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Basta la salute…

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Il lavoratore manuale nemmeno sapeva che quello alla salute era un diritto, sapeva soltanto che doveva contare su una macchina che funzionasse bene e sopportasse la fatica per conquistarsi gli elementari mezzi di sussistenza, che spettava a lui conservarsela efficiente e effettuare la necessaria manutenzione, perché il signore, il feudatario, il principe permettevano nel migliore dei casi che un cavadenti girasse nelle piazze o distribuisse un elisir, unico antidoto nel caso di peste nera, provvidenziale per ridurre la popolazione degli inutili parassiti.

Era quella la condanna degli schiavi, per i quali l’unico diritto immutabile e riconosciuto era la fatica e dei quali non resta memoria storica se non quella indiretta delle piramidi che hanno tirato su, intitolate ai loro faraoni, celebrati invece in vita e in morte. La malattia era la pena capitale comminata e applicata per fame, isolamento e abbandono del soggetto diventato rifiuto superfluo da conferire in una fossa senza tante cerimonie.

Avevamo sperato nella fine della schiavitù, almeno da noi – che in altre geografie destinatarie di operazioni di rafforzamento istituzionale, esportazione di democrazia e campagne di aiuto umanitario vigeva ancora con profittevole dinamismo seppure sotto altro nome. E’ successo quando lo sviluppo richiedeva individui talmente in buona salute da garantire non solo uno sfruttamento più fertile e profitti più sicuri ma anche nuovi consumi compresi quelli edonistici più fervidi e prodighi e redditizi.

Il corpo, a un certo momento e per un certo tempo, è stato promosso a prodotto oltre che merce, esteticamente obbediente  a canoni e requisiti imposti dalla somatica di regime, che ci voleva eternamente giovani, scattanti, lisci e ben oliati, depilati e tonici sia davanti alla pressa, ormai quasi in disuso, che al desk del nuovo impero digitale, grazie a frequentazioni di istituzioni ginniche, parchi e perigliose strade cittadine inquinate, perché poi si sa, sulle minacce sanitarie dell’inquinamento dell’industria e dei trasporti  il sistema economico si è mostrato meno attento in vista della definitiva conversione dell’economia produttiva in economia finanziarie, quando il pericolo nella futura società del rischio sembrava altrettanto immateriale dei quattrini aerei circolanti in fondi, bolle, titoli.

È che la salute, quella fisica – che quella mentale e psichica ha cominciato a essere “garantita” artificialmente da equilibratori dell’umore, farmaci da auto somministrarsi o gentilmente erogati dal servizio sanitario per ottenere il buonumore e l’oblio, per sopportare il passato, il presente e più che mai il futuro – si è sempre più trasformata in un brand.

Ed è avvenuto non solo con l’irruzione in borsa e nel mercato di multinazionali farmaceutiche che hanno monopolizzato la ricerca, con la sostituzione della sanità pubblica con le cure e le cliniche private, diventate sempre più profittevoli a confronto con un sistema assistenziale volutamente impoverito e inefficiente,  ma anche con l’ostensione di modelli estetici e di comportamento che hanno accreditato perfino nuove patologie redditizie e di moda, dalla celiachia alle decine di intolleranze, che hanno imposto canoni di salute e bellezza che andavano rispettati per  accedere a posizioni, posti, opportunità.

Così le disuguaglianze si sono espresse in nuovi modi sorprendenti, facendo diventare doveroso laminare le ciglia e inevitabile ricorrere a lenti a contatto colorate quando gli anziani aspettano mesi e mesi per un intervento di cataratta in una struttura pubblica, dimostrando l’indispensabilità della sbiancatura della chiostra dentaria quando sono stati dichiarati “sans dents” dall’allora presidente francese quelli che non hanno meritato le magnifiche opportunità del capitalismo e sono costretti a rinunciare alle cure mediche private tramite fondi e assicurazioni spesso promossi dagli stessi padroni che così li sfruttano due volte.

Ma la vera allegoria simbolica dell’iniquità di un sistema, nel quale la salute non è un diritto uguale per tutti come non lo è la giustizia, è rappresentata dalla scelta obbligata, per migliaia di lavoratori e per i cittadini di posti dove per anni hanno prodotto veleni industrie criminali tra salario e malattia, tra fatica malremunerata e cancro. Come succede a Taranto, come nei siti dell’amianto del primo iscritto al Partito Democratico che dà dell’imbroglione a Berlusconi proprio come la padella che dice su della farsora, come è accaduto all’Ipca (oltre 130 morti di tumore), e come con tutta probabilità succede nelle ridenti campagne trevigiane dove la stessa malavita che si compra le vendemmie di prosecco rovescia tonnellate di rifiuti tossici.

Che la salute potesse essere a rischio anche senza l’inanellarsi delle sette piaghe bibliche, che poi erano 10 (acqua mutata in sangue, rane, zanzare, mosche velenose, mortalità del bestiame, ulcerazioni, grandine, locuste, tenebre, morte dei primogeniti) lo si doveva immaginare per l’analogo inanellarsi di crisi (ambientali, migratorie, tecnologiche, debitorie e finanziarie), perché stiamo sulla terra ormai stretta in quasi 8 miliardi, perché  a forza di manipolare natura, uomini e forme abbiamo esposto ogni “cosa” a inattese vulnerabilità, perché i sistemi più sono complessi e più di rivelano fragili, perché ogni epidemia locale è suscettibile di  avere una diffusione globale rapidissima.

Eppure per anni la gran parte di noi si è fatta persuadere dell’inevitabilità se non addirittura della desiderabilità dei questi effetti collaterali del progresso, della globalizzazione, fenomeno a alto contenuto ideologico se ha trasformato l’internazionalismo nel cosmopolitismo per pochi che va dalla cucina fusion all’Erasmus, del primato della scienza  che contrasta le malattie, dell’egemonia digitale, insomma di quella parvenza di onnipotenza virtuale che ci è stata concessa a fonte dell’impotenza concreta che abbiamo sperimentato i questi mesi.

E così d’improvviso, anche se c’erano tutti i segnali, ci siamo ritrovati come i cenciosi del lumpenproletariat, un ceto senza identità di classe,  privo di coscienza politica, disorganizzato e condannato a  trarre il suo reddito   da occupazioni occasionali che talvolta sconfinano nell’illegalità e  per le quali, come per il cottimo soggetto al caporalato, la salute diventa il bene primario, in nome del quale è necessaria la rinuncia a altri diritti diventati secondari, istruzione, lavoro, la cessione di spazi di autonomia e libertà.

Ormai succede sempre che un bisogno resti tale e non dia luogo a un diritto. Succede perfino oggi che il diritto costituzionale alla salute ha preso il sopravvento per una insensata gerarchia, mentre sono sospese prevenzione, cura, assistenza, perchà l’unica malattia concessa pare sia il Covid.

Succede perfino oggi, quando scopriamo che per rafforzare il sistema sanitario le cui falle volontarie e promosse da anni di consegna ai privati, di favori alle cliniche e pure ai cucchiai d’oro in barba alle leggi dello stato,  dobbiamo attendere l’elemosina che ci dovrebbe forse arrivare con la partita di giro europea, trasmettendoci i quattrini che abbiamo erogato, condizionati da comandi e priorità, come si apprende se ci si prende la briga di  leggersi il documento ufficiale del board del MES dell’8 maggio 2020,  con la specifica  delle clausole che regolano il prestito per affrontare il Covid.

Mentre una quindicina di giorni fa è passato sotto un pudico silenzio la determinazione del Ministero dello Sviluppo Economico  di proporre al Dipartimento per le Politiche Europee della Presidenza del Consiglio le schede di sintesi delle aree progettuali ritenute strategiche e per la cui realizzazione sarà chiesta la copertura finanziaria con il Recovery Fund dell’Unione europea, tra i quali fanno spicco  quelli finalizzati al Potenziamento della filiera industriale nazionale, dell’aerospazio, della difesa e della sicurezza per cui si prevede di impiegare nei prossimi sei anni 12 miliardi e cinquecento milioni di euro di provenienza Ue.

