una galassia di attività e un intrico di interessi che è difficile compattare in vista di un’azione comune e lo è ancora di più se il governo cerca di dividere la massa in figli e figliastri in chi riceve di più e chi invece di meno in maniera da dividere e imperare. Ma il fatto sostanziale è che gli autonomi non riescono ad immaginarsi come forza antagonista e ascoltando le varie interviste di questi giorni ad alcuni protagonisti e partecipanti alle manifestazioni che sono partire da Napoli si ha la tangibile impressione del disagio che questo popolo disperso prova a scendere in piazza dopo una vita che si è auto percepita contro la piazza: molti sembrava quasi chiedere scusa per questa invasione di campo, sottolineando  di “essere gente per bene” come se manifestare fosse qualcosa che attiene al brigantaggio.

Spesso ci troviamo di fronte a gente che ha fortemente creduto nella terra promessa del liberismo, niente tasse, poco stato e tutto privato, terra cui si poteva accedere prima di tutto proprio contribuendo ad arginare le lotte sociali, qualcosa di vissuto tra l’altro alla luce di un certa sciocca etichetta dell’era berlusconiana che le classificava tout court come comunismo. Una cosa risibile, ma che ancora gira e si riciccia nei più ammuffiti scantinati subliminali. Ad ogni modo è chiara la difficoltà di passare da punta di diamante del cambiamento a vittime designate dello stesso e di agire di conseguenza tentando di salvare il salvabile.  Per farlo occorrerebbe che la lotta di protesta potesse prendere una direzione politica che di certo non potrebbe ancorarsi all’ attuale opposizione dal momento che essa semplicemente non esiste, che è addirittura clamoroso il vuoto di proposte di Salvini e della Meloni, che il Covid sembra agire cone una livella politica rendendo tutti uguali nella decozione dell’economia ordinata dall’alto. Eppure ormai lo stesso Oms pubblica studi già controllati e referenziati, nei quali si evince che la mortalità  per le persone sotto i 70 anni è dello 0,05 per cento vale a dire dieci volte inferiore a quello dell’influenza. E’ chiaro che di fronte al silenzio complice l’unica strada sarebbe reinventarsi politicamente, così come c’è da reinventare tutto un Paese.


Sussurri, grida e balle d’autore

Kari Sylwan, Harriet Andersson.

Quando si è giornalisti del padrone, si è anche malati del padrone e così si è certi che per sparare cazzate non c’è alcun bisogno di documentarsi, anzi c’è proprio bisogno di non sapere:  cosi Massimo Gannini, direttore de La Stampa, edito dagli stessi che fabbricano mascherine e che sulla pandemia ci lucrano, ha passato qualche ora al Policlinico Gemelli per essere risultato positivo al coronavirus, cosa che in pratica non significa nulla visto che i tamponi sono del tutto inaffidabili, anzi non sono concepiti per le diagnosi come da mesi dice invano quel negazionista del loro inventore che si rifiuta di dare ascolto ai redattori dei media di regime che ne sanno evidentemente molto più di lui.  Non hanno senso perché rilevano la presenza di frammenti di moltissimi virus.  Subito dimesso, il prode cantore della pandemia, positivo, ma non malato, ammesso che sia sano dirigere La Stampa, ha voluto controbilanciare questa indiretta testimonianza della debolezza del virus narrando delle urla dei malati di Covid che avrebbe sentito durante la sua permanenza in ospedale: peccato che se ci sono patologie che impediscono di urlare siano proprio quelle polmonari di ogni tipo e dunque anche di quelle presuntivamente attribuite al Covid. Forse avrà sentito le urla di altri malati completamente trascurati perché medici e infermieri, i nostri eroi,  ornai fanno il meno possibile e si trastullano con i tamponi, guadagnando anche di più.  Bene, ritenta la prossima volta e magari informati prima.

Ma del resto siamo ormai al di là dello specchio di Alice: per esempio la nuova ordinanza che impone di indossare la mascherina anche all’aperto salvo che si sia in luoghi isolati, concetto peraltro non ben definito o se si fa attività motoria o sportiva. Peccato, mi tocca dirlo per la seconda volta in poche righe, che secondo l’Oms, da cui costoro dicono di trarre ispirazione definisce l’attività motoria come “qualunque movimento determinato dal sistema muscolo-scheletrico che si traduce in un dispendio energetico superiore a quello delle condizioni di riposo”. Vale a dire che anche il semplice camminare o al limite anche stare in piedi fermi bilanciandosi sui due piedi sono attività motoria,  quindi per farla non c’è bisogno di  “andare a fare esercizio fisico nel parco con scarpe da ginnastica e tuta” che secondo un sondaggio tra i poliziotti romani sarebbe l’dea che questa evoluta parte della società ha di attività motoria. D’altronde che coerenza ci potremmo aspettare da una messinscena che viene giustificata dal governo con due argomenti contrapposti e per giunta contraddittori in sé : il primo è che non dobbiamo perdere i vantaggi acquisiti con le segregazioni di primavera e il secondo che i contagi tornano ad aumentare (per forza, fanno più tamponi). Ma quali sarebbero allora questi vantaggi se dobbiamo rifare tutto come prima? Tra l’altro l’argomento che le terapie intensive sarebbero prese d’assalto è una sciocchezza perché la stragrande maggioranza dei casi non ha nemmeno bisogno di ospedalizzazione e semmai le terapie intensive potrebbero riempirsi di pazienti trascurati, anzi abbandonati a se stessi in questi mesi.

Evidentemente però, soverchiati dal regime di terrore pandemico la maggioranza delle persone stenta ancora a comprendere cosa sta davvero accadendo: lo si capisce dalla caterva di associazioni dell’artigianato o del commercio che supplicano l’esecutivo di non ritornare a misure draconiane di segregazione  che affonderebbero anche le piccole aziende che fino ad oggi hanno resistito: non hanno capito che le “misure” sono prese proprio per ottenere questo effetto, per spazzare via i piccoli e sostituirli con le grandi organizzazioni, le multinazionali, ovvero con quella governance che ha trovato nella pandemia fasulla il pretesto per una grande ristrutturazione sociale e l’eliminazione di un’economia reale che fino ad ora aveva resistito alla finanziarizzazione. Le richieste sono perciò irricevibili dal governo e men che meno sono sottoposte al buon senso perché alla fine è chiaro che chiusure obbligate e segregazioni sono state vendute come un modo per uscire presto sono state fin da un inganno. D’altronde anche la recente tornata elettorale ha dimostrato che non c’è una reale comprensione delle dinamiche in atto e che a molti sfugge come le assurdità che stiamo vivendo siano una rottura del patto sociale che in qualche modo aveva resistito al vincolo esterno e alla perdita di sovranità. Quarant’anni di caduta vertiginosa della cultura politica e della cultura in generale hanno infine prodotto l’effetto che qualcuno si attendeva: l’incapacità di resistere.


Sedotti e abbandonati

protesta-commerciantiC’è stato nei giorni scorsi un timido tentativo di ribellione alla segregazione e alle ridicole misure della cosiddetta fase due da parte  dei commercianti e dei lavoratori autonomi messi in condizione di non poter più lavorare e di dover chiudere letteralmente bottega. Tentativo timido, presto risoltosi con le solite multe,  perché effettuato da persone allergiche alla piazza e anzi solida base delle maggioranze silenziose, ma soprattutto perché portato avanti da gente frastornata e incredula, convinta che sarebbe stata appoggiata e supportata dalle opposizioni nel triste percorso di un’epidemia puramente narrativa, mentre si è accorta che ormai piccolo è brutto, che le misure andavano a favorire senza alcuna ragione sostanziale, le grandi organizzazioni di distribuzione, sia fisica che di rete, le grandi aziende e persino il latifondo con i suoi schiavi immigrati la cui ressa contraddice in assoluto le stesse premesse della segregazione; che insomma loro erano ormai fuori dal trionfante cammino del neoliberismo che avevano appoggiato con entusiasmo illudendosi di esserne i protagonisti.

Per decenni erano stati il fulcro sul quale si era appoggiata la guerra ai diritti del lavoro salariato, si erano fatti tatuare la curva di Laffer per imprecare contro le tasse e contro lo stato ladrone ed erano stati premiati da Berlusconi che li aveva promossi ad imprenditori da gelatai, ristoratori, verdumai ,albergatori, idraulici, elettricisti che erano: tutte onorevolissime professioni, ma che nella cultura italiana del notabilato, conservavano una patina antica e in qualche modo plebea dalle quali il cavaliere li aveva liberati facendoli diventare qualcosa di indefinito e in fondo di meno nobile rispetto al lavoro concreto e operoso, ma che suonava come una promozione. Ora imprenditore voleva dire che potevi essere il padrone di una mega azienda automobilistica, come del chiosco sulla spiaggia, insomma todos caballeros. Invece non era così: una volta spinti ad appoggiare la distruzione dei diritti del lavoro, il grande capitale ha cominciato a frantumare anche loro che erano il residuo della vecchia società resiliente all’ordine nuovo che si andava preparando nei think tank dei ricchi. E in alcuni Paesi come l’Italia dove il lavoro autonomo e le microaziende costituiscono il nerbo dell’economia, nonostante una guerriglia che va avanti fin dalla fine degli ’90, occorreva un evento eccezionale per cominciare a fare piazza pulita a trasformare in dipendenti senza diritti gli autonomi. Una sorta di contrappasso, ma del resto il grande capitale non può permettere che intere fette di economia reale sfuggano al suo controllo anche politico e che formino i germi per un’opposizione.

Non è una battaglia troppo difficile: l’area di cui stiamo parlando è in un certo senso politicamente primitiva, avversa, in nome del mercato ad ogni intromissione e controllo pubblico  quando le cose vanno bene, ma lesta ad invocare l’aiuto dello stato quando vanno male, insomma è un ceto privo ormai di un’idea politica e sociale che abbia una consistenza oltre l’immediato interesse di bottega e facilmente scalabile da demagoghi tipo Salvini che ne difendono le istanze fino a che ciò non si scontra con i veri padroni del vapore. E’ dunque molto difficile che in poco tempo questo variegato ceto possa concepire una resistenza che sia al tempo stesso difesa della democrazia e degli interessi comuni. Ma è proprio questa sintesi e soltanto questa ad avere una qualche chance di successo.

La ventata di pandemia sulla quale hanno soffiato i poteri forti perché un cerino diventasse l’incendio della foresta, è un astuto gioco dove il banco vince sempre. Nessuno si illuda che la cosa finisca qui anche se tutti i numeri ci dicono che il Covid 19 è stata un a normale sindrome influenzale, nemmeno delle più severe, ma lo stato di eccezione è troppo conveniente ai poteri grigi perché esso possa essere abbandonato insieme al debole coronavirus peraltro già declinante. Di certo l’allarme e dunque le misure di distanziamento sociale verranno riproposte in autunno, magari non per il coronavirus, ma per un ceppo della più classica influenza o per qualche altro microrganismo pescato dal ben fornito cilindro di Big Pharma: con un servizietto ad hoc di qualche escort della virologia che con guanto e mascherina prendono anche poco, sarà un gioco da ragazzi reinnescare la paura e la segregazione per un virus qualunque. E così praticamente all’infinito o quasi: In Italia si arriverà tranquillamente  fino al 2023, determinando la moria di almeno i tre quarti delle piccole e microaziende italiane pur di evitare le elezioni e far arrivare i parlamentari a fine legislatura. Con Conte o con qualcun altro, ha poca importanza. Nessuno che sia al potere rinuncerà alla dittatura della precauzione anche se essa è puramente narrativa, a meno che non vi sia una vera rivolta popolare di cui tuttavia non si scorge nemmeno un indizio.

Alcuni sperano che una vittoria di Trump alle elezioni americane possa mettere fine al gioco, ma la cosa coinvolge interessi troppo grandi perché l’esito elettorale possa essere davvero determinante e per di più esso politicizza in maniera abnorme la questione creando una divisione tra globalisti pro paura da virus come cavallo di Troia per l’ordine nuovo e antiglobalisti che restano attaccati ai numeri i quali però  a questo punto diventano una posizione politica e dunque diventano con un fallace sillogismo  una pura opinione. Ai lavoratori autonomi dunque non resta altra via che rassegnarsi o riuscire ad esprimere una reazione politica vera.


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