Archivi tag: Bonetti

La prevalenza del Ridicolo

Anna Lombroso per il Simplicissimus

La prevalenza del ridicolo nella nostra società, che si esalta in tempi tragici, è allegoricamente rappresentato dall’apparizione della personalità distruttiva secondo Benjamin che risorge dalle rovine fiammeggiante di sdegno e rancore accanto alle due mutoline con bavaglio e gli occhi bassi come alunne ciuchine, a conferma che l’istituto delle dimissioni è di pertinenza delle quote rosa, dopo la Iden o la Guidi, in virtù del ruolo subalterno  delle donne come gregarie che recano umili e volonterose la borraccia d’acqua ai campioni.

Che  pure la maglia rosa ha rivelato anche ai più recalcitranti la sua vena macchiettistica, a cominciare dalla evidente incomprensione, denunciata dai toni burbanzosi dell’inguaribile spacconcello, di avere avviato una lotta destinata alla sconfitta contro l’inamovibilità dell’avversario, attribuibile non certo alle sue qualità di leader ma all’abilità di approfittare di una crisi che mette in ombra l’emergenza che l’ha fatta deflagrare  e che deve essere pompata nella sua drammaticità per  mantenere lo status quo.

Senza nemmeno entrare nel politico di uno stato di eccezionalità che autorizza alla sospensione del dibattito democratico, sia pure condotto da figure irrilevanti, che ha spazzato via con disonore qualsiasi forma di critica alla gestione dell’incidente della storia prevedibile ma trattano come un incontrastabile fenomeno naturale,  che vieta “moralmente” il ricorso al voto e invece impone obbedienza ai comandi sovrani di una autorità esterna, c’è sempre comunque da interrogarsi sulla “statura” dei burattinai in questo Paese, sulla loro tracotanza   demoniaca che li fa ergere sulla massa anche se hanno le fattezze e l’eloquio di Gelli, Delle Chiaie, del birba di Rignano, che proprio come er Cecato possono ordire trame, promuovere golpe e cospirazioni, intrighi e crimini, malgrado facce e intelligenze poco plausibili per la funzione di maligni influencer.

Ma, per tornare alla vignetta del boss che, direbbe la Crusca, esce le sue ministre di serie C sperando di sostituirle con altre ministre di serie B, che pur sempre femmine sono, più contigue e conformi a lui, la plastica raffigurazione dell’umiliazione cui vengono sottoposte le donne, perfino quelle arruolate nell’establishment alle cui regole si uniformano entusiasticamente, era stata preceduta da altra   “cerimonia” di rito civile e concretizzatasi in una letterina aperta di filosofa e scrittrice, “femminista militante” secondo curriculum da Wikipedia, Luisa Muraro, indirizzata appunto alle due figuranti di opposizione e di governo, Elena Bonetti e Teresa Bellanova, rappresentanti rispettivamente per le Pari Opportunità e per l’Agricoltura in quota PD  poi, trasmigrate come rondinelle. in Italia Viva, perché si sottraessero, cito, “alle manovre” del capo contro un governo che di “errori e danni ne ha fatti, così come tanti altri governi alle prese con la pandemia”, ma nessuno dei  quali “è così grave come quello che potrebbe fare Matteo Renzi”.

In questi mesi menti attempate ma autorevoli, intelligenze mature ma agili, sembra che siano state possedute dalla paura, contenuto forte della comunicazione delle “autorità”, comprensibilmente eh, visto che l’epidemia ha rivelato da subito i suoi effetti nefasti combinato con la cancellazione del sistema di prevenzione e assistenza, sulla popolazione anziana, sicché hanno limitato l’esercizio della ragion critica per manifestare un sostegno cieco all’Esecutivo e alle sue misure, baluardo e trincee contro il nemico mortale e nel timore che ad esso possa sostituirsene uno peggiore, quello incarnato dal babau neofascista del quale prestigiosi membri del governo sono già stati fedeli alleati.