Tale è la confusione indotta tra sopravvivenza e vita, tra salute e sicurezza che sempre di più il cittadino, che vive sotto il tallone della biopolitica quando ogni funzione e comportamento e scelta umana deve iscriversi e assoggettarsi al modello economico dell’impresa e all’obiettivo del profitto e dell’accumulazione,  verrà persuaso che per meritarsi di stare al mondo e per essere una merce di valore nel mercato, battendo la concorrenza di altri corpi,  sia necessario pagare con la rinuncia alla libertà e il tradimento della dignità.


Biospie

Anna Lombroso per il Simplicissimus

C’è una convinzione stupida e pericolosa che viene sfoderata, come un’arma rivolta contro se stessi, la  ragione e le libertà, ogni volta che vogliono metterci un bavaglio, e che si esprime con un suo mantra che si ripete sempre uguale: tanto siamo tutti controllati, tracciati, analizzati, quindi che differenza fa?  mi scarico Immuni, mi compiaccio che al mio 65esimo compleanno la ditta di articoli sanitari con gli auguri mi invii l’offerta di pannoloni per adulti, e che, finita la  relazione decennale, Meetic mi mandi via mail l’offerta per un’iscrizione gratuita.  

Non avremmo dovuto e non dovremmo permetterlo:   è così che i detentori della sorveglianza sanno tutto di noi, mentre noi non sappiamo nulla di loro, che possiedono la proprietà dei nostri consumi, dei nostri desideri e delle nostre inclinazioni.

E ci guadagnano perché all’ordine economico e finanziario mondiale è stato consentito di sfruttare ogni nostro comportamento e ogni nostra azione sotto forma di “dati”, per sostenere così le nuove forme di controllo e ordine sociale che vanno sotto il nome di ordoliberismo, quando cioè il mercato, le multinazionali, le banche e i  loro interessi sono ai posti di comando e lo Stato, che ha perso gran parte della sua sovranità, si incarica di  creare le condizioni   per le quali il loro dominio si possa esprimere senza ostacoli.

Così è vero che siamo tutti sotto osservazione da quando questo è diventato il brand di Google – e poi di Microsoft, Apple, Facebook e le grandi imprese del digitale –  che grazie all’occupazione delle esistenze dei naviganti e perfino del loro immaginario si è arricchito vendendo queste informazioni in modo da declinare la sua “proposta su misura” per ogni singolo utente, riuscendo a controllare le sue azioni e prevedendo i suoi comportamenti e le sue scelte sulla base di quelle già fatte, e facendoci diventare strumenti e merci del business di altri. Semmai la novità consiste della legittimazione che diamo e nella legalizzazione di questi fenomeni che facevano già parte della nostra vita che abbiamo accettato, introiettato come incontrastabili.

 Di questi tempi poi, si sono avverate le profezie di chi prevedeva che un accadimento eccezionale avrebbe convinto di buon grado stati e governi della necessità di adottare norme e pratiche  per regolare la vita biologica degli individui nelle sue diverse fasi e nei suoi molteplici ambiti (sessualità, salute, cure, riproduzione, morte, relazioni affettive e sociali).

In forma volontaria o assecondata, sotto la minaccia di sanzioni o per una moral suasion che richiamava a alte responsabilità nei confronti della tutela nostra e degli altri,  abbiamo approvato, o acconsentito,  e applicato misure di distanza fisica, di limitazione sociale, delle quali si è dichiarata la obbligatorietà per il rispetto di un diritto fondamentale sancito dalla Costituzione, che per l’eccezionalità del momento, diventava unico e primario, imponendo la rinuncia a altri a cominciare da quello all’istruzione, o alla privacy, alla cui abdicazione siamo stati “invitati” con ogni mezzo.

Per mesi ci è stato spiegato in ogni sede che si rendeva necessario che le forze dell’ordine civili o militari agissero per controllare, vigilare e reprimere le trasgressioni, per via di considerazioni di carattere antropologico: saremmo un popolo infantile che ha bisogno della carota ma soprattutto del bastone altrimenti ci diamo a comportamenti incivili e a manifestazioni sociopatiche. 

Per mesi la normalità dello stato di eccezione è consistita dallo spostamento ideologico e psicologico del concetto di “ordine pubblico” in “ordine sanitario”, attraverso una serie di regole confuse quanto rigide, contraddittorie quanto inflessibili, imposte da autorità di governo e tecniche che avevano scavalcato e aggirato tutti i paletti del processo decisionale parlamentare, con la promulgazione di provvedimenti d’urgenza e con una comunicazione che via via perdeva reputazione e credibilità scientifica e organizzativa, per l’accumularsi di informazioni incoerenti, dati,  comandi  e ricette contrastanti frutto dell’occupazione militare della scena politica da parte di sacerdoti delle discipline mediche, convertiti in opinionisti senza diritto di replica e verifica dell’efficacia, imponendo un quotidiano atto di fede rivolto ai bramini della virologia e ai satrapi della disciplina proverbialmente inesatta: la Statistica.

Il fatto è che l’opinione pubblica, quella che affiora e si afferma nel marasma di opinioni e credenze, è monopolio indiscusso di un ceto che è passato attraverso l’anomalia di questo periodo senza patire danni particolarmente pesanti, lo stesso che rivendica una superiorità culturale e sociale, quindi morale, e che ha prodotto i delatori dei comportamenti trasgressivi e che ora fanno da altoparlante della necessità di nuove restrizioni punitive di immigrati come di vacanzieri, perché comunque all’immunità e impunità confindustriale, alla sospensione di ogni critica e opposizione al governo, devono fare riscontro la colpevolizzazione e il castigo del popolo bue. Il che conferma il sospetto che nuove limitazioni, nuovi isolamenti di massa siano quasi desiderati da chi vuole estendere il controllo che accetta per sé in modo da delegare scelte difficili, da rimettere ad altri decisioni e responsabilità ad altri, esercitando una superiore vigilanza morale finalmente ancora una volta sul sofà, dopo  le brevi e dovute vacanze nella seconda casa, nella magione degli avi, nel relais scelto per l’osservanza della profilassi e dei principi di precauzione, negli anni passati mai richiesti come il lavaggio delle mani dopo la pipì.

Non hanno voce né ascolto i milioni di lavoratori delle attività essenziali che nel pieno della narrazione apocalittica sono stati “esposti” al rischio, quelli che costretti alle serrate oggi verificano che non c’è possibilità di ripristinare la quotidianità  già ardua del passato, quelli che nei mesi di domicilio coatto hanno speso i risparmi, quelli, e ce ne sono, che tentano di riaprire negozi, esercizi, e rimettere in funzione attività ancora in attesa degli aiuti, quelli che tengono giù la serranda contando sull’equivoco pudico che si tratti di chiusura per ferie.

E  intanto i predatori sono già pronti a acquisizioni a prezzo di saldo, di attività e garanzie, i manager del disastro si cimentano con nuovi asset,  dalle mascherine alla commercializzazione di mappe genetiche, dall’automazione nei luoghi di lavoro alla promozione del lavoro agile e della Dad, preliminari a una contrazione dei diritti e delle garanzie del lavoro, dai nuovi dispositivi di sorveglianza al comparto  della proprietà dei dati, e il governo invece fa ostensione di quelli di sempre: cantieri e turismo propedeutici alla trasformazione delle città in insediamenti del terziario, in centri direzionali per imprese globali e il territorio tutto in mega parco tematico, con i cittadini convertiti in inservienti, affittacamere e osti.

C’è da dire che l’accondiscendenza a tutte le forme concrete e virtuali di sorveglianza e controllo sociale durante l’emergenza e il suo prolungamento, è favorita, così come il consenso, l’obbedienza e l’autocensura nei confronti di processi decisionali dai quali i cittadini sono stati estromessi e con loro anche i loro rappresentanti, dal fatto che grazie alla propaganda di Dad, smartworking combinata con l’isolamento è stato favorito il solipsismo davanti al Pc,  l’offerta di dati e conoscenze erogate in forma apodittica e incontestabile, che si sono promossi l’emarginazione dalla democrazia  e il disorientamento. Quindi l’accettazione delle scelte e l’arrendevolezza a essere guardati, osservati, ispezionati.

Non consola che anche chi esercita il controllo, governo, apparato statale, sia a sua volta tenuto d’occhio dal potere economico che deve imporre i suoi modelli, i suoi padroni, i suoi strumenti: non a caso uno dei primi esiti della pandeconomia è l’incremento della “aziendalizzazione” del settore pubblico in attesa della totale privatizzazione: scuola, università, assistenza (e d’altra parte da anni abbiamo accettato perfino la definizione “azienda sanitaria”, con gli effetti che conosciamo).

E basta pensare ai condizionamenti obbligati per chi dovrebbe essere grato dell’elargizione di aiuti comunitari grazie a una paradossale partita di giro, subordinati al rispetto di comandi la cui esecuzione viene sottoposta a rigida vigilanza, a misure intimidatrici e repressive, a ricatti a norma di trattato, pena commissariamenti definitivi e retrocessione a “espressione geografica”.  


Vaccinator

17virus-gates-videoSixteenByNineJumbo1600Andando a leggere la letteratura scientifica sui vaccini antinfluenzali si è colpiti dalla variabilità dei risultati sulla loro efficacia che comunque si situa fra il 35 e il 10 per cento, dunque molto scarsa e ancora di più ( la metà delle cifre citate)  fra quegli anziani per i quali si vorrebbe rendere obbligatoria tale pratica. Tuttavia ma si è ancora di più impressionati dal fatto che quasi tutte le ricerche sono concordi nel rilevare che la vaccinazione non è associata a un minor numero di ricoveri ospedalieri per i pazienti contagiati che per età e /o per patologie concomitanti risentono in maniera più  pesante della malattia. Il che in pratica vuol dire che il vaccino antinfluenzale non serve praticamente a niente e che i veri benefici li apporta agli azionisti delle case farmaceutiche che intascano miliardi ogni anno solo per questo. Qui non si tratta di essere vaccinisti o antivaccinisti per partito preso, ma di rendersi conto che sappiamo ben poco degli effetti reali dei vaccini sul funzionamento complessivo del sistema immunitario e dunque del rapporto svantaggi – benefici che può essere molto variabile a seconda delle patologie, degli ambienti e dei singoli individui.

Nondimeno questa banalità si scontra con le ragioni del profitto: la produzione di vaccini è quella che implica in sostanza i minori costi per le aziende farmaceutiche e spesso i maggiori utili quando si riesca a “convincere” i decisori sanitari e politici della loro indispensabilità. L’esempio che abbiamo sotto gli occhi è Bill Gates, il famigerato vaccinista compulsivo e maniacale che in vent’anni  ha già combinato disastri umanitari con la sua opera ( vedi Il vaccino dei killer ) e che ora con la sua potenza di fuoco e i suoi amici miliardari sta ricattando il mondo sulla base di una falsa pandemia, mai dichiarata nemmeno dall’Oms che pure ha ricevuto da lui un miliardo e 200 milioni di dollari in finanziamenti e che è in sostanza nient’altro che una sindrome influenzale: o il vaccino con relativo microchip di schedatura oppure tutti a casa. Una situazione sconcertante che restituisce in pieno il livello di degrado umano, politico e culturale dell’occidente, ma a proposito di Gates c’è da notare una cosa: nessuno osa fargli le domande, anche le più banali. Tutte le interviste comprese quelle comparse in Italia sembrano essere fatte esercitando ginocchia e menischi piuttosto che il cervello. In un primo momento di questa non pandemia, quando era stato fatto il collegamento ahimè assai compromettente non fosse altro che per concomitanza temporale tra la simulazione pandemica Event 201, finanziato dalla fondazione Gates  e la comparsa del Covid 19 o si erano andate a prendere le profezie del magnate risalenti al 2010, i media maistream avevano gridato al complottismo, ma una volta instaurata la favola epidemica ed evirata con la paura la residua capacità cognitiva delle persone, la versione è cambiata. Adesso le parole del miliardario vengono riscoperte come prova della sua lungimiranza.    Tuttavia nessuno ha osato minimamente chiedere ragione di una frase celeberrima di questo filantropo stragista di bambini in India ( vedi sempre Il vaccino dei killer  ) che francamente rimane incomprensibile: “Se stiamo facendo un ottimo lavoro vaccinando i bambini, possiamo ridurre la popolazione mondiale dal 10% al 15%”.

Ora non c’è alcun dubbio che i vaccini vengono intesi come farmaci in grado di salvare vite umane e allora come è possibile che essi si concilino con una visione che esalta la necessità di diminuire la popolazione mondiale? Nessuno ha fatto questa semplice e ovvia domanda al vaccinator maximo ben sapendo che la risposta sarebbe stata inaccettabile o avrebbe messo in mostra la confusione intellettuale prima del miliardario che dell’uomo. In realtà un nesso c’è: ovvero la convinzione per quanto fumosa e oscura  che la tecnocrazia compassionevole e globalista sia l’unica forma di governo in grado di risolvere i problemi del mondo e debba sostituirsi alle libertà sociali, alla democrazia o a qualunque forma di partecipazione politica. Così le oligarchie illuminate concederanno la salute e costringeranno a forme di eugenetica derivanti da un ossessivo controllo sociale e dalla separazione delle persone già di per sè favorita dalle reti telematiche. Probabilmente Gates stesso non si rende pienamente conto di quello che dice, visto che in definita ha abbastanza soldi da non dover rendere conto delle sue parole,  ma ciò che fa parla per lui, perché è adesso che stiamo vivendo il primo esperimento di biopolitica dittatoriale ed è lui il maggior azionista visibile del ricatto vaccinista, in quanto rappresentante di fatto di Big Pharma. Se non ci si rende conto di star vivendo un esperimento sociale e non una pandemia, non si potrà nemmeno organizzare una qualunque forma di opposizione alle nuove sfide che vedranno salire sul trono le emergenze, sempre nuove e creare forme di lavoro schiavistico e di assistenza come due facce di un nuovo feudalesimo. E infatti siamo completamente inermi.


Il modulo Comma 22

eboAnna Lombroso per il Simplicissimus

Diciamo la verità, nel frastuono di voci contraddittorie, tra profezie e conforto, minacce e rassicurazioni,   per chi si preoccupa anche dell’altro contagio, quello dell’autoritarismo e della repressione imposti e richiesti a gran voce  che accompagnano di norma lo stato di eccezione, ha un suono quasi rassicurante quella  del “Gruppo di consulenza strategica per i rischi infettivi” dell’Oms, che a quasi un mese dalla diffusione della nuova Sars in Italia si pronuncia.

L’unica strategia possibile oggi sarebbe il contenimento, tracciando i contatti delle persone infette e individuando gli asintomatici: altre soluzioni non si vedono, tamponi compresi, che se sono negativi oggi, potrebbero anche essere positivi domani.

Ma è improbabile che la voce della ragione possa fare  un po’ di chiarezza nel marasma volontario della Consip che lancia gli appalti per la produzione di dispositivi, sapendo che andranno deserti perchè non esistono più le fabbriche,  di Zaia, di Fontana, di Bertolaso, dei loro ospedali nei baracconi del luna park o con la riesumazione dell’archeologia sanitaria, delle mascherine di Victoria’s Secret che piacciono all’esperto di riconversioni creative  Landini o di quelle autarchiche col Domopak , alla faccia delle diatribe di Virus senza frontiere tra nord e sud, alla faccia del Grande fratello adibito non solo al monitoraggio degli esodi verso il villino al mare, verso il trullo degli zii tentati da Airbnb o il rustico dei nonni, ma pure per il controllo delle reiterate uscite del cane, probabilmente senza distinguerli da quelli obbligatori dei martiri del lavoro e degli eroi in servizio effettivo, colpevoli di pigiarsi nella metro.

Quando ormai è chiaro che il pericolo, che appare incontrastabile, imprevisto e imprevedibile, fatale per un numero elevato di persone, consiste in quello che accompagna il virus, esaltando la portata di altre patologie a cominciare da quella del sistema,  che nonostante un mese abbondante di preavviso, si è rivelato inadeguato, con dotazioni e personale insufficienti, costretto a lavorare in condizioni  estreme e insicure, che hanno fatto dei medici e degli infermieri la categoria più contagiata, con i posti letto dimezzati dai tagli, i reparti di terapia intensiva ridotti all’osso, proprio nelle regioni più esposte che coincidono poi con quelle che rivendicano una superiore autonomia per proseguire nel bulimico sacco della sanità e nell’apertura di credito a quella privata.

Dopo un lasso di tempo che dovrebbe aver aiutato analisi e riflessione, potrebbe essere lecito sospettare di un esperimento condotto per stroncare in insidioso concorrente globale. Ma c’è invece una scuola di pensiero che vorrebbe suggerire una interpretazione suggestiva di questo incidente della storia nel quale siamo capitati:  è quella che da molti anni offre una lettura biopolitica degli accadimenti per accreditare la convinzione  che il Potere crei delle emergenze sanitarie  al fine di legittimare l’ordine, sociale e pubblico, necessari a  introdurre discipline autoritarie, repressive e recessive. Non diversamente quindi da quanto si è sempre fatto per identificare e nutrire la “figura” di un nemico, straniero, vicino, nero, giallo, per autorizzare la necessità della guerra, di distruzioni, saccheggi, stragi e infine benefiche ricostruzioni.

Così ogni tanto un immaginifico complottista dà forma a uno scienziato pazzo, al servizio di una potestà imperiale feroce, che apre la porta della gabbietta della cavia infetta, per propagare un virus che contagi i  milioni di cavie delle geografie del relativo benessere che vanno su è giù per le scalette dei mutui, delle tasse, dei fondi, delle bollette, delle assicurazioni, quelli che giacciono disoccupati o cassintegrati, quelli che escono dalla tana per consegnare pacchi e pizze, quelli che si credono migliori perché vendono bond tarocchi e illusori.

L’intento sarebbe quello di spegnere con la minaccia di un pericolo imprevedibile e  incontrollabile come una volta erano gli eventi naturali prima che concorressimo a provocarne gli esiti ferali, ogni sussulto di ribellione, mettendo le leve del comando nelle mani di soggetti superiori, leggi speciali, commissari straordinari.

L’ipotesi è suggestiva certo, ma pare abbia perso credibilità nel momento nel quale quei sussulti sono spenti da tempo, sono stati soffocati da altro tipo di ammaestramento e precetto, quelli imposti dall’ideologia e dalle relative prescrizioni del liberismo, quando l’unico diritto ancora concesso è diventato quello a consumare, convertito in dovere ineludibile  allorchè l’impoverimento prodotto dalle  politiche di austerità ha sostituito il desiderio di  beni futili con l’obbligo fatale di comprarsi la sopravvivenza, cibo, tetto, salute. E quando i governi nazionali espropriati di competenze e poteri hanno cominciato a dichiarare la loro impotenza a garantire l’interesse generale.

Così ha perso significato anche l’esercizio democratico della critica e dell’opposizione, realizzando la vera stabilizzazione, la vera governabilità grazie al fatto che sono più o meno tutti uguali, differenti semmai nella comunicazione, sicchè nascono movimenti fasulli di piazza sì, ma filogovernativi.

Questo è tanto vero che qualcuno addirittura si illude che l’epidemia possa avere un affetto salvifico svegliando dal letargo invece di soffocare la ribellione,  grazie alla voluttà di reimpossessarsi di città oggi finalmente disertare dal turismo di massa, alla riscoperta di valori relazionali e identitari, alla rivelazione di piaceri contemplativi.

Niente di più ingannevole, purtroppo: non serviva che il Dottor No liberasse il virus e che figure demiurgiche trovassero il rimedio,  perché è vero invece che appena assaporato il piacere dello scampato pericolo saranno comunque quei topolini da laboratorio che sarebbero sopravvissuti all’esperimento, a pagarne le conseguenza come prima per via dei costi della crisi trascorsa in aggiunta a quella preesistente,  e peggio di prima, perché ormai saranno definitamente legalizzate e legittimate lescelte  su chi merita tutele, la consegna di interi comparti a benefattori dei quali sono state rimosse le colpe.

E sempre di più la salute sarà un lusso per pochi, come l’istruzione, un tetto sulla testa, l’acqua e le risorse decimate e dissipate, mentre lo stato verrà ancor più relegato alla funzione di elemosiniere per le imprese e sempre meno dotato di beni e poteri per applicare le norme costituzionali, mentre stadi intermedi rivendicheranno facoltà e deroghe aggiuntive e autonome arbitrarie e disuguali.

E si sa che gli stati deboli non sanno far altro che ricorrere alle maniere forti. E infatti l’Italia ridotta all’impotenza, incapace di trovare un percorso organizzativo, per limitare i contagi, ma soprattutto per contrastare quelle concomitanze e complicazioni che non ha saputo e voluto prevenire e curare, ha scelto la strada dell’ordine pubblico, della disciplina con il primato delle pandette, dell’occhiuta sorveglianza, della burocrazia.

Siccome poi è sempre tempo di comma 22 – quello che recita:  «Chi è pazzo può chiedere di essere esentato dalle missioni di volo, ma chi chiede di essere esentato dalle missioni di volo non è pazzo» versione letteraria e hollywoodiana del Paradosso di Jourdain ripreso da Epimenide: «La frase seguente è vera. La frase precedente è falsa.» –  dall’altro ieri è in vigore una nuova edizione dell’autocertificazione.

Nnel modulo, che sostituisce il precedente, si aggiunge una voce nella quale l’interessato dichiara su sua propria responsabilità “di non essere in condizione di quarantena né di risultare positivo al Coronavirus”, e di essere quindi esonerato dagli obblighi di assoluto divieto di mobilità, come disposto ai sensi dell’art. 1, comma del D.P.C.M. dell’ 8 marzo 2020.

Il che, in totale assenza di una diagnostica di massa, accertata l’indisponibilità di tamponi e la loro probabile inutilità, stante che salvo Zingaretti, chi è stato malato non gravemente a casa non ha avuto a diposizione farmaci e non è informato sui tempo di guarigione e di esposizione degli altri al suo contagio, significa solo che la preoccupazione delle autorità è quella di rilevare possibili reati, come quando in coincidenza con lo stato fallimentare delle casse comunali, vengono mandati in giro i vigili per le strade non per dirigere il traffico abnorme ma per sanzionare gli automobilisti.

Così si dà una dimostrazione di muscolarità e si porta a casa il risultato di esibire e deplorare la cattiva condotta dei cittadini, che, in assenza del Dottor No, dell’impero del Male, dello strapotere finanziario che ci sta succhiando il sangue e ce lo succhierà indifferente se sia o no infetto, vengono sempre buoni in funzione di soliti sospetti e soliti manigoldi.

Per questo propongo la seguente lettura tratta dall’Etica di Spinoza:  I superstiziosi che sanno piuttosto condannare i vizi che non insegnare le virtù, e che si preoccupano non di guidare gli uomini con la ragione ma di contenerli con la paura, di modo che fuggano il male più che amare la virtù, non mirano ad altro che a rendere gli altri miseri come se stessi. 


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