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Il Ministro della Pioggia fotocopia il vecchio piano

Frana di Maierato

Frana di Maierato

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Si chiama Maierato, ma pochi si ricordano il suo nome, che non gode l’onore della cronaca nazionale a cinque anni dalla frana rovinosa che si è abbattuta sul “ridente paesino”, quando 10 milioni di metri cubi di collina si rovesciarono sull’abitato lasciando un nicchia, come una gengiva vuota larga 550 metri e alta 50. Eppure qualche mese fa il Noe di Reggio Calabria è giunto a una conclusione storica dopo anni di indagini, iniziate ben prima  della frana, nel 2008, a  seguito di una denuncia presentata da un contadino della zona che aveva segnalato una strana colorazione del fosso Scuotapriti accompagnata de esalazioni nauseabonde.  E infatti  l’evento “estremo”   che “ha modificato per sempre e in modo significativo la morfologia del piccolo comune calabrese”, nel quale molte delle famiglie colpite non potranno più fare ritorno,   non fu provocata dalla pioggia, da fenomeni “radicali” attribuiti al cambiamento climatico, ma dalla mancata gestione del depuratore a servizio della zona industriale e dall’illecito smaltimento di reflui industriali altamente inquinanti.   Le indagini hanno portato all’emissione di otto avvisi di garanzia nei confronti di due funzionari del Comune,  due funzionari della Provincia di Vibo Valentia e quattro imprenditori dell’area industriale di Maierato. I reati contestati  sono di disastro colposo per i quattro funzionari e di disastro ambientale per gli imprenditori.

Non è  casuale naturalmente che su questa notizia sia caduto un pudibondo silenzio, come accade ai messaggi inopportuni che non godono del necessario tempismo. Perché dopo Obama, anche il nostro governo ha avuto l’inattesa epifania, è stato colpito dalla folgorante rivelazione che il cambiamento climatico esiste e può ragionevolmente assolvere alla funzione di causa di tutti mali, di capro espiatorio talmente grande, globale e forse irreversibile da richiedere misure di lungo periodo, interventi planetari, azioni coordinate di nazioni e governi, di modo che nel loro piccolo tutti possano continuare a fare gli affaracci propri con la consueta provinciale e caparbia irresponsabilità.

Anzi, malaffaracci, perché certo Maierato è nella sventurata terra di Calabria, ma non è che a Genova, dove l’assessora alla protezione civile è stata indagata per omicidio e disastro colposo, ancorché fosse uno dei petali  del giglio magico renziano, vadano meglio e dove dopo il periodico e puntuale susseguirsi di “fenomeni naturali” seppure estremi le cose siano andate in maniera differente. I soldi stanziati per il riassetto non sono stati spesi, le colpe rimbalzano: dalla burocrazia, all’inadeguatezza del ceto dirigente locale, dalla rete di organismi di controllo poco solerti, ai vincoli capestro che bloccano gli investimenti.

Ma di una cosa possiamo stare certi, che il cambiamento climatico c’è eccome – mentre il clima dei governi non cambia mai – ma che i suoi effetti disastrosi sono imputabili alla criminale dissipazione di suoli, risorse e territorio, alla strategia dell’emergenza assurta al ruolo di politica di governo, per promuovere provvidenziali drammatizzazioni di crisi  in modo che degenerino in pericoli talmente funesti da richiedere poteri speciali, regimi eccezionali, commissari plenipotenziari in grado di sovvertire legittimamente regole, leggi, ragioni di legalità e opportunità, e dietro ai quali si possono consumare reati contro l’interesse generale, contro i bilanci dello stato, contro la salute e l’ambiente, in favore di speculatori, imprese che sorridono festose in caso di terremoti e altre catastrofi profittevoli.

Certo per il ministro dell’Ambiente è tempo di scoperte. Quella dell’esistenza del cambiamento climatico suggerita dall’unica vera autorità in tutte le materie, ammessa dopo che per anni era stata negata, dileggiata, sottostimata, e quella che, a causa di ciò,    il nostro territorio non gode di buona salute. Chissà se questa consapevolezza è frutto di qualche confidenza sussurrata al funambolico passaggio di consegne dalla struttura di missione contro il dissesto idrogeologico alla direzione dell’Unità di Erasmo de Angelis, dall’aver sfogliato qualche vecchio faldone giacente nel suo dicastero, dall’inanellarsi nefasto di accadimenti che portano rovina, lutti, danni irreparabili. Certo è che con la perizia della cricca di governo ha subito provveduto a impratichirsi nel solito gioco delle tre carte, annunciando in pompa magna l’ennesima svolta epocale con l’avvio di misure di adattamento ai cambiamenti del clima “che sono ancora più urgenti tanta è la velocità e la forza con cui gli eventi atmosferici intervengono sul nostro territorio, attraverso   il Green Act…  il nuovo piano eco-industriale del Paese. Dovrà disegnare l’Italia produttiva di domani, in cui l’ambiente è elemento centrale ed indispensabile di crescita”. E che come si addice alle azioni e agli accordi dei quali Italia e Europa rivendicano la leadership, dovrà avere “ cinque caratteristiche: universale, ambizioso, durevole nel tempo, dinamico e trasparente”. Ecco. E tanto per cominciare diffonde la buona novella: il governo stanzia un miliardo e 300 milioni, “dei quali  654,3 milioni, immediatamente disponibili, arrivano sul territorio e diventano cantieri”.

Lo so, stiamo sempre a lamentarci: è poco più di un terzo di quello che spende la Gran Bretagna ogni anno, potevano dirottare qualche briciola dei 12 miliardi previsti per la banda larga, per non dire dei 150 programmati per le Grandi Opere e per non parlare dell’extra costo da attribuire alle varianti “discutibili” intervenute a lavori in corso, valutato dal Consiglio degli Ingegneri in oltre 3 miliardi. Ma il fatto è che il miracoloso piano del governo  è lo stesso sventolato davanti agli occhi degli alluvionati liguri   il 20 novembre 2014,  che 654 milioni sono stati finanziati dal Cipe ma mancano gli altri 650, che secondo il neo  direttore della struttura di missione contro il dissesto idrogeologico di Palazzo Chigi “ci si augura vengano stanziati  con la legge di Stabilità”. E la “promessa” di questi 1,2 miliardi,  è stato ricordato da qualche informatore disubbidiente,  è stata ripetuta come uno stanco ritornello   negli ultimi 7 mesi almeno 10 volte in occasioni pubbliche, che, si sa, “la lotta contro il dissesto idrogeologico è una priorità”.

E i “cantieri” sarebbero gli stessi tante volte aperti virtualmente in questi anni, quelle “ aree metropolitane dove il pericolo elevato può interessare milioni di persone: Genova, Milano, Firenze, Venezia, Padova, Pescara, Olbia, Bologna, solo per citarne alcune”.

Speriamo che non piova, governo bugiardo. Speriamo che visto che sono nella lista, vengano avviati subito il lavori per il Bisagno, che si aspettano da 45 anni, o per il Seveso. Speriamo paradossalmente nella siccità in aree non investite dalla svolta epocale, se –ma non stupitevi se i dati sono invecchiati –   nel periodo 1985–2011 si sono regi­strati quasi mille morti da dis­se­sto idro­geologico, per oltre 15 mila eventi cala­mi­tosi e un danno eco­no­mico da circa 3,5 miliardi di euro all’anno; se la cementificazione, madre di tanti disastri , ha realizzato oltre a qual­che miliardo di volumi indu­striali e com­mer­ciali e tante incom­piute infra­strut­tu­re spesso inu­tili, un edi­fi­cio ogni 4 per­sone, ma un allog­gio su 4,  mentre  oltre 20 milioni di stanze risul­tano vuote; se il nostro Paese vanta il primato del territorio più fragile d’Europa (mezzo milione di frane), il 10% a elevato rischio idrogeologico, il 44% a elevato rischio sismico. E se prosegue indisturbato   il consumo di suolo: secondo dati Ispra, otto metri quadrati al secondo, per ciascun secondo degli ultimi cinque anni (con il  Lombardo-Veneto  al primo posto). Dati che trascinano l’Italia fuori dall’Europa, dove il consumo medio del suolo è del 2,8%, a fronte di un vergognoso 6,9% per il nostro Paese. Mentre giace in Parlamento una legge che lo difenda, persa da due anni in un iter che racconta molto dell’interesse dalla politica per il Bel Paese, ridotto a un pericolante groviera.

Italia stai serena.

 

 

 

 

 

 

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I furbetti dell’autostradina

Anna Lombroso per il Simplicissimus

E basta denigrare il governo, neanche fossero ubriachi che procedono a tentoni mossi solo da interessi opachi che contrastano con quello generale, incompetenti in ogni materia tecnica salvo l’ingegneria, ma del consenso, arruffoni e sconnessi dal popolo del quale dovrebbero rappresentare e soddisfare bisogni e aspettative.

In occasione del Def invece hanno mostrato una inattesa cautela ed una lodevole propensione alla parsimoniosa gestione della spesa, come bravi padri di famiglia, influenzati forse dalla propensione alla premurosa e prolifica dedizione agli affetti domestici del nuovo ministro delle infrastrutture, che  rischia di superare di gran lunga la paterna sollecitudine del suo predecessore. E infatti con mano ferma, che vuole testimoniare non solo simbolicamente la discontinuità con un passato ingombrante,  zac! è  stato tagliato il catalogo di ben   400 opere ed interventi per un ammontare di quasi 380 miliardi di spesa, riducendoli a “soltanto” 51.

I più sospettosi, gli inveterati  disfattisti adesso si chiederanno grazie a quali criteri e secondo che requisiti quelle 400 opere erano state individuate come prioritarie, strategiche, improcrastinabili. E come mai ora siano state retrocesse a optional secondari, seconde scelte, accessorie per non dire eccedenti.

Come nel caso della Orte Mestre , la lunghissima autostrada di collegamento tra il Lazio e il Veneto, 400 km a un costo stimato 10 miliardi,  promossa ad intervento di evidente pubblica utilità prima del 2003, tanto da rappresentare un laboratorio sperimentale dei fasti dello Sblocca Italia, volti a aggirare lacci e laccioli, ostacoli burocratici e giuridici in nome della sua rilevanza e del giovamento per la collettività,  introducendo  una  originale novità  normativa che offriva ai promotori del progetto -una società che fa capo all’ex europarlamentare PDL Vito Bonsignore, oggi esponente del Nuovo Centrodestra –  l’opportunità inizialmente unica, ma presto imitata, di accedere ai benefici della “defiscalizzazione”, ovvero a un finanziamento pubblico indiretto pari a circa 2 miliardi di euro.

Ma ecco che a boicottare la realizzazione dell’insostituibile e necessario lavoro ci si mette l’inchiesta   giudiziaria  “Sistema”  che la annovera insieme all’Alta velocità Brescia-Verona, e alla Cispadana tra l’A22 e l’A13 tra quelle che godevano dello speciale interessamento dello zar del Ministero, alacremente sollecito a favorire famigli non solo suoi, sodali e associati tanto da praticare una strategia di intimidazioni e minacce fino a prospettare “l’insorgenza di ostacoli burocratico-amministrativi” per l’approvazione delle opere”,  nel  caso “di mancato conferimento di incarichi” alla rapace cricca che faceva il bello e il cattivo tempo negli uffici del dicastero delle Infrastrutture.  Ed infatti quando nel luglio scorso la Corte dei Conti “boccia” l’intervento, impugnando la  decisone del Cipe in merito alla generosa defiscalizzazione, si costituisce una task force di imprenditori interessati, tra i quali spicca il solito Perotti, a salvare ad ogni costo l’opera. E ci riesce con fulminante rapidità, con l’inserzione zitta zitta introdotta nella canicola del 25 agosto scorso, di un comma da hoc che riconferma la strategicità ineludibile della Orte-Mestre nel decreto Sblocca Italia, così che nel novembre  l’autostrada  senza la quale non possono decollare sviluppo e occupazione, può partire. O così sembrava, perché, insinueranno i più malevoli, il Def ne  stabilisce la retrocessione e il declassamento a sovrappiù, cui è lungimirante e saggio rinunciare, probabilmente per non andare a sfruculiare in una materia esplicitamente inquinata  e rischiosa.

Eh si, ci vuol poco a trarre qualche conclusione sugli intenti distorsivi della Legge Obiettivo, sulla sterminata lista di opere che si vorrebbero realizzare di nessuna utilità collettiva, sulle deroghe, proroghe ed eccezioni che diventano la regola nel sistema “eccezionale” degli affidamenti, sulla prevalenza di una  politica dei trasporti che trascura la qualità del servizio da offrire ai cittadini, privilegiando   gli investimenti ad alta intensità di cemento, asfalto e consumo di suolo. Ci vuol poco a diffidare della cosiddette priorità sulla cosiddetta pubblica uliti, sull’egemonia delle emergenze messe in campo per introdurre e applicare regimi speciali e straordinari. Insomma ci vuol poco a capire perché anziché agire sulla difesa del territorio, sul suo risanamento, sul riequilibrio di fiumi e sull’assestamento di montagne, si propongono interventi faraonici inutili e dannosi che per fortuna non si realizzano a conferma che è più remunerativo il non fare del fare. E che il regalo del Def consiste nel tagliare non opere e risorse, ma annunci e promesse.

È già qualcosa, forse la buona novella che hanno paura di una improvvisa eclissi dell’impunità. Ma è meglio non farsi illusioni, sono troppi quelli della  “cupola” dei grandi affari, alcuni dei quali non hanno nemmeno avuto bisogno di rubare direttamente per danneggiare paese, cittadini, democrazia con sprechi,  disprezzo di regole e leggi, incompetenza, favoritismi, clientelismo, menzogne, illusioni criminali. Basti per tutte una frase pronunciata davanti a una platea Pd dall’ex ministro Maurizio Lupi:  “Per le grandi opere non serve che ci sia traffico, si fanno e poi il traffico arriverà”.

 

 

 


Capitalismo tipo Brebemi e le leggende del project financing

BrebemiIn questi giorni il Cipe dovrà decidere se concedere alla Brebemi, la società che ha costruito ed concessionaria dell’omonima autostrada Milano – Brescia, la defiscalizzazione dell’opera per 500 milioni, dando così l’ultimo definitivo colpo di piccone alle mitologie del project financing su cui naturalmente si costruisce buona parte del castello di carte del governo. E irrobustendo il sospetto assai più concreto che in Italia le opere più remunerative sono quelle inutili.

E inutile senza tema di smentita la Brebemi lo è: poco più corta dell’ A4 serenissima che da Milano porta a Bergamo e poi a Brescia, molto più costosa in termini di pedaggi è un’autostrada praticamente deserta con appena 16 mila passaggi al giorno contro gli 8o mila artatamente previsti, giusto per spendere 2 miliardi e consumare una fetta di territorio. Ma quando è stata inaugurata nel luglio scorso con Renzi e Lupi in prima fila è stata portata ad esempio del nuovo mondo che ci attende: “È la prima autostrada italiana realizzata totalmente in project financing, senza un euro di finanziamento pubblico”.

Bugia che si taglia col coltello tanto è sfacciata: la società che l’ha costruita ci ha messo solo 520 milioni, mentre il resto viene dalla Cassa depositi e prestiti e dalla Banca Europea degli investimenti che è finanziata con denaro pubblico da tutti Paesi dell’unione (la quota italiana è del 16%.) Se dovesse passare la defiscalizzazione in pratica i privati che in cambio del loro investimento hanno diritto a riscuotere il pedaggio per vent’anni, praticamente non ci avrebbero messo che pochi spiccioli. Così il project financing, come del resto accade spesso nel vecchio continente si dimostra un meccanismo dove i privati non ci mettono un euro, ma in compenso hanno diritto allo sfruttamento dei benefici e questo senza avere nemmeno il disturbo di dover selezionare le offerte migliori con gare d’appalto e facendo operare appieno lo spirito di clan e di merenda: tanto mica pagano davvero loro.

Nel caso della Brebemi i benefici, cioè i pedaggi, sono assolutamente al di sotto delle attese e di qui l’appello al Cipe per avere l’abbuono di 500 milioni su Iva, Ires e Irap. Sconto che probabilmente arriverà a dimostrazione di un clamoroso fallimento di mercato del resto intuibile già all’origine dalla diffidenza delle banche ad entrare nel gioco. E le prospettive non sono migliori: l’allacciamento all’autostrada del sole attraverso la tangenziale est di Milano e l’allacciamento a Brescia con l’A4 porterebbero, secondo i calcoli un aumento del traffico di appena il 15% a fronte di altre gigantesche spese. Ma questa volta almeno la Regione Lombardia esce dall’equivoco e dalle narrazioni del project financing e dice che è indispensabile mettere denaro pubblico per realizzare gli allacciamenti e tentare di salvare i capitani coraggiosi della Brebemi. Dopo l’inganno la beffa.

Del resto è anche una presa in giro il fatto che l’opera servirebbe all’Expò: come e perché è misterioso visto che l’A4 porta nella zona di quest’altro mostro molto più rapidamente. Certo che quest’ultima è un’autostrada intasata, ma anche perché i collegamenti ferroviari sono di gran lunga insufficienti. Però si sa che i soldi vanno alla Tav Torino – Lione tratta sulla quale i collegamenti già esistenti sono già sotto ultilizzati. Tuttavia dobbiamo sopportare le stupidaggini dei grandi giornali che magnificano l’opera nonostante il disastro e dicono che così si apre la concorrenza fra due autostrade. Roba da scemi, ma non possono demolire gli amuleti di sciocchezze che essi stessi fabbricano come concessionari del potere.


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