Ma duole dover dare sempre ragione a Flaiano, quando la tragedia sconfina nel ridicolo, se una intellettuale   attivamente impegnata per la liberazione della donna dai condizionamenti economici, sociali e morali del patriarcato, raccomanda alle due comparse: “Mirate alla libertà femminile e al bene comune”, e anche “siate ministre del governo in carica, che può e deve migliorare la sua politica: date il vostro contributo, lo sapete fare. Vi chiediamo, in sostanza una prova della vostra indipendenza dalla politica che mira al potere”.

Che dire? Santa ingenuità? Beata innocenza, di chi chiede autonomia di pensiero e azione dal “potere”, quello della “bottega”,  da una ministra che sapeva fare così bene il suo mestiere di sindacalista e ministra  da gridare ai quattro venti le sue convinzioni sui danni di un ritorno a quell’Articolo 18, dal magnificare gli effetti progressivi del Jons Act, da ipotizzare un volontariato punitivo nei campi per i percettori di aiuti statali, o da un’altra esponente della coalizione che ha avuto una certa visibilità per aver rivendicato la presenza di quote rosa nelle 45 task force messe in piedi per gestire i brand pandemici fino a  farsene una tutta sua.

Mentre nessuna delle due vestali del focolare progressista si è espressa in merito alla notizia che non ha avuto gran risonanza, che sull’intero territorio nazionale, circa l’80% dell’occupazione femminile creata tra il 2008 e il 2019 è stata cancellata in tre mesi, tra aprile e giugno del 2020, quando è stato possibile cancellare quasi 200.000 posti di lavoro (guardando solo al Sud Italia) in novanta giorni, non per colpa del Covid, ma perché la diffusione di forme contrattuali  precarie e prive di garanzie, non suscettibili di essere protette neanche dal blocco dei licenziamenti messo in atto in questi mesi, è ormai costume generalizzato nel nostro Paese, che colpisce in maniera superiore le donne, come testimoniato anche dal Rapporto SVIMEZ. 

E difatti a dimostrazione della inanità di qualsiasi persona comune, sia pure con un curriculum stimabile e rinomato, rispetto alla strabordante sfrontatezza del ceto di regime, le due, poco prima di essere trascinate via per i capelli, come Wilma degli Antenati, dai posti conferiti loro, hanno risposto piccate a “ una donna di pensiero”  che avrebbe escluso aprioristicamente  “che la scelta condivisa da due donne possa essere liberamente ordinata a null’altro che alla ricerca di un bene comune possibile per il Paese”, reclamando il riconoscimento della  “libertà decisionale e autonomia femminile” delle loro decisioni in modo da “contare” in occasione della distribuzione oculata delle risorse del Recovery.

Si manifesta così la rivendicazione della funzione di marionette dell’intendente in braghe bianche al servizio del disegno totalitario che si realizza con rinnovate forme di  condizionamento e controllo totale su quel che resta delle democrazie in Grecia o da noi.  Alla faccia delle virtù di genere, delle leggiadre specificità, della superiore sensibilità e accortezza nel guardare ai bisogni reali, anche loro hanno diritto a partecipare dell’ “occasione storica per il Paese e le nuove generazioni” costituita dal banchetto di nozze coi fichi secchi dei nostri quattrini.

Ormai senza memoria e senza storia, uomini e donne vengono persuasi della bontà collettiva di sottomettersi in modo da conservare quel poco che si può grattare dal fondo del barile, per dimostrare la superiorità rispetto alla marmaglia ignorante, ribellista, infantile e irresponsabile cui bisogna imporre una guida forte o la repressione.  

E come all’interno delle società e dei Paesi di ripropongono le forme e i modi del colonialismo, lo stesso processo di riverbera e ripete nel contesto di genere quando le “affermate”, le “arrivate” usano l’immeritato status, l’impunità e l’immunità, l’arroganza che ne deriva per contribuire a intimidire ed emarginare quelle che anche tirando il collo non arrivano nemmeno a vedere il cielo sopra il soffitto di cristallo, arrivando a disonorare e manipolare anni di pensiero e rivendicazioni di genere e di classe, elargendo mancette etiche in forma di fondi  a disposizione di una scrematura di gruppi e associazioni in grazia dell’emancipazionismo neoliberista, propalando la lieta novella di confortevoli part time che permettono la desiderabile combinazione di lavoro e di cura, genitorialità assistenza.  

Al gioco delle parti che esalta la propaganda sul contrasto alla cultura patriarcale, alla violenza sessuale, al maschilismo semantico,  partecipano non sorprendentemente  quelle che dalle poltrone di Lagarde, von der Leyen, Harris, Clinton Merkel, dalle direzioni dei giornali, dalle fondazioni bancarie, dai consigli di amministrazione, dalle agenzie pubblicitarie esercitano discriminazione, oppressione, sfruttamento.  

Lo sanno bene quelle che grazie al mito della sorellanza universale sono state vittime della supremazia delle   bianche sulle nere, delle laureate sulle contadine, delle manager sulle operaie.

E lo sanno anche le “eretiche” quelle che si sono permesse e si permettono di non coltivare un altro frutto della prevalenza del ridicolo, quel pregiudizio favorevole di genere che legittima qualsiasi parola, purchè di voce di donna, che celebra arrivismo e sopraffazione autorizzati, ma solo per una èlite autoselezionata secondo i criteri mainstream, al fine di realizzare vocazioni e aggiudicarsi privilegi, alla pari e più dei maschi. Bella soddisfazione.  


Tengono Famiglia

tengo-famigliaAnna Lombroso per il Simplicissimus

C’è sempre un momento nel quale i potenti esibiscono l’album delle foto dell’ultimo Natale, nel quale le zarine più feroci svelano la dolcezza muliebre dell’istinto materno con l’ostensione di ecografie, allattamenti e poi di qualche maneggio familistico per piazzare gli scarrafoni, cui è doveroso riservare  affettuosa tolleranza, e nel quale i padroni più avidi mettono a rischio patrimoni e aziende per appagare le brame capricciose di delfini  poco talentuosi.

Non occorre scomodare Engels, nemmeno Banfield e neppure Longanesi, che adesso tocca rimpiangere pure lui, per diagnosticare il ricorrente recupero dei “valori” della famiglia che si materializza con più vigore nella fase di consolidamento di un totalitarismo, quando serve rimettere in piedi un edificio di principi e ideali riconducibili a Dio (anche con le fattezze del mercato, le cui regole sono promosse a leggi di natura), alla Patria, recentemente tornata in auge in occasione del Covid 19  con inni in poggiolo, glorificazione del sacrificio dei resilienti sul divano e dei martiri in trincea. E, appunto, alla Famiglia, ultimo baluardo della conservazione delle virtù morali, ma anche di beni, risparmi, quelli che Berlusconi chiamava i “fondamenti sani” dell’Italia, tradizioni capaci di opporsi al rischio del meticciato, riaffermazione dei ruoli designati dalla cultura patriarcale, l’uomo che va a caccia e porta a casa le prede, la femmina nella caverna a prendersi cura di cuccioli, anziani, malati, finché non viene una provvidenziale epidemia che se li porta via.

Ci eravamo illusi che si trattasse di convinzioni in regime di esclusiva delle destre più sgangherate, tra manganello e aspersorio, prima che diventassero merce ideologica del “riformismo” e del progressismo neoliberista. Invece, in nome della ritrovata Unità d’Italia, dopo i Family day di Casini, del Priapo di Arcore, dei concubini in attesa fiduciosa di annullamento della Sacra Rota, che rivendicavano per sé la tutela di sentimenti, valori, principi, affetti virtuosi a confronto degli accoppiamenti insani dei “diversi”, dalle viziose inclinazioni degli “altri”, della pedagogia malsana impartita da genitori e insegnanti trinariciuti e bestemmiatori, ecco che con l’abituale ricorso all’esperanto imperiale arriva il Family Action il cui suggeritore nemmeno tanto occulto è un  padre di nove figli,  un’allegoria della obbligatorietà di procreare per far piacere a Dio,  quel Delrio, che non contento della stirpe naturale, ha svolto per un po’ anche la mansione di padre putativo del giovin Matteo.

Ora non voglio sembrarvi semplicistica e sbrigativa, ma la lezione di uno che, peggio di un anziano criminalizzato dalla Lagarde e dalla Fornero, ha pesato sul bilancio statale e sul Welfare con nove gravidanze, nove congedi, nove permessi “paterni”, nove pediatri, nove asili nido e così via, assume il sapore agro dell’ingiustizia, almeno da quando metter su famiglia è un lusso che pochi possono permettersi.

Per carità, la demografia non è una disciplina gradita  e infatti mentre da noi si lancia un allarme per la denatalità favorita tra l’altro da un tenace familismo che ha come effetto un investimento economico e sociale sui figli esorbitante che porta a rinunciare a quello che si avverte come un privilegio, l’ideologia neoliberista  ha sbaragliato ogni resistenza nei confronti dell’equiparazione tra uomo e merce, combattuta tra il bisogno di estendere il pubblico dei consumatori e l’eccesso di prodotti/uomo, imponendo alla fine  l’obbligo di “riduzione” a popolazioni che si sono permesse di insidiare la nostra preminenza con il numero,  colpevoli di spendere poco per i trastulli che produciamo.

E tanto per non sbagliare le forze progressiste, ormai chiamarle sinistra suona come un’eresia, che per vocazione e per statuto ideologico avrebbero dovuto difendere i ceti popolari dall’assalto della lotta di classe alla rovescia, condotta contro le prerogative acquisite dopo decenni di lotte,  la sanità pubblica, il sistema pensionistico, ha trovato una facile via d’uscita nella rivendicazione di altri diritti definiti civili in contrapposizione a quelli primari che sembravano nostri e inalienabili, e concessi al minimo sindacale: matrimoni omosessuali, gite procreative fuori porta, pari opportunità, e solo per chi può permetterseli.

Per gli altri resta solo l’elargizione di una carità pelosa,  delle mance degli 80 euro, dei prestiti a pronta restituzione.

E infatti, in pieno clima di Ricostruzione affidata all’immaginazione creativa di alte autorità competenti in cultura del management e del marketing, intese a promuovere misure immediatamente digitalizzabili e nemmeno lontanamente realizzabili, il neo Commissario Speciale per la Famiglia si è fatto promotore di una proposta per i nuclei prolifici tramite un assegno universale(mensile) che includa tutti gli aiuti per la famiglia, uno per ogni figlio fino alla maggiore età (ma senza limiti d’età per i figli disabili). E poi, detrazioni fiscali per le spese dedicate all’istruzione dei figli, dallo sport alla musica, dai libri alle gite scolastiche, permessi retribuiti per assistere un figlio malato ma anche per partecipare ai colloqui con i professori. E minimo 10 giorni di paternità per i neopapà, «a prescindere dallo stato civile o di famiglia».

La proposta che si è materializzata in forma  di Ddl recante «Misure per il sostegno e la valorizzazione della famiglia», immantinente votato con entusiasmo dal Consiglio dei Ministri, è stato caldeggiato dalla ministra della Famiglia Elena Bonetti insider di Italia Viva.

E infatti il suo leader, che ha sempre dimostrato un particolare attaccamento alle tradizioni dinastiche e alla trasmissione dei loro “valori” in senso lato, iniquamente perseguiti in tribunale,  ha subito tenuto a ricordare  che un analogo progetto di legge “che metteva al centro delle politiche sociali i bambini nella consapevolezza che i figli sono un valore per la loro famiglia e per la società che li accoglie e che condivide con i genitori il compito di accudirli ed educarli” era stato presentato già alla Leopolda 10.

Ecco, ci vuole proprio una ineffabile faccia di tolla, una impareggiabile e spericolata sfrontatezza da parte del governo e dei suoi bizzosi supporter a intermittenza per parlare di bambini, dopo tre mesi di galera dei minori alla stregua dei figli delle carcerate, dopo un susseguirsi di insensate ipotesi per la gestione futura della scolarità, tra cubicoli e nicchie in plexiglas, dopo il fallimento della didattica a distanza affidata al potere/volontariato sostitutivo di mamme digitali, dopo che è stata sancita la sua qualità discriminatoria adottabile solo in condizioni di “privilegio”: pc, rete, spazi, genitori acculturati, insegnanti formati e competenti anche di informatica.

E dopo i tagli di Stato, Regioni e Comuni a fondi per le scuole, per   l’assistenza ai minori disabili, all’insegnamento di sostegno, dopo la Buona Scuola che ha promosso definitivamente  la conversione dell’istruzione dell’obbligo in pedagogia standardizzata a uso del futuro ceto dirigente oligarchico, dopo la beffa dei finanziamenti per la messa in sicurezza degli edifici scolastici, che dovrebbero ora trasformarsi in laboratori pilota per la cultura del distanziamento.

E per chi confida nelle quote rosa, nell’applicazione in corpore vili dei quelle squisite qualità femminee di sensibilità, indole alla comprensione e alla solidarietà che saprebbero esprimere le donne in politica, ci hanno pensato la ministra Bonetti, che si compiace: “per la prima volta si investe in umanità, per cambiare in meglio la vita delle famiglie: da qui l’Italia può ripartire, è una scelta di speranza e di coraggio, una riforma che deve vedere il gioco di squadra di tutti” e pure la ministra del Lavoro Nunzia Catalfo che sottolinea la sinergia con le altre ministre messa in atto per “garantire più sostegno alle famiglie e un importante incentivo al lavoro femminile”.

Manca solo il pregevole contributo di Colao, che magari c’è stato, prima che il suo rapporto finisse a reggere le zampe della scrivania traballante di Conte, per  dare maggior piglio futurista e imprenditoriale  alla strategia di  aiuti alle neo mamme, “per incentivare il loro lavoro e l’armonizzazione dei tempi”: quindi detrazioni per babysitter e colf, da aggiungere ai bonus per le rette scolastiche di nidi e asili fino ai 6 anni. Ma soprattutto per valorizzare la forza produttiva degli incentivi a  “forme di lavoro flessibile” per chi ha figli sotto i 14 anni,  con premi anche per i datori di lavoro “che realizzino politiche atte a promuovere una piena armonizzazione tra vita privata e lavoro”.

Avevamo avuto al prova generale con il lockdown, adesso è il momento della messa in scena della commedia all’italiana, con le donne a casa, a alternare l’aggiornamento del cottimo a domicilio alla macchina da maglieria, a cucire guanti e incollare tomaie, sostituito dal Pc, con la cura di figli, compresa di supporto didattico, genitori, malati. Che se poi si riesce a “svoltare” c’è sempre la possibilità di pagare un’altra donna, meglio se straniera in attesa della sanatoria della Bellanova, per tentare la scalata al successo riservata  a una scrematura di talentuose arriviste, selezionate dalla lotteria maturale o per disposizione antropologica all’affiliazione di cerchie di potere.

Altro che Mulino Bianco, gli spot del Rilancio mostreranno la continuazione dell’isolamento – magari in preparazione di seconde, terze quarte ondate pestilenziali. Tutti a casa, alacremente sfruttati e rabbiosamente condannati alla coabitazione coatta, dove la pratica normalmente in uso, preliminare alla riproduzione, potrebbe diventare anche quella una fatica imposta da chi ancora invece ci si diverte e se la gode.

 

 

 

 

 

 


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: