Archivi tag: Blair

Fidel e i morti viventi

fidelA volte ci sono cartelli indicatori in piena luce, segnali di svolta, coincidenze simboliche che per qualche ragione non riusciamo a vedere: uno di questi è la concomitanza tra la morte di Fidel Castro che chiude un’era di contrapposizioni dentro il paradigma post bellico (anzi in qualche modo risalente alla rivoluzione d’ottobre)  e l’elezione di Trump che rappresenta la manifestazione tangibile della crisi irreversibile del sistema uscito presunto vincitore e dunque apre un nuovo inquietante capitolo, ignoto a tutti. Tra i due eventi in sé non c’è alcuna correlazione, ma sono allegoricamente avvinghiati.

Ormai non vi è alcun dubbio che i rimedi di tipo liberista e monetario messi in atto dopo il grande terremoto del 2008 non sono stati in grado di ripristinare una crescita economica reale andata in crisi già da tempo con la globalizzazione e con l’assolutizzazione del mercato oltreché del profitto: le migliaia di miliardi immessi nel sistema, attraverso un tira e molla continuo fra quantative easing e restringimenti, sono finiti nelle tasche di pochissimi e hanno generato crescite azionarie puramente figurative che hanno invece un effetto negativo per non dire letale sui salari, sulla sicurezza del lavoro, sulle tutele, sul welfare, sull’occupazione. Alla fine si sono rivelati vani i metodi statistici messi a punto per illudere e dimostrare il contrario: la promessa con cui il liberismo aveva vinto si sta dissolvendo e molti hanno cominciato a capirlo anche se non hanno più alcuna sponda politica, ideologica o ideale a cui appoggiarsi e sono costretti a scegliere tra ciò che fornisce il convento del declino occidentale, tra ogni carabattola.

Contemporaneamente si sta dissolvendo la democrazia: i controlli sulla popolazione e dunque anche sulle formazioni sociali sono aumentati in maniera esponenziale grazie anche al pretesto del terrorismo, le costituzioni vengono tacciate dagli organismi finanziari di non essere consone al profitto, di non favorire una crescita che non esiste se non per pochissimi e la politica subalterna e talvolta scioccamente servile risponde con gli stati di eccezione o con le manipolazione della carta costituzionale, le guerre si moltiplicano anche a costo di sfiorare lo scontro globale nel tentativo statunitense di sbarrare il passo a un mondo multipolare. E l’Europa, persa da tempo ogni dignità e sensus c_4_articolo_2068934_upiimageppsui, sempre più orientata verso un irresponsabile golpe oligarchico, segue a distanza come un valletto armato di bastone per dimostrare di voler difendere il padrone e le sue logiche: pietosamente ridicola ha istituito una sorta di censura sull’informazione proveniente dalla Russia per evitare che menzogne fabbricate ad arte abbiano un qualunque contraltare. Utile naturalmente a istituire una censura interna. E non basta perché la china si fa sempre più ripida, si precipita più in fretta come si vede dalla gioiosa soddisfazione con cui l’inqualificabile  Mogherini ha annunciato che vi saranno sconti sui deficit dei vari Paesi se questi aumenteranno le spese militari: dunque non per le ricostruzioni dopo i disastri naturali, non per la sistemazione dell’ambiente, non per la scuola o la sanità, ma solo per le armi. E dulcis in fundo per cercare di contenere la rabbia che sale e ancorarsi ai vecchi schemi si è rispolverato persino il bugiardo e assassino Blair come faccia nuova della politica. E’ questa l’Europa Felix che demonizza il No al referendum costituzionale.

383ffd94047867e72e2dbd2a1aa6ef23Questo ometto repellente e cianciante fa venire in mente una cosa sola: che Fidel Castro è vivo e lui è un morto che cammina, un semplice prodotto di mercato che l’industria liberista proporne come oggetto vintage della reazione, visto che i nuovi modelli come Renzi presentano gravi difetti di progetto.


L’Accademia delle Post Cazzate

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Finalmente la multinazionale delle menzogne può apporre il marchio doc e garantire la rintracciabilità dei suoi migliori prodotti. Ci ha pensato l’Oxford Dictionary dichiarando «Parola dell’anno 2016», «Post truth» la post verità, diffidenza per le opinioni diffuse e credulità per bugie condivise da siti a noi cari. Definizione che potrebbe significare il riscatto e la legittimazione di un’indole popolare e diffusa a credere a narrazioni largamente bugiarde e che ognuno può forgiare a suo piacimento.

La notizia ha mandato in visibilio i nostri giornali che, tanto per non sbagliare, hanno dato differenti definizioni e interpretazioni a conferma della conversione di realtà in opportunità e della verità in utility.

Non poteva che essere così. Intanto perché non a caso quelli dell’Oxford hanno maturato la loro scelta grazie a due eventi topici, in grado di dare autorevolezza scientifica alla procedura di assegnazione: Brexit e elezioni americane,  quelli cioè che hanno dimostrato l’inaffidabilità e il pressapochismo  delle previsioni degli opinionisti di una stampa prona, incapace ormai di informare senza cadere nelle trappole del pregiudizio un tanto al chilo e  dei condizionamenti dell’ideologia imperiale.

Poi perché il prestigioso riconoscimento  viene buono per dimostrare una volta di più che la colpa di manomissioni della verità e manipolazioni tossiche, hanno la loro sede ideale e il loro mercato nella rete, stesa come un sistema acchiappacitrulli, dozzinale e primitiva, per pescare i pesci boccaloni, quelli che abboccano alle notizie tarocche e si fanno condizionare da tradizioni orali e leggende metropolitane. Come per un complotto ordito dai soliti noti, persuasori espliciti della cerchia di agitatori e provocatori dei fermenti intestinali della marmaglia che non si sente rassicurata dall’ammissione al prezzo modesto di circa 1 euro e 50 nella cittadinanza elitaria del giornale unico Stampa/Repubblica, che  non si pasce del pavido e garbato conformismo dei Fazio, poco al di sotto di Porta a Porta. Di modo che si può dare forma a una gerarchia delle menzogne e della loro accettabilità:  scie chimiche, bufale grilline circolate in ossequio alla massima attribuita al profeta Casaleggio: «Ciò che è virale è vero», magari anche quella apocrifa ma appropriata,  bicarbonato contro il cancro, schedate come deplorevoli invenzioni spacciate come una droga a una plebe bambina e suggestionabile, Jobs Act e le sue magnifiche sorti e progressive, grandiosa potenza demiurgica delle misure del governo, forza guaritrice dei mali italiani tramite  riforma costituzionale, invece tollerati e promossi come doverosi accorgimenti in favore di stabilità e governabilità.

Organizzazioni molto  prestigiosi, tanto da essere sospette per la contiguità con centri di potere hanno da anni inventariato casi gravi di menzogne diventate «vere», grazie alla propagazione in rete somministrata da nuclei variamente “terroristici” che ne farebbero uso militare oltre che propagandistico. Omettendo fatti, azioni ammissioni, assolutamente legale, quindi indirettamente, proprio grazie all’industria della falsificazione, legittimate, a cominciare dall’accreditamento di pericoli pubblici necessari a autorizzate guerre, alle azioni necessarie per fermare l’escalation nucleare e chimica di Saddam, al sostegno a formazioni di killer e trafficanti indispensabili per portare l’ordine in America Latina o la ineluttabilità di fornire armi, quattrini e appoggio militare a tiranni sanguinari per garantire risorse, servizi e benessere a alle geografie della civiltà superiore.

La nostra Crusca non ha la fama internazionale dell’Oxford Dictionary e una cantonata l’ha presa con petaloso, ma se dovesse esercitarsi sul tema, ne avrebbe di esempi di post verità freschi freschi di giornata e a proposito degli effetti del Si, dal taglio drastico dei costi della politica, alla diminuzione delle spese della regione con immediate ricadute sulla cura del cancro, dal contrasto del terrorismo alla perpetua erogazione degli 80 euro, aspettando una estensione dello spot a cura della fatina referendaria con la promessa di debellare anche i fastidiosi pruriti intimi.

Ma anche così fosse non ne avremmo notizia certa, perché  l’esonerarsi da ogni responsabilità dei media porta alla dispensa e liberazione  del potere dalle sue, attraverso meccanismi che vanno dalla rimozione alla negazione, per via di quell’indole innata nei regimi di vietare la conoscenza dei danni e dei dolori che producono.  O che invece si serve della spettacolarizzazione, con l’effetto di trasformare tutto in messinscena e confondere le carte, occultando dietro le quinte le scomode verità, drammatizzando i rischi, esaltando comportamenti epici di figure influenti.

Ogni tanto una gaffe, una dichiarazione imprudente, hanno l’effetto di rivelarci cosa c’è dietro al sipario dell’oscena ipocrisia, come quando Kissinger ebbe a dire che solo uno stupido avrebbe potuto  credere che l’invasione dell’Irak avrebbe trasformato il paese in una democrazia, o quando Peres proclamò che Israele non sarebbe mai stato il primo stato a introdurre armi atomiche in Medio Oriente,  o come quando Blair, lo statista di riferimento del premier italiano, ammise che erano state fatte “cose che non si dovrebbero fare, abusi, repressioni, bombardamenti di civili, ma che almeno adesso gli individui sono liberi di lamentarsi”.

Così ci aspettiamo che in tempi di post verità, qualcuno abbia il coraggio di ammettere che siamo in presenza di un ceto dirigente che lavora intorni a un progetto di post democrazia nel quale l’unico confronto, l’unica opposizione, l’unica critica sia espressa da oligarchie in competizione che lottano o negoziano per spartirsi i bottini, le rendite, i posti, i privilegi, compreso quello di manomettere la realtà a proprio uso.


Trumpizzati e Hillarizzati

clinton-trump-arzobispo-ny-615x440Da mesi e in modo bipartisan gira l’accostamento fra Trump e Berlusconi che serve agli uni per fare professione di fede nel miliardario e nei suoi “valori”, mentre è indispensabile agli altri per sostenere la guerrafondaia e corrotta Clinton. Ovviamente si tratta anche in questo caso di un mascheramento collettivo che partendo da alcune sommarie analogie, costruisce un facile teorema per tenere a dovuta distanza la realtà: Trump non c’entra proprio nulla col Cavaliere che scese in campo nel vuoto creatosi alla fine di un ciclo politico chiuso con il crollo del muro di Berlino, ma c’entra molto invece come effetto paradossale della menzogna globale perché la sua discesa  in campo contro una cocchina dell’establishment è la dimostrazione che la crisi esplosa nel 2008 non solo non è stata risolta, ma è divenuta endemica e investe in pieno quella classe media impoverita nei fatti e presa in giro dalla statistica.

La fuoriuscita dalla recessione, la  mitica ripresa, il ritorno del lavoro, tutte cose che conosciamo da vicino nella loro retorica, sono il ritornello liberista che sceglie anche gli interpreti più adatti, il nero, la donna, il giovane, il sedicente socialista, insomma le figure più adatte a rappresentare ora un nuovo di fantasia, ora un apparente progresso, ora un ritorno alla civiltà del lavoro, ma che in ogni caso esprimono emotivamente il contrario delle politiche che poi vengono imposte in modo da smorzare le reazioni, fanno da placebo insomma. Così non è un mistero che il recupero dei posti di lavoro in Usa, prodotto da Obama  per un terzo esiste solo sulla carta, e per due terzi riguarda nuove attività a basso salario e a elevatissima precarietà nel commercio al dettaglio, nella ristorazione, nel settore alberghiero. I salari medi sono così drammaticamente calati arrivando ai livelli del ’79, ma con impatto psicologico devastante dovuto all’inversione di una tendenza che pareva infinita e che le teorie economiche asseveravano. Chi è cultore delle produzioni di intrattenimento e di inevitabile propaganda proveniente dagli Usa e/o dal mondo anglosassone in genere ha forse notato che via via il sogno americano si è ridotto a pagare le bollette e a sposarsi anche se un insistente quotidiana propaganda colpevolizza i poveracci perché si sa che col duro lavoro e con l’impegno nessuna meta è fuori portata. Nient’altro che l’ipocrita trasposizione contemporanea di antropologie e visioni sociali vendibili nel periodo delle vacche grasse, ma ormai talmente lise da apparire grottesche, ancorché ancora professate per abitudine e per atavici condizionamenti.

Per tutta questa gente che pensava di andare in purgatorio per un po’ e invece si è ritrovata all’inferno, Trump, per dirla con le parole di Michael Moore rappresenta una molotov contro il sistema, “contro i bastardi che  hanno fatto questo”. Poco importa che Trump faccia parte di quell’ 1 per cento di super ricchi che hanno creato il disastro e poi ne hanno approfittato per dare la spallata finale verso la disuguaglianza assoluta, perché la rabbia è tale che si arriva a brandire anche un’arma impropria. Paradossalmente voteranno per il miliardario parecchi di quelli che non hanno mandato di giù i brogli della Clinton per superare Sanders, mentre per la moglie di Bill voteranno molti conservatori timorosi che Trump possa mettere in pericolo lo status quo anche col solo fatto di essere un candidato irrituale. Da un punto di vista politico i due personaggi sono peraltro solo versioni o interpretazioni della medesima narrazione americana: con la Clinton più concentrata sugli assetti di potere attuali e sull’egemonia globale, Trump  invece deciso a difendere in prospettiva l’America bianca e di conseguenza anche l’ideologia profonda che essa ha creato. Nessuna delle due posizioni, al contrario di quanto dice la grande stampa e suggerisce in maniera pavloviana la tv, è di per sé una degenerazione rispetto al passato (vedi nota). Ciò che invece sta degenerando è il sistema che ha incontrato alla fine le sue aporie e  le sue contraddizioni, che in un modo o nell’altro deve gettare la maschera.

Nota. I muri di Trump, espressione di un razzismo grossolano, sono in realtà sempre esistiti anche se non si vedevano e se attualmente vengono nascosti sotto una valanga di political correct. Forse un esempio  emblematico, oltre che curioso, è quello del Pentagono finito di costruire nel ’43, ufficialmente per combattere Hitler, in cui esistevano bagni separati per bianchi e neri, visto che la Virgina, dove  sorge l’enorme complesso, era assieme ad altri venti stati era  in pieno regime di segregazione razziale e addirittura vietava i matrimoni misti perché come dice una famosa sentenza ancora degli anni ’60:”Non c’è nessuna ragione per autorizzare il matrimonio tra le razze. Il fatto che Dio le abbia separate, infatti, mostra che non intendeva farle mischiare”. Solo nel 1967 i bagni sono stati legalmente unificati. Il razzismo della Clinton è invece del tipo imperial – vittoriano, vista la noncuranza con cui la signora ha provocato un milione di morti in medio oriente con le sue manovre, mentre si arricchiva con la fondazione. E’ lo stesso razzismo cinico e compassionevole insieme che ha portato Madeleine Albright a dire a un Tony Blair consenziente che la morte di mezzo milione di bambini iracheni “è un prezzo che vale la pena di pagare”. Inutile dire che Blair è stato successivamente premiato da Save the Children.


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: